Cap. 8

L’Architetto

Sulle battute finali del racconto della vecchia, s’era aperta la porta ed era entrato il prete che Luciano aspettava.

"Che piacere vederti, dopo tanto tempo. Come mai da queste parti?"

"È un piacere anche per me. Il perché sono qui è un po’ più complesso da spiegare…"

"S’interessa ai Celti," lo interruppe la vecchia.

"Come mai? Allora la mia perpetua ti ha di sicuro raccontato la sua storia."

"Certo, e l’ho ascoltata con molto interesse. La storia invece del mio interesse per i Celti è una storia un po’ lunga perché te la possa raccontare adesso, comunque ti basti sapere che sono qui perché mi hanno detto che c’è un architetto che ha approfondito la conoscenza della storia del Celti, e vorrei sapere dove posso trovarlo".

Alla richiesta il prete scoppiò in una grande risata e si sedette invitando Luciano a fare altrettanto. "È una cosa tutta da ridere…", prese a dire, e si diffuse in mille ragguagli ed in mille particolari sulla vita di questa "specie di architetto".

Gli aveva detto che l’avrebbe trovato sull’altopiano del S.Simeone, dove secondo il racconto della perpetua s’erano insediati i Celti. Le stranezze di cui gli aveva parlato il prete ridendo, avevano accentuato il suo desiderio di conoscere la persona, e uscito dalla canonica aveva preso subito la stretta strada militare che a ripidi tornanti porta sulla montagna. Lasciata l’automobile vicina alla chiesetta di S.Simeone, s’incamminò a piedi nella speranza di trovare l’architetto che, neppure il prete aveva saputo indicargli esattamente in quale parte dell’altipiano abitasse.

L’altopiano è diviso in due parti. Una prima parte è leggermente inclinata verso la pianura, come una gradinata dalla quale poter guardare meglio al panorama del Friuli che si perde lontano contro il cielo. La seconda invece è come un grande catino con i bordi sopraelevati tutt’intorno che si innalzano verso nord a formare la cima della montagna, quasi fosse il manico del catino. Qui non c’è panorama e la sensazione è quella di essere sollevati contro la volta del cielo.

"È come sul Sorantri," pensò Luciano. Anche lui come Maria avrebbe potuto adagiarsi sull’erba morbida all’ombra d’un faggio e sognare. Avrebbe così potuto trovare nel sogno la spiegazione a tutte le domande a tutti gli enigmi ed i misteri che gli affollavano la mente, si diceva con ironia. Un laico che cerca spiegazioni nei sogni!… No, anzi, lui continuava al contrario a mantenere delle riserve assolute sui sogni che gli erano stati raccontati, ed anche su quello che aveva fatto personalmente. Prima o poi, era sicuro, avrebbe trovato una spiegazione logica anche per le strana coincidenza di quei sogni, in relazione tra loro, ma fatti da persone diverse, in luoghi diversi.

Ricordava il racconto della vecchia perpetua e lo affascinava l’idea che millenni prima, su quegli stessi sentieri avessero camminato degli uomini. Non dei primitivi con la clava, in attesa che i conquistatori romani portassero la luce della civiltà, ma persone con una cultura raffinata, con un pensiero filosofico molto evoluto. Gli pareva in un certo modo di poter passeggiare con loro, con i loro pensieri..

Si fermò d’un tratto sorpreso quando s’accorse che gli veniva incontro sul suo stesso sentiero, uno strano pastore. Se non avesse avuto le anticipazioni del prete, avrebbe pensato che, come a Maria, e addirittura in piedi, senza neppure appisolarsi, gli fosse capitata una allucinazione, e aveva battuto le palpebre come a sincerarsi d’essere sveglio. No, era assolutamente sveglio, e quello che veniva avanti doveva essere certamente l’architetto che, come gli aveva anticipato il parroco, s’era messo a fare il pastore.

