Cap. 2.

I celti.

Che fosse qualcosa di più e di diverso da un sogno, Maria l’aveva subito pensato. Per come s’era addormentata, per la vivezza del ricordo, che le si era impresso nella mente anche nei dettagli più secondari, per le parole che ricordava, alla lettera, come una poesia mandata a memoria

Se avesse raccontato a qualche amica ciò che le era capitato, l’avrebbe presa in giro chissà per quanto tempo. Capitato? Vissuto? O solo sognato? Non riusciva veramente a rendersi conto, non si ricordava mai dei sogni. Aveva letto che tutti sognano, ma mentre sua fratello alla mattina le raccontava fin nei minimi particolari le vicende che aveva vissuto nei sogni durante la notte, lei non si ricordava mai neppure d’aver sognato. A volte sì, aveva qualche ricordo, ma più che altro una sensazione, piuttosto che una precisa memoria di aver vissuto dormendo una qualche situazione.

E invece, del sogno fatto mentre s’era appisolata sul Sorantri, ricordava tutto, nei dettagli meno rilevanti. Non solo ricordava come si erano svolti i fatti, ma anche le sensazioni e le emozioni provate. Era come se veramente avesse vissuto l’incontro con Lauriscia.

Con le amiche, no, non poteva parlare, anche perché non l’avrebbero capita. Ce n’era una con la quale andava perfettamente d’accordo, che la veniva ad aiutare per casa, che, dopo la morte del fratello, s’era fermata più volte a farle compagnia anche la notte. Tra loro sembrava ci fosse una intesa perfetta. Ma era l’intesa sul come organizzarsi per stare assieme, l’intesa sul piano delle sensazioni e delle emozioni. L’intesa dei sentimenti era un’altra cosa. Questa intesa Maria s’era abituata a trovarla con sé, ad affinare e sublimare nel confronto con se stessa il proprio pensiero, e così non aveva mai avuto bisogno di parlare di sé con gli altri, e neppure con il fratello.

Ma questa volta era diverso! Questa volta sentiva l’urgenza e la necessità di parlare con qualcuno, di confidare ad altri quello che aveva visto, o creduto di vedere, sentito, a creduto di sentire. Ma con chi? La gente del paese la considerava già poco a posto, così sola in quella grande casa, tutta presa tra libri e fiori. Con il vecchio parroco? Nella migliore delle ipotesi l’avrebbe consigliata a far dire una messa per quell’anima dannata, con quel nome così strano, e così poco cristiano…

Il gioco delle coincidenze aveva voluto che proprio quel giorno fosse passato a farle visita lui, Luciano. Maria lo conosceva da molto tempo. Era stato un amico di famiglia ed era diventato un suo amico. Era stato l’assistente di suo fratello, quando faceva il primario in ospedale. Morto l’amico, Luciano aveva mantenuto il rapporto con la sorella, alla quale faceva visita spesso. Si fermava con lei a pranzo o a cena, e finivano sempre a parlare di quando c’era anche "lui", di come era morto, ancor troppo giovane in un incidente d’auto, di come era bravo, di come era generoso.

In verità, dire che Maria viveva sola, era inesatto. Con lei, ad ogni effetto, c’era ancora il fratello, anche se era morto da oltre un anno. Lo si incontrava nelle stanze, rinchiuso nelle antiche librerie piene di vecchi libri di medicina, lo si incontrava nei mobili e negli oggetti che si finiva sempre per scoprire che erano stati acquistati da lui, lo si incontrava negli alberi del giardino, che erano tutti stati piantati da lui.

"Con le sue mani!" Perché il fratello, (almeno come veniva ricordato da lei), che nel giudizio della gente, sembrava così distaccato dalla realtà e dal mondo, sapeva invece, a suo dire, essere ad un tempo uomo di pensiero e di azione, amava i libri, ma anche la casa, sentiva il piacere di star solo a riflettere, ma anche quello di lasciare un segno nelle cose che lo attorniavano.

E i segni che aveva lasciato, si ritrovavano dappertutto nella casa. Poi, quando arrivava Luciano, attraverso quei segni, come se fosse stato rievocato, sembrava emergere di nuovo dalla memoria, irrompere di nuovo dalle cose, e riprendersi le stanze, la corte, il giardino. Non si parlava che di lui...

