Cap. 12

Le aganis

Stava ancora pensando all’originale concetto di libertà di costumi dei Celti che si ricavava dal sogno raccontato da Maria il giorno prima, quando dovette andare ad aprire, perché qualcuno aveva suonato alla porta. Trovandosi davanti l’altra Maria, s’immaginò d’istinto il motivo della visita.

«Sono tornati, non e’ vero?» le chiese, pensando fosse logico e prevedibile che, come l’altra volta, al sogno di Maria da Mede, dovesse far seguito quello di Maria la Svualda..

«Scusami, posso entrare?» si era preparata a dire lei, ma la domanda con la quale era stata accolta l’aveva presa in contropiede. Si fermò sorpresa e stupita, come a cercare di raccapezzarsi.

«Come fai a saperlo?» chiese infine, sconcertata.

«Non lo so in effetti, « rispose lui facendola entrare, «ma lo posso immaginare.»

Cosa stesse immaginando in verità non lo capiva neppure lui, pensò, mentre lei si accomodava sul divano. Sentiva che c’era un disegno che si stava sviluppando e del quale faceva parte ormai anche lui. Ma quale fosse il disegno, e soprattutto dove potesse andare a parare quella storia, della quale di trovava ad essere involontario protagonista, non aveva idea.

«Cosa hai saputo di nuovo questa volta?» e il tono doveva essere stato spazientito e sgarbato, malgrado la sua intenzione di essere educato e cortese.

«Scusami,» disse infatti lei, «se ti disturbo, se hai altro da fare posso tornare un’altra volta.»

«No, no. Non mi disturbi. Anzi, desidero anch’io sentire il tuo racconto.»

Lo desiderava veramente? O avrebbe voluto piuttosto chiamarsi fuori, come di fronte ad un cruciverba troppo complicato e per il quale sentiva l’inutilità di giungere alla soluzione? Forse Maria gli avrebbe raccontato un sogno, come quelli del giorno prima, dal quale avrebbe potuto ricavare un altro tassello della storia e della cultura dei Celti. Ma cosa avrebbe potuto farne? A chi avrebbe potuto raccontare che stava ricostruendo la storia attraverso i sogni?

Anche la storia di Artenia, soprattutto con quei commenti del vecchio sulla parità tra uomo e donna, nella cultura dei Celti, non trovava molti riscontri negli studi che andava facendo. Secondo alcuni storici non si poteva escludere che i Celti avessero molto sviluppato il concetto di parità tra i sessi. Ma da qui ad affermare che distinguevano la funzione procreatrice da quella sessuale, il salto non era da poco. Eppure, come poteva essersi inventata un discorso del genere una donna senza cultura?

Il sogno che le avrebbe raccontato Maria la Svualda non riguardava però una nuova pagina della cultura celtica, ma piuttosto lo strano collegamento che, attraverso quei sogni, sembrava volersi realizzare tra i Celti e la realtà contemporanea, passando attraverso i segni che nelle varie epoche si erano stratificati su quelle montagne.

Al racconto infatti anche Maria ritenne di dover premettere una leggenda, confermandogli una delle tesi che stava cercando di approfondire: quella secondo cui quegli strani sogni non erano che sviluppi di leggende locali. Di norma nei sogni infatti si mescola la realtà vissuta da un individuo e la sua interpretazione fantastica, così anche in quegli strani sogni sembravano mescolarsi elementi di leggende ormai consolidate nella tradizione orale, con elaborazioni fantastiche che in qualche modo sembravano voler spiegare quelle leggende. Ma come facevano, donne senza alcuna cultura, a sviluppare quelle elaborazioni, a creare quelle relazioni così originali?

In un certo senso, come lo psicologo dal sogno individuale può risalire alla personalità dell’individuo, così l’antropologo avrebbe potuto fare una operazione analoga, ricostruendo la personalità d’un popolo.

Ma che senso ha parlare di personalità d’un popolo?

