Cap. 3

Mede

Da bambino, al paese dove era nato, era stato amico intimo d’un altra Maria. Vicini di casa, ambedue senza fratelli, avevano sviluppato un legame d’amicizia molto stretto e sentito. Dicevano tutti che sembravano come fratello e sorella. Lui era il figlio della maestra, lei era figlia di contadini. Ma per i bambini le differenze sociali non contano. Anzi quando non sapeva come passare le giornate d’estate, per lui era un piacere andare ad aiutarla nei prati a raccogliere il fieno, assisterla mentre alla sera accudiva alle bestie. Poi, dopo le elementari, lui era stato messo in collegio per proseguire gli studi, lei li aveva interrotti, per dedicarsi a tempo pieno all’azienda agricola familiare.

"Tu te ne sei andato. Per te s’apriva la possibilità di vedere il mondo. Per me invece…" così aveva preso a raccontargli una sera, l’estate precedente, seduti sul muretto sul quale erano soliti fermarsi a parlare da bambini. Come se la loro storia nel suo moto circolare fosse tornata al muretto dell’infanzia.

Per lei s’apriva invece, aveva continuato, la prospettiva ristretta della vita d’un piccolo paese di montagna. La monotonia del ripetersi dei giorni, sempre uguali, con i ritmi modificati appena al cambiare dei tempi del sole, veniva rotta soltanto dalla possibilità di frequentare la chiesa, dove il vecchio parroco la faceva fantasticare raccontando le avventure dei santi e dei martiri.

Altro diversivo era il racconto delle leggende. Alla sera si incontravano nella stalla di qualcuno del paese, a rotazione. Riscaldandosi al calore degli animali e lavorando la lana, le vecchie raccontavano storie ancora più fantasiose di quelle dei santi. Erano di solito storie di demoni e di dannati, di diavoli e di streghe. Quelle del prete parlavano di speranza, quelle delle vecchie ricostruivano scene di vita segnate soltanto dalla paura e dalla sofferenza. Lei che pur seguiva con attenzione anche le vicende edificanti narrate dal parroco, si sentiva attratta ed affascinata da quelle raccontate dalle nonne.

Quando poi, nel buio della notte, doveva rientrare a casa da sola, correva terrorizzata, credendo di sentire il respiro affannoso, il rantolo disperato di quei morti, di quei dannati, che, nei racconti, non riuscivano mai a trovare pace nel cimitero e s’aggiravano cercando sollievo tra le case dei vivi.

Una di quelle storie di dannati era entrata a far parte della sua vita, diventando un elemento del proprio modo di essere e di sentire.

Tutte le famiglie in paese avevano un soprannome, la sua si chiamava, la famiglia della Mede. Nella lingua friulana la "mede" è quel grande covone di fieno che i contadini costruiscono quando il fienile non ha sufficiente capienza, o nel quale si raccoglie il fieno d’alta montagna per poterlo portare a valle a primavera, quando c’è meno lavoro. Come per altri in paese, il nome della famiglia era poi diventato il suo nome, da "Maria da mede" era diventata soltanto "Mede".

Mentre la gente prendeva a chiamarla in quel modo, in lei s’era come sviluppata una sorta di identificazione con quel nome e con la costruzione alla quale il termine si riferiva, al punto da sentirsi attratta ed in un certo modo magicamente coinvolta nella scena, quando partecipava alla costruzione d’una nuova "mède".

Seguiva le varie fasi, affascinata, come davanti a un rito magico nel quale era stata appunto, suo malgrado, in qualche modo implicata. E c’era in effetti qualcosa di rituale e di magico nel ripetersi di quella scena. Qualcosa che lei finiva indirettamente per sottolineare, riportando nel racconto a Luciano tutti i particolari anche i più secondari d’una episodio che egli evocava a fatica nella memoria, ricomponendo i brandelli dei ricordi dell’infanzia al paese.

"Tu eri il figlio della maestra, non ti ricordi certo come si faceva".

Ricordava invece, seppure a fatica, ora che il racconto lo riportava ai giorni dell’infanzia al paese.