Questa volta però, appena aveva visto arrivare Luciano, Maria si era subito detta che il tema dell’incontro avrebbe dovuto essere un altro. Le coincidenze le avevano fatto incontrare la persona ideale, per risolvere il suo bisogno di confrontarsi con qualcuno. La persona a cui avrebbe dovuto pensare da subito per confidarsi, ed alla quale invece, stranamente, non aveva pensato, si era presentata di sua iniziativa. Avrebbe voluto confidargli immediatamente il suo segreto, ma non era facile. Da un lato sentiva il bisogno di parlare, dall’altro voleva trovare il modo di entrare nel discorso come per caso, per non far trasparire nelle sue parole, la preoccupazione che aveva lasciato in lei quel sogno.

Era un amico, certamente. Ma era poi sicura che anche Luciano non l’avrebbe presa in giro? Soprattutto se non fosse riuscita a dar l’impressione che gli faceva il racconto di quel sogno, così tanto per dire qualcosa, per riempire il discorso? Come l’avrebbe giudicata se si fosse accorto invece che quel sogno (che forse era qualcosa di più che un sogno!) invece l’aveva profondamente turbata?

Finito il pranzo, si erano messi a chiacchierare nel giardino. Parlavano, come al solito, del fratello. Maria capiva che doveva approfittare di quei minuti prima che l’amico decidesse di ripartire...

"Era anche un po’ psicologo e in un certo senso psicoterapeuta" disse lei.

"Certo! Diceva che il bravo medico deve prima di tutto capire il paziente, metterlo nelle condizioni di confidarsi, farsi raccontare tutto di lui e non solo i fatti, ma anche i sogni...

"A proposito di sogni, lo interruppe, cogliendo il riferimento di quella parola, per portalo finalmente al discorso che voleva introdurre, te ne posso raccontare uno strano, che ho fatto in questi giorni?"

"Certo!" disse lui, per cortesia, ma forse anche lieto che finalmente si potesse cambiare argomento. "Ma non mi hai sempre detto di non aver sogni da raccontare?"

"In effetti! Già questa è una stranezza... che me lo ricordi... ma poi anche come mi sono addormentata..."

Aveva così preso a raccontare all’amico della passeggiata sul Sorantri, di come si era addormentata (mentre non le era mai capitato prima di addormentarsi in giro per la campagna) di quello che aveva sognato, con un ricordo così lucido e vivo, anche nei particolari insignificanti, di come si era svegliata, con negli occhi l’immagine di quel rogo originale.

Aveva parlato fissando l’erba del prato come per concentrarsi meglio nel ricordo e per non lasciarsi distrarre dallo sguardo (che immaginava svogliato e forse anche irridente) dell’amico. Ma alla fine invece di stare ad attendere il suo commento, invece di fermarsi al racconto, s’era lasciata andare ad esclamazioni che evidenziavano quanto fosse coinvolta emotivamente in quel che aveva raccontato e persino ad affermare che si era trattato di qualcosa di più che un sogno. Ed ora lui le stava chiedendo che cosa potesse essere più di un sogno…

Comunque non rideva. Non commentava scherzando la stranezza del sogno. Anzi anche lui s’era lasciato andare a commenti che dimostravano l’interesse con cui aveva seguito il racconto. Ed ora, alzando finalmente la testa, aveva incrociato lo sguardo di lui e le era parso preoccupato. La guardava in silenzio, come sorpreso.

"Sembra quasi che ti abbia impressionato" disse lei alla fine, per riportarlo al racconto e per rompere l’imbarazzo del silenzio nel quale erano finiti dopo la domanda "cosa intendi dire con più di un sogno?" alla quale in verità lei non sapeva dare una risposta..

"Non ne capisco molto di sogni" disse infine lui, dopo altri momenti di pausa silenziosa. "Ma, hai raccontato con una partecipazione così intensa, da coinvolgermi fino a rivivere la scena. Anche a me pare d’avere davanti agli occhi l’immagine del rogo. Ed in effetti hai ragione, il tuo è senza dubbio un sogno molto strano".

Era stato sorpreso dalla originalità del contenuto, ma anche dalla originalità del modo di raccontare. Di solito si racconta in terza persona, Maria invece aveva alternato il discorso indiretto a quello diretto, arrivando a ripetere i dialoghi del sogno, come se la protagonista fosse un'altra, come se avesse vissuto il sogno da spettatrice.

"Cosa sai tu dei Celti" le chiese infine, dopo essersi fermato ancora a pensare, in silenzio.

"Poco o nulla purtroppo!" rispose. "E anche questo stranamente," aggiunse "perché in effetti tutte le volte che andavo a passeggiare nel bosco dove sono rimasti i segni della loro presenza (almeno così si ritiene), mi ripromettevo poi di prendermi qualche libro per studiare la loro storia e conoscere qualcosa sui loro costumi, sul loro modo di vivere e sulla loro cultura. E invece mi sono sempre dimenticata... Da ieri ho sentito ancora più vivo il rimorso per questa dimenticanza e per questa ignoranza.

