Cap. 11

Artenia.

"Sono tornati!" lo aveva aggredito così, appena le aveva aperto la porta, e l’espressione voleva essere un saluto, ed allo stesso tempo una richiesta di aiuto. Era visibilmente spaventata.

"Chi, sono tornati?", chiese lui. Se ci avesse pensato avrebbe capito da sè il significato dell’espressione, ma così di brutto, mentre ancora stava aprendo la porta, senza che neppure si fosse reso conto di chi aveva davanti…

Era Maria da Mede. La fece entrare e la fece accomodare sul divano: "Vuoi qualcosa?" chiese preoccupato.

"No. No. Sono tornati..."

Capiva che aveva bisogno soltanto di sfogarsi e di raccontare e la lasciò parlare.

Erano mesi ormai, prese a dire, che non faceva i sogni da incubo che gli aveva raccontato l’anno prima. Forse era proprio da quando glieli aveva raccontati. Pensava d’esserne fuori, che fosse un modo di essere, superato con l’età, un po’ come il ciclo delle mestruazioni, e invece la notte precedente le erano tornati. Aveva sognato di nuovo.

Non c’era più Rinaldo e il cimitero, c’erano soltanto le persone vestite in modo strano con le quali si chiudeva a volte il suo sogno ricorrente. Si trovava nel prato del castello.

"Sai a quale luogo mi riferisco?"

"Certo. Viene anche chiamato la cort dal Salvàn, il cortile del Salvàn. Il nome mi ha sempre incuriosito ed ho anche cercato di trovare da dove potesse derivare. Ma senza esito. Forse sulla base di qualche leggenda, Salvan potrebbe stare per uomo selavitico, per uomo preistorico, ad indicare che il luogo era abitato prima dei romani".

"Vedi, tu lo sai mai io no. Io non lo sapevo. Fino a ieri sera sapevo soltanto che si chiamasse il prato del Castello, e tante volte, andando a funghi avevo avuto modo di notare che c’erano in effetti i ruderi di qualcosa che poteva essere stato un castello".

S’era dunque trovata in sogno, prese a raccontare, tra quei ruderi e attorno a lei c’era una folla di persone. Erano tutti vestiti con una tunica che restava molto sopra al ginocchio e sotto avevano dei calzoni dello stesso colore della tunica. Alcuni avevano anche un mantello, messo di traverso e chiuso da una fibbia su una spalla, invece che sul petto, come sono di solito i mantelli. Tutti avevano i capelli lunghi e tutti erano vestiti allo stesso modo, sì che a fatica, soltanto dai lineamenti del volto, si distinguevano le donne dagli uomini.

Accanto a lei, seduto sullo stesso muretto, in un posto sopraelevato, c’era un giovane. Nel vestito le ricordava il giovane che nei sogni precedenti, sulla tomba prendeva il posto di Rinaldo, e la folla d’ombre che si muoveva con lui. Gli altri erano raccolti sotto, chi in piedi e chi seduto, come se dovessero ascoltare un discorso. Era evidente che s’attendevano che loro due prendessero a parlare. Ma lei non sapeva che dire, si trovava come un attore in una scena che non è la sua, senza conoscere la parte. Un vecchio che stava davanti, in prima fila, come il suggeritore a teatro, la sollecitò ad iniziare.

"Parla!", le disse. Ma lei non aveva neppure l’idea di che cosa avrebbe dovuto dire.

"Ora che ha il Salvàn finalmente al suo fianco, Artenia può raccontarci la sua storia," aggiunse il vecchio rivolto agli altri. Sentendosi chiamare con quel nome, fu come se d’un tratto si fosse ricordata del suo personaggio, e nel sogno aveva quindi preso a narrare le vicende della sua vita.

"Sono nata e vissuta laggiù," e così dicendo aveva indicato con il braccio teso, la sella che s’apre a fianco del monte Simeone, sopra il lago di Cavazzo.

