La storia dell’umanità attraverso la storia d’una
persona e d’un piccolo paese,
Introduzione.
Per scrivere la storia è necessario risalire alle fonti, catalogare
reperti, mettere assieme testimonianze e documenti per ricostruire personaggi
ed avvenimenti. Così tuttavia si riesce a scrivere la vicenda umana delle
persone che nella storia hanno lasciato un segno, che sono riuscite a dare una
testimonianza di qualsiasi genere che in qualche modo può essere riletta e
ricostruita. Ma assieme alle persone la cui presenza ha lasciato un’orma, sono
vissuti altri miliardi di individui, transitati velocemente nel tempo, passati
nel mondo senza che di loro sia rimasta traccia. Migliaia di migliaia di
persone sparite nel nulla, come ombre al calar del sole.
Non hanno diritto anche questi ad un ricordo, ad una storia? Anche loro
sono stati nel tempo persone, uomini e donne, né più né meno di quanto uomini e
donne siano stati i personaggi che hanno lasciato traccia!
Nella storia si legge che l’imperatore scendeva con il suo esercito. Ma
l’esercito non era una cosa, una sorta di carro inanimato trainato dal
personaggio dell’imperatore. Dentro all’esercito c’erano migliaia di persone
che pensavano, che ricordavano, che avevano paura. Ognuna di loro aveva una
storia personale sulla quale si intrecciavano ricordi e pensieri, immagini
particolari d’un paesaggio, d’una casa, d’una famiglia, di amici.
Sentimenti d’amore e d’odio, di nostalgia, di preoccupazione di
speranza. Immagini e pensieri originali, che facevano d’ognuna di quelle
persone un mondo originale, un microcosmo assolutamente compiuto ed unico.
Per il solo fatto di esistere ognuno di noi ha una genealogia che
incrocia con migliaia di queste persone, fino alla notte dei tempi, fino ad
Adamo ed Eva. Non abbiamo i documenti per ricostruire l’albero genealogico
perché i nostri antenati non hanno lasciato documenti, ma se mettiamo da
parte l’esigenza di documentare e,
affidandoci all’immaginazione, cerchiamo di risalire di figlio in padre, a
ritroso nel tempo, è evidente che ognuno di noi ha una serie concatenata di
antenati che risale a ritroso nella storia, di generazione in generazione,
nell’era moderna, nel medioevo, nel periodo romano, nei periodo di storia
preromana, nella protostoria, fino a perdersi nella notte dei tempi all’origine
del genere umano.
Ognuno di noi ha una genealogia ed una discendenza, che incrocia magari
soltanto con uno degli anonimi soldati dell’esercito dell’imperatore. Allo stesso
modo ogni paese, per quanto piccolo e marginale possa essere, per quanto
costituito soltanto da “tre casettine dai tetti aguzzi e un minuscolo
ruscello”, ha una sua storia
interpretata come riflesso della storia
più grande, quella che è stata scritta versando fiumi d’inchiostro. In ogni paese, anche il più sperduto, c’è una
lapide che ricorda i caduti della prima e della seconda guerra mondiale. La
lapide rende testimonianza del fatto che le ultime due guerre, sono passate
anche su quei paesi. Anche tra quelle case, più o meno direttamente, si sono
vissute le vicende che hanno sconvolto il mondo nel secolo scorso. Ma la lapide
è solo l’ultima. Ce ne potrebbe essere una serie interminabile, a testimoniare
il coinvolgimento delle persone del paese in tutte le vicende che hanno
caratterizzato lo sviluppo della storia dell’Italia e dell’Europa.
I contraccolpi della grande storia si sono sentiti anche negli sperduti
villaggi, perché vi sono passati gli eserciti o perché vi sono ricadute le
pestilenze, o comunque perché si dovevano pagare i balzelli per finanziare le guerre e gli uomini venivano arruolati
a morire vestiti da soldati.
E al di sotto di questi eventi scorreva la storia quotidiana del paese, fatta
di nascite e di morti, di matrimoni e di rivalità, di feste e di lavoro. Di
generazione in generazione si viveva in case sempre nuove, costruite
recuperando sempre le stesse pietre, come di generazione in generazione si
recuperavano le stesse tradizioni per vivere una nuova vita, per condividere le
stesse speranze, per cercare di allontanare le stesse paure.
Ognuna di queste persone ha vissuto per un attimo il suo sogno
d’eternità, ma poi ha dovuto chiudersi nell’anello che ha consentito alla
catena di continuare, che ha consentito alla genealogia di giungere sino ad
ognuno di noi.
Sarà mai possibile risalire per una di queste catene, scrivendo non più
la storia dell’umanità, ma d’un singolo uomo nel suo ripetersi uguale di uomo,
con le angosce e le speranze degli uomini, sempre originale e diverso in quanto
persona, nel modo di vivere queste angosce e queste speranze? E attraverso la
catena della discendenza, sarà possibile scrivere la storia del paese ove la
catena si è sviluppata? No. Perché ci mancano i documenti, le testimonianze.
A meno che la speranza d’eternità vissuta da tutti gli anelli della
catena non debba essere considerato soltanto una speranza, ma, al contrario,
sia veramente il modo di essere autentico degli uomini. Se fosse una prospettiva
reale, allora nella dimensione dell’eternità, sarebbe possibile immaginare di
ritrovare una catena vissuta tutta nello stesso paese, e attraverso la catena
ricostruire la storia del paese.
Al protagonista si presenta proprio questa opportunità: può così
ricostruire la storia del suo piccolo paese senza storia.
Ma ricostruendo la storia del paese senza storia, il protagonista cerca
di recuperare anche il senso della propria esperienza di anello senza storia.
E’ un senso che si può ritrovare soltanto nell’essere anello, concluso nella
propria circolarità, oppure c’è un altro senso nell’essere l’anello costitutivo
della catena, o c’è un senso ancora, oltre la catena?
La ricerca sulla storia diventa
così ricerca alle domande esistenziali , tentativo di trovare rimedi al male
della “finitudine” che affligge il protagonista, tentativo di andare oltre la
catena che lega gli uomini alla caverna di Platone.
Ed è proprio questa ricerca ad unire tutti i protagonisti dei singoli
racconti, legati nella stessa catena del romanzo, come nelle diverse scene
della stessa tragedia, separati da millenni di storia, ma uniti dalla stessa
paura della fine, del vuoto, fino a trovare una risposta proprio in quel vuoto,
nella scoperta che “il vuoto è Dio”.
Cap. 1 - Il viaggio.
Era il primo novembre,
sul calendario il giorno di tutti i santi, nella pratica il giorno dei morti.
Per l’occasione si era ripromesso di prendere alcuni giorni di ferie e
rientrare in paese per quello che veniva pubblicizzato come il ponte dei santi.
Invece come gli accadeva purtroppo
spesso, aveva dovuto rinunciare all’idea, ed anzi aveva finito per lavorare
fino a tardi, anche il giorno prima.
Ormai non riusciva più a imporre i propri tempi al lavoro. S’era lasciato travolgere, nella sua
vita aveva preso il sopravvento il lavoro, ed era ormai il lavoro ad
imporre i suoi tempi ed i suoi ritmi.
Nei primi anni dopo l’Università aveva dovuto faticare non poco per ricavarsi
uno spazio nella professione, per avere un ruolo nella società. Ora che
finalmente il ruolo ce l’aveva, era il ruolo a condizionarlo, a imporgli le
regole di vita. Come un ingranaggio inarrestabile ed implacabile l’aveva
coinvolto in una successione di scadenze e di impegni, di incontri e di
riunioni, in un confronto continuo con la gente più disparata, senza un attimo
di respiro.
Ma alla cerimonia religiosa per la commemorazione dei morti, che si
teneva il primo novembre alla sera, nel cimitero del paese nel quale era nato, di quello che con enfasi chiamava
il “suo” paese, non voleva mancare. Non era mai mancato!
Aveva sempre vissuto quel tradizionale incontro di tutti i vivi attorno
alle tombe dei morti, non tanto come un omaggio ai defunti, quanto come una
necessità personale di risalire alle origini, per ritrovare le radici. Sapeva
che il giorno in cui avesse perso il rapporto con l’ambiente, nel quale la sua
individualità aveva maturato la prima coscienza di esistere, aveva sviluppato i
primi contatti, assorbito i primi umori, sarebbe diventato un uomo qualunque.
Uno dei tanti che nella folla della città si muovono frenetici, presi
dall’obbligo di riempire di cose e di fatti ogni attimo della loro esistenza,
perché non potrebbero sopportare uno spazio di tempo vuoto, da
riempire con il pensiero di sé.
No! Egli si sentiva diverso. Aveva una storia. E la storia è come la
corda che l’alpinista sa di aver ancorato saldamente al chiodo infisso nella
roccia. Se viene a mancare il chiodo,
la corda non serve più, tanto vale liberarsene, lasciandola cadere. Ma
allora si resta come fantocci
inanimati, soli, appesi nel vuoto
contro la roccia ostile e fredda. Il chiodo della sua storia era tra
quelle quattro case sperdute a mezza costa sulla montagna, aperte su un panorama
che si perdeva nello spazio senza orizzonti
della pianura. La fessura di roccia nella quale aveva infilato il chiodo era tra quelle tombe,
dove ogni nome, ogni volto, riportava ad un ricordo, ad un momento della sua
infanzia, della sua storia.