Per assicurarne la stabilità, continuava lei, ricostruendo la scena nei minimi particolari, suo padre tagliava, nel bosco vicino, un albero alto e sottile. Ne infilava una estremità in una buca che aveva scavato nel luogo destinato alla realizzazione della "mede". Facendosi aiutare da sua madre, rizzava il palo, che prendeva il nome di "medìli", poi mentre lei lo teneva fermo, infilava nella buca alcuni sassi che batteva con la mazza di ferro, finchè sua madre gli confermava che il palo aveva raggiunto una sufficiente stabilità.

Il rituale prevedeva pure che anche lui controllasse la stabilità del medìli, trovandola evidentemente inadeguata, il che gli dava la possibilità di aggiungere a commento qualche imprecazione rivolta alla moglie, mescolata con altre rivolte al padreterno, come se fossero effettivamente le parole magiche del rito. Batteva allora ancora qualche colpo di mazza, per constatare infine che tutto era a posto.

Come base per il covone, lasciando al centro il palo, veniva realizzato un quadrato di circa due metri di lato, formato con quattro tronchi non molto grossi che si incrociavano ai lati, dove poggiavano su dei paletti a forca, infilati nel terreno.

Si portava in questo modo a livello il sistema della base , anche se il luogo prescelto per la "mede" era di solito in pendenza. L’impiantito veniva completato con un traliccio di frasche per staccare il fieno dal suolo, in modo che non marcisse a causa dell’umidità del terreno.

Aveva quindi inizio la costruzione. Tutt’intorno, assieme a sua madre, altre donne ed uomini venuti in aiuto, raccoglievano il fieno con la forca e lo gettavano in alto contro il palo, con uno sforzo sempre maggiore, man mano che la costruzione s’elevava. Dovevano fare attenzione a non inforcare suo padre che, tenendosi con una mano al palo, con l’altra sistemava il fieno che gli veniva lanciato, calpestandolo poi con i piedi, per farlo assestare, mentre girava in tondo. La necessità di lanciare il fieno davanti a suo padre che girava attorno al palo, imponeva l’ordine con il quale quelli a terra sollevavano la forca piena di fieno, e dava a tutta la scena quell’idea d’ordine e d’armonia, per la quale le pareva veramente d’assistere a un rito.

Suo padre lassù che girava pestando il fieno, poteva ben essere un mago o uno stregone impegnato in un qualche rito. Il fatto che non la smettesse un momento di criticare perché, a suo dire, facevano sempre i lanci al momento o nel posto sbagliato, accompagnando ogni parola con una bestemmia, poteva anche far pensare si trattasse di un rito satanico.

Dovendo chiudersi il covone a punta, perché la pioggia potesse scolare senza penetrare nel fieno, il piano di calpestio di suo padre diventava sempre più stretto: e più il lavoro si complicava, più aumentava l’intensità delle imprecazioni e delle bestemmie. Infine, sigillata la "mede" con una treccia di fieno, posta ad anello attorno al palo, suo padre scendeva, aiutato da qualcuno che gli sorreggeva la scala.

Non restava che contemplare il capolavoro! La mede doveva avere la forma di anfora, stretta alla base, doveva aprirsi rapidamente nella pancia, per poi andare rastremando più lentamente e chiudersi a punta. Da tutte le parti, armonicamente, doveva avere le stesse proporzioni. La prima parte della cerimonia si chiudeva sempre con le parole di autocompiacimento di suo padre. La comitiva che aveva partecipato alla realizzazione dell’opera, si radunava quindi all’ombra d’un albero, dove sua madre traeva dalla gerla un involto fatto con un tovagliolo annodato. Slacciava i nodi, aprendo sul terreno il tovagliolo, e come d’incanto si trovavano di fronte ad una mensa imbandita: c’era tanta polenta, un po’ di formaggio, ed anche del salame che veniva riservato per le occasioni importanti. E quella della "mede" era una occasione straordinaria, tant’è che c’era sempre anche una bottiglia di vino.

Si sarebbero potute anticipare a memoria anche le parole che si sarebbero dette, perché la merenda sotto l’albero, guardando il capolavoro appena realizzato, pareva costituire la seconda parte del rito, e come nei riti, le parole usate non potevano non essere quelle degli anni precedenti, della tradizione.

"Ho la gola secca," cominciava suo padre, " perché lassù il pulviscolo del fieno ti entra da tutte le parti, e non solo dalla bocca e dalle narici, ma persino dai pori della pelle. E ti viene una sete!.."

