Cap. 13

Sul monte Dàuda.

«Che doveva pensare?...»

Stava pensando che c’era senz’altro un collegamento tra la leggenda della madre di S.Pietro e la visione delle tre madri. Se quella della visione risaliva al pensiero dei Celti e quella raccontata da sua madre nel fienile era lo sviluppo della stessa idea dopo duemila anni di cristianesimo, non poteva non pensare che nell’evoluzione della civiltà il concetto di sviluppo andava rimesso in discussione. Quanto più raffinata la leggenda dei Celti!

Forse alle tre madri in qualche modo, nella strana avventura che stava vivendo, doveva ricollegarsi anche il fatto che aveva come tramite nei confronti dei Celti, tre Marie.

Stava pensando (e più si rafforzava in lui l’idea e più gli sembrava assurda) d’essere diventato l’interlocutore ultimo, d’un discorso che aveva come primo promotore qualcuno che dalla notte dei tempi gli inviava dei messaggi attraverso il tempo e la storia. Da un lontano pianeta qualcuno gli stava parlando. Il pianeta però non era in un punto indefinito dello spazio, ma in un punto indefinito del tempo e della storia. E questo qualcuno, per qualche strano motivo non s’era sintonizzato direttamente con lui, ma gli mandava dei messaggi indiretti, attraverso altre persone. Questo lui della notte dei tempi, rivelava qualcosa nel sogno ad altre persone, e queste, come pedine di un gioco incomprensibile, erano condizionate a venirgli a raccontare la loro esperienza.

All’altro capo del tempo, nel tempo presente, c’era lui a raccogliere i fili dei sogni, per ricomporli in un trama che avesse un senso logico, per ricostruire un disegno che avesse un senso compiuto.

Ma già tutto questo non aveva senso!

Eppure sentiva che avrebbe avuto altri messaggi, che avrebbe incontrato altri involontari messaggeri. Forse anche lo strano architetto del S. Simeone l’avrebbe aiutato a capire qualcosa di più, su ciò che gli stava succedendo. Forse, (se veramente fosse riuscito a capirlo), avrebbe potuto essere proprio quello strano personaggio a fornire la chiave che gli avrebbe consentito di penetrare per ritrovare il bandolo di quell’intreccio sempre più complicato di circostanze e coincidenze, di sogni ed intuizioni. O forse l’architetto era invece soltanto un pazzo, e nella migliore delle ipotesi un illuso ed un sognatore... Ma non stava mettendosi anche lui sulla stessa strada, preso dalla mania di capire i Celti?...

L’architetto aveva concepito la fantasiosa teoria di poter risalire nella storia con il viaggio dell’anima, come i benandanti. S’era isolato dal mondo per poter vivere ed interpretare questa teoria, nel rapporto con i Celti. Ma, a ripensarci, in effetti gli aveva parlato solo genericamente di questi ipotetici viaggi, non gli aveva raccontato nessun particolare. Gli aveva parlato soltanto della sensazione di poter sentire e vedere delle presenze sull’altopiano, ma era una cosa quasi naturale, per uno che si era condannato a vivere solo, e che quindi aveva sviluppato anche una sensibilità particolare.

Avrebbe voluto farsi passare per una sorta di interlocutore privilegiato dei Celti, ma in fondo tutto ciò che gli aveva raccontato era soltanto ciò che un ricercatore dilettante avrebbe potuto mettere assieme, unendo i dati di qualche ritrovamento fortunato, come quello della tomba, con le notizie che si potevano ricavare dai libri. In verità se qualcosa di originale Luciano l’aveva scoperto, l’aveva scoperto non attraverso l’architetto ma attraverso i sogni delle sue tre Marie.

Sogni? Visioni? O erano proprio questi, delle tre donne, i viaggi dell’anima? Questo, del viaggio dell’anima, era un termine che non accettava per principio... Che senso ha liberarsi del corpo, per viaggiare con lo spirito nel tempo? Ma d’altra parte, se per viaggio dell’anima si poteva intendere la possibilità di vivere in una dimensione senza il proprio corpo, alla fine, ogni sogno (e soprattutto quei sogni così particolari che gli erano stati raccontati), poteva ben essere considerato viaggio dell’anima...

