Cap. 7

Bordana.

Di confusione c’era già troppa, almeno nella sua testa. Aveva sempre creduto d’essere un laico, uno che, (era solito dire), come san Tomaso crede soltanto a ciò che vede, ma ora, dopo l’ultimo racconto di Maria gli si andava formando nella mente una teoria che aveva dell’assurdo. E pur assurda, gli sembrava credibile!

Da qualche parte c’era qualcuno che lanciava messaggi in forma di sogni. La fantascienza ci fa immaginare come possibile il fatto che dallo spazio qualcuno possa lanciare dei messaggi. Perchè non pensare che sia possibile un lancio analogo, dal tempo invece che dallo spazio?

E così, cercando di darsi una interpretazione del sogno (o della visione) di Maria, riusciva persino a immaginare che Pitagora nelle sue peregrinazioni nel Mediterraneo, si fosse veramente spinto fino ad incontrare i Carni.

Nella storia della filosofia si legge che, nell’evoluzione del pensiero greco, è stata uno sviluppo a sorpresa ed una innovazione non prevedibile, l’intuizione di Pitagora sull’immortalità dell’anima. Perché allora escludere che il filosofo sia potuto veramente venire in contatto con popoli che avevano già sviluppato una tale idea? I seguaci del filosofo, per spiegare l’originalità delle sue scoperte, sostennero che le sue rivelazioni gli venivano dal rapporto con una certa Temistoclea sacerdotessa di Delfi. Alla fin fine, pensava, è meno fantastico e più credibile ritenere che il suo rapporto, piuttosto che con una profetessa, sia avvenuto con la cultura d’una società, al di fuori della civiltà mediterranea, che aveva un pensiero filosofico più sviluppato di quello greco.

Per chi ritiene che il Mediterraneo sia stato il centro dello sviluppo della civiltà europea, l’ipotesi non può che essere valutata come una cialtroneria. Ma chissà di quanto si discosta la storia scritta, dalla vera storia dell’umanità!

Che in quegli stessi anni, nel 600 a.C., quando hanno fondato Marsiglia, i Greci abbiano risalito anche l’Adriatico, costituendo una omologa base, dall’altra parte della penisola italica non si può escludere. E questa potrebbe essere l’origine di Aquileia preromana. Non è quindi da escludere neppure che i greci siano venuti in contatto anche con le popolazioni carniche attestate sulle montagne che fanno da cerniera alla costa altoadriatica. Del resto, i ritrovamenti fatti ad Hallstatt, vicino a Salisburgo, dimostrano lo sviluppo e lo splendore raggiunto dalla civiltà celtica nell’area dell’Alpe Adria.

D’altra parte ci doveva pur essere una spiegazione al fatto che Maria aveva avuto una visione, allucinazione, sogno o che altro dir si voglia, nella quale un greco parlava del teorema di Pitagora ed un celta invece spiegava i concetti della metempsicosi o trasmigrazione delle anime. Come avevano potuto nella sua mente mettersi in relazione le due cose? Come aveva potuto riuscire ad inventare, pur nella libertà delle immagini del sogno, che in un convento disabitato, qualcuno vestito d’una strana foggia di indumenti, parlasse delle anime che vivono senza il corpo?

Per lei, il monastero era stato costruito nel Cinquecento. Lo poteva quindi immaginare abitato soltanto da frati. Poteva immaginarsi domenicani invece che cappuccini, ma non poteva pensare a frati che non esistono, con delle tuniche corte sotto alle quali si vedevano i calzoni. Lei non poteva sapere della relazione istituita dallo storico Diodoro quando dice che tra i Celti "vive ancora la fede di Pitagora nell’immortalità dell’anima e nella successiva rinascita" e tanto meno poteva pensare di rovesciare la relazione, pensando che invece sia stato Pitagora a fare propria ed a portare in Grecia, la fede dei Celti.

S’era in seguito fatto raccontare più volte da Maria quello strano sogno, e restava sempre colpito dal fatto che anche lei, come le altre Marie, la Svualda e la Mede, lo ripeteva sempre con le stesse parole, come si trattasse d’ un copione imparato a memoria, e con le identiche parole ripeteva la lezione del vecchio Druido al presunto Pitagora. Una teoria che non era quella della metempsicosi, cioè della possibilità dell’anima di trasmigrare in altri corpi, ma una sua evoluzione ancora più concettualmente raffinata: quella che l’anima viva immortale oltre il corpo.

Tra le varie congetture ed interpretazioni sulla religione dei Celti che gli studiosi vanno elaborando, nel sogno di Maria, trovava conferma quella che Luciano aveva già finito per condividere e fare sua.