Che fosse un pastore l’individuo che gli veniva incontro lo si capiva dal fatto che era seguito da un piccolo gregge di capre e di pecore. Se avesse potuto avere dei dubbi, la conferma gli veniva dal vestito, che era proprio da pastore, come nelle raffigurazioni delle statuine del presepe. Portava i pantaloni alla zuava, aveva calzettoni di lana bianca e calzava le "dalmine", gli zoccoli tipici dei contadini del luogo, con la suola scavata nel legno. Il maglione di lana scura scendeva fino all’inguine, quasi fosse una tunica, e come le tuniche era stretto in vita da una cintura di cuoio con una grande fibbia di metallo. Portava un grande capello di feltro a larghe falde, come s’usa ancora in Austria, e come, appunto, usano in pastori del presepe. La barba folta e incolta gli ricopriva tutto il volto e scendeva fino al petto, lasciando sbucare in alto due occhi spiritati, come due radure piene di sole, nel fitto del bosco.

"Buon giorno!" lo salutò Luciano mentre era ancora distante. "Cosa fa quassù?" aggiunse poi. Era una domanda stupida, ma era un modo per significare che avrebbe voluto attaccare discorso. In effetti, mentre l’aveva visto avanzare nel prato, come uscito da un quadro agreste di qualche pittore fiammingo, gli si era confermata la curiosità di fare la conoscenza di un personaggio che, così originale nell’abbigliamento, non poteva non essere altrettanto originale nel comportamento e nel modo di pensare.

"Cosa fa lei piuttosto, qui" gli rispose con una voce profonda, baritonale, l’altro, "Io ci abito".

"Dove?" chiese Luciano fingendosi sorpreso.

"Proprio lì, dietro a lei".

Sull’altopiano del S.Simeone, ci sono diverse costruzioni. Ci sono casette per il fine settimana bene inserite nell’ambiente e ci sono stamberghe di legno e lamiera. Quella che aveva appena sorpassato, l’aveva notata per l’originalità, ed aveva in effetti pensato fosse quella dell’architetto, perché i prati attorno erano pascolati. Accanto ad un recinto preesistente (forse risalente ai Celti) costituito da un muro a secco di grosse pietre non squadrate, con lo stesso stile, solo usando pietre più piccole ed unendole con la malta, era stata realizzata una costruzione che ricordava molto le casere delle malghe. Ad un primo blocco ad un piano se ne affiancava uno a due piani, mentre il terzo addossato al recinto tornava ad essere basso ma con il tetto aperto e sopraelevato nel grande camino tipico delle casere. La costruzione proseguiva all’interno del recinto in una lunga tettoia per il ricovero degli animali.

Mentre riconsiderava la costruzione, l’architetto aveva continuato ad avanzare verso di lui, ed ora erano l’uno di fronte all’altro. Anche il gregge era venuto avanti. Alcune pecore li avevano sorpassati, ed ora loro due si trovavano proprio in mezzo alle bestie, circondati dal gregge. Gli occhi spiritati lo guardavano sorridendo, come se fosse divertito per la sorpresa che notava nel suo volto, per quell’incontro inaspettato, e per l’imbarazzo, che pure mostrava, vedendosi circondato da quelle bestie. Le capre giravano al largo, le pecore invece si avvicinavano curiose, lo annusavano. Qualcuna l’aveva anche spinto...forse anche la bestia aveva voluto accertarsi che fosse realtà e non un allucinazione la presenza di quell’umano estraneo....

"Non le fanno niente!" aveva detto il pastore per rassicurarlo sull’eccessiva confidenza che si stavano prendendo le bestie. "Sono curiose... come le donne" aggiunse poi con una risata.

"Lo so. Non ho paura. Non sono di città, sono nato anch’io in un paese di montagna".