Da solo, in macchina, rimuginava
in mente questi pensieri mentre gli
scorrevano a lato le immagini della pianura che si perdeva da ogni parte,
sfumando nel velo di nebbia con cui si scioglieva nell’infinito del cielo. Le
strisce verdi del frumento già spuntato, si alternavano al nero dei campi
appena arati in una vibrazione più o meno intensa a seconda della velocità
dell’automobile. Non c’era un grande traffico. Non aveva fretta. Era uno di
quei momenti nei quali l’auto si trasforma in un angolo appartato di mondo, nel
quale si riesce finalmente a restare soli ed a lasciar affiorare nella mente,
in assoluta libertà, i pensieri più riservati e segreti...
Ma quando si è soli, si sente anche più impellente la necessità di darsi
delle spiegazioni. E tutto quel ragionare sulle radici forse era solo un modo
per dare un senso, in qualche modo, a quel viaggio senza motivo. Cinque ore di
macchina, per arrivare appena in tempo
ad accendere due lumini in cimitero e salutare in fretta qualche parente e
qualche amico, e poi ripartire presto
la mattina dopo, per infilarsi in altre cinque ore di macchina... Non aveva
certo molto senso, non era certo qualcosa di molto razionale.
Per una volta, forse aveva avuto ragione sua moglie che l’aveva
sconsigliato con tanti ragionamenti di
buon senso, e che alla fine s’era anche
rifiutata di accompagnarlo… Eppure ci sono cose che si devono fare, anche
se non hanno un senso logico. Sono esigenze che rispondono ad un bisogno tutto nostro e solo nostro, che nessun altro può
comprendere. È come se l’ordine
nascesse dentro di noi, dal nostro inconscio o dalla nostra storia. Un ordine
inspiegabile dal punto di vista della ragione, ma allo stesso tempo
definitivo e categorico.
Se non gli si dà retta, il rimorso si deposita nel profondo
della coscienza, come dal profondo viene l’ordine, e rode e brucia e continua a
fare male, per tanto tempo, come una ferita che non riesce a rimarginarsi.
Sono impulsi che vengono dalle più profonde radici del proprio esistere,
dalla linfa assorbita dall’ambiente nel
quale si è formata la nostra coscienza, sono elementi che restano al fondo, alla base, come una pietra
angolare sulla quale s’è costruito e sedimentato quello che siamo.
Ma forse sono impulsi che
sentono solo quelli che hanno le radici. Chi è nato in un piccolo paese, ha
infatti un rapporto diverso con la propria infanzia, rispetto a chi è nato in
un anonimo condominio, di una anonimo quartiere di una periferia cittadina.
Anche Attilia, sua moglie, aveva dovuto ammettere, quando avevano discusso
sull’argomento, che lei dell’infanzia aveva un ricordo solo di fatti, non di luoghi. I fatti erano rimasti in lei,
come una scena recitata senza palcoscenico. Giustamente! Perché il fondale di
cartapesta s’era dissolto, non aveva nè importanza nè consistenza. Una quinta
di condomini, un marciapiede come tanti, una scala con lo stesso marmo delle
infinite scale di una città, l’appartamento suddiviso all’interno come tutti
gli appartamenti, con i medesimi mobili copiati dalle medesime riviste d’arredamento.
L’unica cosa viva che la
memoria s’era portata dietro, era
solita dire con tanta autoironia , era
un poster, con la faccia del cantante preferito, che, adolescente
ancora, aveva appeso alla parete della cameretta, e un orso di peluche, diverso
dagli altri, solo perché senza un
orecchio.
No! Luciano le sue radici le
aveva calate nella tavolozza di colori che si
trasforma al mutare delle stagioni,
grondanti dei profumi dei fiori di campo, degli odori del muschio nei boschi e del fieno nei prati. Le sue radici erano intrise dei rumori
d’un piccolo paese di contadini nel quale le case s’alternavano alle stalle,
aggrappate le une alle altre a ridosso del ciottolato delle strade strette. Su
quei sassi lucidi, levigati da passi infiniti, scivolava a sera il suono delle campane per l’Ave maria
e si fondeva con il richiamo delle madri, con il muggire delle mucche.
Le sue scene non erano di cartapesta, non erano fotografie sbiadite.
Emergevano e si stagliavano nel
ricordo, vive, come erano state raccolte,
come se ancora potessero ripetersi con
la medesima vitalità. Vivo il ruscello che scendeva tra i sassi, con
parole sempre diverse. Vivo il bosco
che alitava al limitare del prato, che stormiva tra gli alti faggi, che
frusciava tra i folti abeti. Vivo il sole che al tramonto giocava con le
ombre, rincorrendole tra le montagne, per sciogliersi poi all’orizzonte, sulle ultime catene infuocate delle dolomiti
carniche.
Vivo l’umore della notte che si infiltrava tra le case, sgusciando dalle
porte socchiuse, con il respiro di elfi e di streghe, quando il piccolo paese sperduto tra le montagne si
scioglieva nel brivido della notte, per diventare un paese del mondo ove
Pinocchio se la vedeva con la piccola vedetta lombarda, Biancaneve fuggiva con
la Sirenetta e Robin Hood si incrociava con l’Ebreo errante.
E nella quiete del cimitero, posto a ridosso della montagna dove le
lapidi sembra rivivano del respiro della valle che si schiude davanti, il
cerchio del suo ricordo si completava. Come se i personaggi di recite passate
avessero potuto riprendere la scena, rivivendo le immagini della loro
presenza sul palcoscenico. Ogni volta
provava le stesse emozioni: ai rumori, ai colori ed agli odori si associavano
le persone, la memoria si squarciava, per far emergere a caso scene, parole,
pensieri...
Ecco perché non poteva mancare alla “sera dei morti”! Non era facile
spiegarlo agli altri, ma per lui era
scontato. Anche se la moglie e i figli non lo potevano capire, e si erano
persino rifiutati di accompagnarlo!...
La strada continuava ad allungarsi in un rettilineo che si perdeva
contro l’azzurro del cielo, fiancheggiata da filari di platani, come sponde
d’un fiume. L’automobile scivolava silenziosa sulla corrente d’asfalto che,
al balenante luccichio dei riflessi dei raggi del sole, pareva si
muovesse per venire incontro, quasi fosse veramente l’acqua d’un fiume.
Rincorrendo quei lampi di luce, come sulla riva del fiume quando si insegue il
rincorrersi delle onde, il pensiero si perdeva oltre la linea dell’orizzonte.
Il groviglio delle immagini che s’affollava nella mente si scioglieva, filtrato
nella linea che segna il margine
dell’azzurro senza fine.
E la strada non era già più una striscia d’asfalto, o la
corrente del fiume, ma l’immagine di qualcosa che si muoveva assieme a lui. Un
cuneo… una lama appuntita… una lunga lancia con la quale avanzava, penetrando tra i pensieri, come tra i
cespugli d’un fitto sottobosco. I platani si piegavano creando un intreccio attorno
alla lancia, un intrico d’arbusti ed erbe così fitto, che il procedere diventava sofferenza profonda, un
dolore indicibile...
In effetti tutt’intorno non
c’erano più rami o edere rampicanti, il
groviglio della vegetazione era diventato
un brulicare viscido di serpenti che strisciavano sul suo stomaco,
appiccicosi come lumache nere sulla scia vischiosa. La pelle, la carne dello
stomaco come putrefacendosi si fondeva con loro, lasciandoli entrare. Poi il
viscido groviglio si raccolse dentro
prendendo il posto dello stomaco, e iniziò a svilupparsi con la consistenza
d’un tumore che si gonfia, si espande e penetra, invadendo il corpo con la
sua molle poltiglia viscida e calda. Non faceva male, non era sofferenza. Era
soltanto la sensazione d’un dolore lontano, muto e appena avvertito, ma profondo,
avrebbe voluto dire: “infinito...”
Era ancora una volta lei, il suo male: la finitudine. In qualche modo vi
si era ormai abituato. Ma di solito lo assaliva a casa, nei momenti d’attesa. I
mobili diventavano animali dalle forme grottesche. Il divano strisciava come un
grande serpente in mezzo a quelle creature informi: sensazioni appena
abbozzate, d’un artista pazzo che non ritrovava più le idee dalle quali era
partito, l’impressione di qualcosa che esisteva solo per essere finito,
sull’orlo del vuoto, senza sapere come, senza capire quando.
Era inusuale, in auto, in un
momento tutto sommato di distensione, mentre stava facendo qualcosa che aveva
scelto di fare, al di fuori di ogni condizionamento, anche se si trattava
d’andare al cimitero. Di solito gli nasceva dentro da uno stato d’ansia. Ma in
quel momento non aveva alcun motivo per essere ansioso. Era in tempo, anzi,
poteva prendersela con calma. Non c’era traffico... Eppure si era fatta viva
anche lì la sua malattia. Tutta sua, al punto che gli aveva dato un nome suo,
che non esiste in nessun prontuario medico. S’era autodiagnosticato il male
della “finitudine”. Cosa era?...
Non era l’angoscia, non era la
noia o la nausea. Era un sentimento originale, assolutamente suo, che era
riuscito in qualche modo a definire in
un modo che gli pareva appropriato, appunto con il termine di finitudine.
Era infatti l’idea del finito
che lo prendeva.