"La finestra tra la Carnia ed il Friuli" pensò Luciano, "attorno alla quale si era sviluppato il racconto della perpetua di Luciano.

In effetti l’ultima catena delle prealpi carniche in quel punto, sembra interrompersi per lasciare un spazio vuoto dal quale si vede la pianura, e in primo piano, sul fondale, emerge il colle del castello di Artegna. Proprio per questo, per il vantaggio dato dal fatto che i due punti erano in ottica tra loro, la storia riporta che, ancora in epoca romana erano sorti i due castelli di S.Lorenzo in montagna e di S.Martino in pianura. Dal castello in montagna si poteva segnalare a quello in pianura, l’arrivo delle orde dei barbari, dando al sistema dei castelli della pianura friulana almeno un giorno di vantaggio per organizzarsi. Non meno d’un giorno infatti, avrebbero dovuto impiegare le truppe avvistate dalle torri del castello di S.Lorenzo per raggiungere, seguendo il corso del Tagliamento, il castello di S.Martino.

Ma forse, anche se mancano notizie al riguardo, questa opportunità strategica era stata sfruttata ancora prima dei romani e infatti Maria nella parte di Artenia, ricordava proprio d’essere nata nel villaggio di Magnàn che sorgeva sul colle di S. Martino, mentre lì dove s’erano ritrovati a rievocare il loro racconto c’era il villaggio di Salvàn. (Ecco perché, pensò Luciano, il luogo porta i due nomi di prato del castello e di corte del Salvàn!).

"Lo sappiamo che sei nata laggiù," la interruppe il vecchio, "perché fin laggiù si era spinto il nostro popolo. Era venuto da oltre da oltre le alte montagne della catena del Cogliàn, e s’era distribuito in tanti villaggi sulle montagne che degradano verso la pianura, fino alle ultime propaggini delle alture di Magnàn. Ogni villaggio era autonomo, e viveva allevando il bestiame in comunità ed anche praticando l’agricoltura. La terra era di tutti, il bosco era di tutti, e tutti potevano servirsene, aiutandosi a vicenda, per diminuire la fatica d’ognuno.

Tutti avevano il necessario, e tutti allo stesso modo erano consapevoli che non avesse senso darsi da fare per procurarsi il superfluo. Vivevano quindi in perfetta armonia tra loro, in un rapporto di perfetta sintonia con la natura e con l’ambiente, pronti però a prendere le armi ed a difendersi, se qualcuno avesse minacciato la pace dei loro villaggi.

Nelle feste erano soliti riunirsi in località prestabilite. Per la festa di Imbolc, nel secondo mese dell’anno, nel pieno dell’inverno a chiamare l’arrivo della primavera, si riunivano invece a rotazione in uno dei villaggi, per festeggiare e celebrare assieme i riti in onore del Dio Unico e delle sue manifestazioni".

"Quell’anno appunto," riprese Artenia, "gli abitanti di Magnàn, assieme ad altri villaggi, s’erano dati convegno al villaggio di Salvàn".

S’era mosso il giorno prima della festa tutto il villaggio: uomini, donne e bambini. Nelle capanne sul colle avevano lasciato soltanto i vecchi, che non potevano sottoporsi alla fatica di quasi dieci ore di viaggio. Raggiunto Salvàn, dopo aver superato l’erta salita che dal greto del torrente But, porta al costone di roccia sul quale era stato costruito il villaggio, si erano sistemati ospiti nelle varie capanne.

Su come passare la notte in tanta gente nei piccoli tuguri non c’era problema, perché la notte intera e il giorno dopo si sarebbe fatto festa mangiando e danzando. Il piacere degli Dei nel ricevere i festeggiamenti sarebbe stato il piacere degli uomini nel celebrarli. Su cosa mangiare c’era ancora meno problema, perchè da giorni la gente del villaggio, uomini e donne, non faceva altro che preparare pietanze per la festa, come ancora s’usa in qualche paese della Carnia.