In verità anche se non veniva dalla città si sentiva perlomeno imbarazzato in mezzo a quel gregge di pecore e capre a parlare con un personaggio così strano. Continuando ad avanzare si stavano sfilando ormai le ultime bestie, il pastore sembrava volersene andare per i fatti suoi, già pago delle quattro parole scambiate con l’intruso venuto a disturbare la sua vita. Luciano avrebbe voluto trovare qualche argomento per fermarlo, ma l’aveva ormai di schiena e non sapeva che chiedergli. Fu allora che lui, senza voltarsi gli disse:

"Posso offrirle un caffé?"

"Volentieri!" rispose, contento che fosse stato interpretato il suo desiderio. "Se non disturbo," aggiunse per educazione.

"E cosa vuole disturbare. Semmai lei... se si adatta…".

"Sono nato qui vicino, a Cazzaso," gli ripetè, "non sono di città"

"Ah! Cazzaso. Conosco. Una borgata, più che un paese".

"In effetti, quattro case ormai. Anche quello è quasi tutto disabitato, come tanti paesi della Carnia. Ma quassù non ci sono neppure le quattro case, queste poche costruzioni da fine settimana, sembrano disperse nel deserto. Come può viverci da solo?"

Erano intanto arrivati nel cortile davanti alla casa. Il pastore lo lasciò per spingere il gregge dentro il recinto attraverso l’apertura che lo interrompeva proprio a fianco dell’edificio. Rinchiuse una sorta di porta a forma d’una grande palizzata di legno e sulla palizzata si addossarono le pecore strette fra loro, in crocchio a guardare l’estraneo. Guardavano e belavano. Avresti detto che si scambiavano le impressioni sul nuovo arrivato…

"Via!" gridò loro il pastore. Ma non si mossero. "Sono curiose come le donne" commentò lui di nuovo, ridendo e tornando infine verso Luciano.

"Semmai vivere insieme è un problema!" riprese poi lui quando gli fu vicino, rispondendo alla domanda con la quale l’aveva lasciato. "Vivere da soli, è facile. A condizione di non essere vuoti".

Lo seguì, entrando in un una grande cucina che dava direttamente sul cortile. Su un lato c’era un grande "spolert". La tradizionale cucina leggermente staccata dal muro, in modo da ricavare un impiantito piastrellato a forma di elle, largo un cinquanta centimetri sotto al quale erano fatti passare i condotti per il fumo. Luciano ricordava da bambino, nella cucina della nonna, nella fredde giornate d’inverno il piacere di stendersi a riposare su quelle piastrelle calde. L’architetto aveva usato le stesse piastrelle dello "spolert" della nonna: piccole piastrelle esagonali, colore rosso mattone.

Accanto, sulla parete c’era un lungo secchiaio di pietra, sormontato da una trave di legno scuro alla quale erano appesi tre "cialdìers", secchi di rame per l’acqua, smaltati di stagno all’interno. Di fronte c’era un grande armadio di noce, e in mezzo, un tavolo pure di noce massiccio.

Passando a fianco dello spolèrt, lo introdusse in un altra stanza.

"Venga, le faccio vedere la casa. Questo è il mio "sancta sanctorum"

La parete a destra era ricoperta da una grande libreria, fitta di libri. Sulla parete di fronte un grande caminetto, e sul muro attorno, a incorniciare le due finestre, tanti trofei di caccia, tante corna di capriolo e qualcuna di cervo. Sopra il caminetto un grande gufo impagliato su un trespolo, pareva il nume tutelare della casa. Nel mezzo c’era un lungo tavolo di legno massiccio come quello della cucina, ricoperto di libri aperti, e in fondo addossata alla parete una scala.

"Sopra c’è la camera" disse.

Tornati in cucina prese ad armeggiare attorno al secchiaio. "Le faccio il caffè!"

"Si, grazie!". In effetti non aveva chiesto nulla, aveva semplicemente detto che gli avrebbe fatto il caffè, con la stessa naturalezza e spontaneità con la quale gli aveva mostrato la casa.

"Ha rifatto lo "spolert" come nella tradizione"!" disse Luciano per commentare in qualche modo la visita che aveva fatto alla casa.