Ma non era soltanto un concetto
o un pensiero, una delle idee balzane che possono passare per la mente, nei momenti di noia. Era una sensazione che
entrava nel corpo come se il pensiero fuoriuscisse dal cervello, entrasse nel
sangue e si insinuasse fino agli ultimi pori della pelle. Si presentava a volte
con l’idea della morte, anche se non era propriamente quello della morte, il
pensiero che lo assillava. Era semmai l’idea di essere limitato, finito. Era
soprattutto l’idea dell’incertezza del
dopo la morte, il vuoto dell’eternità.
Era la sensazione della propria finitudine. Anche il termine per
definirla era nato dalla sensazione stessa, se l’era sentito svilupparsi dentro
come una intuizione improvvisa. Finitudine come solitudine, perché chi esiste é
solo, nell’assolutezza del proprio essere. Finitudine come inquietudine nel
vivere una realtà che esiste soltanto per finire. Non paura d’essere o d’essere
solo, ma paura d’essere finito. Non paura della finitezza, perché la finitezza
è un limite e il limite è qualcosa di preciso, di ben definito. Paura
invece d’uno sciogliersi
nell’indeterminatezza, d’uno sdrucciolare nell’indefinito.
La paura del saltimbanco che avanza sulla corda tesa tra il nulla e il
nulla. Esistere in quell’unico punto di contatto con la corda, in un equilibrio
precario, realizzato annullando le diverse tendenze a finire precipitando nel vuoto,
in una qualsiasi delle possibili direzioni. Il rischio di cadere a destra,
bilanciato nel rischio di cadere a sinistra, il rischio di cadere indietro,
bilanciato da quello di cadere davanti. Un equilibrio che si riesce ad ottenere
solo se ci si concentra sullo sforzo stesso per mantenere l’equilibrio, senza
guardare a cosa c’è sotto, né davanti né dietro né di lato.
“Il vuoto ti attrae!” gli diceva sua madre insegnandogli a camminare in
montagna. “Se guardi giù incontri gli occhi del diavolo che ti attira a sé e
non riesci a resistere”. Ecco! Si era lasciato prendere dal diavolo del
vuoto. Non lo faceva cadere, lo
attirava soltanto facendolo sciogliere nell’oceano infinito del vuoto, come
un’onda che si scioglie nel mare, come una spirale di fumo che si perde
nell’aria.
Lo prendeva soprattutto nel bosco, quando era più sicuro e stava meno
attento. Il vento che viene dalla terra fa vibrare il bosco. Tremano le foglie
degli alberi, ed ogni movimento le avvicina alla fine. Cammini ma non sei solo.
Il vento porta dalla terra il rumore d’infiniti uomini che vivono altrove.
Vivono e si combattono e il rumore della lotta dà corpo alla loro presenza.
Vivono e corrono incalzati dalle cose, e la corsa li fa sentire vivi. Vivono e
si odiano, vivono e si amano, e i sentimenti vivono al posto loro. Ma i più
vivono e basta: vivono per finire.
Come un ramo che è già stato mosso ed ora vibra il tempo necessario per
fermarsi. Come un fulmine che è già scoppiato ed ora deve solo scaricarsi. La loro vibrazione c’é già stata, se mai se
ne sono accorti. Ora é l’inerzia che li agita fino a spegnersi, autonoma, altro
da loro. Vivono l’inerzia del tempo necessario per finire: il tempo della
finitudine.
Il diavolo del vuoto allora lo riempiva con la sua presenza e si sentiva
diverso.
Il finito, in quanto tale, è immerso in qualcosa di diverso da sé. Se é
finito deve per forza confinare con qualcosa d’altro. Era questo diverso che lo
angosciava. Aveva la sensazione di muoversi nel buio, con il rischio di potere
toccare ad ogni momento qualcosa di viscido e schifoso, con la paura di doversi
sciogliere e trasformare in una sorta di magma vischioso.
Rifioriva in lui, come se si fosse sedimentata nel suo ricordo e potesse
rianimarsi in ogni momento, la sensazione che aveva provato adolescente quando il cappuccino, frate
custode del cimitero, era venuto a spiegare ai ragazzi del catechismo che ci si
deve preparare ogni giorno alla morte. “Tutto é inutile quello che si fa per il
corpo” aggiungeva, “perché io li vedo ogni giorno i corpi finire nella terra.
Se voi poteste vedere come si trasforma il corpo nella terra!...”
E aveva continuato il racconto con una dovizia di particolari e con un
fervore ed una passione oratoria, tali da far credere passasse il suo tempo a
vedere le salme trasformarsi in un putridume percorso da un intrico di vermi,
ogni giorno più grandi e più voraci. Ricordando quelle parole, Luciano non
pensava alla morte come immobilità e fine, ma sentiva il suo corpo che, ancora
vivo, veniva aggredito dai vermi e trasformato in quella poltiglia putrida e
informe. E tutto il suo essere sembrava volersi ritirare e nascondere nello
stomaco, che così gli prendeva a far male.
Appunto! Gli faceva male lo stomaco. Quelle sulla finitudine erano tutte
elucubrazioni sue. In effetti, i medici gli avevano già da tempo diagnosticato
l’ulcera duodenale. I raggi, la gastroscopia avevano senza ombra di dubbio
confermato la diagnosi. Nulla di più che una banale ulcera da stress, per
definire la quale non era il caso di andare a rubare termini alla filosofia.
Aveva l’ulcera, da sempre. Ancora bambino ricordava di doversi fermare a
premere le mani con forza sullo stomaco, perché si calmasse il dolore. E ad ogni primavera ed autunno il male si
riacutizzava.
Ma cosa sanno poi veramente i medici del corpo umano, delle relazioni
tra psiche e corpo? Dicendogli che aveva l’ulcera cosa credevano d’aver
risolto? E dicendo che l’ulcera è una malattia psicosomatica, credono veramente
d’aver spiegato l’origine del male?
Decise comunque di fermarsi in
un bar
a prendere un caffè. Ma non riuscì a distrarsi. Non gli riusciva di
cogliere nessun discorso. Come se fosse
stato in un paese straniero, percepiva il suono delle parole, ma non ne
coglieva il significato. Sentiva
l’ambiente impregnato da un brusio che aveva penetrato ogni cosa. Pareva
salisse dal pavimento per addensarsi
tra i tavoli, come la nebbia che esce dai cespugli, nel bosco al mattino. Ed
anche quella nebbia gli accarezzava la pelle dello stomaco per entrargli dentro
e roderlo come una lebbra.
Appunto! Stava soltanto subendo in ritardo la crisi autunnale. Perché
gli era venuto l’idea di fermarsi a prendere un caffè, con quei crampi dolorosi
che gli trafiggevano lo stomaco? “Devi
assolutamente rinunciare al caffè” gli andava ripetendo da anni il medico. Ma
non riusciva a farne a meno! “Nelle tue condizioni il caffè è peggio che
veleno”, incalzava. Eppure alle volte gli pareva che proprio il veleno gli
servisse da medicina.
Ma in quel momento il dolore era troppo forte! Aveva forse ragione sua
moglie: non era proprio il caso di intraprendere un viaggio così lungo, per
niente, e in quelle condizioni. Ordinò un latte tiepido. Con il latte, il
dolore di solito s’acquietava, Quel groviglio di vermi che gli aveva invaso lo
stomaco, divorandolo come fosse quello d’un cadavere, in presenza del latte si
attutiva. Sembrava quasi che i vermi si gettassero affamati sul latte, e le
fitte cessavano!
Glielo portò in un bicchiere troppo grande una cameriera troppo alta. Il
pensiero del bicchiere e della cameriera attraversò quello del vuoto e sospese
le fitte. Era certamente troppo alta e sproporzionata! Le gambe magrissime, e
sul collo troppo lungo una faccia stirata e scavata dal tempo. Forse aveva
l’ulcera anche lei. Per questo gli era parso di vedere nei suoi occhi un cenno
d’intesa, mentre posava il bicchiere di latte sul tavolo di fronte a lui. Solo
un ammalato d’ulcera, in un bar può chiedere un bicchiere di latte tiepido. Fra
ammalati ci si riconosce. Il viso segnala l’appartenenza alla categoria degli
ulcerosi, come le maglie e le sciarpe segnalano i tifosi di una squadra di
calcio.
Era entrato appunto un gruppo rumoroso di tifosi. Appoggiati al banco
discutevano animatamente d’una partita che sarebbe iniziata tra poco. C’era
entusiasmo, trasporto e partecipazione intensa nelle loro parole, come se loro
fossero la squadra, e la partita dipendesse dal loro tifo. La fede nella
squadra, pensò, riempiva il loro vuoto. Per loro la corda non era tesa sul
vuoto, ma sull’entusiasmo con cui vivevano la loro fede.
Non gli era mai riuscito di essere tifoso di nulla. E questo era il suo
male, perché il vuoto si può solo riempire di fede. Di tanti piccoli atti di
fede, anche se insignificanti come quello sulla squadra del cuore, o della fede
totale nell’assoluto.
“Se guardi dove metti i piedi non ti fai attrarre dal vuoto”, diceva
ancora sua madre. Ma per guardare al proprio cammino si deve sapere dove
andare. Oppure si deve andare senza chiedersi dove porta il sentiero. Egli
invece aveva voluto sapere. Aveva voluto studiare. Aveva voluto guardare e
approfondire. E aveva così incontrato gli occhi del diavolo del vuoto, ed ora
quegli occhi erano dentro di lui, e ridevano e sghignazzavano,
squassandolo con le fitte che gli bruciavano
lo stomaco.
Il latte aveva ottenuto l’effetto. Stava meglio e poteva ripartire.
