Cap. 1

Lauriscia.

Il racconto lo aveva così coinvolto che gli pareva di avere ancora davanti agli occhi, il grande falò del quale stava parlando Maria.

Era una sorta di grande bottiglia impagliata, con grandi trecce verticali che si interrompevano in alto sul collo per lasciare posto ad un grande tappo con la forma del mezzobusto di un uomo. Le trecce erano formate con una serie di fascine di stecchi sovrapposte, mentre il busto in cima era realizzato con strisce di corteccia d’albero sovrapposte, incollate ed intrecciate, alternando il bianco della betulla al colore bruciato della quercia, per rendere e caratterizzare i particolari del volto e del vestito.

Fra treccia e treccia, stavano uscendo dense nuvole di fumo squarciate da grandi lingue di fuoco che salivano contro le ombre della sera, avvolgendo l’intera costruzione.

In un gemito strozzato, erano finite per spegnersi, soffocate dal fumo, anche le grida disperate di paura e di dolore di Lauriscia e del suo ragazzo. E il silenzio del falò, rotto soltanto dal crepitio del fuoco, aveva penetrato anche la folla circostante. Ora guardavano tutti in silenzio, come se l’arrivo della morte avesse infuso in tutti se non un sentimento di rispetto e di pietà, certamente un brivido di paura.

"Che barbarie!" mormorò Maria tra sé, chiudendo con questo commento il suo racconto.

"Direi invece, che grande raffinatezza e sensibilità anche nell’eseguire una condanna a morte," ribatté Luciano, come se stesse commentando una scena realmente accaduta e non il racconto d’un sogno. Era stato colpito dall’originalità dell’idea d’un rogo, nel quale i condannati a morte, venivano rinchiusi all’interno d’una catasta di legna, invece che essere esposti al ludibrio della folla. Rispetto ai tanti roghi che la storia ha tramandato (con la pretesa di farli passare per segni di civiltà e non di barbarie), accompagnati da folle urlanti inebriate dagli spasimi della morte, quell’idea di riservatezza e di rispetto per la morte, anche d’un condannato, non gli sembrava certo una testimonianza di barbarie.

"Mi sono svegliata avendo negli occhi ancora l’immagine del grande falò che ardeva, al culmine del colle. Nella realtà invece, al posto del falò, c’era ancora il grande faggio dalla corteccia chiara, che riluceva riflettendo i raggi del sole."

"Già!" riprese Giuliano, come a sottolineare con quella espressione il proprio disappunto per essersi lasciato coinvolgere fino a perdersi a commentare le immagini di un sogno, come quando si commentano le sequenze d’un film, senza saper distinguere la realtà dalla finzione scenica.

"Già! Che strano sogno!"

"È stato più che un sogno," ribattè lei.

"Cosa potrebbe essere più di un sogno?…"

Era tutto accaduto per caso il giorno prima. Maria aveva deciso di fare una passeggiata nel bosco sopra al paese, per raccogliere del terriccio per rinvasare i gerani. Glielo aveva insegnato sua nonna. Non c’è nulla di meglio dell’humus che si è formato dal fogliame marcito negli anni precedenti, per favorire una crescita dei fiori più rigogliosa e con i colori più intensi. E i suoi gerani erano i più belli di tutto il borgo.

C’era in effetti in paese una sorta di gara a chi sapeva far crescere i fiori più belli, a chi sapeva arredare meglio, con autentiche cascate di colori, l’esterno della propria abitazione. E Maria, in quella gara, non aveva rivali, era da sempre un campione fuori classifica. Aveva certamente il vantaggio del contesto costituito dalla bellezza della sua casa, una tipica casa carnica del settecento, ma lei aveva anche trovato il modo per far sì che le piante si sviluppassero maggiormente e che i fiori avessero colori più vivaci. Sapeva inoltre accostare la diversità dei gerani e la varietà dei colori in modo che quelle macchie di rosso dalle diverse sfumature non parevano aggiunte e posticce sulla parete, ma sembravano un modo di essere naturale del muro della casa nel sole dell’estate.