Del resto, se si era messo di nuovo in macchina per andare a fargli visita, qualche credibilità la riconosceva anche all’architetto, qualche indicazione per una via d’uscita, seppure soltanto a livello subconscio, se l’attendeva anche da lui...

Incontrò il piccolo gregge in una radura appena a fianco della strada, al limitare del bosco di faggi. Cercò uno slargo ove parcheggiare la macchina. Mentre ancora faceva manovra, girava con lo sguardo a cercare l’’architetto. Lo intravide infine all’ombra d’un grande faggio ai bordi della radura, dalla parte opposta rispetto alla strada.

«Ti stavo aspettando» gli gridò da lontano l’architetto, mentre ancora scendeva dalla macchina.

Le espressioni di cortesia alle volte sono ridicole, pensava Luciano, chiudendo l’automobile. Come faceva a sapere che sarebbe arrivato, se aveva deciso di partire all’ultimo momento, d’impulso e senza alcuna programmazione?

«Come mai?» gridò anche lui, a mo’ di saluto, stando al gioco dei convenevoli.

«Ho un messaggio per te.» Luciano non replicò. Prese ad attraversare la radura per raggiungerlo, girando al largo dal gregge. Che messaggio poteva avere? Ma al di là del messaggio, lo intrigava di nuovo l’incrocio delle coincidenze. Non s’era detto, commentando l’ultimo sogno di Maria, che si aspettava di trovare altri messaggi? Ed ora l’architetto lo riceveva proprio dicendogli che aveva un messaggio per lui, anzi precisando che si aspettava che sarebbe arrivato a raccoglierlo...

«Non potevi sapere che sarei venuto!» gli disse infine, continuando a fare i pochi passi che ormai lo separavano da lui.

«Forse no. Ma avevo come la sensazione di avere l’incarico di raccontarti qualcosa, e non so perché, immaginavo che anche tu avessi saputo che avevo qualcosa per te.»

«Che cosa avresti dovuto avere?»

«Il racconto d’un viaggio dell’anima.»

«Il racconto d’un sogno, vorrai dire.»

«Non mi credi se ti dico che è più di un sogno?»

«Non è che non ti creda...» Avrebbe dovuto spiegargli troppo cose, avrebbe dovuto dirgli di come ormai ne sapeva fin troppo di sogni, che non erano sogni, che erano più di un sogno...

«Va bene, ti credo,» aggiunse per tagliar corto, «racconta.»

Gli si era seduto accanto sul muschio soffice, evidentemente curioso di sapere quale nuova pagina gli si stesse aprendo del misterioso libro che qualcuno gli stava leggendo, e come la pagina s’andasse a collocare ed inserire insieme alle altre che stava raccogliendo. Gli tornò in mente Lauriscia che veniva sacrificata per poter diventare la pagina d’una preghiera da inviare alla divinità. Anche queste persone, con i loro sogni, sembravano pagine inviate, per costruire un racconto.

«Ti ho raccontato che li avevo visti,» iniziò l’architetto, «ma non era vero. O meglio li ho visti sì, tante notti, ma erano processioni di anime fuori dal tempo, presenze di spiriti fuori dalla storia, e questo pensavo che dovesse restare il mio rapporto con loro. Stanotte invece li ho visti, i Celti, nel loro tempo, in una pagina della loro storia. Stanotte mi hanno fatto capire come può essere giunto fino a noi, pur trasformato e profondamente modificato un loro rito. Stanotte ho vissuto con loro una loro cerimonia, ed ho capito tante cose della loro vita e della loro cultura...Ma ciò che è strano, ed è il motivo per il quale ti stavo attendendo, è la convinzione d’aver vissuto questi fatti per te, per poterli raccontare a te…»

Avrebbe voluto interromperlo per chiedergli come s’era addormentato prima del sogno, ma non ebbe il coraggio, vedendolo come rapito nel suo ricordo.