"Per te, per bere, c’è sempre una scusa buona," commentava sua madre.

"Ecco!" replicava allora suo padre, andando di nuovo su tutte le furie, "non si può vivere con una donna che ti dà dell’ubriacone, perché senti la necessità, dopo una fatica del genere, di un bicchiere di vino". Continuava poi con una cascata di improperi rivolti a sua madre, finché qualcuno riusciva a farlo smettere. Si proseguiva allora parlando di come, immancabilmente, l’andamento del tempo fosse così stranamente diverso rispetto a quello degli anni precedenti, ricordando come e dove s’erano incontrati gli altri anni per la cerimonia della "mede".

Suo padre ritornava poi più e più volte a sottolineare la sua perizia perché, a suo dire, il lavoro era d’una estrema complessità ed anche d’una grande pericolosità. Per ribadire la difficoltà, come un salmo dei morti che termina sempre in requiem, anche quello di suo padre finiva immancabilmente con il racconto della storia di Rinaldo il dannato della "mede".

Rinaldo da Mede, era un loro antenato. Ma quanto antenato? Secondo suo nonno, era di molte generazioni prima, dei tempi dell’Inquisizione, di quando ancora la Chiesa non era riuscita ad eliminare le streghe, come precisava lui. Il soprannome stava proprio a sottolineare la sua grande abilità nel costruire questi covoni. Da lui, probabilmente, era venuto il soprannome alla famiglia.

Rinaldo appunto, diceva suo padre, aveva appena finito di costruire una "mede" sui prati d’alta montagna. Invece di attendere la scala, realizzato l’anello di fieno che completava la costruzione, per scendere a terra, s’era lasciato scivolare sul fianco della costruzione.

"Quando si dice il destino!" commentava sempre suo padre " non aveva per caso sua moglie lasciato accostato alla mede, un rastrello con il manico in aria? E il rastrello non era esattamente nel punto dove Rinaldo aveva deciso di lasciarsi scivolare?"

"Gli entrò da dietro e gli uscì dalla bocca." Ripeteva ogni anno suo padre. "S’insaccò a terra con un urlo disumano. Poi l’uomo e il rastrello si rovesciarono a terra. Rinaldo restò lì, con il rastrello sotto il sedere, come si vi si fosse seduto sopra inavvertitamente, mentre il manico gli usciva dalla bocca, sporco del sangue che continuava a scorrere a rivoli. La moglie s’era messa a chiamare aiuto, con quanto fiato aveva in gola. Ma quando erano arrivati finalmente quelli dei prati vicino, non avevano potuto che constatare la sua morte."

Il modo di raccontare di suo padre, a mozziconi, quasi dovesse prendere fiato ad ogni frase, per sottolineare la gravità di quanto veniva dicendo , faceva sì che gli altri stessero ad ascoltare attoniti, come si fosse trattato della narrazione d’un fatto appena avvenuto, e non d’un racconto sentito per l’ennesima volta. "Dicono," aggiungeva suo padre, a mo’ di conclusione "che ancora nelle notti di luna, su in montagna si senta quell’urlo straziante, e qualcuno ha raccontato anche, d’aver visto di notte nonno Rinaldo che gira ancora da quelle parti senza pace."

Poi, infine, a mo’ di battuta finale, sghignazzando aggiungeva: "Qualcuno ritiene che il suo tormento sia nato, quando S.Pietro gli ha rivelato che il rastrello non era lì per caso.. "

"Sei sempre il solito!" chiudeva la madre, sempre con la stessa frase, come con l’amen" si chiude sempre anche il "requiem".

 

Nel racconto a Luciano, Maria sottolineava d’aver sentito ripetere questa storia infinite volte, di essersi subito sentita coinvolta e di essere rimasta in certo senso affascinata, come se il soprannome che le era stato dato istituisse un rapporto particolare tra lei e il suo antenato Rinaldo. Già la prima volta che aveva ascoltato il racconto, s’era trovata a fare un sogno dal quale aveva avuto la conferma dello strano rapporto che aveva avvertito istintivamente realizzarsi tra lei, quella costruzione di fieno, e il racconto della morte di Rinaldo.