Non si può abitare a poca distanza dai resti di un villaggio preistorico, senza sentire la necessità di chiedersi chi fossero, e che cosa abbiano fatto e come siano vissuti quelli che hanno abitato la nostra valle tanti secoli prima di noi! Ma purtroppo e’ andata così...

Prima o poi, dovrò leggere qualcosa al loro riguardo, ma, per il momento so soltanto che erano gli abitanti delle nostre montagne, prima dell’arrivo dei conquistatori romani, e che erano della tribù dei Carni, da cui il nome di Carnia rimasto al nostro comprensorio"

"Hai detto che nel sogno la ragazza incontrata..." prese ad interrogarla. "A proposito, come si chiamava?"

"Lauriscia"

"Da dove puoi aver ricavato un tale nome".

"Me lo sono chiesto anch’io, e mi sono ricordata che c’è un terreno vicino al paese, che si chiama Lauriscè. Lo stesso nome che nel sogno portava il campo ai piedi dello strapiombo."

"Ma come puoi esserti inventata un nome così originale, solo perché esiste una località che si chiama Lauriscè... Ma soprattutto questa idea del sacrificio delle primogenite... E poi il fatto che ti abbia detto che credeva nell’immortalità dell’anima..."

"Ricordo distintamente che così mi ha detto".

"Ma tu, per qualche strana reminiscenza potevi sapere che i Celti credevano nell’immortalità dell’anima?"

"Assolutamente no! Come non lo so ancora. Perché tu cosa ne sai?"

Alla domanda Luciano si fermò ancora soprappensiero. Se Maria era presa dalla necessità di darsi una spiegazione del proprio sogno. Lui da alcuni mesi ormai era preso dal pensiero delle coincidenze. A volte sembra che attorno a noi sia stata stesa una ragnatela di situazioni impreviste, di coincidenze casuali. Crediamo di essere liberi di poterci muovere e invece siamo obbligati a correre sui fili delle ragnatele, per arrivare all’incontro con altre nuove coincidenze determinanti e condizionanti lo sviluppo successivo della nostra vita.

Una formica stava salendo sui suoi pantaloni. Aveva già superato il tratto più esposto, e stava avanzando veloce nel tratto pianeggiante, sulla coscia. Dove andava? Perché con tutto il prato a disposizione s’era spinta lontano dalle altre, sui pantaloni che non aveva mai visto prima? La stava aspettando con l’indice piegato contro il pollice, pronto a scattare come una balestra, che avrebbe proiettato lontano e ucciso la formica impertinente, e quella continuava ad avanzare imperterrita verso la coincidenza che l’avrebbe annullata.

"Perché?" mormorò, lasciando partire l’indice per lanciare la formica a qualche metro di distanza.

"Perché, che cosa?"

"Ah, nulla.."

"Quest’anno il giardino è pieno di formiche"

"Devono vivere anche loro!" Era solo un modo di dire, e i modi di dire contrastano spesso con ciò che veramente si fa. Se devono vivere anche loro, perché ne aveva appena ammazzata una?…

"Ti ho chiesto che cosa conosci dei Celti?"

"Appunto, anche i Celti sono una coincidenza," rispose lui, ripiegando sul pensiero che attraversava la sua mente, prima che la formica lo facesse divagare.

"Parli per enigmi?" riprese lei, seccata. Non c’era nulla di enigmatico in quello che aveva detto, a parte il fatto che i pensieri aveva a volte seguono dei loro percorsi in libertà.

"Scusami, anch’io non ne sapevo niente fino a pochi mesi fa... poi per caso m’è venuto uno stimolo ad approfondire..."

"Che stimolo?"

"Un giorno, quasi un anno fa, una donna del mio paese, un’amica d’infanzia, mi ha raccontato un sogno ancora più fantastico del tuo, che però, ora che ci penso, ha delle sconcertanti analogie con il tuo racconto. E poco tempo fa me ne è stato raccontato un altro, con richiami che mi sembrano ancora più espliciti al tuo. E infine anch’io, che non sogno mai, sono finito a sognare…"

"Quali analogie? Quali richiami?"

"Anche se non faceva espressamente riferimento al nome, quando mi è stato raccontato il primo sogno, ho pensato si riferisse ai Celti. La cosa mi ha incuriosito e mi sono messo a leggere tutto quello che ho trovato scritto sulla storia e sulla cultura di questo popolo".

