Cap. 15
La fine dei Celti.
Luciano in tutta questa storia del suo rapporto con Celti, direttamente, aveva avuto soltanto quel breve sogno con Vinadia. Ma si era sempre più convinto che fosse stato soltanto un sogno determinato dalla sugestione dei racconti delle tre Marie. A lui ancora non era capitato di fare un vero «viaggio dellanima». Sua madre non gli aveva mai detto che era nato con la camicia. E se quella era la condizione discriminante, doveva per forza limitarsi allo studio dei celti dai libri, e attraverso il racconto degli altri. Non avrebbe potuto avere un contatto diretto. Avrebbe voluto chiedere alle donne che gli avevano raccontato i loro sogni sui Celti se avevano saputo per caso dessere nate con la camicia, ma non voleva correre il rischio dessere preso per pazzo. Solo larchitetto aveva ammesso quella condizione e collegato ad essa il suo originale rapporto con i Celti.
Daltra parte se nascere con la membrana amniotica era una condizione particolare ed eccezionale, era impossibile che la condizione si fosse verificata in tante persone, allo stesso tempo. La condizione per il viaggio dellanima doveva essere unaltra, una sorta di stato di grazia, che consentiva di superare se stessi in una forma di estasi.
La fede può muovere le montagne. Ma non tutti riescono a lasciarsi abbandonare alla fede e tantomeno sarebbe riuscito uno scettico come lui. Era senzaltro la barriera dello scetticismo ad impedirgli di rompere la membrana che gli avrebbe consentito di entrare in relazione con i vivi senza corpo. E forse anche la paura, lincapacità di fidarsi e di lasciarsi trasportare nel viaggio...
Ne aveva paura, certamente, ma soprattutto dopo gli ultimi discorsi con larchitetto, allo stesso tempo lo desiderava. Ormai non viveva più che nellidea che un giorno o laltro sarebbe capitato anche a lui dincontrarsi veramente con i Celti. Saddormentava con quel pensiero, si svegliava con il rammarico di non aver sognato nulla, neppure sogni banali.
Lestate era finita. Il sole dottobre appena tiepido, non riusciva a rompere il freddo dellaltopiano del S.Simeone. Non era piacevole passeggiare nellaria che pungeva la pelle del viso. Aveva diradato di molto le sue visite allarchitetto e anche a Maria. Passava molto tempo chiuso nella casa riattata in paese, cercando di scrivere qualcosa sullesperienza che aveva vissuto, in quel breve periodo. Era passato poco più di un anno dal primo racconto di Mede, e gli pareva che tutto fosse ormai cambiato nella sua vita.
Il giorno dei morti non laveva coinvolto.
Riti, canti e preghiere gli erano parsi liturgie dunaltra religione, da seguire con rispetto, con attenzione culturale, ma senza alcun coinvolgimento sentimentale. Alla sera, salendo in processione al cimitero, non aveva cantato come gli anni precedenti il «Benedictus». La partecipazione alla processione fino al camposanto che gli era sempre parsa un modo per far rivivere una tradizione, e quindi una forma di rispetto verso i defunti, quella sera gli era sembrata una sceneggiata fuori luogo, e stonato gli era parso anche il canto degli altri.
In cimitero il mare di lumini che gli anni precedenti gli avevano creato unatmosfera di forte partecipazione e di grande emozione, lo lasciavano indifferente, infastidito quasi dal quel mishmash di fiori e lumini.
Rientrato a casa, era stato incerto se riempire dacqua i due secchi sul secchiaio. Laveva fatto ricostruire esattamente come se lo ricordava da bambino. Aveva rimesso al suo posto la grande lastra di pietra incavata, che suo padre aveva spostato nellorto a fare da portafiori, quando avevano acquistato il lavello in acciaio inox. Aveva fatto rifare i due archi in ferro battuto che lo sormontavano, ed ai quali erano appesi i «cjaldìers» con i quali, ragazzo, andava, bilanciandoli sulla spalla con l'arconcello, a prendere l'acqua alla fontana del paese.
Alla fine sera deciso e li aveva riempiti, come da bambino aveva visto fare sua nonna, e dentro ad uno aveva lasciato il grande mestolo di rame, con il quale si attingeva per bere.