"Certo. Mi pare una soluzione molto intelligente di riscaldamento. Chissà in quanti secoli si è venuta sviluppando e consolidando l’idea di costruire una stufa a quel modo, e in pochi anni tutto è sparito, per far posto alle stufe in metallo od al riscaldamento centrale".

Ma più che dallo "spolert" era stato sorpreso dallo studio, dalla grande libreria. In un casolare, nella casa d’un pastore, non ci si aspetta di trovare una stanza piena di libri.

Lo guardava mentre accendeva il fornello, preparava le chicchere... Nascosto in un armadio accanto al secchiaio aveva il fornello a gas...

"Anche lei non rinuncia ai vantaggi della vita moderna".

"Perché dovrei? Sarebbe anche stupido. Come tuttavia è stupido buttare tutto quello che di positivo ci viene dal passato. Quanto zucchero?

"Uno, grazie!"

"Posso immaginare che sia rimasto sorpreso dallo studio..."

"In effetti!"

"E forse te l’ho mostrato, proprio per sorprenderti. Diamoci del tu, che va meglio. Al posto del gufo, come si usa, avrei potuto appendere il quadro della laurea in architettura, e così ti saresti reso conto che si può restare architetti pur facendo i pastori. Ma allora ti sarebbe venuta la curiosità ancora maggiore del perché un architetto faccia il pastore."

S’era messo quindi ad accendere il fuoco nello "spolèrt" e continuava a dire, come parlasse a se stesso ad alta voce:

"Non credere che inviti tutti quelli che passano per raccontare loro la storia dell’architetto pastore. Sono mesi che qui non entra nessuno. Se mi chiedesse perché l’ho invitata... Scusami, perché ti ho invitato... non saprei darti una risposta. Mi è venuto così...istintivo. Come m’è venuto logico mostrarti la casa."

"Ti ringrazio, lo apprezzo come un segno di fiducia!"

Avrà avuto quarant’anni… anche se non era facile riconoscere un’età sotto a quella barba incolta, che non lasciava distinguere i veri lineamenti del volto. Si muoveva con agilità. Del resto, girando ogni giorno sulla montagna per portare al pascolo il suo piccolo gregge, doveva essere allenato per forza... "Ma come mai," aggiunse, "questa scelta così radicale, di lasciare tutto per fare il pastore?"

"Puoi ben capire che non è cosa da potersi spiegare in quattro parole. Se avremo modo di vederci ancora, forse te ne parlerò. Potrei sintetizzare tutto in una frase che potrebbe però sembrarti un enigma o un indovinello: ho creduto valesse la pena abbandonare la farsa, per riprendere il gioco".

"Come spiegazione non è certo molto esauriente". Si era espresso come l’altro si aspettava, fingendosi sorpreso per le parole. Ma non era proprio la verità. La frase gli era in qualche modo familiare. I termini "gioco" e "farsa" gli avevano fatto tornare in mente il sogno con Vinadia. In quell’ottica, quelle parole non erano enigmatiche. Ma non si sarebbe certo messo a raccontare i suoi sogni ad una persona incontrata per caso...

"Lo so, te l’ho già anticipato. Se ne potrà parlare... Ma tu piuttosto. Che ci fai da queste parti?"

Glielo poteva dire? Era il caso di confidare ad un estraneo quello che non aveva confidato neppure agli amici più intimi, neppure a Maria? Se non voleva raccontare i sogni ancora meno poteva pensare di parlare dei propri segreti. Eppure lui si era confidato, d’istinto, non l’aveva considerato un estraneo, ma un amico. E d’istinto anche lui, contro la sua normale riservatezza, si lasciò scappare:

"Sto inseguendo il fascino dei Celti".