Continuò a raccontare l’architetto d’aver appreso che vivevano sparsi sulle montagne, a gruppi più o meno numerosi, a seconda dell’estensione dei terreni coltivabili e dei pascoli. Non in villaggi, ma in sistemi di case sparse, distanziate tra loro, come sono ancora oggi gli stavoli di alta montagna. Alle località davano il nome di çja (ancora oggi forma abbreviata per dire casa, nella lingua carnica) con l’aggiunta d’un suffisso ad indicarle, distinguendo le une dalle altre: çja-sas, çja-sis, çja-cis, çja-vas. Nelle posizioni considerate strategiche, s’erano invece sviluppati dei villaggi fortificati. In quel caso, le capanne erano raggruppate e racchiuse da una cinta muraria, e l’abitato si chiamava çjar. All’incrocio delle due valli principali dell’attuale Carnia, c’erano i villaggi di çjar-gne e di çjar-andes, all’incrocio delle due valli più a ovest çjar-so, sullo sperone del Sorantri, e ancora çjar-so sulla strada che portava al passo di Melède verso i villaggi di çjar-inzia.

"Ma quel che stai dicendo è assurdo!" non potè fare a meno di esclamare Luciano, interrompendolo. "In nessuno degli studi di toponomastica ho trovato una interpretazione del genere".

"Non so che dirti. In effetti anch’io non aveva letto prima niente di simile. Ma oggi, mi si è formata nella mente questa convinzione. Comunque, su questi e su altri particolari avremo modo di parlare un’altra volta".

Ciò che l’aveva veramente colpito, continuò a dire, e che sentiva la necessità di confidargli con urgenza, era la scena della grande festa alla quale aveva potuto partecipare. La festa di Belìne il dio del fuoco, sul monte di Dàuda, il dio della notte.

Erano in tanti: una moltitudine. Erano arrivati durante tutto il giorno dai vari villaggi e si erano radunati ai piedi del monte Dàuda. Ogni gruppo aveva occupato la posizione che gli era stata assegnata secondo la tradizione, sin dalla notte dei tempi, nella direzione dalla quale era arrivata. Si era così formato alla base del monte un sistema fatto di tanti raggruppamenti di persone, non molto distanti gli uni dagli altri, che realizzavano una sorta di catena umana a cerchiare l’intera montagna.

Nella visione, guardando la scena dall’esterno, aveva pensato ad un grande formicaio nel quale tutte le formiche s’erano raccolte alla base, in tanti gruppi a formare una catena. Il sistema delle formiche in posizione, circondava l’intero formicaio e pareva in attesa d’un segnale...

Il segnale, per gli uomini, fu la scomparsa dell’ultimo raggio di sole dietro alle dolomiti di Forni. Presero allora a salire contemporaneamente, in tante processioni dirette tutte alla vetta del monte. Sul formicaio, sembrava si stessero sciogliendo, dal basso verso l’alto, dei fili che si capiva avrebbero dovuto congiungersi sulla cima. L’idea del filo era resa ancor più realistica dal fatto che le processioni si muovevano all’interno del bosco, come un filo che viene inserito a raccogliere l’ordito d’un tessuto dal colore diverso: un filo bianco nell’ordito verde cupo del bosco di querce.

Ogni processione era organizzata allo stesso modo. Salivano in fila indiana. Davanti c’era il sacerdote-druido, riconoscibile dalla tunica bianca che gli scendeva fino ai piedi, dietro tutti gli altri, prima le donne ed i bambini, dietro gli uomini, tutti vestiti allo stesso modo, con una corta tunica bianca, fin sopra il ginocchio e sotto i calzoni bianchi, stretti al malleolo con delle fibule ed ai piedi le «dalmines».