I celti avevano anticipato in qualche modo il concetto di base dell’informatica moderna: tutto e riconducibile all’antinomia tra zero e uno, e quindi tra pari e dispari, tra acceso e spento. L’azione dello spegnere è irrilevante perché non è uno stato, ma un momento di passaggio. Così l’uomo, può essere corporeo od incorporeo. La morte come l’atto dello spegnere non esiste, le due condizioni dell’uomo sono la vita e l’immortalità.

Da una sorta di limbo o di Eden nel quale l’uomo vive senza la coscienza di sé, l’individuo viene gettato nella vita, a fare l’esperienza di sé, per tornare nell’immortalità con la coscienza del proprio esistere, e della propria individualità. Questa era in sintesi la loro concezione della vita.

In questa ottica, come racconta Cesare, i Celti piangevano per la nascita e gioivano per la morte. In questa ottica si possono capire, o almeno assumono un significato diverso, anche i sacrifici umani che secondo gli storici testimoniavano la "barbarie" dei Celti, e soprattutto si capisce e si spiega facilmente, lo sprezzo della vita che faceva dei Celti guerrieri terribili ed esaltati come kamikaze. La convinzione sulla migrazione dell’anima da un corpo all’altro, ricorda ancora Cesare, eliminando il timore della morte, diventa il più grande incitamento al valore. Tanto più, se invece di trasmigrazione, si può parlare di immortalità.

Della loro filosofia, l’aveva colpito anche l’importanza simbolica attribuita al numero tre. Come numero perfetto rappresentava la sintesi ed il superamento della contrapposizione tra pari e dispari, tra uno e due. Allo stesso modo, nella religione, Lug il principio, la divinità suprema, era la sintesi di Dagda e del suo contrapposto Ogmios. In una sorta di anticipazione del concetto cristiano della Trinità, immaginando che il Figlio sia il Dio del corpo, lo Spirito il Dio dell’anima, e nella morte del corpo, lo spirito possa riunirsi nell’unità del Padre.

Allo stesso modo l’uomo, dallo stato di essere, con la nascita, entra nello stato dell’esperienza e quindi della conoscenza, per riunirsi al Principio, dopo la morte, nella sintesi di essere cosciente immortale.

Avrebbe dovuto farsi consigliare da qualcuno più esperto di lui. Non aveva una preparazione filosofica e teologica sufficiente per lasciarsi andare ad interpretazioni così spinte. Ma a chi avrebbe potuto rivolgersi, senza essere preso per pazzo? C’era una sua amica che, in pensione come insegnante, aveva deciso di laurearsi in teologia, forse da lei avrebbe potuto avere qualche lume...

L’avrebbe dovuta contattare, e soprattutto avrebbe dovuto contattare qualcuno che gli potesse smontare quella pazza teoria sui messaggi venuti dal tempo. Mentre ci pensava, venne casualmente a sapere che a Bordano c’era qualcuno che s’era fatta una competenza particolare nella filosofia e nella religione dei Celti. In attesa di trovare altre strade aveva anche deciso di contattare questa persona, che aveva poi saputo essere un architetto.

"Perché un architetto?", si chiedeva percorrendo la strada che dopo aver fiancheggiato il lago di Cavazzo, sale accompagnata da una parte e dell'altra dalle case di Interneppo, per raggiungere la sella ai piedi del monte S.Simeone, e poi scendere a Bordano, "e perché mai in questo paese già fuori dalla Carnia, che non può avere nulla a che vedere con i Celti?" Così almeno pensava, finché non si imbattè nella perpetua.

Stava cercando del parroco del paese, che conosceva, per avere maggiori ragguagli sul fantomatico architetto esperto di Celti. La vecchia che aveva risposto "avanti!" al suo bussare alla porta della canonica, gli spiegò che il parroco non c’era, ma che sarebbe arrivato a minuti e che quindi poteva accomodarsi ad attenderlo. Chiese anche d’essere scusata perché non s’era alzata ad aprirgli la porta. "Sa, l’età, gli acciacchi…"

"Capisco, capisco, non si faccia un problema, commentò lui, accomodandosi al tavolo che occupava il centro della stanza, prendendo posto sulla sedia più vicina all’ingresso. "Non ha meno di novant’anni" pensò, incrociando gli occhi di lei che lo stavano scrutando ed analizzando con estrema attenzione e grande curiosità, quasi a volerlo vivisezionare.