Anche nel sogno era in corso la costruzione della "mede". Non era però suo padre che calpestava il fieno, ma lei bambina. Si muoveva quasi a ritmo di danza, come quando si divertiva a saltare in cortile, facendo volteggiare la corda. E come se stessero danzando attorno a lei, anche gli uomini con le forche, continuavano a gettare in alto il fieno senza mai fermarsi. Poi il movimento cominciava ad accelerare, a svilupparsi sempre più veloce, fino a farsi frenetico, a diventare un vortice.

Come personaggi di una giostra impazzita, gli uomini attorno si muovevano alzando le forche verso l’alto, con movimenti bruschi e cadenzati. Un mulinello di fieno avvolgeva la "mede", che ruotava attorno al palo centrale come presa in un vortice. Ad un certo punto lei, aggrappata al palo, non riusciva più a resistere alla spinta centrifuga di quel turbinio vorticoso, anche lei era così costretta a lasciarsi scivolare, e si ritrovava come Rinaldo con il manico del rastrello che le fuoriusciva dalla bocca. Con quell’asta, si sentiva come trasformata in uno strano uccello, dal becco troppo sottile e troppo lungo.

Il sogno si era ripetuto poi tante volte ed ogni volta si era svegliata di soprassalto con l’incubo di quell’asta in bocca. Ma, da sveglia, mentre la sua ansia s’acquietava, nella constatazione che s’era trattato soltanto d’un sogno, allo stesso tempo, prendeva corpo a poco a poco in lei la sensazione di non essere sola nella stanza. Sentiva una presenza, come un alito di vento, passare sulle pareti, sfiorare il letto, accarezzarle il viso.

La prima volta aveva avuto paura ma già la seconda sera, quell’alito di vento le pareva avesse qualcosa di familiare e di amico, come l’aria fredda che lasciava entrare la mamma quando passava a controllare alla sera, se già stesse dormendo.

Cercando di darsi una spiegazione di quella sensazione si era trovata a pensare che lì, con lei nella sua stanza, ci fosse Rinaldo. L’idea non l’aveva turbata, le era parso anzi un fatto naturale. Forse anche Rinaldo era diventato un bellissimo uccello notturno, con un becco lungo e sottile, come quello delle upupe, che si racconta volino di notte sui cimiteri, e la veniva a trovare, volando nella sua stanza. E uscivano assieme, lei e Rinaldo, non più in quella stanza, ma due upupe, che la notte svolazzano sopra le tombe, nei cimiteri, come se fossero pipistrelli. Questo pensava, e si stupiva di ritenerlo normale…

La sera continuava a rivivere quel sogno, e in lei cominciava ad affermarsi uno strano bisogno: di seguire quella presenza amica nel luogo dal quale veniva.

Di giorno si spaventava del sogno, delle riflessioni che aveva fatto Ma quando tornava la notte, tornava il sogno, tornava il desiderio di seguire il richiamo di quella presenza che avvertiva muoversi nella camera, il desiderio di trovare il coraggio per seguirla fino al cimitero.

Finché una sera (aveva ormai quindici anni) il richiamo divenne più forte delle sue paure. Uscì di casa, come una sonnambula, e prese la strada del cimitero. Il bosco che la fiancheggiava le parve vivesse. Non erano gli alberi a muoversi alla brezza e le fronde a stormire, ma sentiva che, lasciate le tombe, erano i morti ad affollare il luogo. E quel pensiero invece di incuterle paura le aveva trasmesso la sensazione d’essere arrivata, di trovarsi dove aveva voluto andare, con le persone che aveva voluto incontrare.

Aveva l’impressione di trovarsi in compagnia di persone felici di vederla finalmente, ad alleviare quel loro tormento che si manifestava nello stridìo sinistro del cancello di ferro del cimitero. Anche quella notte il cancello aveva cigolato, ma le era parso un suono diverso, più un grido di gioia, che di dolore.

La luna, alta nel cielo, illuminava ogni cosa a giorno anzi la ghiaia bianca dei viali e il bianco delle croci di marmo sulle tombe, risaltavano ancor più che al sole, rilucendo come se fossero alabastro, creando un’atmosfera magica e incantata.