La balconata centrale, al primo piano, divisa in quattro arcate con gli archi e le colonne in tufo, pareva una serra dalla quale i fiori prorompevano per sciogliersi in lunghe trecce che cadevano fino al piano inferiore, dove il motivo delle quattro arcate si ripeteva con le colonne a campire un profondo porticato. E qui, l’intrico colorato dei gerani invadeva tutto il sottoportico, e nel gioco del sole con la penombra dell’ambiente e con l’ombra delle colonne, assumeva un infinita varietà di sfumature e di movimenti. Nella vita di quelle piante sembrava riprendere vita anche la vecchia casa, che in passato aveva raccolto e rieccheggiato le voci di tante persone, ed ora pareva deserta. Ora c’era solo Maria che, sepolta nel silenzio, cercava di riempire il vuoto delle arcate con quelle nuvole di fiori...

Fino ad un anno prima c’era stato anche il fratello. E con il fratello la casa era tutt’altro che vuota. Anzi, pareva che fosse così grande, solo perché lui aveva bisogno di quegli spazi dilatati e ariosi per potersi muovere a suo agio. Il conte lo chiamavano in paese. Il "cont" nella lingua friulana. Così era stato chiamato anche suo padre e suo nonno, e forse in passato qualcuno degli antenati era stato veramente un conte. Il fratello di Maria tuttavia, se non era stato un conte per gli archivi araldici, lo era stato di fatto per i modi di comportarsi, di fare e di dire. Era come se avesse accettato volentieri di cucirsi addosso quel soprannome, facendo in modo di adeguarvisi, per portarlo come si conveniva.

Diventato medico, e poi primario rispettato e famoso all’ospedale di Udine, aveva fuso gli atteggiamenti del barone d’ospedale con quelli del conte, assumendo quell’atteggiamento di superiorità che lungi dal provocare e creare distacco, enfatizza nei subalterni il rapporto di stima e di fiducia.

Maria, che era soltanto di due anni più giovane di lui, aveva subito sin da bambina il suo fascino. Non erano mai stati come fratello e sorella ma piuttosto in un rapporto di serva e di padrone. Lui però non s’imponeva e lei non subiva. Non si sentiva condizionata, ma in un certo modo affascinata e attratta dalla personalità del fratello, al punto da restargli legata per la vita. Lui non s’era sposato, e a lei non era mai passato neppure per la testa ci potesse essere un possibilità di realizzare una propria vita, al di fuori del rapporto con il fratello.

Per questo, con la morte di lui era morta anche lei, e la casa era rimasta profondamente vuota, come un cimitero che é pieno di lapidi, di croci, di piante e di fiori, ma che non trasmette altra sensazione se non quella del vuoto e del nulla. E come in un cimitero, lei s’era impegnata, ancora più degli anni precedenti, a riempire quel vuoto con vasi di fiori, con nuvole di gerani.

Ma il vuoto restava immenso e profondo malgrado quei fiori e penetrava anche l’intrico di rami dei gerani, e lei aveva bisogno di altri vasi, di altri fiori, per questo aveva deciso di salire nel bosco del Sorantri, sopra al paese, per raccogliere quella terra speciale per altri vasi di gerani.

 

Visto dal paese, Sorantri è uno sperone di roccia che sovrasta l’abitato, come una lastra di marmo verticale, rimasta incastonata nel verde dei prati e dei boschi. Da sopra invece, quando lo si è raggiunto per la strada lastricata che sale ripida sul pendio, è una piccola montagna che s’avanza come il torrione d’una cinta muraria, che si sporge rispetto al contesto circostante quasi a proteggere le distese retrostanti dei prati di Valdìe.

Si dice che nell’antichità sul monte ci sia stato un insediamento dei Celti, la sovrintendenza ha anche effettuato degli scavi che hanno messo in luce i resti d’un villaggio. Come in ogni favola che si rispetti, tutti danno anche per certo, che tra i resti delle capanne, ci sia anche un tesoro.

Da qui le battute con le quali alle volte le amiche commentavano il fatto che trovava sempre qualche scusa per raggiungere quel bosco. "Speriamo che finalmente ti capiti tra le mani quella pentola di monete d’oro," le dicevano scherzando.