"Ma io ero andata a passeggiare proprio nel villaggio dei Celti"

"Appunto. E hai anche una istruzione che ti consente di sapere che queste montagne sono state abitate dai Celti. Le mie amiche di infanzia, al mio paese, invece hanno fatto soltanto le elementari... Come era vestita la tua Lauriscia?"

"Non lo so. Non ne ho idea. Ti ho parlato d’un camice, ma in effetti forse è più giusto dire che ricordo il suo corpo come una macchia bianca, un batuffolo di cotone o di nebbia. Anche a me è parso strano di avere un ricordo dettagliato dell’ambiente, del villaggio e delle capanne, mentre della protagonista ricordo solo l’espressione del viso, o più esattamente, solo l’espressione degli occhi.

Sforzando la memoria, invece che trovare l’associazione tra la voce e l’immagine, finisco al contrario per pensare d’aver colto nell’aria sguardi e parole, e d’averle associate istintivamente e casualmente all’idea d’una ragazza. E’ assurdo mi ricordi che era una ragazza, senza ricordare come fosse fatta, quali lineamenti avesse, come fosse vestita"

"Certo! Ma ciò che più mi sorprende del tuo racconto, è il riferimento all’immortalità dell’anima. E’ stata anche per me una sorprendente scoperta nei miei studi sulla filosofia dei Celti. Forse è stata la cosa che più mi ha colpito su questi nostri antenati. Eppure anche Cesare nel De Bello Gallico è esplicito: "Il principale loro insegnamento è l’immortalità dell’anima". In precedenza non l’avrei in nessun modo potuto immaginare. Il fatto che tu abbia avuto attraverso un sogno la rivelazione che a me è venuta attraverso gli studi, mi lascia perplesso e sconcertato".

"E sulla barbara usanza di costringere al suicidio le primogenite, hai avuto qualche riscontro?"

"No. Questo non l’ho letto da nessuna parte, anzi al contrario, mi sono fatta l’idea che i Celti, chiamati "barbari" dai romani, in effetti avessero una concezione della vita ed una filosofia, in qualche modo più evoluta di quella dei conquistatori. Tuttavia è storicamente provato che facessero dei sacrifici umani agli dei, ed a questo potrebbe quindi in qualche modo richiamarsi il tuo sogno. Anche se, va aggiunto, avvicinandosi a questo popolo non si può mai dimenticare che la diversità più profonda con i popoli latini, sta forse proprio nella diversa concezione della vita e della morte, per cui per loro poteva risultare logico, (come appunto nel sogno ti avrebbe detto la tua Lauriscia), ciò che a noi sembra assurdo".

"Da dove mi può essere venuta una idea così bizzarra?"

"Bizzarra non direi, perché anche il falò che descrivi, da un lato richiama la citazione di Cesare quando scrive che, alcune tribù galliche costruivano dei panieri di vimini a forma di uomo e dopo avervi messo dentro la vittima, li incendiavano, dall’altro è un evidente riferimento all’usanza, ancora presente in Friuli, di accendere la notte dell’Epifania dei falò molto simili a quello che tu hai descritto come il rogo di Lauriscia.

Comunque se vuoi capirne qualcosa di più, credo sia necessario tu sappia qualcosa di più anche sulla storia dei Celti."

Luciano prese così a riassumerle ciò che, attraverso tante letture, aveva ricavato ed era riuscito a ricostruire sulla storia del popolo dei Carni.

Dallo stesso ceppo indoeuropeo, stanziato attorno al mar Caspio, si erano staccate diverse genti che, separate e senza contatti tra loro, avevano sviluppato diverse culture. La corrente greco-latina si era stabilita sul Mediterraneo, mentre quella celtica aveva occupato l’Europa centrale.

Nella fase iniziale di sviluppo, per centinaia d’anni le due civiltà non avevano avuto contatti. Nella fase successiva di espansione, muovendosi gli uni verso nord e gli altri verso sud, erano finiti per entrare obbligatoriamente in contatto e conseguentemente in conflitto.

Come si sa alla fine ebbero la meglio quelli che provenivano dal sud, e come d’uso, i vincitori hanno scritto anche la storia dei vinti, per cui la nostra storia, la storia dei romani, registra i Celti come "barbari".