Salutò con un cenno la cameriera troppo alta, che dietro al bancone emergeva
con la faccia ulcerosa, tra il gruppo accalorato ad affermare la propria fede
sportiva. Bianconera, rossonera, o di quale altro accoppiamento di colori? Non
aveva notato!
In macchina, riprese a corrergli incontro di nuovo, ossessivo, il filare
di platani. Una successione increspata di verde e gli alberi infine divennero
onde, come quelle che escono dalla chiglia del motoscafo quando fende la
corrente, e la strada divenne la prua della barca che fila leggera e veloce
sull’acqua.
Poi d’un tratto, come se fosse stata colpita da una folata di vento, la
barca si inclinò, ebbe un fremito nell’impatto con un onda più violenta,
quindi, decisa si impennò e puntò verso riva. Ma non ci fu lo schianto. Si
sciolse, come se fosse riuscita a scivolare sull’erba delle sponde, per
prendere il volo e disperdersi nell’aria.
Luciano sentì d’essere caduto nel vuoto. Altre volte gli era successo di
aver sognato di precipitare in un burrone. La sensazione d’un vuoto infinito,
nel quale non riusciva mai a
raggiungere il fondo, o la paura invece di toccare il fondo e di finire
sfracellato contro le rocce, l’avevano fatto risvegliare di soprassalto. Da
sveglio continuava poi a provare l’impressione
di vuoto allo stomaco che aveva avvertito precipitando durante il sogno.
Era la sensazione che il vuoto senza fine dal quale era stato circondato nella caduta, fosse in qualche
modo penetrato in lui, come la nebbia nel bar o il groviglio della vegetazione
in macchina, per rapprendersi e fissarsi lì dove le costole lasciano spazio
alle viscere, sulla bocca dello stomaco.
Ma questa volta la sensazione era diversa. Non era soltanto il vuoto ad
essere entrato in lui, era invece come
se il suo esistere si fosse sciolto nel vuoto. E diversamente dalle altre volte
invece che risvegliarsi nel suo letto, come per magia, si ritrovò nel cimitero
al quale era diretto. Non aveva sentito cigolare il cancello di ferro. Non
ricordava d’essere entrato per il vialetto centrale. Gli era parso di vedere
uno sbuffo di fumo o un refolo di nebbia uscire dalla tomba di famiglia e materializzarsi nell’immagine d’una persona,
ed aveva la sensazione che quell’ombra
d’uomo fosse la sua. Come quando ci si
mette allo specchio con una maschera nuova. Non ci si riconosce, e tuttavia si
capisce che l’immagine riflessa è la nostra.
Era seduto sul muretto che affianca la tomba, e fissava il vaso
portafiori, vuoto, come se fosse un oggetto mai visto prima.
Era sempre stato colpito
dall’originalità del monumento, strano nell’apparente semplicità. La grande
lastra rettangolare di marmo bianco a
filo di terra, aveva sul lato lungo di sinistra un muretto a mo’ di
panchina. Le foto dei defunti e le scritte
erano spostate verso il lato opposto, fuori centro, come a lasciare uno spazio
libero per consentire a chi si sedeva,
di appoggiare i piedi, senza avere l’impressione di calpestare qualcuno.
Non s’era mai seduto prima. Anzi gli era sempre sembrata
bizzarra l’idea che quel muretto di marmo rosso, così in contrasto con il
bianco della tomba, potesse venir pensato come una panchina. Chissà nella mente
del progettista cosa aveva voluto
veramente significare quel muro? Che senso potrebbe avere infatti, immaginare
che qualcuno possa sedersi a riposare
su una tomba?
Ora invece, (non riusciva a ricordarsi come e
quando), vi si era seduto. Al sedile
dell’automobile, come d’incanto, s’era sostituita quella originale panchina.
Stava a un capo del muretto, e guardava sull’altro capo lo strano vaso di
fiori, ancorato e saldato al muro come per impedire che qualcuno lo potesse
sottrarre. In effetti, anche se può
sembrare assurdo che qualcuno possa rubare un vaso in cimitero, altre volte
erano spariti dei portafiori. Ma quel vaso, così brutto, che aggiungeva un
ultimo tocco d’originalità alla tomba non poteva certo interessare a qualcuno.
Più che a un vaso, faceva pensare ad un pezzo di fonderia mal riuscito. Non aveva la forma
regolare che hanno i vasi. Non era stretto alla base e aperto all’imboccatura.
Non era neppure a forma di anfora. Era una sorta di cilindro irregolare, non
tornito. Forse di bronzo, con le pareti
a tratti lisce, a tratti increspate e venate. Su altre sepolture c’erano
delle bombe di cannone utilizzate come
portafiori. Forse anche quella era una bomba, ridotta a quel modo da uno
scoppio, da un incendio, da una qualche particolare situazione di guerra.
Alla bomba
era finito per pensare perché quella lapide così originale l’aveva voluta il nonno, che aveva fatto la
guerra. Forse a quel vaso, che aveva voluto così saldamente ancorato al muro,
per impedire fosse rubato, erano legati
dei suoi ricordi molto particolari. Ma il nonno non ne aveva mai voluto
parlare, come se il ricordo fosse troppo intimo e personale per poterlo
condividere con qualcuno, anche se
della famiglia.
Quel vaso dal quale era sempre stato incuriosito,
ora, nel sogno, lo intrigava con una intensità nuova. Il desiderio di sapere
che cosa veramente fosse, non era semplice curiosità, ma urgente necessità.
Come se avesse avuto un’illuminazione ed ora sapesse che in quell’oggetto c’era
la chiave per darsi delle risposte importanti. Forse (perché no?) anche per
riempire il vuoto della finitudine! In fondo la chiave é sempre un oggetto
insignificante, ma è qualcosa che riesce ad aprire la casa, a far vedere le
stanze.
Pioveva. Non era una pioggia fitta, ma la pioggia
leggera di novembre intrisa di nebbia. Le gocce non cadevano dal cielo ma
davano l’impressione di formarsi nella
nebbia. Non picchiavano sulle
guance, si posavano leggere e scorrevano fredde come deve essere il sudore di
morte. Fa venire i brividi il cimitero sotto la pioggia!
Un funerale sotto la pioggia (l’aveva sempre pensato) è qualcosa di
osceno. Perché a qualcuno dopo una vita di sofferenze deve anche capitare la sventura
d’un funerale sotto la pioggia? Nei pomeriggi di sole quando la bara
scende nella fossa, viene facile il pensiero che sia il corpo mortale a
scendere nella terra, mentre lo spirito è ancora vivo nel ricordo dei presenti,
nel respiro della brezza che il sole attira a sè. Quando piove invece,
l’incombere plumbeo del cielo, l’acqua che batte fastidiosa, la terra che si
trasforma in una fanghiglia scivolosa, impediscono di pensare al librarsi
nell’aria di qualcosa che riesca a raggiungere la luce, oltre le nubi. Anche la
speranza sembra scivoli con un tonfo nella fossa, nel fango, ove tutto si
chiude per sempre.
Nella pioggia di novembre s’udì lontano, poi sempre
più vicino il rantolo del tuono, come fosse d’estate, mentre il grigio della nebbia, ad intervalli sempre
più brevi, veniva squarciato dal bagliore del lampo.
“Non è normale a novembre, un temporale con fulmini e
tuoni!” si trovò a pensare. Ma non era normale neppure che fosse seduto a
quella tomba. Dove erano tutti gli altri, la folla della sera dei morti? Come
mai non c’erano lumini? Come mai non c’era la notte?...
Un tuono, così vicino da sembrare uscito in mezzo
alle tombe, fece tremare le lapidi. Un lampo più intenso degli altri squarciò
l’aria e s’abbatté sulla tomba di famiglia colpendo proprio lo strano vaso che
s’incendiò con una grande fiammata, come fosse stato ripieno di benzina. La
fiamma s’alzò in una striscia di fuoco, ripetendo nell’aria il disegno della
discesa del fulmine.
Luciano si sentì risucchiato in quella fiamma, come
se un vortice si fosse formato improvvisamente, e avesse assorbito il vaso e la
persona che lo stava guardando.
Senza riuscire a rendersi conto di ciò che stava succedendo, si ritrovò in una luce intensa. Bianca come quella d’un faro,
calda come quella d’un fuoco. Si sentì penetrare dalla luce, ed allo stesso
tempo si sentì sciogliere, come se stesse diventando luce egli stesso. Era una
luce strana, che aveva una sua consistenza. Non la sentiva infatti soltanto
come fonte illuminante, ma come atmosfera illuminata.
Gli pareva
d’essere finito all’interno di una nuvola di luce, leggera come un ricamo di fili e di fiocchi
di nebbia, non ancora disciolti
nell’aria. Si sentiva uno di quei fili e si librava nella leggerezza del
cielo, con l’intensa voluttà di
perdersi nell’aria come un aquilone trasportato dalle correnti.