Spiccava in questo filo bianco una macchia rossa, subito dietro al druido. Era la Lauriscia più anziana, quella più prossima al sacrificio. Vestiva una lunga tunica rossa. Ma al di là del contrasto di quel rosso, con il bianco delle altre tuniche, colpiva la stranezza di ciò che la ragazza portava in testa. Aveva issato sopra al capo un triangolo di metallo, di circa un metro di lato, fissato alla base ad una sorta di elmo. La ragazza assicurava la stabilità della struttura che portava sopra la testa, afferrando con ambedue le mani la base del triangolo, come fanno ancor oggi le donne in montagna, quando portano un fascio di fieno.

Più che intente a sorreggere il triangolo, le mani sembravano alzate in un atteggiamento orante, come appese all’asta di ferro trasversale per potersi mantenere in continuità nell’espressione di preghiera, nella modalità rituale che si trova riprodotta anche in qualche bassorilievo di origine celtica.

Al triangolo, erano appesi dei nastri d’uguale lunghezza, ma di diverso colore, che scendevano sulle spalle della ragazza, coprendo la tunica rossa con una sorta di piviale multicolore. Sul vertice in alto, a completare la stranezza di quell’originale trabiccolo, era infisso un teschio.

Era, evidentemente, quel triangolo con quei nastri e quel teschio, l’insegna d’ogni singolo gruppo e quindi d’ogni singolo villaggio. La stessa insegna per tutti, diversa soltanto nel teschio che, trattandosi d’un vero teschio umano e non d’una imitazione, si riferiva logicamente ad un diverso defunto. Era il teschio dell’eroe della çja o del çjar, d’uno che era morto combattendo per la difesa del proprio territorio.

Come ricorda anche lo storico Diodoro Siculo, per i Celti era normale fregiarsi degli scalpi dei nemici uccisi in battaglia, e ornare le case con questi teschi. Ma nella sua visione, continuava a raccontare l’architetto, aveva appreso qualcosa di più. Ogni primogenito riceveva in eredità gli scalpi conquistati dai propri antenati, impegnandosi ad aumentare la collezione ed a trasferirla al suo primogenito. Gli altri figli dovevano attivarsi per dare inizio ad una nuova collezione da tramandare ai discendenti. Con il primo scalpo, si aveva diritto a trasmettere il nome, aveva così inizio una nuova famiglia, ed una nuova discendenza.

Ma gli scalpi sul triangolo in testa alle Lauriscie erano altri, non erano quelli dei nemici, ma quelli dei propri eroi, riscattati per tenerli come protettori dei villaggi. Per questo lo stesso Diodoro fa riferimento a una sorta di mercato degli scalpi, e dice che qualche guerriero si era rifiutato di cederlo anche a peso d’oro. Non è che barassero, acquistando gli scalpi che avrebbero dovuto conquistare in battaglia. C’era una sorta di riscatto, degli scalpi dei propri caduti.

Gli scalpi dei nemici proteggevano individualmente chi li aveva uccisi e le loro famiglie, gli scalpi degli eroi, dei guerrieri che si erano sacrificati per il bene di tutti, proteggevano la comunità.

«Aveva ragione Cesare,» non riuscì a trattenersi dal commentare Luciano, come se ciò che gli stava raccontando l’architetto fosse veramente una pagina di storia e non soltanto un sogno. «Erano dei barbari! Come si può pensare di adornare la propria abitazione con dei teschi, ed anche portarli in processione...»

«Non capisco la tua meraviglia,» ribattè l’architetto, «se ancor oggi andiamo in processione dietro a pezzi di ossa o addirittura a pezzi di stoffa che secondo leggende generalmente improbabili potrebbero essere appartenuti a dei santi.»

«Ma in questo caso le reliquie hanno un valore simbolico per richiamare la devozione per il santo.»

«Anche per i Celti erano certamente dei simboli dei quali ci sfugge l’autentico profondo significato, per la diversa formazione culturale. Che si trattasse d’una simbologia in positivo, che il cristianesimo ha anche cercato di recuperare, senza riuscirci del tutto, lo dimostra anche la leggenda del vescovo di Aosta.»