Era seduta su una sedia appoggiata alla parete di fronte all’ingresso. Sferruzzava, ma senza guardare al lavoro, come se le sue mani si muovessero autonomamente per una sorta d’inerzia che la costringeva a continuare in quell’esercizio fatto per tutta la vita. Le mani giravano attorno al filo e gli occhi percorrevano un loro filo logico, analizzando il nuovo arrivato, insistendo senza alcun pudore a ripercorrerlo dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa.

Luciano si sentiva imbarazzato per l’insistenza di quello sguardo addosso ed era pentito d’essersi intrattenuto. Avrebbe potuto cavarsela con un "torno più tardi", per attendere il prete all’esterno, e invece s’era messo nelle condizioni di non potersi sottrarre all’inquisizione di quei due occhi che tra le rughe del viso raggrinzito, avevano mantenuto la vivacità e la curiosità di due occhi da bambino. La vecchia peraltro non si accontentò dell’anamnesi visiva, finita l’analisi oculare, passò alle domande, con altrettanta mancanza di pudore. "Perché vuol vedere il parroco?"

"Non sono fatti suoi!" sarebbe stata la risposta più logica, ma anche la più impossibile per il rispetto che richiedeva l’età della vecchia. Pensò di sconcertarla con la verità e le disse:

"Sono qui per chiedergli qualcosa dei Celti". Invece che stupirsi la vecchia gli diede l’impressione di trovare del tutto normale la domanda.

"Allora è cascato bene" disse, "perché la storia dei celti la so io meglio di lui"

"Quale storia?"

"Quella dei Celti a Bordano. Sulla Bibbia e sul Vangelo, non metto lingua, anche se alle volte… ma sui Celti, ne so più di lui."

Non aveva neppure fatto in tempo a dirle che in verità lui non sapeva neppure esistesse una storia dei Celti a Bordano, che era venuto soltanto per sapere qualcosa sull’architetto, che anzi gli sembrava strano si potesse parlare di Celti fuori dalla Carnia, dal momento che si era convinto che si fossero insediati soltanto sulle montagne…lei, non gli aveva lasciato la possibilità di aprire bocca, ed aveva preso a spiegare, come se glielo avesse espressamente chiesto, con un racconto, evidentemente già detto mille volte, ripetuto ancora una volta con le stesse parole.

A quei tempi, aveva preso a dire, Bordano, il nostro paese stava a guardia della porta di passaggio tra la Carnia ed il Friuli. Come è oggi, messo in disparte dalla storia, "al di là dell’acqua" del fiume Tagliamento, non sta proprio a guardia di nulla. Ma una volta, la strada principale passava di là. I romani infatti non si fidavano dei fiumi, sapevano delle piene impetuose e imprevedibili, per questo tracciavano le strade lontano dagli alvei che potevano allagarsi creando problemi alla viabilità. La strada per salire dal Friuli in Carnia appunto, invece che seguire il corso del fiume, deviava per l’ampia sella tra i monti S.Simeone e Naruvint, che ora sembra costituire una finestra naturale per consentire agli abitanti della Carnia di intravedere uno squarcio del Friuli, ed a quelli del Friuli di godere della bellezza del panorama della catena del Cogliàns. La sella, a quel tempo, oltre che la finestra, costituiva anche la porta dalla Carnia sul Friuli.

Il preambolo storico geografico, aveva il preciso scopo di far intendere che quella che andava raccontando non era una leggenda ma che si trattava di una "storia" vera che lei aveva sentito da sua nonna, che a sua volta l’aveva sentita dalla nonna. Di nonna in nonna, giurava la vecchia, iniziando il racconto, la storia risaliva a quelli che erano stati i testimoni.

"No, è proprio una storia vera", ribadì notando la perplessità di Luciano, che s’era ben guardato tuttavia di fare qualche commento e di esprimere i suoi dubbi, e poi iniziò a raccontare, assorta ad un tempo nel racconto e nel lavoro a maglia, con il quale si accompagnava come se, in qualche modo i due ferri potessero essere gli strumenti del racconto.

A quel tempo, continuò a dire, il nostro paese non c’era ancora. I primi uomini che vennero ad abitare da queste parti, costruirono le loro capanne nell’altopiano sul monte S.Simeone. Perché sul monte? Si domandava, per dare enfasi al suo discorso. Perché erano Celti. Si rispondeva dopo un attimo di pausa.

