Lingua lavata nel
Tagliamento.
Presentando il
libro I Celti ritornano dico che volutamente la lingua è lavata nel
Tagliamento, piuttosto che in Arno. Cosa voglio sottolineare con questa affermazione?
Nato in Friuli
(meglio ancora, in Carnia!) prima ho imparato a parlare ed a pensare in friulano, poi a
cinque anni ho poi imparato a scrivere in italiano. Ricordo ancora il maestro al paese che
ci riprendeva e ci correggeva perché scrivevamo in un italiano friulanizzato o friulano
italianizzato che dir si voglia.
Per rivendicare
lautonomia del friulano qualcuno vorrebbe che ora imparassi a scrivere in friulano.
Ma sarebbe comunque per me una lingua imparata. Io, al naturale, sono uno che pensa in
friulano e che scrive in italiano. Perché allora mi si vuole costringere a tradurre in
italiano? Io vorrei poter trasporre (e non tradurre) nella lingua nella quale ho imparato
a scrivere, ciò che penso nella lingua nella quale ho imparato a pensare.
In questo romanzo
mi sono preso soltanto alcune libertà, ma se dovessi continuare a scrivere vorrei
rivendicare appieno la libertà di scrivere in quellitaliano sclapato con la
manarie (squadrato con laccetta) per il quale ci prendeva in giro il maestro.
In quello sclapato che il maestro utilizzava ironicamente, mi pare di trovare
la motivazione della necessità di trasporre, (con prestiti dal friulano
allitaliano, sia per quanto riguarda la terminologia che la sintassi) invece che di
tradurre.
Per fare un esempio. Riportando una passeggiata nel bosco , vorrei ad un certo punto riportare il pensiero I ài sclapàt un ramàzo meglio "I ài sglevàt un ramàz". Traducendolo mi verrebbe: ho spezzato un ramo. Ma luomo di città, luomo colto, può anche pensare che il ramo si spezzi, cioè si rompa dun colpo come lomatopea dei quelle due z fa immaginare, io invece vorrei dare lidea di qualcosa di diverso: della sofferenza del ramo che si piega per lintervento delluomo, e resiste e si sfibra e geme, prima di rompersi. Questa sensazione mi pare rappresentabile nelle tre consonanti iniziali di sclapàt o di "sglevàt", intraducibile invece, nei vocaboli italiani spezzato, spaccato, schiantato e rotto, che potrebbero tradurre il friulano "crevàt". Ma sglevàt no l'è istess che crevàt...
Per questo dal
momento che penso in friulano e del ramo penso che è sglevàt e non spezzato,
nella traduzione perdo parte dellimmediatezza e della coerenza
dellespressione. Per questo se Camilleri scrive in siciliano e tutto va bene per gli
italiani, allo stesso modo rivendico il diritto di scrivere trasponendo in italiano il mio
friulano. Dopotutto perché non pensare che anche il friulano possa fare dei prestiti
intelligenti allitaliano, per cui si possa dire senza che nessuno ti corregga con ironia, dun ramo sglevato?
Così mi pare di
rivendicare il mio orgoglio di friulano, meglio che scrivendo in friulano!...
Come ho già detto, il friulano sarebbe comunque
per me una lingua imparata e limiterebbe il cerchio dei miei lettori al Friuli, anzi a
quel ristretto cerchio di friulani che hanno imparato a scrivere e a leggere in friulano
(e neppure io sono tra questi!).
Un altro
degli errori nei quali vorrei incorrere abitualmente è quello di non distinguere
il maschile dal femminile: gli ho dato un libro, deve valere sia per lui che
per lei. Il fatto che questo avvenga nel friulano e non nellitaliano non è senza
significato. Se poi in qualche caso si dovesse introdurre la distinzione, allora deve
essere veramente marcata,( come nel friulano), gli ho dato un libro a lei.
I puristi mi
imputano poi un poco corretto uso della punteggiatura ed in particolare il ricorso
eccessivo alle virgole. Anche a questo proposito avrei una mia teoria. Io scrivo pensando
a chi legge, e vorrei far in modo che leggendo correttamente si riuscisse a capire anche
ciò che volevo dire e non ho detto. In questa ottica la punteggiatura è essenziale per
stabilire la cadenza della lettura, per dare le pause e quindi il ritmo.
Leggo da una
grammatica che la scrittura è qualcosa di più che la semplice trascrizione della
lingua parlata, e quindi è sbagliato usare le virgole dove nelloralità si farebbe
una sosta o una pausa. Ecco, appunto! Io invece le voglio utilizzare in questo modo
improprio, perché mi pongo proprio lobiettivo di "trascrivere la lingua
parlata".
Le virgole sono
come gli asterischi che da bambino vedevo nei salmi che mio nonno cantava in chiesa. Sono
posizionati non secondo la logica del testo latino, che comunque mio nonno non avrebbe
capito, ma dove va la pausa che deve essere sottolineata con la cadenza della melodia. In
quelle pause ed in quelle cadenze, si trasmettevano sensazioni ed emozioni che non avevano
nulla a vedere con il testo scritto. È questo che vorrei riuscire a fare, se avrò tempo
per scrivere
Quando facevo
linsegnante dicevo che non si può separare con la virgola e poi unire con una congiunzione. E invece ora penso sia
giusto dire ad esempio lalbero era spoglio, e cadevano le ultime foglie.
In quella pausa ripresa nelle come in un sospiro, si lasciano intuire
tante cose
Dicevo anche che la
virgola non può separare il soggetto dal predicato, e invece una virgola dopo il
soggetto, obbligando alla pausa, dà un rilievo assoluto al soggetto, per cui cè
una differenza enorme tra le due frasi: Maria mi ama e Maria, mi
ama. Non è quindi un caso, se il friulano usa spesso la pausa, dopo il
soggetto!
Da insegnante di
italiano dicevo tante cose che a me avevano detto i maestri e i professori, e tante altre
di più... Ora però vorrei sconfessarmi. È giusto conoscere litaliano corretto, da
usare come lingua ufficiale nella comunicazione professionale, ma, nella parlata
familiare, se accetto le inflessioni e le varianti venete o siciliane, non vedo perché i
veneti e i siciliani non dovrebbero accettare le mie inflessioni e le mie varianti
friulane. Ed io, appunto, vorrei scrivere nella parlata familiare, trasponendo il mio
parlare dogni giorno, senza alcuna artificiosa traduzione, con buona pace dei
puristi...