Non ricordava i particolari con i quali la scena si
era sviluppata. Era in un sogno, e Il sogno non ha alcuna relazione sul come ci
si è addormentati, su che cosa c’era prima che il sonno riempisse la mente. Ma,
pur non avvertendo il senso di continuità,
nel sogno provava l’identica
sensazione che aveva avvertito
quando la barca s’era dissolta contro la riva: gli pareva di sciogliersi nella
luce per trasformarsi in luce egli stesso …
Come, dopo la pioggia, la nebbia si raccoglieva nel
bosco d’abeti sotto a casa, per poi sfilacciarsi in tanti refoli e disperdersi
nell’azzurro intenso, che aveva spazzato le nubi, così, come un refolo di
nebbia gli pareva di muoversi leggero, contro l’infinito del cielo. Nel sogno non ci si ricorda di come è
cominciato, così non riusciva a capire perché avesse perso la sua identità, per
sentirsi in quella trama di nebbia, tanto leggera da sembrare sul punto di sciogliersi da un momento all’altro nell’azzurro del aria. Eppure non c’erano
dubbi, avvertiva nettamente d’essere quell’aria, appena più densa d’umidità,
dell’aria circostante.
Non che i fili di nebbia, si fossero
sostituiti alle membra del corpo, anzi,
al contrario non avvertiva più la sensazione distinta della sua realtà fisica,
del corpo, delle braccia e delle gambe. Non aveva sensazioni particolari e
definite, soltanto, nel suo essere
aveva la coscienza di esistere, pur senza avvertire nulla di se…
Una sensazione assolutamente nuova: di esistere,
indipendentemente dal corpo, La coscienza di essere soltanto nel pensiero, come
se il pensiero potesse continuare a svilupparsi al di fuori e senza la mente.
Non perché il corpo si fosse perso ed avvertisse con dolore la sua mancanza, ma
anzi, come se la percezione d’esistere avesse ricompreso in sé le diverse sensazioni fisiche
dell’esistere, e tutti gli aspetti particolari si fossero sciolti nell’idea
complessiva e totalizzante del proprio essere. Una impressione inusitata,
appagante e definitiva, rasserenante e luminosa: al tempo stesso, una percezione assoluta di serenità e di luce.
Una sensazione diversa da ogni altra già provata, e
perciò, difficile da definire. Non si sentiva, infatti, nella luce, ma avvertiva d’essere proprio la
luce. Come se in lui si fosse sprigionata un’energia luminosa e questa fosse
diventata sempre più intensa, e si fosse progressivamente dilatata, permeando
il corpo, e poi invadendo lo spazio esterno.
Cap. 2 - Il maestro.
Preoccupato
dalla necessità e dall’urgenza di capire e definire uno stato d’animo che non
aveva mai provato prima, non si rese conto, in un primo momento, che attorno a lui
c’erano altre presenze. Le avvertì d’un tratto, come in una stanza buia si può percepire la presenza di qualcun
altro, anche se questi non si è
rivelato in alcun modo.
In realtà non vedeva nessuno, e non vedeva
neppure se stesso. Ma anche in una stanza
buia, pur senza percepire nulla
attraverso i sensi, ci si può sentire presenti, e si può intuire la presenza
d’altri. Così si sentiva in quella luce, e capiva che c’erano altre presenze assieme a lui, in quel mare
di luce.
Ma
presente dove?... Presenze come? Che terminologia strana gli passava per la mente! Cosa intendeva dire veramente con il termine
“presenza”... Come è strana la mente dell’uomo che a rendere l’idea di come ci
si può trovare in un oceano di luce, ricorre all’immagine del buio! E l’automobile dove era finita? Non c’era
più il volante, la leva del cambio... E la strada... e il filare dei platani..
E poi il cimitero, la tomba... lo strano vaso...
Era come se il
suo corpo si fosse sciolto prima nei riflessi di luce dell’asfalto e poi nella fiamma del fulmine per
trasformarsi in qualcosa d’altro. Il pensiero era ancora quello di prima, la coscienza di sé era la
stessa, ma non era più la mente a
contenerla ed a portarla, si muoveva come fosse quella d’un altro, come sospesa
nell’aria, libera di muoversi, senza i condizionamenti del corpo. Poi, a poco a
poco, forse perché si stava adattando
alla nuova dimensione, cominciò a percepire sempre più distintamente quello che
c’era attorno a lui.
Erano tante le
presenze. Non le vedeva, ma avvertiva, sempre più nettamente, di essere in
mezzo ad una folla. Il suo pensiero si
muoveva libero dal corpo, e percepiva d’essere assieme ad altri pensieri,
anch’essi liberi dal corpo.
Si sentiva
attratto verso le altre presenze e loro
erano attratte da lui, come se tra loro
si sviluppassero dei campi
magnetici d’attenzione e d’attrazione. La sua attenzione progressivamente si intensificò, appuntandosi su una delle presenze; si sentì in qualche modo come obbligato a concentrarsi su di lei. Era come il primo giorno di scuola, in
prima elementare. Attorno a lui c’erano i compagni d’ogni giorno, ma in mezzo
sulla cattedra c’era un estraneo che con la originalità della sua presenza
sembrava riempire tutta l’aula, al punto di avere l’impressione d’essere solo
con lui, affascinato dalla voce e delle strane parole che uscivano dalla sua
bocca.
Si sentiva un
nodo alla gola e tanta voglia di piangere, proprio come allora...
“E’ lei?...”
chiese d’un tratto. Non l’aveva visto, in effetti, ma l’aveva nettamente e
distintamente sentito. Non come un suono esterno, che arriva all’orecchio, ma
come una vibrazione, che si avverte nell’animo.
Come un ricordo
che riemerge dentro di noi, e
diventa vero e reale. Al punto che gli
si può parlare. Non solo, si
riesce anche a sentirlo mentre ci parla. Come il sentimento d’una persona cara
che rinasce vivo e presente dal
profondo della memoria, annullando lo spazio della lontananza. Così anche quelle presenze, non le sentiva fuori
di sé, ma dentro, come pensieri che si formavano, per poi sciogliersi di nuovo
nella nebbia del ricordo. “Sei tu?”, ripeté, ricordando che dai banchi di
scuola tanto tempo era passato e che tra lui ed il maestro, malgrado i trenta
anni di differenza, era poi nata una profonda amicizia.
Quante volte
da bambino s’era perso a guardare le nuvole? Quante volte con
l’immaginazione aveva seguito il comporsi e lo scomporsi dei refoli che si
formavano nell’aria come per magia? Li aveva visti unirsi a formare il primo abbozzo di nube, e poi aveva seguito
l’intrecciarsi delle nubi che si
infilavano l’una nell’altra fino a fondersi, per poi distendersi e sfilarsi di
nuovo. Immaginava che si unissero per parlarsi, che si staccassero
indispettite, quando mancava l’intesa, che si sfilassero con sofferenza, quando
il gioco delle correnti, le costringeva a rompere l’armonia d’un’intesa
raggiunta.
Ora,
l’immaginazione era andata ben oltre: l’aveva trasportato fin dentro alle nuvole. Non guardava le nuvole rincorrersi in gioco, ma viveva egli stesso le nuvole, nel gioco eterno di sciogliersi e formarsi…
“Sei tu?”
ripeté ancora, sorridendo
rassicurato al suo sorriso, che intuiva ma che non riusciva
a vedere. Come quando si porta dentro l’immagine intensa d’un sorriso, e nella memoria l’emozione prevale sui
particolari, così che non riesce a far
emergere nel ricordo nè il corpo
nè il viso, ma solamente, come un sentimento, l’impressione sorridente del
volto.
Da quanti anni
era morto? Tanti!... Era bello, pensò, riviverlo nel sogno, con quel sorriso così luminoso, aperto ed immediato,
come quando in classe ci coinvolgeva nei suoi racconti e sembrava diventasse
anche lui veramente una piccola vedetta lombarda che ci incitava ad affrontare
la vita con coraggio, “lanciando il cuore oltre le trincee nemiche”.
“Che strano!
Non ti avevo mai sognato prima”.
“Non è un
sogno!” Prese a parlare come stesse dicendo una cosa ovvia, come se riprendesse un discorso appena interrotto,
come se quella fosse in qualche modo soltanto la prosecuzione del nostro ultimo
incontro. Mi teneva la mano come nel letto prima di morire. Allora mi sembrava
chiedesse conforto, ora, nella stessa stretta capivo che voleva farmi coraggio.
Eravamo uniti nella stretta di mano, come quando bambino accompagnava me, che
ero il più piccolo della classe, in gita sul sentiero di montagna, perché nel suo coraggio trovassi la forza per vincere la paura del vuoto.
“Cosa vuoi
dire? Se non è un sogno che cosa può essere mai? Come può essere che ti veda,
se sei morto?”
E nella domanda Luciano sentì per la prima
volta come dolore la sensazione di non avere il corpo, sentì la sofferenza per la privazione, l’angoscia del suo
esistere nell’infinito, senza il corpo a circoscrivere gli spazi della propria
esistenza. E provò di nuovo un bisogno profondo di piangere, come il primo
giorno di scuola...
“Perché
piangi?”
Avrebbe voluto
dire come quella volta: “voglio la mamma” e invece gli uscì una spiegazione,
della quale si stupì, come se le parole fossero state quelle d’un altro.
“Hanno portato
via il mio corpo e non so dove lo hanno messo”, disse.
Mentre si
guardava attorno sconcertato quasi a cercare il qualcun altro che aveva
parlato, vide che accanto a lui c’era una presenza in piedi, ma non distingueva se era ancora il maestro, o se
invece si trattava d’un nuovo arrivato.
“Perché
piangi?” gli ripeté il nuovo arrivato. “Chi cerchi?” gli chiese poi.
“Se tu sai
cosa mi sta succedendo, se tu sai dove è il mio corpo, dimmi dove è stato
deposto per consentirmi di riprenderlo”.