Lei aveva sedici anni, e tutta l’idea di rendere piacere agli dei con la foga della sua giovanile vitalità.

"M’imbattei invece con lui e tutto cambiò". Così dicendo indicava con una punta di rancore il giovane che le stava seduto accanto. "Lo vidi, e m’innamorai di lui".

Non era stata lei a scegliere. Lei non l’aveva neppure notato. Non aveva avuto il tempo di osservare se era bello o se era brutto, non aveva avuto modo di parlare con lui, per capire se era simpatico od antipatico. Non sapeva nulla di lui e tuttavia se n’era innamorata, come se le fosse scoppiato dentro un fuoco che aveva bisogno di alimentarsi con l’immagine di lui. Qualcuno, senza dubbio, aveva fatto un sortilegio. Non poteva essere diversamente...e lei era rimasta coinvolta.

Dalla dimensione degli spiriti o dalla dimensione del piccolo mondo dei folletti, qualcuno era uscito e il vortice delle coincidenze aveva voluto che fosse entrato in lei. Lo spirito giocherellone, aveva deciso di prendersi gioco di lei costringendola a dipendere da quel ragazzo che portava lo steso nome del villaggio. Nella danza non voleva accompagnarsi ad altri che a lui, lo seguiva ovunque, ovunque faceva in modo che si imbattesse in lei.

Lui non voleva saperne di lei e della sua corte perché in generale non voleva saperne delle donne, era innamorato della caccia e della guerra, non sapeva parlare che di armi e di animali. E la sua insistenza lo allontanava ancora di più, perché anche allora, l’uomo nei confronti della donna voleva essere cacciatore. Lui che era poi veramente un cacciatore, non riusciva a sopportare la sensazione d’essere cacciato.

"Abito laggiù" le indicò lei quando la luce del sole nell’aria fresca del mattino, aveva sciolto il buio della notte e consentiva di vedere distintamente nella pianura, oltre la sella del Simeone, il colle di Magnàn. Ma a lui non piaceva guardare lontano, a lui non piacevano gli orizzonti, aveva imparato a guardare nel bosco per riconoscere le tracce degli animali, e sapeva cogliere ogni minimo dettaglio, risalendo dai particolari a stabilire quale animale era passato, ed anche quanto tempo prima era passato.

In due giorni non era riuscita a strappargli neppure la promessa che si sarebbero rivisti. Vivevano in due mondi opposti, lei amante del respiro profondo dell’orizzonte, della voce flebile delle distanze, della suggestione delle albe e dei tramonti, lui affascinato dal silenzio del bosco, dalle particolarità distintive delle piante, dall’odore del muschio, dal piacere del sangue...

"Ci potremo parlare con il fuoco. Alla sera tu l’accenderai e io da laggiù lo vedrò, e risponderò accendendo un altro fuoco..."

"Con il fuoco, no," le aveva risposto senza avvertire la poesia di quella proposta, "non vorrei spaventare gli animali..."

Per giorni e giorni, cocciuta nella sua speranza, ogni sera lei aveva acceso un grande falò, raccogliendo le legna nel bosco a fianco del colle di Magnàn, ed ogni volta aveva aspettato invano di vedere un fuoco accendersi sul pianoro di Salvàn alle falde del monte Diverdalce. Invano, mentre il folletto che l’aveva presa rideva di lei della sua attesa vana. Quel riso gli scoppiava dentro facendola impazzire, doveva ad ogni costo zittirlo…

"Eppure," intervenne il vecchio, "la nostra era cultura della libertà e dell’indipendenza".

Anche lei, donna, portava i calzoni e vestiva come l’uomo. Al di là dell’esteriorità c’era una vera ed assoluta parità tra i sessi. Nella loro cultura, erano riusciti a liberare l’idea del piacere dallo scopo per farne una esperienza da vivere in sè come fatto assoluto.

In questo, dicevano, si distingue l’uomo dall’animale. Nell’animale il piacere è uno stimolo per favorire e rendere possibile la procreazione e la continuazione della specie, nella evoluzione della loro cultura erano riusciti a superare la condizione di natura, distinguendo la procreazione dal piacere.