I Celti, (spiegava poi con sicurezza incurante delle perplessità che sull’argomento anima il dibattito tra gli storici) entrati dal passo di monte Croce, si erano insediati in Carnia, scegliendo gli altopiani o i terrazzi di mezzacosta, piuttosto che i fondovalle per insediare i loro villaggi. Sulla nostra montagna, dalla quale si domina tutta la pianura friulana fino al mare, avevano costituito una sorta di avamposto per tenere sotto controllo i movimenti dei popoli della pianura, prima i Veneti e poi i Romani.

Per quel che occorreva ad un popolo di pastori, sulla montagna c’era tutto: c’era l’acqua, c’erano i prati e c’era l’orizzonte. Cosa c’entra l’orizzonte? I celti avevano una grande sensibilità, erano dei poeti, e sceglievano per insediare i loro villaggi, località dove si potessero ammirare panorami di ampio respiro, dove si potesse sentir salire, come loro dicevano "il respiro della valle". E sul S. Simeone non sale soltanto il respiro d’una valle, ma di tutta l’ampia pianura friulana.

Sulla montagna si sviluppò negli anni un piccolo villaggio. Vissero in pace i celti, in quella sorta di paradiso sospeso tra cielo e terra, per un paio di secoli, finché non arrivarono i romani ad imporre la loro presunta civiltà. Per la necessità di presidiare il passo, i terreni che danno verso il Tagliamento, furono assegnati, come era usanza, ad un gruppo di veterani che veniva dal Salento, in cambio appunto dell’impegno a difendere il passaggio tra la Carnia ed il Friuli.

Gli abitanti del villaggio sotto il monte, erano entrati presto in contatto con gli abitanti del villaggio di sopra, e se anche gli uni erano latini e gli altri celti si era realizzata subito un intesa. La povera gente non ha mai interesse a farsi la guerra. La differenza di etnia o di religione diventa un motivo di scontro solo quando i grandi vogliono inventarsi una scusa per contrapporsi e farsi la guerra, e per il loro giochi di potere costringono anche la gente a schierarsi da una parte e dall’altra.

Gli uni erano originari del centro Europa, gli altri del Mediterraneo, gli uni facevano sacrifici a Beleno, gli altri a Giove. Per entrambi però il problema principale era quello d’arrangiarsi a sopravvivere, perchè alla fine sia Beleno che Giove toglievano loro qualcosa attraverso le offerte che la religione imponeva di fare ai sacerdoti, ma non era poi così sicuro che questi dei, potessero veramente dar loro una mano, in quelle che sono le necessità quotidiane, per poter infilare un giorno sopra l’altro, con tante bocche da sfamare.

Malgrado la differenza di lingua presero a frequentarsi ed anche a scambiarsi i prodotti, e l’andirivieni di celti e latini, segnò il primo sentiero che dalla sella porta al monte S.Simeone. Presero anche a partecipare alle rispettive feste e in particolare la festa di Samhain che il Celti celebravano il primo novembre, finì per diventare una festa comune.

Per i celti era la festa della relazione tra la vita e la morte, della chiusura della stagione del sole, per entrare nella stagione della notte. Fino a quel giorno nelle capanne il fuoco veniva acceso soltanto per cuocere i cibi. Da quel giorno invece, e per tutto l’inverno sarebbe stato mantenuto acceso sempre, per riscaldare la capanna, e per tenere lontano gli spiriti dell’inverno, la notte dell’anno. Per questo, il giorno di Samhain, il Druido, il sacerdote della loro religione, sul far della sera , nella valle di sotto, ove ora sorge la chiesetta di S.Simeone, appiccava il fuoco ad un grande falò, dal quale ognuno poi accendeva una torcia che si portava a casa, per accendere il fuoco nel proprio focolare.

La festa coincideva anche con il momento nel quale il bestiame doveva essere messo nelle stalle per trascorrervi la stagione fredda. E quello era per tradizione il giorno della selezione, della macellazione, e della preparazione della carne salata per l’inverno. Era quindi la grande festa del popolo dei pastori, come oltre un mese più tardi il popolo dei contadini a valle, avrebbe fatto festa per l’uccisione del maiale.

Erano originari da terre opposte e lontane dell’Europa, eppure nelle tradizioni c’era qualcosa che li univa! Come li univa la convinzione che quella fosse la notte dei morti.