La storia dei vincitori mette di solito in evidenza anche la forza dei vinti, non fosse altro che per sottolineare la grandezza, ed il merito della propria vittoria. Così tutti hanno studiato di Roma invasa da quelli che i Greci chiamavano Keltoi e che invece i romani nella loro lingua chiamavano Galli, guidati dal feroce Brenno. Nella sede del Senato, a Palazzo Madama, campeggia il quadro del senatore Papirio offeso da un celta che gli tira la barba, e famosa è rimasta la battuta di Brenno "Vae victis, guai ai vinti" che i romani dimostreranno d’aver imparato alla perfezione per poterla ripetere in ogni parte d’Europa e del Mediterraneo.

A occidente i Celti cisalpini avevano occupato gran parte del Piemonte e della Lombardia, e i Cispadani oltrepassando il Po si erano insediati nell’attuale Emilia Romagna. Ad oriente invece, la loro calata è stata bloccata dai Veneti, e i Carni, la tribù più avanzata, aveva dovuto limitarsi all’occupazione delle alpi e delle prealpi carniche e del Carso, fino al "vicus carnorum – villaggio carnico" di Trieste.

Stanziati sulle montagne, non avevano avuto modo di scontrarsi con i Romani se non quando questi avevano deciso l’occupazione del Norico, l’attuale Germania, e avevano dovuto quindi assicurare la viabilità di collegamento attraverso i passi alpini, ed in particolare attraverso il passo di Monte Croce sulle alpi carniche.

Nel frattempo i Romani, mescolando sapientemente armi e diplomazia, erano venuti già a patti con i Celti transalpini insediati nell’Austria attuale. Li avevano convinti a rientrare nelle loro sedi, una prima volta quando questi avevano invaso la pianura friulana, ponendo un caposaldo sul colle di Medea, a poca distanza da Aquileia. Successivamente avevano anche accettato che si stabilissero a coltivare la pianura friulana, fino ad allora pressoché deserta. Poi a seguito d’una rivolta di questi primi celti, importati in Friuli dall’Austria, ai tempi dell’imperatore Tiberio, "il fiore della gioventù carnica fu levato dalle montagne e tradotto ad abitare nel piano".

I celti-carni furono così utilizzati dai romani per tenere sotto controllo i cugini friulani celti-transalpini, importati da oltralpe! Comunque pur nella diversità tra Carni e transalpini-friulani, che tuttora rimane, (nella distinzione che i carnici tendono sempre a marcare nei confronti dei friulani) i Celti svilupparono in seguito, tra il Tagliamento e l’Isonzo, una loro civiltà con una autonomia anche linguistica, che rimase, malgrado e oltre l’occupazione romana.

Sulle montagne gli insediamenti celtici continuarono a convivere con i nuovi insediamenti fondati dai conquistatori come Julium Carnicum, ma i Celti non si assimilarono mai ai conquistatori latini, tant’è che rimane ancora viva una lingua, quella friulana, che non ha nulla a che vedere con il latino e con il suo derivato italiano, e che, non a caso ha maggiori affinità con il francese, la lingua della Gallia, che con l’italiano.

Come ricorda lo scrittore Tito Maniacco: "E’ certo che lo strato gallico che sta alla base della parlata friulana è rimasto uno degli elementi costitutivi della fisionomia linguistica e culturale del Friuli".

Maria lo stava ad ascoltare senza avere il coraggio di interromperlo. Forse il localismo campanilistico l’aveva anche portato a delle interpretazioni che andavano al di là di quello che era consentito dedurre dall’esame critico delle poche fonti storiche a disposizione, ma se anche avesse avuto le conoscenze necessarie per confutarlo, non era certo la verità storica che le interessava in quel momento. Più che di conoscere i Celti lei sentiva la necessità e l’urgenza di darsi una spiegazione del suo sogno. Doveva trovare il modo di liberarsi dell’idea di Lauriscia e della sua orribile morte, per evitare d’essere turbata dal riaffiorare continuo nella sua mente delle immagini del sogno.

"Interessante!" lo interruppe infine "anche se deve essere la prima volta che ad una richiesta di interpretazione di un sogno, si risponde con una pagina di storia".

"Era per farti capire il contesto", obiettò Luciano risentito alla provocazione.

"Certo, l’ho capito e ti ringrazio. Non essere così suscettibile. Ma, capirai, mi hai parlato di analogie con altri sogni di altra gente, e la cosa al momento mi interessa più della storia dei Celti".

"Già, capisco, ma non ti ho fatto la storia per sfoggiare la mia cultura. Come ti ho detto, ho cercato di risalire alla storia, proprio per capire i sogni".

Maria si sentiva più interessata ai riferimenti e alle analogie degli altri racconti che alla storia. Non sapeva che i racconti che le avrebbe fatto l’amico erano destinati ad aumentare ed approfondire, invece che a sciogliere, il suo turbamento.