Dovette infine smettere le sue considerazioni fantastiche, preso dal racconto che Maria aveva preso a fargli della leggenda delle tre Madri.

Era una storia che si raccontava di solito d’estate, nei fienili d’alta montagna. Alla fine di giugno o ai primi di luglio, ogni anno, con pochi giorni di differenza, a seconda dell’andamento della stagione più o meno piovosa, ci si trovava a falciare i prati del Duròn. Ogni anno, immancabilmente, si abbattevano dei temporali particolarmente violenti che costringevano ad abbandonare il lavoro nei prati, per rifugiarsi al riparo in qualche stavolo. E lì, con la regolarità con la quale a Natale si ascolta lo stesso passo del Vangelo, si sentiva il racconto della leggenda della madre di S.Pietro.

Dice la leggenda che S.Pietro aveva una madre particolarmente invidiosa. Quando morì, non ci fu verso, dato che nel aldilà sembra che le raccomandazioni non funzionino, S.Pietro non riuscì a farla entrare. Si può immaginare con quale cuore il povero uomo fu costretto a condannare sua madre alle pene del Purgatorio!

Da quel giorno, non gli riusciva più di godere delle bellezze del Paradiso, ed anche il suo lavoro aveva preso a farlo in maniera svogliata, sì che, pare, in qualche caso per errore era finito in Paradiso chi doveva andare all’Inferno, e viceversa. Il Signore, preoccupato per l’infelicità del suo apostolo, ma soprattutto per i gravi pasticci che gli stava combinando, e che finivano per mettere in discussione anche i criteri la giustizia divina, fu costretto a richiamarlo:

«Se vai avanti così, sono costretto a toglierti le chiavi del Paradiso e passarle a qualcun altro.»

«Hai ragione Signore! Ma vorrei vedere te, a sapere che tua madre sta soffrendo le pene del Purgatorio.»

«Sai bene che non si può fare nulla finchè non ha scontato la sua pena!»

Il Signore era irremovibile, e S.Pietro sempre più disperato e distratto, commetteva ancora nuovi errori.

Gli uomini sono fatti così, fanno d’ogni cosa un principio irremovibile, se non ci fossero le donne!... E in effetti anche quella volta dovette intervenire una donna. Fu la madre del Signore a convincerlo che una eccezione non sposta il mondo, inventando per l’occasione il proverbio secondo il quale, anzi, l’eccezione conferma la regola.

«Se è così!» disse il Signore, che si faceva convincere facilmente da sua madre. Come quella volta a Cana quando aveva trasformato l’acqua in vino, cedette anche stavolta, e concesse a Pietro, come regalo per il suo onomastico, che come e’ noto cade il ventinove di giugno, di tirare su dal Purgatorio sua madre. Cedette, ma con un compromesso: la doveva tirare su ogni giorno, facendola rientrare alla sera, e la doveva sollevare, appesa ad una treccia di aglio.

Perchè mai il Signore era andato ad inventarsi la treccia di aglio? Chissà? Forse perchè l’aglio purifica, e si sa che al Signore piacciono i simboli tant’è che ne ha riempito la Chiesa.

Comunque, a S.Pietro che aveva avuto quel grande favore, non stava certo di fare domande, e non ne fece. Cercò una treccia di aglio molto robusta e la calò nel Purgatorio. Sua madre vi si aggrappò, e così riuscì a tirarla su, vicino a sé, in Paradiso.

Non da sola però, perchè altre anime gli si erano aggrappate alle gonne, e S.Pietro che era tanto forte quanto generoso, aveva tirato su un intero grappolo di anime purganti.

Se S.Pietro nella sua grandezza d’animo, faceva finta di non vedere che altre anime approfittavano della situazione, non così sua madre. Se non fosse bastato il fatto che era invidiosa di natura, si mise di mezzo anche la madre del diavolo, senz’altro sollecitata da suo figlio. Girava infatti nelle viscere della terra terribilmente arrabbiato per il sopruso che gli veniva inflitto e manifestava la sua rabbia facendo scaricare ogni giorno lampi tremendi, e rispondendo con tuoni paurosi, che facevano tremare la crosta terrestre.