Il piacere dei sensi era un dono che gli dei avevano dato agli uomini e che gli uomini dovevano esercitare. Onorare gli Dei significava prima di tutto utilizzare al meglio i doni avuti. Se qualcuno ti fa un dono e tu non lo utilizzi, offendi chi è stato generoso nei tuoi confronti.

È vero che gli occhi sono stati dati all’uomo perché possa vedere dove mette i piedi e poter quindi camminare. Ma l’uomo ha imparato ad usarli, prescindendo dal fine, e se ne serve per portare nella propria mente, il piacere della luce e dei colori.

Così come la vista deve essere esercitata a godere delle bellezze della natura, e l’udito a godere del piacere della musica e il gusto a gioire dei piaceri della tavola, così doveva essere esercitato il piacere che coinvolge tutto il corpo. Senza limiti, se non nel fatto che il piacere d’ognuno non può realizzarsi a danno per gli altri. Se il tuo piacere si esalta nella condivisione dell’altro è necessario che tu sappia creare le condizioni perché si verifichi una completa sintonia.

La scelta per la procreazione, per avere figli, era un’altra cosa. Non aveva nulla a che vedere con il piacere personale. La scelta andava fatta pensando che il figlio avrebbe unito ai tuoi, i caratteri di chi avevi scelto per unirsi a te, ai fini della continuazione della specie. Negli animali, a volte, la scelta viene fatta anche in funzione del fatto che maschio e femmina devono stare assieme fino alla completa autonomia del figlio. Ma loro, avevano superato anche questo condizionamento, organizzando la comunità per assolvere al compito di educare i figli. Vi provvedevano infatti i Druidi che educavano i bambini di tutta la comunità, sostituendosi ai genitori...

"Lo so, lo so," riprese Artenia "e malgrado queste idee e queste convinzioni, io m’ero invaghita di costui".

Non si era chiesta se sarebbe stato l’uomo giusto per il suo piacere, non sapeva se sarebbe stato l’uomo giusto per i suoi figli, eppure lo voleva. Così, alla cieca, per i figli e per il piacere. Non c’era altra spiegazione per un comportamento così illogico se non nello spirito burlone che aveva deciso di prendersi gioco di lei.

La causa di tutto era quel riso che le scoppiava dentro e la faceva impazzire. C’era solo un modo per farlo finire...

Ed una sera, dopo aver atteso ancora una volta invano la risposta del fuoco, si lasciò cadere nel burrone delle Laurisce, lei che Lauriscia non era...

"Alla vita non si può rinunciare", aveva sentenziato il vecchio.

"L’uomo", aveva poi continuato "ha il dovere di vivere tutto il tempo che gli è stato assegnato con il corpo. Se muore prima è costretto a restare nella sofferenza dell’incertezza tra la vita e la morte. Questo è ciò che ti è capitato, dannata a vivere nel limbo dove non c’è nè vita né morte.

Questa è la condizione dell’uomo. Per questo i nostri guerrieri combattono strenuamente, per essere sicuri che la loro morte è intervenuta solo quando è veramente scaduto il loro tempo di vivere. Quando la morte arriva al momento dovuto, è infatti la felice conquista dell’immortalità.

Per questo i guerrieri si ornano degli scalpi degli avversari, vinti dopo una difesa strenua condotta fino all’ultimo: sono i resti dei corpi delle persone alle quali loro hanno aperto le porte dell’immortalità e che, per questo, li accompagnano con la loro gratitudine e la loro benevolenza".