Mentre davanti si presenta compatto, come una lastra di marmo a strapiombo, da sopra, il monte Sorantri appare piuttosto un ammasso detritico. Forse la lingua del ghiacciaio che nella preistoria scendeva dalle alte montagne retrostanti, s’era scontrata con uno spuntone di roccia troppo resistente, e vi aveva depositato attorno, in un cumulo, i massi che aveva trascinato a valle. Così si poteva spiegare anche l’originalità di quella parete rocciosa, che emergeva verticale in contrasto con le forme morbide e rotondeggianti del monte.

Ma, se in qualche modo era riuscita a darsi delle spiegazioni sulla originale conformazione del terreno, non riusciva invece a spiegarsi l’attrazione che sentiva per quel luogo. Avevano ragione le amiche, trovava sempre un motivo diverso per recarvisi. Ora era la terra per i gerani, altre volte i funghi, o semplicemente il desiderio d’una passeggiata, e in nessun altro luogo si sentiva di camminare a suo agio come nel bosco del Sorantri.

Era forse il fatto che da lassù si dominava tutta la valle del Tagliamento, con il fiume che la segnalava insinuandosi tra monte e monte, per perdersi in una fuga di quinte di verde che sembrava senza fine. Era forse l’atmosfera creata dal bosco che dai prati di Valdie, saliva lentamente fino a fare da cornice allo strapiombo dei "cretòns", come veniva chiamato la roccia a strapiombo. Era forse l’idea dell’insediamento celtico, nella suggestione che suscitva il pensiero che su quei sassi sui quali posava i piedi, altri aveva posato i suoi, già tante centinaia d’anni prima.

O erano forse tutte queste cose assieme. Tant’è che sul Sorantri lei ci andava spesso, ed anche quel giorno aveva deciso di tornarvi.

La giornata era afosa ed entrando nel fitto del bosco d’abeti, aveva sentito per contrasto come un brivido di freddo. O di paura?... Perché avrebbe dovuto avere paura, in un bosco vicino a casa, nel quale era già stata infinite volte? Eppure in quel brivido aveva provato la sensazione che quello era un giorno diverso, che il bosco era diverso, che l’aria che muoveva le fronde era diversa. Stranamente, notò, non si sentiva nessun canto d’uccello!...

Ma forse a quell’ora, (era ormai quasi mezzogiorno), era normale che gli uccelli non cantassero. Le altre volte probabilmente non ci aveva fatto caso. Proseguì, riflettendo sulla stranezza dei pensieri che le stavano attraversando la mente. A sessant’anni paura del bosco!... Come quando bambina vi andava con la mamma, e la faceva sussultare un frusciare insolito delle fronde, o il rumore d’un ramo che si rompeva all’improvviso...

Salendo, il bosco d’abeti lasciava il posto a quello di faggi. Prima il sole non riusciva a penetrare il fitto intrico dei rami delle conifere. Ora, nell’ordito con trame più larghe dei rami dei faggi, filatrava a tratti, macchiando il terreno e il tronco degli alberi, con chiazze di luce intensa, in forte contrasto con l’ombra del bosco. Si intravedeva distintamente tra il fogliame la traccia della strada lastricata che a tornanti saliva la china. Sulla cima della montagna la vegetazione diradava ancora, e il sole entrava con forza tra gli alberi, che disegnavano esili ombre. Tra la vegetazione più rada si distinguevano nettamente quelli che, nell’interpretazione comune, avrebbero dovuto essere i resti dell’insediamento celtico.

Si vedevano dei cumuli di macerie, come se costruzioni di pietra a forma di trullo, fossero crollate su se stesse, oppure si distinguevano dei muretti a secco di forma circolare, come se l’abitazione avesse avuto soltanto le fondamenta di pietra e il resto della costruzione, di legno o d’altro materiale deperibile, si fosse dissolto nel tempo.