«Come puoi permettere che si approfittino di te?» ripeteva la madre del diavolo a quella di S.Pietro, ogni sera quando questa rientrava in Purgatorio.

«In effetti, è per me soltanto che mio figlio lancia la treccia!» si convinse infine lei. "Non mi par giusto costringerlo ad affaticarsi per tirar su donne che neppure conosce".

Il giorno dopo (era il giorno di S. Ermacora e Fortunato ed era già la tredicesima volta che saliva in Paradiso), quando le altre anime presero ad attaccarsi a lei, aggrappandosi alla gonna, cominciò a scuotersi ed a scrollarsi, per costringerle a staccarsi. Agitandosi però strattonava anche la treccia, e S.Pietro aveva un bel daffare per evitare che gli sfuggisse di mano.

Ma se S.Pietro, con l’amore che portava per sua madre, riuscì a resistere a quegli strattoni, non così la treccia che si spezzò d’un tratto, facendo precipitare la donna nuovamente nelle fiamme del Purgatorio.

Da quella volta, ogni anno dal giorno di S.Pietro a quello di S.Ermacora e Fortunato, la madre dell’apostolo viene tirata su in Paradiso con una treccia d’aglio. In quei giorni il diavolo scatena la sua rabbia, facendo scoppiare quasi ogni giorno un violento temporale. E più violento di tutti è quello che di solito scoppia l’ultimo giorno, il dodici luglio, il giorno della festa dei martiri fondatori della Chiesa di Aquileia: è infatti il temporale della rabbia tremenda di S.Pietro contro sua madre, che a causa dell’invidia s’è persa il beneficio e la grazia che le aveva concesso il Signore.

Ogni anno, raccontava Maria, durante uno di quei temporali, mentre i lampi sembravano voler incendiare il fienile, dove assieme a tanta altra gente si erano rifugiati, e i tuoni crepitavano facendo tremare la terra, aveva sentito sua madre raccontare la storia delle tre madri, quasi fosse una sorta di scongiuro propiziatorio, per evitare che veramente i fulmini colpissero il fienile.

E la sera prima, in sogno, sua madre era tornata, ripetendo ancora una volta il racconto. Ma poi mentre ancora infuriava il temporale l’aveva presa per mano facendola uscire sotto alla pioggia. Erano corse giù verso le forre del torrente Vinadia. Le nubi nere e basse, sembravano volessero filtrare nella terra. S’era fatto quasi buio, e i lampi squarciavano la tenebra, caduta sulla terra, nera e pesante come quella che, dice il Vangelo, era scesa dopo la morte in croce del Signore.

Non aveva mai saputo ci fosse un sentiero per scendere nelle forre del torrente. E se anche l’avesse saputo, certo non l’avrebbe percorso, con la paura che aveva del vuoto, con la paura che provava, al solo sentire nominare l’orrido del Vinadia, dove s’aggiravano gli spiriti dannati di tante persone che avevano utilizzato quei precipizi per suicidarsi. Per andare poi dove? A vedere il letto che il torrente s’era scavato tra le rocce...

E ora invece, assieme a sua madre stava scendendo, attraverso un sentiero che portava dentro al Vinadia. Ma non era il solito sentiero di montagna, stretto, incavato dal susseguirsi dei passi. Era largo, come una mulattiera ed era incavato fortemente nella roccia, come una galleria aperta su un fianco. Nella parete in roccia, c’era una successione di graffiti e di incisioni. Come se gli uomini che avevano scavato quella pietra, non paghi della fatica fatta per scalpellare ed asportare il volume di roccia necessario per consentire l’agevole passaggio del sentiero, avessero trovato anche la voglia e il tempo per lasciare un segno, un simbolo, una lettera. O erano stati altri, anni o secoli più tardi, che per ricordo o devozione a qualcuno o a qualcosa, avevano voluto riempire quella parete di rudimentali ex voto?