Per i celti era la magica notte di Samhain, la notte nella quale si aprivano le porte dell’Aldilà e i morti venivano a intrattenersi con i vivi, come pure faceva quella notte il "piccolo popolo" degli esseri non umani. Per i latini era la festa degli antenati, dei Lari, che gli abitanti del villaggio ai piedi del S.Simeone, finirono per celebrare in modo del tutto originale, recandosi sul monte invece che al cimitero. Ancor oggi, sottolineava la vecchia, interrompendo per un momento il lavoro a maglia, nel nostro paese si ritiene che la sera dei morti, i nostri defunti salgano sul monte S.Simeone, e che, sulla via del ritorno, passino poi a visitare le loro case. E le tradizioni non nascono a caso!…

Alla mattina, (riprendeva il racconto, assieme al movimento dei ferri), i latini salivano sul monte per aiutare i celti nella macellazione del bestiame, poi a sera partecipavano alla festa per l’accensione del fuoco, accomunati dalla suggestione dei bagliori del falò che s’incrociavano con i riflessi del tramonto che incendiava le ultime propaggini delle dolomiti carniche, gli uni pensavano all’immortalità gli altri alla resurrezione.

Infine, anche gli uomini della pianura, accendevano le loro torce nel grande falò, per poi scendere al villaggio, ad accendere il fuoco nelle loro case. Da tutta la pianura friulana la gente mentre accendeva fiaccole ai propri defunti, ammirava quel grande punto di fuoco sul S.Simeone e quella catena di piccole luce che si snodava sinuosa seguendo i ripidi tornanti del sentiero.

Così per anni...E non a caso, ribadiva ancora la vecchia, anche oggi a Bordano, si dice che la sera di Ognissanti, i morti escono dalle loro tombe per salire sul S.Simeone. Forse nella dimensione senza corpo la festa tra celti e latini continua ancora…

Ma nella storia invece, ci fu la guerra. Qualcuno a Roma aveva deciso che anche la Carnia era dei Romani, e presero allora ad avanzare minacciose le cohorti, salendo le valli carniche. I celti si ritirarono, alcuni ripassarono le alpi, altri si attestarono negli altopiani meno accessibili. Quelli del S.Simeone restarono isolati e si convinsero che avrebbero potuto continuare ad abitare sull’altopiano, perché nessuno si sarebbe interessato ad un piccolo gruppo di capanne, isolato su una montagna. I rapporti del villaggio di sopra con quello di sotto continuarono, anche se nel frattempo sulla sella ai piedi del S.Simeone s’era insediata una vera e propria guarnigione di soldati romani.

Anzi, destino volle che la figlia del comandante la guarnigione, si innamorasse di Bor Dano, il figlio del capovillaggio dei celti. Il padre l’aveva sconsigliata, aveva provato in tutti i modi a far si che non si frequentassero. La storia avrebbe potuto cambiare, le continuava a ripetere, e quando cambia, guai a chi si fa trovare nei suoi ingranaggi.

La figlia però non pensava alla storia di Roma, pensava soltanto alla sua, stregata com’era dal fascino di quel ragazzo dai biondi capelli lunghi dagli occhi azzurri, profondi e trasparenti come le acque del lago. Saliva rapida come una cerbiatta sul ripido sentiero, mentre lui come se in qualche modo l’avesse sentita venire, scendeva a grandi balzi. S’incontravano ogni giorno sul "pulpito", uno sperone di roccia aggettante sulla valle, da dove meglio si gode l’ampio panorama che si apre sulla pianura. La fessura del mare che, lontano, segnava il passaggio tra la terra ed il cielo, sembrava loro la linea dell’infinito, dove era possibile inserire senza alcun limite i loro sogni, dove era possibile far crescere speranze senza confini.

La guarnigione romana sapeva che non c’era nulla da temere da quel villaggio di pastori, anche se erano Celti, ed avevano delle armi. Ma ad Aquileia, quando si seppe di quella postazione nemica rimasta dietro le retrovie, parve strano che la guarnigione ai piedi del monte, non avesse gia provveduto ad eliminare quella sacca di resistenza. Si decise di mandare una intera cohorte ad eliminare quell’anomalia.

Quel giorno sul far della sera dalla pianura si vide sul S. Simeone un fuoco molto più grande di quello della festa di Samhain. Pareva si fosse incendiata la montagna. Ma non ricorreva la festa di Samhain, e non ci furono più feste di Shamain sul S.Simeone.

Erano stati uccisi tutti, ed i loro corpi erano stati arsi assieme alle capanne. Così almeno aveva riferito il comandante della cohorte. Ma invece uno era rimasto. Forse era il Druido che era riuscito a nascondersi e si era salvato…

Uno solo era rimasto. Almeno così si diceva. Nessuno infatti l’aveva visto. Nella sua solitudine, covando l’odio per la strage dei suoi, era diventato feroce come un animale ferito. Aggrediva chiunque gli si avvicinava. E si cominciò a raccontare di gente che aveva avuto il coraggio di salire sul monte e che non aveva fatto ritorno, di gente che era stata sbranata... Si parlò d’un uomo che in verità non era un uomo, ma un lupo... di ululati che nelle notti di luna piena riempivano il bosco di faggi che copre la cima più alta del monte, che fu soprannominata appunto la cima del Lòf, (del Lupo in lingua friulana).