«È per i morti» diceva la nonna, «stanotte escono tutti, tornano nelle loro case. Saranno stanchi, hanno bisogno di bere". Già da bambino, aveva osservato che il giorno dopo lacqua era la stessa. Nessuno era stato a bere. Ma non glielo aveva fatto notare alla nonna. Anche lei gli continuava a far trovare i doni nella calza, alle sera della Befana, pur sapendo che aveva già scoperto che in verità la Befana era lei.
Anche i grandi, era arrivato a pensare, hanno bisogno di credere alle favole.
Aveva anche bevuto con il «còp», con il mestolo, come da bambino. Chissà chi avrebbe bevuto dopo di lui E poi si era disteso sul divano. Avrebbe letto qualcosa, aspettando larrivo del sonno.
Le campane suonavano a distesa. Avrebbero suonato tutta la notte. «Perché i morti riconoscendo il suono delle loro campane, sapessero dove dirigersi, non si perdessero nel buio della notte,» gli diceva sua madre. «Per questo le campane dogni paese della valle, hanno un suono diverso!»
Il suono scendeva a folate, alternando suoni vicini e suoni lontani, e in quellalternarsi sembrava dovesse raccogliere dalla profondità della notte le anime dei morti, per riportarle nelle strade e nelle case del loro paese. E nellincantesimo dellalternarsi di quei rintocchi si ritrovò in Lugniàsch. Riconosceva distintamente il luogo. Ci andava spesso. Sera anche chiesto quale potesse essere letimologia dun nome così strano, senza riuscire a darsi una risposta. Ora invece finalmente sentiva di aver intuito la spiegazione: era il bosco di Lug il dio dei Celti.
Cera in mezzo il grande blocco di pietra dal quale usciva una sorgente dacqua freschissima. Limpressione, dicevano tutti, era che lacqua sgorgasse dal sasso. E intorno cerano i grandi alberi. Enormi nel sogno, come nella realtà. Ma ora sono castagni, quelli che vedeva erano invece querce, dalle grandi chiome, con i rami che si allargavano ad intrecciarsi, formando una cupola che metteva il sasso e la sorgente al centro duna sorta di tempio fatto di tronchi, di rami e di fronde.
Anche adesso, il gruppo dei castagni attorno allacqua, confina con il bosco di faggi, e da quel bosco, come la nebbia quando dautunno sale tra gli alberi, salivano e venivano verso il sasso le ombre. Si chinavano a bere alla sorgente e diventavano persone vestite, come nel racconto di Maria al convento, ma con il volto coperto da una maschera.
Lo sapeva, laveva studiato, laveva sentito nella leggenda di Bordana, riconosceva la festa dellinizio dellinverno, della fase oscura dellanno, la festa di Samhain, la festa del racconto della perpetua di Bordano, sul monte S.Simeone. La festa di Beltine il primo maggio aveva aperto la fase chiara. Cera poi la festa di Imbolc allarrivo della primavera e quella di Lughnasadh, del declino dellestate, al primo di agosto. Ma la festa nella quale si sentiva coinvolto nel sogno, era quella più importante, era la festa della notte nella quale si rompe il velo che separa il visibile dallinvisibile, nella quale i vivi invisibili possono tornare a parlare con i vivi visibili così come amava fare quella stessa notte, che per loro era la notte di Halloween il «piccolo popolo» degli esseri non umani
Questo aveva letto, ma ora gli si presentava loccasione, come ai romani del paese di Bordano, di partecipare di vivere lesperienza di quella festa ed era confuso ed emozionato.
Nella folla vestita di bianco, si perdevano i contorni dei singoli individui. La folla sembrava ununica nuvola dalla quale emergevano le maschere di legno scuro. I volti di legno dalle orribili espressioni, danzavano come marionette mosse da mani o da fili invisibili. Prima dolcemente, al ritmo duna musica dalla cadenza lenta, con le note che si staccavano distanziate, come le gocce allinizio del temporale. Poi in un movimento sempre più sfrenato, accompagnato da uno scrosciare di note, che rendeva più intensa nella voluttà del ritmo, la voluttà del movimento. Una danza sotto la pioggia, con i fili dacqua che filtrano nella pelle del viso, con lacqua che scende sui capelli, che impregna i vestiti, che penetra ed accarezza con un brivido di freddo tutto il corpo, facendolo fremere e vibrare a quella carezza. Un movimento che nasce dalla pioggia, che ritma sul corpo la stessa cadenza che imprime alle cose, alle foglie degli alberi, ai fili derba, allinerzia dei sassi.