Si era seduta su uno di quei muretti, affaticata e stanca più di quanto la salita, nè lunga nè difficile, potesse comportare. D’un tratto s’era sentita presa da un senso di vertigine ed ebbe la sensazione di stare per svenire. Fu distolta dalla preoccupazione per quel che le stava accadendo, colpita dall’originalità dell’immagine del tronco d’un faggio, in alto, proprio sulla cima del colle, immerso in una chiazza della luce intensa del sole d’agosto. Il legno più bianco degli altri, come fosse il tronco d’una betulla, pareva risplendere, riflettendo la luce del sole.. Si sentì mancare di nuovo, e allora il tronco più bianco degli altri prese ad animarsi ed a muoversi come fosse stato di nebbia, per trasformarsi poi, modellandosi lentamente, in una figura umana.

Era una giovane donna, vestita d’una sorta di camice bianco, e con lei, come in un sogno, s’era vista intrattenersi a parlare, come avrebbe fatto con una donna qualsiasi incontrata per caso nel bosco.

"Era da tempo," diceva la ragazza vestita di bianco, "che attendevo qualcuno che mi riportasse a vivere nel suo pensiero.

"Come, a rivivere nel pensiero?" aveva mormorato lei, imbarazzata per la confidenza con la quale le si rivolgeva quella strana ragazza, comparsa nel bosco. La scrutò con più attenzione, sforzandosi di cercare nella memoria se le ricordasse qualcuno. Ma invano. Aveva i capelli biondi che le scendevano lunghi sulle spalle. Pallido il viso come segnato da una grave malattia, con due profondi occhi azzurri. L’idea della malattia era confermata da quel camice bianco che la ricopriva tutta, non lasciando uscire neppure le mani ed i piedi. Non era però un camice di stoffa, sotto il quale si potesse immaginare un corpo, pareva piuttosto che il camice fosse il corpo, come se la stoffa dell’abito e il corpo si fossero fusi assieme.

Sorrise. Un sorriso amaro, forzato, come quello dell’ammalato quando sorride per compiacere il visitatore, che ha cercato di dire una battuta di spirito.

"Da tempo attendevo di poter rivivere con qualcuno la mia morte, per ritrovare pace nell’eternità".

Rivivere nel pensiero!. Rivivere la morte! Era per lei un linguaggio incomprensibile. Avrebbe dovuto chiedere spiegazioni, ma poi aveva pensato che avrebbe potuto capire qualcosa di più, se fosse riuscita ad inquadrare l’immagine della donna che le stava parlando.

"Chi sei?" le chiese.

Non rispose direttamente, ma prese a raccontare la sua vita. Attraverso le sua parole, lei aveva avuto la sensazione di poter entrare, come per magia, nel suo pensiero, ed attraverso il pensiero rivivere quello che raccontava. Attorno a lei infatti non c’erano più i ruderi ma c’era veramente il villaggio dei Celti.

Come aveva sospettato guardando altre volte i resti dell’insediamento celtico sul Sorantri, attorno a lei c’erano delle capanne interamente di pietra come dei trulli, altre avevano la stessa forma, ma erano di legno ed avevano in pietra soltanto la base. Le prime, le fu spiegato, erano per i nobili guerrieri le altre per la gente comune. Sembravano disposte senza un ordine ben preciso, a gradoni, dall’orlo dello strapiombo dei "cretons" fino su, alla cima del monte, dove aveva visto l’albero bianco. Tutte avevano la porta rivolta ad ovest, verso la montagna, e di fronte ad est, avevano invece in alto una piccola finestrella dalla quale usciva il fumo del focolare, come si vede ancora nelle casere d’alta montagna.

"La nostra religione", aveva preso a dire la donna vestita di bianco, "prescriveva che ogni famiglia sacrificasse a Beleno, (così chiamavamo il sole che adoravamo come Dio) la prima figlia". Poi, o che avesse voluto andar oltre la parte più dolorosa del proprio ricordo, o che avesse pensato che l’interlocutore non poteva seguirla, senza un minimo di inquadramento storico, era sembrata cambiare discorso.

"Come vedi," riprese "ogni capanna ha una finestrella nella stessa posizione e nella stessa direzione. Serve a lasciare uscire il fumo del focolare, ma soprattutto serve a lasciare entrare, in tutte le abitazioni, allo stesso momento, il primo raggio del sole, quando alla mattina scende dal monte. Attorno a quel raggio, la famiglia si ritrova ogni giorno in preghiera, prima di iniziare la giornata. I giorni nei quali il sole resta coperto dalle nubi, lo si prega immaginandolo presente, come se il raggio entrasse egualmente.