Erano passati quasi cento anni da quando i celti erano stati sterminati, ed ancora le nonne raccontavano alle nipoti ciò che aveva combinato e stava combinando sul monte quell’ultimo celta mezzo uomo e mezzo lupo.

"Ma non è possibile! Sia che si tratti d’un uomo, sia che si tratti d’un lupo, dopo tanti anni non può che essere morto".

"Eppure!" aveva soltanto saputo replicare la vecchia. "Eppure, Bordana, devi credere che è così". Bordana non era sua nipote, ma la vecchia centenaria che abitava nella casa vicina al comando della guarnigione, la trattava come se lo fosse. Lei non s’era sposata, non aveva nipoti cui raccontare le storie, lei era rimasta legata ai sogni con Bor Dano sul "pulpito" guardando l’infinito. Ed ora s’era affezionata a questa giovane, venuta da Roma, con un nome così stranamente simile a quello del suo ragazzo.

"Che coincidenza!" si diceva, "chissà se è di triste presagio!". Ma questi commenti li teneva per sè, ed alla ragazza non aveva neppure rivelato d’essere la protagonista di quel racconto. Il suo viso, mentre raccontava, incartapecorito dal tempo e dal dolore, pareva quello d’una statua, non lasciava trasparire alcun sentimento.

Bordana era la figlia del nuovo comandante la guarnigione romana posta a difesa della sella di ingresso alla Carnia. Ora il passaggio era diventato importate, la strada era stata definitivamente sistemata e lastricata. Bordana aveva dovuto lasciare Roma, con tutta la famiglia seguendo il padre. Era bella, piena di vita, da bambina aveva sognato di poter partecipare alle feste della capitale ed ora che aveva finalmente vent’anni, si ritrovava in una sperduta parte di mondo sulle prealpi carniche a sentire raccontare le avventure impossibili d’un uomo ultracentenario che sbranava le persone.

Per rompere la noia del succedersi dei giorni nella monotonia del quotidiano tra quelle quattro casupole, addossate ai tornanti della strada che dal fiume si inerpica fino alla sella, decise che sarebbe salita sul monte per sfatare la leggenda del celta. Si sarebbe fatta accompagnare da Tarneppus, il giovane attendente di suo padre.

Quando gli fece la proposta, il giovane, che aveva sentito delle leggende riguardanti la montagna, esitò:

"Sai, si dice che nessuno è mai tornato vivo da lassù"

"Sono discorsi da femminucce", replicò lei.

Toccato sul vivo da una provocazione così pesante fatta da una donna ad un soldato, o forse soprattutto perché si sentiva del tenero nei confronti della figlia del suo comandante, il giovane Tarneppus alla fine si arrese alle insistenze della ragazza.

Il giorno programmato per la spedizione, il S.Simeone pareva imbronciato con un cappello più grande del solito. Molto spesso, anche ora, attorno alla cima del monte, s’addensa una nube come un grande cappello, per cui gli abitanti della pianura per farsi le previsioni del tempo, guardano al S.Simeone per controllare da che parte si mette il cappello. A Bordano invece si diceva che le nubi s’abbassavano fino al avvolgere la cima della montagna per consentire a S.Pietro di scendere a far tribunale assieme a S.Simeone.

Quel giorno però, il cappello era più fitto e più nero del solito, e già questo avrebbe dovuto indurre i due giovani a desistere. Ma Bordana era una ragazza di carattere, e Tarneppus, come capita a tutti i giovani, a tu per tu con una bella ragazza, non riusciva a dir di no.

Salirono velocemente la prima parte della montagna, anche se non era facile trovare le tracce del sentiero abbandonato da tanti anni. Le cose si complicarono terribilmente quando entrarono nella nube che copriva la parte alta della montagna. Erano arrivati al tornante ove oggi si trova l’ancona detta di S. Simonino.

"Guarda che ci sono strapiombi impressionanti." Fece notare lui. "Dobbiamo rientrare. Ritenteremo un’altra volta". Così dicendo era tornato qualche passo indietro. Lei invece aveva fatto la curva ed era avanzata di qualche passo, sul tornante superiore.

"Torniamo indietro!" la supplicava lui. "Ci perderemo."