Notò la sua sorpresa e aggiunse subito:

"Lo so, non e’ cosa facile da spiegare ed ancor meno da capire, però è così… Mi hanno detto che forse tu puoi aiutarmi"

L’architetto lo guardava sorpreso. Evidentemente pensava. Ma a che cosa pensava? Che aveva trovato un altro originale come lui?... Il loro discorrere s’era arenato in un silenzio sempre più imbarazzante. Luciano non riusciva a capirne il motivo. Gli pareva di intuire che l’altro fosse rimasto in qualche modo stupito per la sua affermazione.

Certo, anche per uno che ha deciso di vivere da solo lontano dalle gente, può non essere normale sentire un altro che ti dice di subire il fascino dei Celti! Ma quello che dice di sè una persona incontrata per caso, non ti può che toccare marginalmente, non ti può certo turbare...

"Cosa pensi ci sia di strano?" chiese alla fine Luciano, anche per rompere in qualche modo l’imbarazzo del silenzio.

"Nulla!" rispose, come riprendendosi da un pensiero che l’aveva portato lontano. "Nulla! E’ solo che se ben capisco, quello che tu chiami il fascino dei Celti, è il vero motivo per il quale ho lasciato tutto, per vivere tra queste montagne".

"Appunto ed io sono qui perché vorrei capire la tua storia, per cercare di capire la mia".

"E’ una strana storia, troppo complessa, della quale i Celti sono solo una componente... Devi sapere che io sono un benandante".

"Cosa?"

"Non ne hai mai sentito parlare? Si. Un benandante!"

"Cioè?"

"Uno nato con la camicia".

"Uno fortunato. E cosa c’entra il fatto che tu sia fortunato"

"Te l’ho detto, la cosa non e’ semplice. Nato con la camicia non è soltanto sinonimo di fortunato...."

Prese allora a spiegargli di come, fino a quando la Chiesa non li aveva sterminati per mezzo del tribunale dell’Inquisizione, tra le montagne della Carnia erano esistiti i benandanti. Si chiamavano così le persone che avevano avuto la ventura di nascere con la camicia, che non è, come può sembrare ai più, soltanto un modo di dire, ma una situazione per la quale il feto viene alla luce ancora avvolto nella membrana amniotica, volgarmente detta camicia.

Si diceva che il fatto di venire al mondo con questa modalità particolare, conferiva alle persone la possibilità di vivere anche in una dimensione extracorporea. Avevano la possibilità di compiere il "viaggio dell’anima", di liberarsi cioè dal corpo e di muoversi in ispirito nell’ultramondo, incontrandosi con le anime dei defunti per combattere contro i malandanti e garantire la fertilità della terra e l’abbondanza dei raccolti.

Quanto fosse di vero e quanto fosse di suggestione nei racconti che venivano dai verbali del Tribunale dell’inquisizione, non lo sapeva. Poco gli interessava dal punto di vista scientifico, ed ancor meno la cosa lo interessava dal punto di vista storico. Ai racconti sui benandanti, era arrivato per capire se stesso.

Sua madre gli ripeteva sempre che "era nato con la camicia". Lei forse con la frase voleva veramente riferirsi al fatto che era nato avvolto nella membrana amniotica. Lui però prendeva l’affermazione nell’accezione che la frase ha assunto nel linguaggio corrente. Non aveva motivo di darsi pensiero, se la madre lo considerava fortunato. Veramente non c’era nulla in quel che gli era capitato nella vita, per cui potesse dirsi fortunato, ma, si sa, le madri per i figli spesso stravedono...

Forse sua madre attendeva che crescesse, che avesse l’età per potergli rivelare il segreto, per dirgli che cosa intendeva veramente quando gli diceva che era nato con la camicia, ma era morta improvvisamente, quando lui era ancora un ragazzo. In seguito, quando anche il padre gli era venuto a mancare (aveva ormai quasi trent’anni, si era già laureato ed aveva iniziato a fare l’architetto) aveva cominciato a vivere strani sogni. Non erano veramente dei sogni, ma piuttosto visioni, allucinazioni, vicende immaginate e vissute nella fantasia, come se fossero realtà.