"Bella l’idea del sole che entra contemporaneamente in tutte le case," l’aveva interrotta lei, "ma cosa voleva dire, sacrificare la prima figlia?" aveva aggiunto, turbata da quell’accenno a sacrifici umani.

"Vedi laggiù", aveva continuato l’apparizione, come se non avesse sentito la domanda "sull’orlo dello strapiombo, la prima capanna in muratura... Ha la porta come tutte le altre, ma sull’altra parete, verso il vuoto, invece della finestra ha un’altra porta. Da lì ogni mattina il Druido, (così chiamavamo il sacerdote del Dio Beleno), guardava sorgere il sole. Per i comuni mortali, sarebbe stato sacrilego guardare il sole mentre sorgeva, spogliandosi dei vapori della notte, lo dovevamo ricevere nelle nostre capanne, quando vi entrava dalla finestra. O, se eravamo in viaggio, lo dovevano ricevere nel bosco, quando aprendosi un pertugio tra le fronde degli alberi, riusciva a filtrare illuminando con i suoi raggi, una chiazza del terreno.

Il Druido invece lo guardava dalla porta che dava sullo strapiombo, e lo stavamo a sentire incantati quando ci raccontava che lo si vedeva salire con la velocità del lampo, come una lama d’argento sulla corrente del fiume, per poi balzare invece, quando sembrava dovesse raggiungere la nostra valle, sulla cima del monte dietro al villaggio e da lì scendeva rapido, come una tendina di luce che pulisce e dissipa l’ultimo velo della notte. Al Druido soltanto era permesso vederlo, ed anche alle Laurisce le ragazze che si sacrificavano a lui, il giorno del sacrificio, prima di lasciarsi cadere nel vuoto, in suo onore, al compimento del sedicesimo anno.

Pur nel riserbo con il quale s’esprimeva la ragazza, a proposito del sacrificio di queste Laurisce, a Maria pareva d’aver capito di cosa si trattasse e non riuscì a trattenersi dall’esclamare:

" Come é possibile, una idea così barbara e crudele, in nome d’un Dio e d’una religione".

" Non so, forse le credenze religiose hanno giustificazioni più profonde legate alla storia dei singoli popoli… Forse era un caso infatti, ma questa usanza faceva in modo che ci fosse un equilibrio nel villaggio tra maschi e femmine, e questo consentiva di mantenere la pace interna e di garantire lo sviluppo dell’insediamento. C’era quindi probabilmente un motivo e un motivo anche profondo, ma a me, a dir il vero, le ragioni più o meno profonde interessavano ben poco. Come avrai capito, io ero la primogenita della mia famiglia, ero una Lauriscia. Da quando bambina avevo cominciato a capire che cosa fosse la vita e la morte, io sapevo che sarei dovuta morire al compimento del sedicesimo anno, perché questo comandava la nostra religione".

"E’ assurdo!"

"Meno di quanto sembri, purtroppo, perché é assurdo solo ciò che è eccezionale, quando una cosa anche la più illogica, diventa consuetudine, perde ogni carattere di stranezza e viene accettata come normale. Non ero sola, eravamo in tante. Era quindi normale che ci fosse nel villaggio un gruppo di ragazze diverse dalle altre, le une destinate a produrre figli, le altre destinate alla divinità".

"Ma come si può vivere pensando di dover morire?"

Sorrise. "In effetti è la condizione normale per l’uomo, quella di dover morire. Ma il fatto di non conoscere il giorno e l’ora, fa sì che l’uomo possa vivere nella presunzione d’essere eterno, dimenticandosi persino della possibilità della morte. Per noi era diverso. Sapevamo che all’alba del giorno del nostro sedicesimo compleanno, avremmo dovuto rinunciare a vivere, lasciandoci cadere dal Sorantri..."