"Di che cosa hai paura. Ci fermiamo un momento per lasciare che si diradi la nebbia, e poi potremo proseguire. La cima non dovrebbe essere distante".

Fu allora che dalla nebbia uscì un grido, un urlo straziante.

Non era un suono che venisse da un punto preciso. Sembrava piuttosto che tutta quella nebbia si fosse trasformata in quel grido disperato. Un grido di dolore e di rabbia che racchiudeva in sè infinite grida di dolore, infinite espressioni di rabbia.

I due giovani restarono come paralizzati. Non c’era direzione per scappare perché non c’era direzione dalla quale veniva l’urlo, come se in un certo senso fosse scoppiato dentro a loro.

Poi finalmente quell’urlo spaventoso parve smorzarsi, affievolendosi come se la nebbia lo stesse assorbendo verso la sommità del monte. Nello stesso tempo, in alto, in corrispondenza della cima della montagna, emerse dalla nebbia un punto luminoso. Mentre il suono si affievoliva, la luce prendeva vigore e si dilatava, penetrando la nebbia come se il suono si fosse tramutato in luce, come se quell’urlo orribile si fosse trasformato in quella luce irreale. La nube sulla montagna divenne una nube di fuoco, forse come quella che un secolo prima, s’era vista la sera della fine dei Celti.

Poi nella luce, lentamente, prese corpo una figura d’uomo. Era un giovane bellissimo, con i capelli lunghi e biondi e gli occhi azzurri. "E" quello del racconto ", pensò Bordana , e invece che preoccuparsi si sentì rassicurata. "E’ quello dei miei sogni" mormorò, e fiduciosa si mosse verso di lui.

Fu allora, appena lei si mosse, che il bellissimo giovane pieno di luce, d’un tratto, come per incanto, si trasformò in un mostro orribile. Era un drago con tre teste, dalle tre bocche uscivano lingue di fuoco e allo stesso tempo, riprese ad uscire quell’urlo terribile: assieme un sibilo di serpente, un latrato di lupo ed un rantolo umano.

La ragazza, quando vide il drago muoversi verso di lei, riuscì a raccogliere tutte le sue forze per girarsi a correre. La voce paralizzata dal terrore, si sbloccò in una invocazione straziante e disperata di aiuto. Tarneppus forse non era neppure un eroe, ma se anche lo fosse stato, neanche per un eroe sarebbe stato facile trovare il coraggio per sguainare la spada ed affrontare quel mostro. Comunque, non si mosse. La vide correre nella nebbia, che s’era diradata, e poi sparire come se il grido di aiuto, fosse stato assorbito nel vuoto. Per lo spavento lei non si era ricordata che la strada girava, e senza accorgersi s’era lanciata nel crepaccio della montagna che in quel punto strapiomba.

Quando Tarneppus, che era svenuto per lo spavento, si risvegliò, la nebbia non c’era più, le nubi s’erano diradate ed era apparso il sole. Il bosco del S.Simeone risplendeva in mille sfumature di verde e sotto, la pianura friulana s’apriva in un respiro luminoso appena incrinato dal rincorrersi delle quinte di colline digradanti. Il paesaggio prima marcato si scioglieva a poco a poco in una nebbiolina azzurra che finiva per confondersi con la grigia nebbiolina nella quale sfumava la volta del cielo. E in mezzo, ove i due colori si fondevano, come in una fessura tra la terra ed il cielo, s’intravedeva una striscia di mare..

Di Bordana non si seppe più nulla. Il suo corpo non fu mai trovato, malgrado tutto il villaggio si fosse impegnato nella ricerca sul costone della montagna sul quale, secondo il racconto di Tarneppus, era caduta. La cercarono sui ghiaioni, la cercarono sulle cengie, ma invano…

La spiegazione della scomparsa misteriosa la diede Jòchile la maga che viveva in una grotta sul Narnuvìnt, la montagna di fronte. Raccontò che lei l’aveva vista cadere. Era sbucata come un uccello dalla nube che copriva la vetta della montagna, poi aveva preso a scendere, cullandosi nel vento, come una foglia che d’autunno cade dall’albero. Infine si era rimpicciolita fino a diventare una specie di farfalla, e, come una farfalla, invece che posarsi a terra, era tornata sul monte, a cercare l’immagine di quel giovane bellissimo che aveva potuto vedere soltanto per qualche attimo.

Bordana, la prima delle tante farfalle che hanno scelto di vivere su quella montagna, che per tutti ormai, è diventata la montagna delle farfalle. Tante farfalle a salire il monte, commentava la vecchia, attratte anche loro dall’illusione che aveva richiamato quella prima farfalla...