Era veramente in cimitero? O era un sogno? Si chiedeva, senza riuscire a darsi una risposta. Da ogni tomba vedeva usciva un filo di fumo che prendeva lentamente consistenza fino a diventare uno sbuffo di nebbia che poi assumeva le sembianze umane, per allontanarsi dalla tomba e venire verso il viale centrale. E un altro refolo di fumo si formava sulla stessa tomba, e poi un altro ancora, come se stessero uscendo e riprendendo una presenza, tutte le persone che nei secoli erano state sepolte in quel posto.

Al centro del cimitero s’era così formata una folla. Enorme il numero delle persone, ma come se avessero potuto sovrapporsi le une alle altre, stavano tutte nel viale centrale, attorno a quella che in paese chiamavano la tomba del prete, costituita da un cippo di pietra annerita dal tempo, sormontata da una alta stele che finiva in una piccola croce. Come d’istinto, con un balzo, lei era salita sul cippo ed aveva preso a parlare alla folla, che rispondeva alle sue parole con un lamento muto, che ricordava il grido strozzato della civetta.

Mentre ancora parlava, (ma le sue parole erano suoni senza significato, parole d’una lingua sconosciuta), la folla s’era mossa, verso di lei, come la nebbia quando sale nei giorni di pioggia, addensandosi poi sempre più fitta attorno al cippo. Come risucchiata da tutte le parti sulla tomba centrale la nebbia si infittiva e prendeva sempre più consistenza, assumendo attorno a quel cippo la forma d’un covone di fieno, d’una "mede". Lei vi era rimasta imprigionata, come un baco da seta nel suo bozzolo. In alto emergeva soltanto la sua testa, come il busto d’una statua, incastonata nella piccola croce.

Dopo un po’ di tempo, come ad un segnale, la costruzione aveva preso a sciogliersi. La nebbia aveva ripreso a diffondersi per tutto il cimitero per essere poi assorbita dalle tombe, lentamente, fino agli ultimi refoli sparsi qua e là per il cimitero. Un ultimo soltanto aveva indugiato, sulla tomba di famiglia, e s’era trasformato nella figura d’un uomo. Era un giovane, in piedi, accanto alla lapide. E la cosa, anche questa volta, non l’aveva stupita, le era parsa del tutto naturale. Era scesa dal cippo e gli si era avvicinata.

Era piccolo ed esile, con un corpo quasi da bambino, con un vestito d’una foggia strana, troppo grande, troppo pesante per quelle membra così minute. E la pesantezza dell’abito, sembrava si riflettesse nella sofferenza del viso, troppo vecchio e raggrinzito, troppo segnato dalle fatiche e dagli stenti per quel corpo così gracile e infantile.

"Finalmente ti sei decisa!" sembrava dicesse quel giovane, e le pareva una voce amica, già udita tante volte in quel respiro di vento che entrava nella sua camera, ogni volta che faceva il suo sogno. Malgrado quella sensazione di familiarità, si sentiva in imbarazzo, non riusciva a trovare le parole per iniziare un discorso.

Poi come un sogno che si discioglie nel dormiveglia, la figura era svanita. Come la nebbia quando si disperde al levare del sole, era svanita anche l’atmosfera incantata che aveva avvolto il cimitero. Si era guardata allora attorno rendendosi conto d’un tratto d’essere nella notte di luna, da sola, nel cimitero. Un pipistrello che svolazzava, tra le croci le aveva sfiorato il viso. Allora, con un urlo disperato, finalmente s’era messa a correre, svegliandosi di soprassalto, nel suo letto, madida di sudore..

Ricordava questa prima volta al cimitero con una precisione nei dettagli e nei particolari come se la stesse rivivendo ogni volta che ci pensava. Ma c’erano poi state tante altre volte. Il sogno si era ripetuto sempre allo stesso modo, con quella luna piena che illuminava con una luce irreale il cimitero.

Ma era poi un sogno? Risvegliandosi, agitata ed accaldata non riusciva mai a capire se aveva sognato di correre o se aveva veramente corso da sonnambula. Sognando di sognare non riusciva a capire se tutto era un sogno nel quale si inserivano altri sogni, o se invece alcune cose le aveva vissute ed altre invece solo sognate. Ma se anche così fosse stato, quale era il sogno e quale la realtà vissuta?