Si fermò come se stesse ripensando alle ultime parole che aveva detto, e infatti riprese poi a parlare, tornando sullo stesso concetto: "O meglio avremmo dovuto cominciare a vivere, perché sapevamo che l’anima è immortale e che la morte ci apre le porte dell’eternità. Questa fede nell’immortalità dell’anima, giustificava e dava un senso anche al nostro sacrificio. O almeno avrebbe dovuto…"

Il cerimoniale prevedeva che alla sera precedente la ragazza venisse portata nella capanna del Druido, sigillando la porta in modo che non potesse uscire se non attraverso il precipizio. Al posto del sacerdote, il giorno dopo avrebbe guardato sorgere il sole, e quando l’avesse visto venirle incontro nella lama d’argento sul fiume, avrebbe dovuto correre verso di lui, lanciandosi nel vuoto. Il suo spirito sarebbe stato allora accolto dal Dio nella schiera delle sue angeli-valchirie, mentre il corpo si sarebbe disperso nel prato di Lauriscè. Così si chiamava (e si chiama ancora!) il prato ai piedi del precipizio, al quale a nessun essere umano, era permesso di avvicinarsi.

"Ma come potevate vivere sapendo che incombeva su voi questo destino?".

"A dir il vero, invece, non vivevamo male. Eravamo delle privilegiate. Le nostre sorelle più piccole dovevano imparare a raccogliere la legna e i frutti del bosco, a portare al pascolo le greggi ed a cucinare la carne. Erano spesso punite. A noi era consentito ogni capriccio. Eravamo consacrate al Dio, nessuno ci poteva offendere, nessuno ci poteva costringere a fare qualcosa, eravamo libere di vivere a nostro piacimento...

"Per dover morire!"

"Come le altre. Come tutti. Il destino ha tuttavia fatto un dono all’uomo, quello di non poter conoscere l’ora della propria morte. A noi il Dio aveva sottratto anche questo dono...Così pensavo io, bestemmiando. Quello che ci era stato insegnato invece era diverso: nella morte, rinunciando al corpo, l’uomo conquista la possibilità di vivere nella felicità della luce"

"Che barbarie comunque costringere al sacrificio una ragazza!" aveva commentato lei.

"Anch’io pensavo così non riuscendo a capire le motivazioni profonde delle tradizioni della mia gente. Ma sbagliavo..."

"Come sbagliavi?"

"Se te lo dico io che ero una Lauriscia! Sbagliavo, non credendo alla possibilità della vita eterna. In fondo è tutta qui la chiave del problema della vita. Quando io pensavo che a noi Laurisce era stato tolto anche il dono di non sapere il momento della morte, consideravo evidentemente la morte una disgrazia: la perdita della vita. Ma se la mortalità per l’uomo è uno stato d’attesa dell’immortalità, porre fine anticipatamente all’attesa, non può essere considerata una disgrazia, non può essere un danno."

"Sul piano filosofico..."

"Nella realtà. Perchè ci ostiniamo a confondere il giorno con la notte. Viviamo la notte della vita come animali notturni che temono l’arrivo del giorno. Arriviamo a pensare sia terribile conoscere l’ora dell’alba."

"Ma resta comunque l’assurdo, rilevato anche da te, che nei confronti della divinità non ha senso sacrificare animali, e tanto meno giovani donne."

"Il sacrificio però non è il gesto rituale del sacerdote che brucia l’animale,( ora lo so), ma il gesto dell’individuo che ha rinunciato a qualcosa a favore della divinità. La rinuncia fa sorgere e stabilisce un rapporto spirituale, e quindi diventa una preghiera. È il sacrificio della rinuncia che sale a Dio, non certo il fumo dell’animale che brucia. Il rito, evidenzia il trasformarsi della rinuncia in preghiera..."

"Non ci avevo pensato... ma comunque, i sacrifici umani..."

"Sono meno incomprensibili di quanto possa sembrare. Noi credevamo al rapporto individuale dell’uomo con Dio. L’individuo trova Dio dentro di sé e quindi non ha bisogno di segni esteriori per parlare con Dio. Portando alle estreme conseguenze il concetto, la religione impediva che si esteriorizzasse nella scrittura, qualsiasi cosa avesse a che vedere con la divinità.