Erano sogni di processioni di anime che percorrevano di notte i sentieri della montagna. File interminabili di fiocchi di nebbia con le sembianze umane che portavano in mano delle fiaccole. Da lontano potevano essere scambiate per lucciole. Altre volte, nel sogno, gli stessi fiocchi di nebbia illuminati si affollavano all’interno del cimitero e lo facevano partecipare a strane cerimonie, recitando preghiere in un linguaggio sconosciuto.

Per cercare una spiegazione aveva cominciato a leggere tutto ciò che trovava e che aveva una qualche attinenza con l’interpretazione dei sogni, con l’aldilà, con le facoltà medianiche, e si era così imbattuto nella storia dei benandanti, trovando in quelle vicende la spiegazione dei suoi sogni.

Se c’era una qualche inspiegabile relazione tra il "nascere con la camicia" e il fare il "viaggio dell’anima", l’Inquisizione aveva potuto eliminare il fenomeno come fatto sociale, ma gli individui "fortunati" aveva continuato a sperimentare la possibilità di vivere nell’aldilà in una dimensione extracorporea. Alcuni forse erano riusciti a convivere con questa facoltà, conducendo una vita normale, malgrado i "viaggi dell’anima", altri erano certamente finiti in manicomio distrutti dall’incubo dei viaggi notturni. Lui aveva cercato di trovare una soluzione diversa approfondendo la conoscenza del fenomeno.

Forse non era vero, ma s’era immaginato che solo sulle montagne carniche fosse esistito il movimento dei benandanti. Ci doveva essere quindi nella storia di quei luoghi, qualcosa che desse la facoltà a qualche persona nata in quei paesi, in certe condizioni particolari, di vivere delle esperienze originali e straordinarie. Non riusciva a capire veramente se fosse stato l’approfondimento della conoscenza a chiarire i sogni, o ci fosse stata invece una evoluzione dei sogni, che gli aveva consentito di raggiungere la conoscenza.

Comunque quelli che nei suoi primi sogni erano soltanto dei fiocchi di nebbia (così li aveva chiamati, non trovando una immagine diversa per definire gli abbozzi di persone che popolavano la sua mente nel sonno) divennero persone definite nei lineamenti del volto ed anche negli abiti.

Scoprì allora che il suo viaggio dell’anima, risaliva la storia che si era sviluppata su quelle montagne, per ricongiungersi ai Celti, agli uomini che l’avevano abitata per primi. Era come se in lui rivivessero in successione persone diverse, di epoche diverse, e da persona a persona, gli fosse consentito di ridiscendere i gradini della storia, fino ai primi, i più remoti nel tempo.

Piuttosto che subire i Celti come incubo, piuttosto che lasciarsi condizionare dalla loro presenza nella sua immaginazione, aveva allora deciso di vivere con loro, sulla montagna che faceva da scenario ai suoi sogni, fondendo l’esperienza del giorno, con quella della notte.

Era convinto così d’essersi salvato, di aver evitato la pazzia nella quale sarebbe potuto finire, subendo continuamente la lacerazione della propria personalità, tra sogno e realtà.

Per Luciano era già stata grande la sorpresa dell’incontro con quello strano pastore e poi anche la sorpresa di quella casa piena di libri. Ciò che l’architetto gli veniva raccontando, andava oltre la sua capacità di sorprendersi. Guardava alla bocca che lasciava uscire quello strano racconto, e la barba folta che la circondava prendeva le forme d’un bosco. In mezzo, nel più folto, profondo e senza fine, c’era un baratro dal quale venivano dei suoni, e nell’aria prendevano corpo le immagini evocate da quelle parole. Il sole che illuminava la scena, si sdoppiava come filtrato tra le lacrime, per trasformarsi in quegli occhi vivaci e brillanti.