L’interpretazione involontaria della scena comunque (o del sogno?), anche le volte successive, si era ripetuta identica nella parte iniziale, con delle varianti sostanziali negli sviluppi al cimitero.

Il ragazzo che le appariva sulla tomba (che lei aveva identificato con Rinaldo, anche se in effetti non aveva mai parlato e non si era mai presentato), si veniva trasformando sotto i suoi occhi. Il refolo di nebbia che aveva preso le sembianze del giovane con i vestiti troppo grandi, si trasformava lentamente prendendo sembianze diverse in diverse fogge di vestiti, come una immagine riflessa nell’acqua che cambia ad ogni muoversi d’onda, per lasciare emergere nell’acqua finalmente quieta, una persona diversa. Era un altro giovane, diverso nelle sembianze da Rinaldo, ma soprattutto diverso nei vestiti.

Era biondo con i capelli lunghi e un viso lentigginoso. Portava una sorta di tunica corta, stretta in vita da una cintura con una grande borchia di metallo lavorato. Le faceva ricordare in qualche modo le figure dei soldati romani, nei quadri della Via Crucis in chiesa. Con la differenza che sotto alla tunica, il giovane portava dei calzoni che scendevano stretti fino al collo del piede, chiusi in fondo, come se avessero avuto un elastico.

Tanto era serio ed avvilito Rinaldo, tanto il giovane che prendeva il suo posto, era allegro e sorridente. Si capiva che avrebbe voluto parlare, comunicare qualcosa. Muoveva anche la bocca come ad articolare delle parole. Ma dalle labbra non usciva alcun suono. O almeno lei non lo sentiva...

E mentre lei stava a guardare il giovane, non s’accorgeva che il cimitero s’era riempito di nuovo. La folla d’ombre era tornata. Ma ora erano tutti vestiti come quel giovane. Anche le nuove ombre le si stringevano addosso, costringendola a ritirarsi ed a rifugiarsi di nuovo sul cippo centrale. Di nuovo si raccoglievano e stringevano attorno formando una sorta di "mede". Poi però, la costruzione si trasformava, allo stesso modo del refolo sulla tomba. Il cippo con lei sopra e le ombre addossate, diventava la catasta di fascine che, secondo la tradizione, si costruiva all’Epifania per bruciare la strega.

Al paese, come in tanti paesi della montagna friulana, pur con alcune varianti da borgo a borgo, c’era l’usanza di costruire per l’Epifania una catasta di fascine di stecchi, a forma di covone. Ogni famiglia portava la sua fascina, poi i coscritti dell’anno le addossavano e le sovrapponevano con maestria, in modo da realizzare una costruzione che nella forma ricordava la "mede" del fieno. Sopra, nella parte di asta che restava scoperta, con dei vestiti pure riempiti di fieno, realizzavano il pupazzo d’una strega.

La sera della vigilia dell’Epifania, dopo aver controllato che le ultime lingue di sole si fossero definitivamente spente sulle montagne ad oriente, e si fosse chiusa anche l’ultima fessura di luce con la quale muore il sole ad occidente, la "più bella della classe", (quella che i coscritti avevano prescelto come la più bella coetanea), accendeva il fuoco.

Anche lei l’aveva acceso a ventun anni, ricordava Maria, ed ora quella scena si ripeteva nel sogno. Ma lei era su, al posto della strega, e le fiamme l’avvolgevano e si sentiva mancare il respiro. Allora l’affanno con il quale si svegliava, non era più quello della corsa spaventata per la fuga dal cimitero, della prima volta, ma quello del sensazione del respiro che le veniva a mancare, come se stesse soffocando, tra il fumo e le fiamme...

"Perché si fanno sogni così strani? Ma il mio è poi un sogno?…".

Con questa domanda Maria aveva chiuso il suo racconto. S’attendeva una risposta? Forse no, e del resto lui non avrebbe saputo che dirle...In verità, la prima volta che aveva sentito il racconto, più che dal contenuto della narrazione era stato preso dall’idea della circolarità della vita. Loro due sul muretto, gli stessi, ma così diversi nel corpo, nei lineamenti del viso, ma soprattutto nei pensieri, al risveglio dai sogni strani che la vita riserva…