I Druidi giovani imparavano a memoria dai vecchi tutto quello che riguardava il rituale, e le più belle preghiere che i profeti del passato erano stati capaci di inventare. La mente del Druido diventava il vero libro di preghiere, ed anche noi Laurisce imparavamo dai Druidi. La nostra mente diventava il libro delle preghiere e delle invocazioni della nostra comunità. A noi, alla nostra mente che si librava nell’immortalità, era affidato il compito di portare alla divinità la preghiera della nostra comunità..."

"Ma quindi, anche tu sei finita nel campo di Lauriscé?".

"No, avevo trasgredito alla prima regola della vita delle primogenite. Nella notte dei tempi, Dio aveva ordinato al primo della nostra stirpe: le prime figlie non conosceranno uomo perché saranno mie. Io invece avevo conosciuto un ragazzo. Con lui avevo conosciuto il piacere del corpo. E non riuscivo più ad accettare l’idea che avrei dovuto rinunciarvi senza motivo per lasciarlo sfracellare sulle rocce dei "cretòns".

"No! Durante la notte del sacrificio sono scappata. Non avevo paura del vuoto, non avevo paura della morte. Ero soltanto irritata per il nonsenso di quel gesto: un Dio non sa che farsene del corpo d’una giovane donna, pensavo, mentre il mio ragazzo sapeva come farlo fremere e vibrare di vita. E volli ribellarmi. Già un’altra, alcuni anni prima l’aveva fatto. Sapevo come sarei potuta finire. Ma il mio ragazzo aveva condiviso ed spronato la mia decisione. Forse in due, pensavamo, ce l’avremmo fatta a salvarci. Fu lui che mi aprì la porta della capanna del sacrificio, e fuggimmo insieme..."

"Ero sicura che sarei stata più furba dell’altra Lauriscia, che non mi sarei lasciata prendere. Certo! Avremmo dovuto vivere, come degli animali, lontano da tutti i villaggi, perché ovunque ed a tutti sarebbe stato comunicato il sacrilegio che avevamo commesso. Eppure, anche soltanto come bestie, ci dicevamo, è sempre meglio essere che non essere. Anche il mio ragazzo, come me, non credeva più alla felicità della luce eterna! Anche il mio ragazzo, con me e per colpa mia, aveva confuso la notte con il giorno!...

E invece ci hanno trovato, e ricondotti al villaggio".

Appena il Druido s’era accorto al mattino che i sigilli erano stata strappati, aveva dato l’allarme, e tutto il villaggio era corso a cercarli. L’avevano trovata dopo due giorni, e l’avevano bruciata viva, come diceva la loro legge, sul punto più alto del monte Sorantri, per espiare nel fuoco il sacrilegio che aveva commesso.

"Ogni capanna dovette portare una fascina di legna attorno al palo che era stato conficcato al culmine del monte, e si fece così un rogo, a forma di "mede". Fummo legati al "medìli" il palo centrale, e sopra di noi furono poste le fascine, accatastate le une sulle altre come trecce d’una grande bottiglia impagliata, in modo che fossimo cancellati dalla vista della gente del villaggio. Poi quando avevano preso a scendere dal monte le prime ombre della notte, il Druido aveva appiccato il fuoco.

Mi pare ancora di sentire il crepitare delle fiamme e le sue grida, sento ancora l’acre odore del fumo che mi toglie il respiro, e le grida della folla, e poi il silenzio...Sono rivissuta e morta in tanti alberi cresciuti e morti, a partire dalle ceneri del falò, che aveva arso per tutta la notte sulla cima del monte, prima di trovare qualcuno cui poter raccontare la mia storia, per potermi purificare nel racconto."

"Che barbarie!" aveva mormorato lei, e su questa parola si era riscossa. "Che barbarie" aveva ripetuto da sveglia, guardandosi attorno, stupita del sogno così strano che aveva fatto, riprendendosi a fatica, come se il fumo del rogo avesse fatto perdere i sensi anche a lei.

Stupita guardava all’albero in alto immerso nel sole, ed al suo posto vedeva ancora, come nel sogno, il rogo. E i riflessi del sole, erano i riflessi delle lingue di fuoco, e il silenzio assoluto del mezzogiorno d’agosto sul Sorantri, era il silenzio che si era formato attorno alla morte, quando era entrata nel rogo.