E per tanti secoli su quella montagna non salirono che le farfalle. Nessun persona ebbe più il coraggio di sfidare il mistero del celta che era rimasto a difendere la memoria del suo villaggio e che s’era trasformato in un drago. Solo più tardi, nel Medioevo, quando il paese s’era molto sviluppato attorno al cippo che il comandante della guarnigione aveva voluto erigere a ricordo della figlia, qualcuno pensò fosse necessario ritentare l’impresa.

Il paese era grande ed i pascoli erano pochi. Sulle pendici del monte a fatica potevano pascolare le capre. Si doveva in qualche modo trovare la soluzione per utilizzare anche i pascoli che, si raccontava, c’erano sulla montagna. Ma chi aveva il coraggio di sfidare il drago?

Finalmente si presentò un monaco, un seguace di S.Simeone stilita, e si offrì di andare a vivere sulla montagna. Il suo maestro aveva passato tanti anni in cima ad una colonna, lui l’avrebbe imitato, ritirandosi su quella montagna che si ergeva come una colonna isolata ai limiti della pianura friulana. La sua preghiera, era sicuro, avrebbe sconfitto ogni drago.

Si fece fare una croce di legno, con la base appuntita per poterla piantare nel terreno. S’avviò quindi verso il monte, portandosi sulla spalla la croce, come se quello fosse il suo calvario. Quando fu sulla sommità del precipizio, da dove, come gli avevano detto, era caduta la ragazza, con tutta la forza che aveva, conficcò la croce tra due sassi, sull’orlo del burrone.

Fu come se l’avesse conficcata nella carne del drago, invece che nella terra. L’urlo di dolore dell’animale ferito a morte echeggiò di balza in balza, entrò negli anfratti, e la montagna s’agitò come se le rocce fossero diventate il corpo del drago. Poi tutto tornò silenzio, come se il drago fosse stato assorbito nella montagna, e il silenzio della natura l’avesse costretto al silenzio.

L’Orcolàt, così fu chiamato il drago, vive da allora dentro alla montagna, come un orso in letargo. Non è più un pericolo per nessuno. Solo ogni tanto s’agita nel sonno, e tutta la montagna allora si scuote nelle vibrazioni del terremoto.

Sulle orme di frate Simone gli abitanti del paese avevano preso coraggio e avevano cominciato a portare i loro animali al pascolo sulla montagna. Erano stati poi costruiti i ricoveri per l’alpeggio ed era stato sistemato il sentiero di accesso perché fosse percorribile anche alle mucche. Il frate, che per rispetto del santo di cui s’era detto discepolo, tutti chiamavano Simeone il piccolo o Simonino, s’era sistemato nel pianoro di Val di sotto, dove c’erano ancora i resti del villaggio dei celti. Con i sassi delle basi delle loro capanne, un poco alla volta, s’era costruito il romitorio ed una piccola chiesa

Quando il santo uomo, venne a morire, nel luogo ove aveva costruito la sua capanna di eremita, gli abitanti di Bordano costruirono una chiesa dedicata allo stesso tempo al frate e al santo suo maestro. Per loro, al di la d’ogni ufficialità canonica, era più santo il loro frate che aveva osato liberare la montagna dal drago, che il suo maestro vissuto a meditare in cima ad una colonna.

Il tempo e la storia però spesso cambiano le cose. Anche nel nostro caso, col tempo la chiesa e tutta la montagna finirono per prendere soltanto il nome di S. Simeone, che non aveva avuto nulla a che fare con le vicende di quei luoghi. A Simonino, che ben si sarebbe meritato, di dare il nome alla montagna, resta intitolata soltanto una modesta ancona, eretta nel posto ove aveva conficcato la croce sconfiggendo il drago.

Alle volte si inventano le leggende a spiegare i luoghi, alle volte sono invece i luoghi a far nascere le leggende. Malgrado le proteste della vecchia, Luciano non aveva dubbi si trattasse d’una leggenda per giustificare in qualche modo i nomi sia della montagna che dei due paesi, Interneppo e Bordano, posti a guardia, da una parte e dall’altra, della sella che fa da finestra alla Carnia verso il Friuli.

Ma già il fatto che si fosse imbattuto nella perpetua e nella sua leggenda sui celti, ora anche a lui sembrava più che una coincidenza. C’era un presagio in quel racconto, pensava Luciano, come era stato un presagio il fatto che una ragazza venuta da Roma, portasse pur nella diversità delle lingua, un nome quasi identico a quello d’un celta.