Divagando dal racconto del sogno, prese quindi a spiegargli di come, da quando s’era lasciato prendere dalla passione per i celti, aveva ripreso i contatti con un amico d’università che abita a Torino, anche lui interessato al mondo dei Celti, che in Piemonte hanno lasciato tracce ben più significative di quelle che si ritrovano nelle Alpi carniche. Nella lettura del libro «Il Piemonte delle Origini» di Massimo Centini, che gli aveva fatto avere l’amico, era rimasto colpito dalla leggenda di San Grato vescovo di Aosta dal 450 al 470. Si racconta infatti che il santo avrebbe fatto un viaggio in Palestina per recuperare e portare a Roma la testa di S. Giovanni il Battezzatore. Ottenendo poi dal Papa, come premio, la mandibola della preziosa reliquia, che aveva riportato nella sua cattedrale ad Aosta.»

«Ma devo completarti il racconto del viaggio,» s’interruppe d’un tratto, riprendendosi dalla divagazione sui Celti in Piemonte. «Non portarmi ad altre digressioni con i tuoi commenti. Anche se, capisci, non vedo dove stia la differenza tra i Celti che si scambiavano gli scalpi, e il vescovo che torna trionfante con la mandibola di un santo»

«Scusami,» disse Luciano, ripromettendosi veramente di non interromperlo più, anche se quel raffronto tra gli scalpi dei Celti e le reliquie dei santi avrebbe meritato un commento.

In effetti si rendeva conto che non era opportuno rompere il trasporto con il quale l’altro non stava solo raccontando, ma in un certo modo rivivendo, e reinterpretando alla luce delle sue teorie, ciò che diceva d’aver visto.

Perché avevano consacrato quel monte e non altri al Dio Dàuda? Ce n’erano altri attorno, più alti, ma erano sfregiati dalla roccia nuda. Nel sistema montuoso sul quale si era collocata la maggior parte dei loro villaggi, quella era la montagna più alta, interamente coperta di vegetazione. Il bosco di querce saliva fitto, torno a torno su ogni versante, fino in vetta. Sulla cima erano state tagliate alcune piante per formare una radura. Al centro, era stato collocato un palo ricavato da un tronco d’abete. Altissimo, s’andava via via rastremando per finire a punta, e la punta sembrava perdersi all’infinito, nelle ombre della sera.

Sulla radura erano sbucati d’un tratto come espulsi da quelle catene umane che salivano insinuandosi nel bosco di querce, un centinaio di druidi ed altrettante Laurisce con il loro strani copricapo. Dietro a loro, anche alcuni uomini per ciascuna processione, mentre la massa della gente si era intrattenuta dentro al bosco.

I druidi portavano un ramo di vischio, ormai secco, raccolto per la festa di Shaman dell’anno precedente. Accatastarono i rami, vicino al palo formando un falò e il druido più anziano accese il fuoco. Uscirono allora dal bosco, gridando il nome di Beleno, dei gruppi di giovani in corrispondenza di ogni colonna. Erano i giovani che nell’anno precedente avevano raggiunta la maggiore età, compiendo sedici anni. Tenevano sulla spalla sinistra una fascina di stecchi, e nella mano destra una torcia. Si accalcarono attorno al fuoco acceso con i rami di vischio, per accendere la propria torcia, e poi presero a correre, l’uno dopo l’altro, come in una corsa campestre.

Per la gente che in mezzo al bosco, non poteva aver visto il fuoco, il grido dei giovani fu come il segnale che era stato acceso, e tutti s’unirono ai giovani nell’invocazione a Beleno. Nell’ombra che si faceva ormai più fitta pareva fosse la montagna a gridare l’invocazione. Il grido scendeva di balza in balza da ogni lato della montagna a liberare dagli spiriti maligni i prati ed i boschi e le case, fino al fiume che giù in fondo alla valle luccicava riflettendo la luna.