Qualunque
altro ad una uscita del genere si sarebbe messo a ridere o quantomeno l’avrebbe
preso per pazzo. Invece l’altro si limitò a chiamarlo per nome:
“Luciano!”
mormorò accorato, come in un soffio,
con una dolcezza ed una tenerezza che non aveva mai immaginato si potesse usare
nel pronunciare il suo nome.
Come Maria di
Magdala con il giardiniere nell’orto della resurrezione, non vide più il
maestro, ma il Cristo che gli diceva:
“Anche tu
dovrai tornare al Padre. Quel che sarai ancora non si vede. Ma quando
ritornerò, fra tre giorni, sarai simile a me e vedrai me e gli altri come siamo
realmente.”
Era evidente
la citazione dal Vangelo di Giovanni nella ricostruzione dell’annuncio della
resurrezione, ripresa poi nella prima Epistola. Il collegamento che la sua
mente aveva fatto nella memoria, lo indusse a pensare per un momento d’aver
intuito cosa gli stava capitando. L’idea del cimitero ove era diretto, l’aveva
portato ad evocare le riflessioni che aveva fatto sulla vita eterna, leggendo
il Vangelo di Giovanni, ed ora, come avviene nel sonno, si sovrapponevano in
lui immagini su piani diversi, a comporre la bizzarria di quel sogno.
Più cercava di
capire comunque e più la sovrapposizione gli risultava complessa, più
incomprensibile diventava il rapporto tra le scene, le immagini e le parole.
Concluse che era il caso di non porsi
ulteriori domande, di abbandonare ogni preoccupazione per lasciarsi
trasportare nel logica del sogno, da
una fantasia libera da ogni vincolo
imposto dalla ragione.
Quando sentì
che, su questa riflessione, era riemersa di nuovo la presenza del maestro, come se fosse stata nuovamente messa a
fuoco, non riuscì tuttavia a rinunciare ad un ultimo tentativo per
avere una spiegazione che gli facesse comprendere ciò che stava vivendo.
“Se non è un sogno, dove siamo?”
domandò. “Dove è finita l’automobile?
Chi c’è con te?”
“Dove siamo,
lo dovrai capire da te”, rispose sorridendo come se volesse nascondere una
sorpresa che comunque, da come lo diceva, si poteva presumere fosse piacevole.
“Con me”,
aggiunse, “ci sono tutti quelli che ha richiamato la tua presenza, quelli che
ti hanno conosciuto, direttamente o indirettamente”.
“Ancora lo
stomaco?” aggiunse poi cambiando improvvisamente discorso. Faceva finta di
doversi interessare alla sua salute,
per non rispondere alla sua curiosità!
Comunque dalla
domanda si capiva che anche lui aveva visto nella sua faccia il riflesso del
dolore che gli rodeva dentro. Lo stesso che
egli aveva intuito nel viso scavato della cameriera al bar. Certo!
L’ulcera si porta segnata nella sofferenza del volto!
“Se fosse solo
lo stomaco!” sospirò, stando al gioco, senza dare a vedere d’essere infastidito
per la mancata risposta.
“Lo so il male
fisico é sempre la manifestazione d’un male più profondo. Non a caso l’ulcera è
una malattia psicosomatica”.
“Certo! Si usa
dire così. Ma non puoi capire! Il mio è qualcosa di diverso, di particolare. Il
mio, potrei dire, è un male esistenziale. È profondo quanto è profondo
l’infinito. E non c’è cura!”
“Sei il solito
esagerato, affetto da catastrofismo cosmico
e da pessimismo assoluto!” esclamò lui ridendo, riprendendo le battute
che si scambiavano quando era vivo. “Ne abbiamo parlato tante altre volte”,
continuò, “basterebbe che ti proponessi di essere quello che sei,
rinunciando agli sforzi inutili per
divenire quello che non puoi essere, con l’unico risultato di vivere in un’ansia continua per quello che
vorresti essere e non riesci a diventare!...”
“Fosse
facile!” replicò Luciano. “Non credere che sia un atteggiamento. La realtà per me
ha un limite che non riesco ad accettare. Svanisce in un termine che si
confonde con l’infinito e ritorna in me come vuoto e mancanza. Ma per
spiegarti, ti dovrei parlare della finitudine... Non potresti capire. Già
il termine per te dovrebbe risultare
incomprensibile, sono arrivato a questa definizione da poco, e comunque
dopo la tua morte”.
“Capisco
invece!” ribatté il maestro. “E so anche che il tuo male si supera ancorando la
propria storia individuale a quella dell’umanità, e recuperando il senso della
propria eternità nella storia”.
Aveva tutta
l’aria d’una frase, d’una citazione ripresa a memoria. Avrebbe anche voluto
dirglielo, ma gli sembrava troppo scortese, fra due che si incontrano dopo
tanto tempo.
Lui sorrise
ancora, avendo intuito la sua osservazione. “Spiegarti è inutile”, riprese,
“come al solito capisci solo la tua. Come al solito, dovrai battere la testa.
Solo provando direttamente, riuscirai a capire”.
“Mi hai
chiesto prima chi c’era con me”, aggiunse quindi cambiando ancora una volta
discorso. “Come ti ho già detto, ci sono tutti quelli che hai richiamato con la
tua presenza, perché hanno avuto in
qualche modo rapporti con te. Con loro potrai capire meglio ciò che non riesci
a capire con me”.
Avrebbe voluto
chiedere: “Ma chi? Ma quando? E che cosa vuol dire che hanno avuto rapporti con me?” Fu preso
invece dalla percezione sempre più
intensa della presenza di questi altri,
di cui aveva parlato il maestro. Aveva la sensazione che la nebbia si
addensasse e raccogliesse attorno a lui, come attratta dal calore del suo
corpo. Infittendosi, andava prendendo
la consistenza di figure, di persone. La nebbia era una distesa di neve,
e la neve si muoveva, si sollevava, come percorsa da una forza interna, e
prendevano corpo tante figure di neve, che si evolvevano, assumendo forme
strane per trasformarsi ancora fino a
diventare persone.
Con un volto?
Senza volto? Non era una sensazione facile da definire! Forse era questo che
avevano visto i discepoli di Emmaus. Un volto che non avevano potuto
riconoscere, che avevano potuto identificare soltanto attraverso le parole che
erano uscite dalla bocca del viandante.
Li sentì come se fossero stati vivi attorno a
lui, come la sera dei morti, ma con un’intensità più pregnante, assoluta, come se avessero potuto veramente
uscire dalle tombe, attratti dalla forza intensa e decisa del suo ricordo, dalla volontà del suo
affetto. I genitori, gli amici, i
parenti e gli altri, in ordine... secondo la misura dell’intensità del
rimpianto per loro, che sapeva far rivivere nel suo pensiero, al cimitero, la
sera dei morti…
Ma c’erano
anche tanti altri, tanti sconosciuti. Forse erano quelli ai quali si era
riferito il maestro parlando d’una
conoscenza indiretta.
“Cosa hai
voluto dire parlando di conosciuti indirettamente?” gli chiese.
“Sono le
persone che non abbiamo mai incontrato”, rispose, “ma alle quali siamo legati
da una relazione spaziale e non temporale,
alle quali ci unisce il fatto d’aver visto le stesse cose, d’aver
vissuto nello stesso ambiente, guardando agli stessi orizzonti, subendo le
stesse impressioni, ricavando le stesse emozioni”.
“Perché mi
rispondi sempre per enigmi?” gli chiese in tono scherzoso.
“Capirai!”
rispose serio il maestro. Esitò un momento, poi aggiunse: “Hai soltanto tre giorni per imparare!”
“Quali tre
giorni? E per imparare che cosa?”
Più si
sforzava di capire e meno riusciva a orientarsi nella realtà strana nella quale
era finito. Era sempre più inutile cercare spiegazioni! In montagna quando la
nebbia sale e ti avvolge, se chiami il tuo grido non buca la coltre di nebbia e
si spegne assorbito nella massa gelatinosa. Gli occhi si lasciano trasportare
dalle folate e ti fanno annegare in quelle onde di fumo, facendoti perdere il
contatto con la realtà, dandoti l’impressione d’essere nel vuoto. Conviene
fermarsi!..
E fermandosi
si ricordò allora d’un tratto dell’altra scena nella quale era stato coinvolto
dopo aver abbandonato l’automobile.
“Dov’è finito
il vaso?” chiese. In effetti, se era lì (anche se non sapeva ben dove) a parlare
con il maestro, vi era arrivato seguendo la scia di fuoco che s’era sprigionata
dal vaso. E ricordando lo strano portafiori, avvertì come per una improvvisa
illuminazione che quel vaso forse aveva
per lui un significato che andava al di là della stranezza dell’oggetto.
Non riusciva a
darsi una spiegazione logica ma sentiva come un presagio che la storia di
quell’oggetto si sarebbe incrociata con la sua. O s’era già incrociata?... Ma
che senso ha il presagio di qualcosa
che è già avvenuto?...
D’altra parte c’erano troppe cose in quel sogno che non avevano senso...
Si sarebbe
atteso che gli chiedesse a che vaso
volesse riferirsi e su che cosa
stesse vaneggiando. Invece il maestro
mostrò di essere a conoscenza, di sapere e di aver capito la domanda.