Non pioveva. Ma limmagine della danza sotto la pioggia gli veniva in mente a rendere lidea duna musica che usciva dal bosco e univa in un unico fremito il bosco di querce, la nebbia della folla biancovestita e le maschere di legno che sagitavano come impazzite, galleggiando sulla schiuma bianca resa vibrante dal penetrare del suono.
Era una musica strana, mai sentita prima. Contro il rullare sincopato di tamburi dal suono cupo e secco, si sviluppava larpeggio struggente dei violini (o erano arpe?) lacerato ad intervalli dal suono intenso degli strumenti a fiato. Non si vedeva lorchestra, nascosta nel fitto del bosco, e limpressione era veramente che il suono uscisse dalle singole piante, che gli alberi fossero gli orchestrali.
Era la danza degli invisibili, raffigurati in quelle maschere, mentre il visibile sera sciolto nellindistinto del bianco dei vestiti. Sapevano che sarebbe stata lultima danza. Sarebbero arrivati i romani ad interromperla. Non capiva come, non capiva perché, ma anche lui sapeva dellineluttabile arrivo dei romani, come al vedere le nubi si sa che ci sarà la grandine.
«Ma perchè date per scontato di arrendervi, di subire?» avrebbe voluto gridare, ma non sapeva a chi avrebbe potuto gridarlo. Nessuno infatti gli aveva detto niente. La notizia che i romani sarebbero arrivati era nellaria, come era nellaria il fatto che non si sarebbero opposti.
«Ma se i romani vi hanno sempre temuto come un popolo di feroci guerrieri, se vi siete venduti come mercenari in ogni parte dEuropa? Come è possibile che pensiate di rinunciare alla vostra storia ed alle vostre tradizioni, senza neppure tentare una difesa?» gli pareva di continuare a chiedere senza sapere a chi. Si sentiva capace di porsi a capo della rivolta, li avrebbe guidati lui contro i romani. «Non si possono accettare supinamente i soprusi,» continuava a ripetere.
Finalmente uscì dalla folla danzante e gli venne incontro un uomo, che avvicinandosi si tolse la maschera. Era un vecchio, con il volto segnato da profonde rughe come il tronco delle querce, ma gli occhi erano ancora vivaci come quelli dun ragazzo. Aveva i lunghi capelli bianchi raccolti e sollevati in una sorta di criniera che dalla fronte gli scendeva fino dietro le spalle. Due baffi enormi parevano staccarsi dal naso come due trecce che gli arrivavano al petto. Era certamente unautorità, forse il capo dei Druidi.
«Anche luomo è una triade,» gli disse come se avesse sentito il suo desiderio di combattere e volesse rispondergli, «la forza del corpo, la spiritualità del pensiero, la sintesi dun corpo che pensa. Ma il corpo non può essere usato a difesa del pensiero.»
Non capiva. Avrebbe voluto dirgli che tutta la storia dellumanità è storia di guerre in nome di idee.
«Non per noi,» continuò come se avesse inteso losservazione, «per noi al corpo si risponde col corpo, al pensiero con il pensiero».
«Ma se un altro usa la forza, per difendere il suo pensiero?» sbottò con foga Luciano.
«Il pensiero risponde con la desistenza.» Replicò il vecchio tranquillo. «Se lidea è stata sconfitta con la forza, alla fine riemerge, alla fine, contro la forza, vince sempre lidea.»
In quello, dal bosco di querce uscì un grido. «In nome di Cristo!» ed a quel grido uscì unorda di soldati romani, con le spade in pugno. Si gettarono urlando sulla folla inerme, e il bianco si tinse di rosso. Sempre più rosso. Fin che tutto fu rosso, nel bosco di querce.
Luciano era fuggito, trascinandosi dietro il vecchio che non voleva seguirlo e gli opponeva una resistenza decisa. «Devo seguire il destino degli altri,» continuava a ripetere. "Non ha nessun senso" gli ripeteva Luciano. Sentiva che aveva il dovere di salvarlo. Lo portò infatti di forza a nascondersi in una grotta scavata dal torrente che fiancheggia la radura di Lugniàsch. Se la ricordava bene, era chiamata la grotta del Salvàn, ci andava da bambino con gli amici, a giocare alla guerra.