Poi la preghiera aveva assunto un ritmo più composto. Ogni druido a turno gridava una invocazione e la folla faceva eco con un grido corale, come in chiesa, quando il prete nelle litanie dei santi invoca ad uno ad uno martiri e santi, e il popolo in coro risponde «te rogamus audi nos, ti preghiamo ascoltaci.»

Intanto i giovani con le torce continuavano a correre. Dovevano raggiungere la montagna di Harven che si erge più alta e rocciosa di fronte al Dàuda. Li si vedeva salire, come un filo di fuoco che si distendeva leggero contro il chiarore delle rocce.

Quando il filo si sciolse contro il nero del cielo oltre la vetta, s’udì un grido all’unisono, e con il grido sulla cima dell’Harven s’accese un altro fuoco. Avevano accatastato le fascine che ognuno aveva portato fin lassù, ed avevano incendiato il falò.

Sul Dàuda intanto, mentre si continuava ad invocare Beleno, gli uomini che erano usciti sulla radura, assieme ai Druidi e alle Laurisce, avevano preparato un falò in corrispondenza d’ogni catena umana, con la legna che ogni partecipante alla processione aveva portato come offerta. Al fuoco sull’Harven i Druidi avevano risposto incendiando ognuno il suo falò. La radura era diventata un cerchio di fuoco, e in mezzo, il gruppo delle Laurisce sembrava dovesse bruciare avvolto in quell’enorme rogo.

Ebbe inizio allora la parte finale e più suggestiva della cerimonia. Dall’alto dell’Harven, i giovani che in quell’anno erano diventati uomini, invocavano in coro Beleno, ed a turno, uno alla volta, lanciavano nel vuoto una ruota di legno che era stata precedentemente accesa nel grande falò. Accompagnata dal grido dei ragazzi, la ruota infuocata disegnava un grande arco, ora più grande ora più piccolo, a seconda di come era riuscito il lancio, per perdersi poi contro i ghiaioni dai quali emergevano le rocce della vetta dell’Harven.

Ad ogni lancio, guardando a quella scintilla che sembrava schizzata lontano dal fuoco acceso sulla cima, la folla sul Dàuda, faceva eco al coro dei ragazzi, ripetendo «Beleno».

Erano sul monte di Dàuda dio della Notte, e invocavano il dio del fuoco e della luce. E’ nella notte infatti che vive il fuoco, di giorno muore contro il riflesso della luce, di giorno la sua luce è fioca, di notte invece risplende.

E’ la notte la divinità della vita, è nella notte che si forma il principio di vita d’ogni cosa...

Lanciate tutte le "cidules", s’era spento anche il fuoco sull’Harven e i ragazzi erano ridiscesi. Il centinaio di fuochi invece in cerchio, sulla radura in vetta al Dàuda, aveva continuato ad ardere per tutta la notte. Attorno al fuoco e dentro al bosco, la gente aveva mangiato, aveva danzato continuando ad invocare la protezione del dio del fuoco e quella dell’eroe del proprio villaggio.

Le Laurisce s’erano disposte in cerchio, accovacciate con le gambe incrociate e le spalle rivolte al palo, sì che ogni fuoco ardeva davanti a loro ed ai simboli racchiusi in quel triangolo che portavano sopra la testa, sormontato dal teschio. Avrebbero dovuto resistere tutta la notte in quella posizione, senza mangiare e senza bere, fino all’alba.

Quando l’aurora aveva cominciato a fessurare nel sangue il buio della notte avevano smesso d’alimentare i fuochi lasciandoli spegnere lentamente sì che, quando il sole era spuntato dietro il monte Amariana, e tutti s’erano inchinati, secondo la legge, per non vederlo sorgere, non restavano che le ultime braci.

S’erano alzate allora le Laurisce assieme, come al cenno d’un regista, girandosi verso il palo centrale. Aiutate dai rispettivi Druidi avevano tolto i nastri appesi al triangolo e li avevano annodati uno dopo l’altro. Ce n’era uno per ogni nato nell’anno appena trascorso, nel loro villaggio. Avevano fatto una corda più o meno lunga, a seconda del numero dei nastri di cui disponevano, legandola ad un anello di ferro che era già infilato nel palo.