Guardava l’architetto che affermava d’essere riuscito a superare la pazzia e si chiedeva se veramente fosse il caso di credergli. Ma in quello che gli stava capitando dove finiva la logica e dove iniziava l’assurdo? Non era paradossale che nella fantasiosa idea dell’architetto di poter rivivere a ritroso la storia, trovassero una evidente spiegazione anche i racconti delle sue tre Marie? Ma allora, su quelle montagne un Architetto ben più importante dell’architetto-pastore stava sviluppando un suo disegno nel quale in qualche modo inavvertitamente anche lui era stato coinvolto! E quale poteva essere il disegno? Quale il suo ruolo?…

"Lo so che può sembrare pazzesco, quello che dico" riprese l’architetto, ma se mi hai parlato del "fascino dei Celti", forse sei l’unico che mi potrà capire. Per questo te ne parlo".

Riprese quindi a spiegargli che, a suo avviso, i sacerdoti dei Celti, i Druidi, in effetti erano degli sciamani. Avevano la capacità di vivere il viaggio estatico verso l’ultramondo e di controllare gli spiriti che lo popolano, facendosi ubbidire da loro. Così riuscivano a guarire anche gli ammalati facendoli compiere con loro il viaggio dell’anima e costringendo gli spiriti che avevano indotto la malattia, a liberare gli uomini di cui si erano impossessati.

Si era anche convinto che il viaggio dell’anima dei nati con la camicia potesse risalire di epoca in epoca, incrociandosi con il viaggio di altri benandanti defunti, per incontrarsi con il viaggio dell’anima dei primi abitanti del luogo, cioè dei Druidi. "Non riusciamo ad immaginare o concepire una situazione del genere," aggiungeva, "solo perchè non riusciamo ad immaginare la possibilità di un’altra dimensione, nella quale spazio e tempo si annullano.."

Preso dal fascino di questi racconti, Luciano non si era reso conto del passare del tempo. Quando finalmente l’occhio gli cadde sulla finestra, s’accorse che il sole era già tramontato e che stava facendosi buio. Lo prese all’improvviso la paura. Come se in quella stanza si fosse diffuso d’un tratto l’odore di qualcosa che segnalava un pericolo. Si sentì preso e pervaso da un bisogno urgente di fuggire, di abbandonare quella casa. Si ricordò d’un tratto dei racconti di Maria di Raveo e delle sue amiche d’infanzia, e si vide nella notte che stava incombendo, condotto da quello strano architetto, a seguire interminabili processioni di morti...

"Mi scusi" disse, alzandosi di scatto e interrompendogli il racconto. "Scusami, ma non m’ero accorto del passare del tempo. Avevo un impegno e devo correre, perché sono terribilmente in ritardo".

E corse in effetti per quelle centinaia di metri che separavano il casolare dal luogo in cui aveva parcheggiato la macchina. Corse, dopo aver salutato in fretta, ed aver promesso che sarebbe tornato presto. Corse, sentendosele addosso quelle presenze, nella luce incerta dell’imbrunire, nell’aria fresca della sera che lo sfiorava. Corse per annegare nella foga della corsa, l’idea degli spiriti che lo seguivano.

Quando ebbe chiuso con forza la portiera della macchina, si sentì finalmente al sicuro. Nella familiarità dell’ambiente trovò la sicurezza di chi si sveglia e riconoscendosi nei luoghi abituali, riesce a superare l’ansia con la quale si è ripreso da un incubo. Sapeva che c’erano ancora. Ma erano fuori, in un’altra dimensione, dalla quale non potevano toccarlo. Le lamiere della macchina lo separavano e proteggevano.

Decise che non sarebbe andato a dormire in paese, ma che sarebbe rientrato in città. Li sentiva infatti che lo seguivano in folla, mentre scendeva per i ripidi tornanti del S.Simeone, come se la macchina si lasciasse dietro una scia luminosa. Una volta arrivato in paese, non avrebbe avuto il coraggio di uscire dall’auto, mentre in città pensava sarebbe stato diverso. E in effetti man mano che si allontanava dalle montagne sentì che la scia si andava diradando, fino a sciogliersi del tutto. Come aveva immaginato, non potevano lasciare i monti....