La successione delle incisioni rupestri comunque era ininterrotta, come se ci fosse stato un impegno a non lasciare nessuno spazio inutilizzato, come se «gli artisti-sacerdoti della preistoria e i pastori di tutti i tempi, avessero formato, giorno dopo giorno, un universo di simboli». C’erano uomini stilizzati, animali e piante richiamati con un segno, «tracce d’un mondo mitico sconosciuto».

Il pavimento della galleria era un declivio in leggera pendenza, alternato da successioni irregolari di gradini. Sul fianco esposto, correva un corrimano di ferro, fissato di tratto in tratto a montanti pure di ferro, ancorati alla base ed al tetto. La discesa era molto agevole, ma non per questa minore, ricordava Maria, era la preoccupazione che si sentiva crescere dentro.

«Dove la stava portando sua madre? E come mai nessuno le aveva detto prima che c’era quel sentiero che consentiva di scendere agevolmente nelle forre dei Vinadia?».

«Te l’avrei dovuto dire io!» intervenne sua madre, come se avesse letto nel suo pensiero, «ma non ne ho avuto il tempo, quando sono morta eri ancora troppo giovane per conoscere certi segreti...»

«Quali segreti?»

«Vedrai! Ti raccomando soltanto di non farne parola, nè con il parroco nè con altri uomini di chiesa. Se venissero a sapere, si abbatterebbe di nuovo la furia dell’Inquisizione a distruggere ogni cosa, come la grandine sul ganoturco appena nato.»

Che cosa avrebbero dovuto distruggere? E quell’idea nel duemila d’un possibile ritorno dell’Inquisizione come un ciclone che spazza via ogni memoria del passato, era semplicemente assurda. Non sarebbe stato facile comunque, distruggere quel sentiero incavato nella roccia... Gli ultimi gradini finivano proprio sul letto del torrente, costituito da una sorta di lastra levigata di marmo grigio, all’interno della quale l’acqua s’era scavata un canale più profondo. Nei giorni di pioggia, l’acqua tracimando dal canale, invadeva senza dubbio anche la lastra, e quindi sarebbe stato impossibile proseguire. Al momento invece, l’acqua scivolava raccolta nel suo canale, come in un ruscello, lasciando libero un passaggio a ridosso della parete di roccia.

Incamminandosi su quel passaggio, avevano preso a salire il torrente. Ma dopo solo qualche decina di metri, dietro una insenatura ad angolo retto, si presentò un ambiente completamente diverso. Il torrente scendeva da una cascata alta un tre quattro metri, e formava un minuscolo lago. L’acqua mossa in vortici concentrici dal precipitare della cascata, era limpida e lasciava intravedere il fondo, che pareva quello d’una grande vasca artificiale di marmo. Ai lati restava un bordo sul quale era possibile proseguire. Il passaggio portava ad un’apertura che restava tra la cascata e la parete.

La cascata infatti, scendeva come una lama d’acqua formando una sorta di tendina a chiusura di qualcosa. La tendina non era del tutto tirata, lasciava uno spazio dal quale era possibile passare, per entrare dietro alla cascata...

C’era una grande grotta, sorretta da un grande pilastro. L’impressione era quella di essere finiti sotto un enorme fungo. L’acqua scendeva da sopra il cappello, formando il velo a tendina, nel salto tra la cappella e la base. Il gambo era costituito da una grande colonna, rigonfia come proprio il gambo di certi funghi, a reggere la roccia sovrastante. Il velo d’acqua non impediva l’entrata della luce, anzi riflettendo la poca luce che c’era in fondo all’orrido del Vinadia, pareva la amplificasse, diventando l’acqua stessa in qualche modo una sorgente luminosa artificiale, a riflettere nella grotta un chiarore diffuso, che consentiva di vedere distintamente ogni cosa.