Anche questa volta Maria aveva riportato le parole del vecchio, alternando il discorso indiretto a quello diretto, come se stesse recitando un copione imparato a memoria. Più che dal racconto del destino di Artenia, Luciano era stato colpito da tante strane notizie, sulla cultura dei Celti. Le ultime parole gli svelavano in qualche modo il mistero di questi antenati che, secondo gli storici, si ornavano degli scalpi dei nemici, ed anche bevevano nei teschi trasformati in coppe. Dimostravano così, secondo gli storici latini, la loro ferocia e la loro barbarie. Ma la rivelazione del sogno di Maria, rovesciava radicalmente il concetto, con una interpretazione che aveva però dell’assurdo. Come si può immaginare la gratitudine di chi hai ucciso? E proprio per il fatto di averlo ucciso!

Altrettanto originale anche l’idea di distinguere il piacere in sé, dal fine della procreazione. Non l’aveva però letta da nessuna parte. Era una invenzione del sogno di Maria. Ma come poteva essersi inventata una teoria del genere? Anche se in verità, pensò, questa concezione avrebbe in qualche modo permesso di superare lo stupore di Diodoro Siculo di fronte alla tendenza all’omosessualità dei Celti.

"Benché le donne celtiche siano graziose, scrive lo storico, gli uomini non vogliono avere a che fare con loro. Preferiscono di gran lunga l’amplesso con i rappresentanti del loro stesso sesso, giacciono su pelli di animale e vi si rotolano con un amante per parte. La cosa più sorprendente è che non danno alcun peso a dignità e decenza, offrendo anzi il loro corpo senza alcuna inibizione. E non lo ritengono affatto vergognoso, offendendosi addirittura se qualcuno rifiuta gli approcci."

Alla luce d’una filosofia che richiedeva di vivere il piacere per il piacere, senza remore e condizionamenti, senza complessi di colpa ed inibizioni, quello che per lo storico era indecenza potrebbe essere stata soltanto assoluta libertà di costumi, libertà che, come aveva detto il vecchio, deve trovare un limite solo nella libertà degli altri.

E d’altra parte Maria non poteva neppure sapere del costume dei Celti di non allevare i figli in famiglia. E questa rivelazione del suo sogno, trovava invece una sicura conferma in Cesare, quando dice che I Galli ammettevano i figli alla loro presenza in pubblico solo quando avevano raggiunto l’età per il servizio militare.

Strano del resto era in assoluto l’intero sogno: che senso poteva avere un innamoramento determinato da un folletto?

Era evidentemente un richiamo alla leggenda di Cascugnìt, il folletto (lo sbilf) che faceva perdere la testa alle donne, e forse la leggenda risaliva proprio ai Celti, pensò Luciano. A credere alla leggenda, Artenia, senza accorgersi aveva senz’altro sentito le melodie dolci e struggenti, colme di una infinita dolce tristezza che lo sbilf sa suonare con il suo flauto. E le donne che sentono quel suono, vivono come trasognate, come se il loro pensiero fosse finito fuori dal mondo.

Ma le leggende sono difficili da capire al di fuori del contesto culturale nel quale sono nate. In questo caso, pensava Luciano, sia per capire Artenia che la leggenda di Cascugnìt, sarebbe stato necessario capire a fondo l’idea, che era dei Celti, ma anche di altri popoli, sull’esistenza di due mondi, del visibile e dell’invisibile, in una continua interferenza tra loro.

Un’idea che di primo acchito può sembrare strana, ma forse è la stessa che è stata recuperata anche dal cristianesimo, nell’immagine d’una continua convivenza dell’individuo con il suo angelo custode.

Maria concluso il suo racconto, s’aspettava da lui qualche parola di rassicurazione se non di conforto, Luciano se ne stava invece in silenzio ad elucubrare fantastiche relazioni tra i folletti e gli angeli custodi!

"Allora?" gli chiese Maria dopo un po’, interrompendo l’ardito arzigogolare del suo pensiero.

"Allora che?" disse riscotendosi. "I sogni sono sogni, non c’è una logica, non c’è una spiegazione. Al massimo possiamo studiarci la cabala, e giocarceli al lotto".

Cercava di sdrammatizzare, ma in effetti era lui per primo ormai a non credere si trattasse soltanto d’un sogno.