“Appunto! Il
vaso!” rispose. “Non è che un simbolo, o se vuoi un’allegoria, una metafora, ma
nei simboli troviamo le risposte più vere che la ragione non riesce a darsi. E
come nella poesia… Il simbolo è come un chiodo infisso nel muro. In se non
significa niente, ma vi si possono
appendere tante cose. A quel vaso sono appesi tanti brandelli di storia
del nostro paese. Metterli assieme è molto importante. Alla fine ci puoi
ricavare soltanto un sudario per asciugare le lacrime che ti provoca quella che
tu chiami finitudine, oppure una mappa
con il percorso per uscirvi. Dipende da te…”
“Cosa dipende
da me?” lo interruppe sempre più perplesso e preoccupato da quel parlare per
enigmi.
“Per
rintracciare il significato del vaso dovrai ricostruire la storia e allora
scoprirai di non essere solo, la tua solitudine si riempirà di presenze, la tua
finitudine si riempirà d’un passato e s’aprirà ad un futuro”.
“Ma ti rendi
conto di quello che mi stai dicendo?”
“Certo che sì.
Sei tu che non vuoi capire. Cerca di seguirmi. Non hai sempre avuto la passione
per ricostruire la storia del nostra paese?...”
Che domanda!
Era stato proprio lui a coinvolgerlo in quello che poi era diventata la loro
passione ed il loro hobby. Si era anche
attrezzato con un metaldetector e aveva setacciato le zone dove presumeva fosse
più facile fare dei ritrovamenti, alla ricerca di reperti del passato. Non
aveva rinvenuto cose particolari o di valore, ma era riuscito a farsi una collezione di punte di frecce. Si era così
fatta una cultura sull’evoluzione delle frecce dalla preistoria alla fine del Medioevo. Perché le frecce?
Per nessuna altra ragione se non perché aveva trovato frecce! Aveva, in
effetti, rinvenuto anche delle monete di bronzo e qualche altro oggetto. Ma una
collezione di monete non gli era sembrata una idea altrettanto originale. Le
frecce invece...
Per giunta
l’abbondanza dei ritrovamenti di quelle punte d’arma, di quegli strumenti di
guerra, lo aveva portato a riflettere e a scrivere delle poesie sulla violenza con la quale scorre la
storia: Su come avanzi, rotolando sui cadaveri degli uomini che paradossalmente
si sforzano di sviluppare tecnologie di morte sempre più evolute per aiutarla a
vincere ed a fare altri cadaveri.
“Ebbene, se tu
vuoi, ora ti viene data l’opportunità non solo di ritrovare le frecce, ma anche
gli uomini che le hanno scagliate... Sei come l’archeologo che ha avuto la
fortuna di trovare un documento dal quale si ricava la storia che invano aveva
faticato a ricostruire interpretando i reperti. Ancora di più! Ti è data la
possibilità non soltanto di leggere la storia ma persino di riviverla, assieme
ai personaggi che l’hanno interpretata originariamente.
Cercando il tuo vaso, puoi risalire alla
storia dell’oggetto, ma soprattutto puoi ricostruire le vicende di quanti hanno
avuto a che fare con l’oggetto, e, attraverso di loro, la tua storia”.
Quando, con
una immagine che ti è cara, pensi d’essere il saltimbanco sospeso nel vuoto,
sbagli. Su quella corda non sei solo. Devi pensare che vi sia infilata una
ruota dentata che non può cadere. Tu sei solo un dente della ruota. Quello che
in questo momento è sopra la corda ed ha la sensazione d’essere solo nel vuoto.
Ci sono invece infiniti denti, c’è l’insieme della ruota ad impedire la tua
caduta. La ruota si muove, un altro dente prenderà il tuo posto, come tu hai
preso il posto d’un altro. Ma non sei nel vuoto. Sei un dente della ruota!...
E la ruota è
la storia, con il suo passato ed il suo futuro, e tu in mezzo, un fragile punto
ma sostenuto dal passato e dal futuro. Per questo è importante che tu metta a
frutto oggi la tua passione, per ricostruire la storia del nostro paese e delle
tue radici. Come il naufrago in mezzo al mare, troverai i riferimenti esterni
per fare il punto sulla tua posizione.
Ti ho già detto che si sono presentate, e
sono qui attorno a te, tante persone
che hai conosciuto solo indirettamente.
Sono persone vissute a distanza di secoli le une dalle altre. Eppure ci
accomuna il fatto d’aver vissuto negli stessi luoghi. Parlandoci, troviamo d’aver in comune anche il ricordo di tante
cose, oggetti o luoghi, impressioni od
emozioni. Il nostro pensiero ha qualcosa in comune con il loro, per questo sono state richiamate anche
loro, dalla tua presenza.
Tra questi c’è
qui anche tuo nonno, che sul vaso evidentemente ne sa molto più di me, dal
momento che, come sai, è stato lui a costruire la tomba che hai appena visto in
cimitero”.
Cap. 3 - Il nonno.
“Perché
t’interessa tanto sapere la storia di un vaso? Per quanto originale possa
essere il percorso che gli eventi e le circostanze gli hanno fatto compiere,
resta pur sempre un oggetto”.
Come in un
processo di dissolvenza, s’era andata sfumando lentamente l’immagine del
maestro, o la sensazione che portava in sé della figura dell’amico, ed al suo
posto s’era venuta definendo, ed aveva infine preso consistenza, quella del
nonno. Al suo desiderio di conoscenza attorno al vaso, aveva preso forma
l’immagine della persona in grado di
dargli le risposte appropriate. Ma nello strano mondo in cui era finito,
anche il nonno, invece di dargli delle risposte, entrava nel discorso contestando il suo desiderio di conoscere
l’origine e la storia di quello strano oggetto, come aveva già fatto il maestro.
Del resto, dal
nonno non poteva aspettarsi niente di diverso! Non poteva certo essere
cambiato. Anche da vivo, non gli andava mai bene niente. Era per definizione
quello che si dice un bastian contrario. Anche qui, senza alcun convenevole,
senza neppure una parola di saluto, dopo tanti anni di lontananza, s’era subito
messo a contestare la sua curiosità sul vaso.
“Un vaso non
può che essere un oggetto della storia”, aveva poi aggiunto. “Per seguire il consiglio
del tuo maestro, se vuoi veramente ritrovare te stesso nella storia, faresti
meglio ad impiegare il tuo tempo ad approfondire qualcosa sul motore della
storia”.
Agli sproloqui
del nonno era abituato. “E quale sarebbe il motore della storia?” chiese,
entrando direttamente anche lui nel discorso, come se fosse la cosa più
naturale del mondo incontrarsi per caso con una persona morta da oltre trenta
anni e prendere a farneticare sul
motore della storia.
“La guerra”,
gli rispose serio.
Non c’era da meravigliarsi!...
Suo nonno era solito sparare sentenze, e uscirsene con affermazioni senza
nessun senso. Da vivo in paese era stato soprannominato “il filosofo”. Tutti lo
chiamavano con questo soprannome al
punto che nessuno si ricordava più neppure quale fosse il suo vero nome. Lo
chiamavano “filosofo”, ed a lui faceva piacere evidentemente sentirselo dire,
perché cercava di assumere anche atteggiamenti o comportamenti che, secondo
lui, erano da filosofo. Come adesso che s’era bloccato sulla parola guerra,
come un attore che si incanta su una
battuta, con lo sguardo fisso nel vuoto, e il braccio teso nel gesto del
porgere.
Che
rivelazione credeva d’aver fornito dicendo che la guerra è il motore della
storia? A meno che, più semplicemente ed a suo modo, non gli volesse dare una
conferma dell’idea che anche lui s’era
fatto, che quel vaso sulla tomba potesse avere qualche relazione con la guerra, che fosse un qualche tipo di
munizione.
“Sei fuori
strada!” riprese a dire. Era evidentemente in grado di leggere o almeno di
intuire i suoi pensieri, pensò Luciano.
“La curiosità sul vaso ti fa perdere il
nocciolo del problema. Il consiglio del maestro di ricostruire le vicende del
vaso, ti può aiutare, ma non risolve il tuo problema. Il vaso è qualcosa fuori
di te, la storia che si sviluppa assieme a te o che si è sviluppata prima di
te, è comunque fuori di te. Che tu la conosca o meno, resti comunque vuoto,
appunto come un vaso vuoto. È il percorso degli uomini nella storia invece che
può servirti a trovare dentro di te il
tuo percorso, a dare un senso alla tua strada, a inventare la tua libertà
rispetto a tutto ciò che, dentro e fuori di te, tenta di intervenire e di
incidere sul tuo modo di essere”.
Erano troppo
diversi, il nonno ed il maestro non erano mai andati d’accordo neppure da vivi.
Luciano non aveva di che meravigliarsi se anche nel sogno assumevano posizioni
diverse su come consigliarlo.
“Io sarò fuori
strada a fissarmi sul vaso, ma tu non lo sei da meno con i tuoi sproloqui sulla
guerra motore della storia,” ribatté.
“Lo so,”
riprese il nonno dopo un momento di esitazione, “mi hai sempre considerato,
come diceva tua nonna “con la testa tra le nuvole”. La vita è ingiusta… Ci si
incontra per caso, tu bambino ed io già vecchio. E si esprimono giudizi, si
assumono dei comportamenti nel rapporto con gli altri, come se tutto fosse
chiaro, se fosse evidente ogni circostanza, acquisita ogni
motivazione, scontata ogni relazione. E invece ogni uomo è un mondo a sé
stante, incomprensibile agli altri. Gli alberi del bosco, sembrano tutti
uguali, quando sono della stessa specie, ma poi, se li guardi meglio, sono
tutti diversi, uniti soltanto dal bisogno di rubarsi il terreno a vicenda, per
potersi rafforzare gli uni a danno degli altri...”