Sullimmagine di bambini che giocavano ad usare le armi si sovrapponeva ora la sua immagine di anziano che teneva per mano quel vecchio con quella strana acconciatura e quello strano vestito. E il vecchio piangeva...
«Perché i romani, in nome di Cristo?» gli chiese.
«Da dove vieni? Comè che non sai?» domandò laltro tra le lacrime. Poi, senza attendere risposta, quasi a cercare nel racconto sfogo alla sua pena, prese a raccontare.
Quando cera stata linvasione dei romani il loro popolo aveva accettato di convivere con i conquistatori. Cera spazio per tutti su quelle montagne! Ma avevano voluto mantenere la loro identità, vivendo separati dai romani. Si erano sviluppati quindi dei villaggi abitati soltanto da romani, con accanto villaggi abitati solo da Carni. Ma non cera alcun problema di convivenza: si accettavano a vicenda, nella loro diversità.
Finché i romani non si convertirono al cristianesimo. I cristiani infatti con lidea di essere i depositari dellunica verità, non potevano rinunciare al tentativo di imporre la loro verità agli altri. Prima del nostro, era toccato già ad altri villaggi, gli uomini uccisi, le donne violentate, i bambini presi come schiavi.
«Sapevamo che sarebbe finita, come hai visto anche tu. Se la storia potesse raccontare lassurda verità dun popolo che credeva in un Dio che sesprime nellamore verso il mondo, annientato in nome del Dio dellamore per gli uomini...», dicendo queste parole, come se avesse concluso il suo compito, sera accasciato con un profondo respiro.
Nello stesso respiro Luciano sera svegliato, pensando a sua madre che gli raccomandava sempre, ma inutilmente, di non andare nella grotta del Salvàn, perché era stregata. Si raccontava infatti che, in passato, vi erano stati trovati dei resti umani e delle spille doro.
"Non è andata esattamente così, non si può travisare la storia," mormorava tra sé, da sveglio, sorprendendosi ancora una volta per come gli capitava sempre più spesso di confondere i sogni con la realtà, linterpretazione fantastica con la storia, "i falsi della storia scritta dai vincitori non possono giustificare i falsi opposti, quelli della storia scritta dai vinti. Non è questa la storia del cristianesimo "
Nella notte continuavano a disperdersi i rintocchi delle campane dei morti. Era il respiro del tempo, della storia, un rintocco più forte inspirato ed uno più tenue espirato, uno più forte che cadeva sul paese, ed uno più leggero che sfumava contro le montagne. Un rintocco andava lontano nel vuoto del tempo, raccoglieva i pensieri delle persone, ormai sepolte dalla storia, e un altro tocco, più forte, ributtava quei pensieri contro le povere case del piccolo paese.
Di tocco, in rintocco il suono era risalito fin nella notte dei tempi ed aveva riportato le voci dei primi uomini, che avevano segnato con la loro fatica i sentieri di quella montagna.
Da qualche parte si sarebbero potuti senzaltro trovare anche i segni della loro presenza. Come larchitetto aveva trovato una tomba, altre se ne potevano trovare. Come sul costone del Sorantri era venuto alla luce il villaggio di Raveo, e sul S.Simeone, larchitetto aveva trovato la tomba, si sarebbero potuti trovare anche i resti di altri villaggi, di altre tombe. Si sarebbe potuto allestire un museo. Ma si sarebbe comunque trattato duna raccolta di cose morte, di resti senza voce. Interessanti soltanto per un progetto dattrazione turistica.
Le campane invece portavano voci e parole che si scioglievano di nuovo nellaria e di nuovo vivevano. Non era soltanto il ricordo, ma lorgoglio dun popolo che si sforzava di vincere la storia, attraverso il percorso sofferto dei viaggi dellanima, per riproporsi e vivere ancora nella voce degli uomini doggi. Un popolo che voleva rivivere in tutte le contraddizioni che fanno la verità, sia della storia degli individui che dei popoli.
Un popolo che aveva subito la forza del più forte, ma che non rinunciava a credere dessere il più grande, convinto che la grandezza delluomo è nella forza dellanimo e del pensiero, nella capacità di essere se stessi in un rapporto armonico con la natura, nel saper godere dellattimo di visibilità nella storia, per conquistare la serenità delleternità invisibile.