Era una luce bianca, come quella della luna, ma d’una intensità più viva e accesa, di quella di qualsiasi più luminoso plenilunio. Nello strano chiarore irreale, si distingueva nettamente che il gambo del fungo era scolpito. C’erano tre donne, in un altorilievo molto primitivo, come tre cariatidi. Si davano le mani, dopo averle incrociate davanti alla propria persona, come a stringersi in una catena umana che dovesse far forza per resistere a qualche spinta esterna. Il riquadro delle tre donne era ripetuto identico, a formare così una sorta di catena di donne, che reggeva l’impalcatura della grotta.

«Sono le tre madri,» le spiegava sua madre. Ma la spiegazione non aveva per lei alcun significato. Non aveva mai sentito parlare prima delle tre madri.

In fondo, oltre la grande colonna centrale, s’intravedeva una lama di luce più intensa.

«Forse la grotta aveva un’apertura e filtrava un raggio di sole,» aveva pensato, mentre seguiva sua madre che si era mossa decisa in direzione di quella luce, senza lasciarle il tempo di chiedere qualcosa di più su quelle sculture.

Ma non era così. C’era invece un’apertura che dava in una stanza piena di luce. Sua madre entrò senza alcuna esitazione, e lei la seguì...

Non era una stanza. Era un mare di luce. Come se dalla grotta si fosse entrati nel cratere d’un vulcano costituito non di lava ma di luce incandescente. Quando finalmente i suoi occhi si furono abituati, non riuscì a trattenere un «Oh!» di sorpresa.

«Fai silenzio!» gli impose sua madre.

«Scusa!» mormorò, estasiata dalla visione che gli stava davanti.

Non c’era una precisa fonte luminosa. Erano le cose in effetti fatte di luce, come elementi di fosforo che brillano nella notte. D’una luce bianca, come quella del fosforo, come quella della luna, ma d’una intensità simile a quella di fari potentissimi.

«Non so come spiegartelo!» s’era interrotta Maria, «non erano fari che illuminavano la scena, ma erano le cose, le persone come fari di luce».

Luciano annuì per dire che aveva capito, l’idea del vulcano di luce incandescente era in effetti molto espressiva, e si chiedeva come avesse potuto una donna senza cultura arrivare ad una immagine così poetica e così adeguata a rappresentare la sensazione che voleva esprimere. Lei continuò a raccontare..

Aveva l’impressione d’essere al bordo superiore d’una enorme rosa bianca. I petali erano formati da tanti puntini bianchi. Ogni punto era una persona, una donna, vestita d’un riflesso di luce bianca, che sfumava in alto, in un riflesso di giallo, per i lunghi capelli biondi. Infinite erano le presenze in quella sorta d’immenso stadio circolare. Un brulicare di luce tutt’intorno e giù, in centro, in una piccola platea, come i pistilli d’un fiore, tre donne, più grandi.

Come si potevano distinguere da quella distanza che sembrava infinita, se quelle a formare i petali, si vedevano solo come puntini? Erano lontane e vicine allo stesso tempo, come se un occhio potesse portare l’immagine da lontano e l’altro quella da vicino e le due immagini potessero fondersi. Per una immagine erano lontane al centro della rosa, come pistilli appena visibili, per l’altra erano vicine, al punto d’avere la sensazione d’essere accanto a loro.

Erano tre donne bellissime. La loro bellezza non era qualcosa di definibile dai particolari, dai lineamenti del volto. Era piuttosto una sensazione di bellezza e di armonia che prendeva al guardarle. Si stringevano le mani, ma non incrociando le braccia, come nella raffigurazione all’ingresso della grotta, come invece i bambini che giocano a girotondo. Si muovevano facendo veramente il girotondo? O erano ferme? Ed era ferma o in movimento quella miriade di donne che faceva corolla alle tre? Non ricordava, ricordava solo la sensazione di luce e di bellezza, l’immagine di vita, e la spiegazione che le aveva dato sua madre...