Il Druido più anziano aveva allora cominciato a chiamare ad uno ad uno il nome dei vari villaggi e delle varie borgate. Al nome, la rispettiva Lauriscia, s’alzava, sollevando da terra il suo nastro. Appariva evidente così, quanto fosse più o meno vitale ogni singolo villaggio.

Ma la diversità di lunghezza dei nastri permetteva alle Laurisce di disporsi in cerchio attorno al palo, formando un intrico ordinato di triangoli. Quando tutte si furono alzate, ad un nuovo segnale del Druido anziano, fecero forza assieme tirando il rispettivo nastro, e il cerchio centrale si sollevò all’altezza dei nastri. Presero allora a muoversi, girando verso destra, al ritmo scandito dal battere delle mani dei druidi.

Con una mano dovevano mantenere in equilibrio il triangolo sopra la testa, con l’altra tenere il nastro e muoversi a passo di danza. Era la danza con la quale dovevano ingraziarsi Ogmios il dio del sole e del giorno, dopo aver festeggiato Dàuda il dio della notte. E nella radura, sulla cima del monte dedicato alla notte, quel groviglio in cerchio di nastri come raggi di diversa lunghezza, di ragazze bianco vestite, di triangoli sacri, voleva certamente in qualche modo alludere al ruotare del sole che si muoveva su se stesso, come una ruota (così credevano), per poter percorrere il cielo, segnando il ritmo delle ore.

Ed allo stesso tempo, ad essere raffigurato sul monte, era il groviglio della terra, della natura, che si muove e si agita ai primi fermenti di vita, alla luce del sole…

«Che te ne pare?» con questa domanda l’architetto aveva interrotto bruscamente il suo racconto e la sua riflessione sul groviglio delle Laurisce.

«Che gliene pareva? Come si poteva rispondere? Ancora una volta non sapeva darsi una spiegazione. Trovava strano, tanto per cominciare, che l’architetto avesse fatto quella ricostruzione così particolareggiata, ambientandola in montagne che probabilmente non conosceva.

Erano invece per lui le montagne della sua infanzia. Le montagne delle sue prime impressioni, di soddisfazione e delusione assieme, che aveva poi tante volte provato raggiungendo una vetta. Soddisfazione e delusione, i sentimenti contrastanti d’ogni cima conquistata, anche nella vita. Nel desiderio d’arrivare si gonfia l’idea della felicità che ci attende all’arrivo. La vetta invece è soltanto bella senza nessuna enfasi, tanto meno bella che nell’immaginazione e nel desiderio, così poco definitiva, sempre circondata da altre più grandi, alle quali non si può giungere, se non riprendendo a scendere. Anche la conoscenza dei Celti era diventata per lui come una vetta da conquistare.

Ma ciò che più l’aveva colpito era l’idea della notte come elemento positivo, come valore. Il concetto di notte come negazione del giorno, nel racconto dell’architetto, veniva rovesciato in quello di notte come principio del giorno. Come per l’uomo la notte uterina è il momento nel quale si forma interamente l’essere che vedrà la luce del giorno, così nella notte della natura, si concepisce e sviluppa la realtà del giorno dopo. Il giorno come una recita programmata nei sogni della notte, movimenti provati nei brividi del buio, nei fremiti della paura, presenze solo sentite, avvertite nello sfumare dei contorni ad anticipare la cruda particolarità delle cose.

«Non so.» Riuscì a dire soltanto alla fine, preso da queste sue riflessioni. In effetti non sapeva e non capiva. L’architetto forse aveva potuto rivivere nel sogno concetti che aveva studiati come appartenenti alla cultura dei Celti. Per potersi confrontare con lui, avrebbe dovuto raccontare gli altri sogni che gli erano stati confidati. Ma come faceva a fidarsi di quello strano architetto-pastore, nel tentativo di riuscire a dipanare la matassa che gli si era venuta formando attorno al nome dei Celti?...