Le tre donne al centro erano tre dee: le tre madri. Una era la madre della notte, l’altra la madre del giorno, la terza era la madre dell’alba e della sera, quando il giorno e la notte s’incontrano e si fondono. La prima, quella della notte era rappresentata dalla luna piena, quella del giorno dalla luna nera, la terza, che era la più importante, la madre delle madri, sintesi delle altre due, era rappresentata da due quarti di luna contrapposti a formare una sorta di «x».

E mentre sua madre le spiegava queste cose, simboli e volti si alternavano, sovrapponendosi e fondendosi: «Perché la realtà e il suo simbolo sono la stessa cosa,» le spiegava. Come faceva a sapere queste cose, a esprimere questi concetti, sua madre che a malapena sapeva leggere e scrivere? Anche questo era un mistero.

La madre della notte, continuava a dire, è la madre del divenire. Nella notte quando si spegne la percezione dell’uomo, la natura vive e si sviluppa. Lontano dall’occhio malevolo e nemico dell’uomo, la natura respira l’umore della vita, si agita e turgida freme, spinta dalle suo forze interne e cresce. Di giorno invece le cose si mostrano nel loro essere statico, senza anima, per quello che servono e non per quello che sono. Nella magia dell’alba e della sera infine, essere e divenire si fondono, le realtà viene avvolta e sfumata, resa viva dall’atmosfera del divenire.

Le tre donne che aveva visto raffigurate nella grotta all’ingresso, continuava a spiegare sua madre, sulla colonna che regge il mondo, erano le stesse che ora aveva la ventura di poter contemplare ed ammirare, nello splendore di quella luce fantastica.

Altri uomini sono ricorsi ad altri tipi di raffigurazione, il mistero delle tre madri è stato rappresentato in tanti modi: scolpendo tre volti sullo stesso blocco di pietra, oppure soltanto le due facce contrapposte del giorno e della notte, nella stessa pietra che rappresenta la sintesi, come nel simbolo delle due falci di luna contrapposte, della terza dea.

«E la moltitudine di donne che fa da corolla alle tre dee?»

«Sono le loro ancelle, le «agànes»

«Le aganes? Le fate dell’acqua? Le fate della notte?»

«Proprio loro! Le fate del divenire...»

Maria si era fermata per chiedergli se ne aveva mai sentito parlare.

Certo che Luciano ne aveva sentito parlare. Aveva anche cercato di ricostruire il senso della tradizione di questi esseri misteriosi che tanta parte avevano in racconti e leggende. «Splendide se visibili, ma in realtà orrende». E forse ora dal racconto di Maria riusciva a comprendere quella che gli era sfuggito sui libri.

Le fate che escono dall’acqua e con il loro umore fecondano la terra. Le fate dell’umore delle femmine in calore, le fate degli esseri umani che riservano al buio della notte il momento magico della procreazione, prima che si marcasse come peccato da nascondere, il momento essenziale per la continuità della specie, della vita naturale dell’uomo. Le fate demonizzate dal cristianesimo come streghe, per demonizzare il sesso di cui erano il simbolo, ora gli venivano ripresentate nella loro simbologia originaria come le «fate del divenire».

«Nel sogno non ricordo d’aver fatto il percorso inverso per uscire dal Vinadia," aveva concluso Maria, "mi sono svegliata con l’impressione d’essere ancora in quella grande luce con una sensazione di pace e di serenità. Solo oggi, durante il giorno, ripensando al sogno ho preso a preoccuparmi. Soprattutto quando, non so come, mi sono messa in testa che non era un sogno ma una visione... "

Si guardarono per un po’ in silenzio, presi nei loro pensieri.

«Che ne pensi?...» chiese infine lei, più per rompere l’imbarazzo del suo sguardo che per cercare un risposta.

"Non so! E se anche pensassi a qualcosa, che importanza potrebbe avere il mio parere?"