“Perché dici
che non ti ho mai capito?” lo interruppe Luciano, dispiaciuto che il nonno si
fosse risentito dalla sua battuta sugli sproloqui.
“Perché è
vero!” rispose. “Ma non avresti potuto capirmi,” aggiunse. “Tu non avevi visto,
e io non ti avevo mai voluto
raccontare”.
“Che cosa?”
Era come se da
tempo avesse atteso quel momento e quella domanda, ed iniziò subito a parlare
ed a raccontare di sé…
E nel
sovrapporsi di immagini e piani diversi a cui si stava ormai abituando, Luciano
lo vide allora, giovane poco più che ventenne partire per la guerra. La grande
guerra, come con inutile enfasi viene
chiamata la prima guerra mondiale. E vide anche se stesso come uno dei
protagonisti del racconto, anzi si sentì parte del racconto con l’impressione di non essere soltanto un
ascoltatore, ma di poter rivivere contemporaneamente la parte di tutti i protagonisti.
Nella stranezza di quel sogno infatti il loro
rapporto non era quello che intercorre tra uno che racconta ed uno che ascolta.
Era come se il narratore avesse la possibilità di farlo partecipare attivamente
al suo racconto, e in qualche modo di farlo interpretare e rivivere la parte di
tutti i protagonisti.
Raccontava
d’essere stato destinato a fare
l’alpino sulle montagne vicino a casa. Infatti non lontano da casa sui monti di
Pal Piccolo e Pal Grande era il confine della Patria che si doveva difendere
dall’attacco degli austriaci.
Anche la nonna gli aveva certo raccontato di aver vissuto la guerra. Dal paese, con in braccio il primo bambino, nelle notti in cui si “sferravano gli
attacchi”, per la conquista di una nuova inutile cresta di montagna, vedeva
lontano i bagliori della battaglia, ne sentiva il rumore, come d’un temporale
lontano. E come nelle sere d’estate il
temporale si muoveva da dietro le montagne, avvicinandosi sempre più, e la
raggiungeva infine, ed entrava in lei. Pensando al marito, sentiva gli scoppi
dentro di sé e, pregando, piangeva...
La nonna
raccontava di quanto aveva pianto, ma la battaglia quando ci sei dentro è
un’altra cosa: è l’urlo straziante del compagno che stramazza colpito, è il rantolo dell’amico che ti si
affloscia accanto, in un lago di sangue. Le prime volte è la paura d’essere
colpito, la paura della morte, la paura di finire. Poi quando attorno a te, per
giorni hai visto solo morte, la paura diventa indifferenza, ed infine si
tramuta nel desiderio di morire. La finitezza allora diventa infinito, il
limite diventa immensità, la morte diventa immortalità.
Allora è come
se tu fossi già morto, diventi invincibile, perché hai già vinto la morte...
Alle volte
l’ordine era d’andare all’assalto a gruppi. A quel comando, uscivano in tanti,
ma poi tra gli scoppi e le grida di
dolore e le urla di disperazione finiva per trovarsi sempre solo.
Inspiegabilmente ancora vivo! Altre volte
invece, uscivano per “andare all’assalto” ad uno ad uno, per ingannare l’artiglieria nemica. I più si
schiantavano sull’orlo della trincea.
Il loro sangue e i brandelli di carne, schizzavano sul viso di quelli che li
dovevano seguire…
Qualcuno
piangeva, qualcuno si ribellava, perché non aveva senso quel suicidio di massa,
ripetuto ogni volta che qualcuno, “dall’alto”, aveva l’idea che senza quella
nuova cresta di monte, non si sarebbe vinta la guerra. Egli invece usciva,
senza paura della morte. Si sentiva già
morto, e per questo già eterno…
“La morte ha
paura dei morti!” ripeteva, e gli altri credevano che fosse impazzito. Ma lui
non era pazzo: sapeva solo d’aver vinto
la morte…
Poi anche la
guerra era finita e si sarebbe dovuto tornare
alla normalità, come se nulla fosse stato. Avevano sofferto tutti, come
e più di lui, gli dicevano gli altri. Anche sua moglie, come tanti altri in
paese, a seguito della rotta di Caporetto, per non cadere nelle mani del
nemico, aveva dovuto lasciare ogni cosa e andarsene profuga. Con il bambino in
braccio, aveva attraversato l’Italia intera, per finire in Calabria ad
attendere la notizia della conquista della “terre redente”, e della fine della
guerra.
Tutti avevano
qualcosa da raccontare. Ognuno aveva le proprie sofferenze e i propri gesti di
eroismo, anche chi era rimasto a casa, e non aveva visto l’orrore della
trincea.
Solo lui non
aveva nulla da raccontare, come se per lui la guerra non ci fosse stata. Avrebbe
dovuto dire che lui la guerra non l’aveva vista, perché era morto ai primi
assalti. Ma nessuno l’avrebbe capito.
E nessuno
capiva neppure che gli era impossibile tornare alla vita d’ogni giorno, alla
“normalità”!
Egli non aveva
soltanto vissuto la “grande guerra” ma
era come se nell’orrore della
trincea, con la sua dinamica di
sopravvivenza, avesse vinto il suo soppressore. Non ricordava da quale contesto
e da quale giornale avesse estrapolato questa frase, ma sentiva che ritraeva
perfettamente la sua situazione. L’eternità aveva vinto in lui la morte,
l’infinito aveva vinto la paura della finitezza, non ci poteva più essere una
quotidianità, una vita normale.
Ciò che unisce gli uomini, è la paura della
morte, il principio della sopravvivenza. Chi ha vinto la morte, ed ha affermato
la propria sopravvivenza al di là della morte, è già nell’eternità. La goccia
che è caduta sulla montagna deve soffrire prima di giungere al fiume, ma quella
che è nella corrente del fiume, è come se già fosse nel mare. Già parla col
mare. Non deve far nulla per guadagnarsi l’oceano. Deve solo aspettare, e
pensare all’oceano...
“Io mi sentivo
già nell’oceano!” ripeteva il nonno, con un altro di quelli che a Luciano erano sempre parsi sproloqui.
“Ma perché non
me ne hai mai parlato?” gli chiese infine, interrompendolo. In verità il nonno
non stava parlando neppure questa volta. Commentava con il pensiero, le scene
della sua vita che non aveva mai voluto raccontare. Egli lo sentiva dire, nella
sua mente, ed allo stesso tempo riviveva le scene di vita al paese, quando ancora non era nato.
“Non avresti
capito!” rispose e l’immagine che a Luciano scorreva dentro cambiò
all’improvviso, come se nella sala del cinema al ragazzo in cabina fosse stato
dato l’ordine di cambiare filmato, per metterne uno che meglio si prestasse a
commentare la risposta alla sua
domanda.
Ora, in ciò
che vedeva, c’era anche lui! Era la festa del paese, e quell’anno era diventata
la sua festa per la cresima. C’erano attorno a lui tutti i parenti. Mancava
solo lui, il nonno paterno.
La cosa
sembrava come data per scontata,
conoscendo l’originalità dell’uomo, e nessuno aveva commentato il fatto. Tutti
parlavano d’altro. Ma a Luciano quell’assenza era dispiaciuta. Si sentiva
offeso!
Non sapeva
quale motivo potesse avere il nonno nei confronti di sua madre o degli altri
per un comportamento così incivile e
provocatorio. Ma tra loro due non c’era mai stato nessun dissidio. E se era un
modo di essere originali, era una originalità fuori luogo! Se non per gli
altri, avrebbe potuto venire per riguardo a lui, pensava... Finito il pranzo,
invece che recarsi alla funzione religiosa della processione con la statua della Madonna, aveva voluto andare a
cercarlo. Era sicuro che l’avrebbe trovato nel suo stavolo, ad accudire alle
mucche, “preferendo le bestie agli uomini”, come era solito dire…
Il sentiero
s’inerpica in mezzo agli alberi sopra al paese. Poi d’un tratto il bosco
s’interrompe e s’apre una grande radura pianeggiante. Ai bordi, su un rialzo
dal quale si riesce a vedere di sotto le case del paese, c’è lo stavolo. Il
nonno vi aveva ricavato un cucinino ed una camera e vi passava intere
settimane, senza scendere in paese. La nonna saliva a prendere il latte alla
mattina ed alla sera, ripeteva le stesse imprecazioni, sulla disgrazia che le
era capitata, con un marito che non aveva voglia di far niente. Gli lasciava
qualcosa da mangiare, e ripartiva. Egli continuava a fare i suoi mestieri, come
se lei non ci fosse, come se nulla avesse detto, solo un po’ più ingrugnito,
finché il brontolio di lei non si perdeva giù nel sentiero in mezzo al bosco...
Abituato nel
silenzio a cogliere ogni suono ed ogni movimento di quella sua isola, fuori dal
mondo, lo aveva visto ancora lontano, appena era apparso sul sentiero che dal
bosco sbucava nel prato.
“Dove vai?”
gli aveva gridato, certamente preoccupato che fosse capitato qualcosa di
grave, per spingerlo fin lassù, con i vestiti della festa, mentre tutto il
paese era al vespero della Madonna.
L’aveva
lasciato senza risposta, mentre lentamente attraversava il prato per andargli
incontro, e quando gli fu vicino, gli
aveva chiesto con rabbia:
“Perché non
sei venuto?”
Di solito,
alle sue domande rispondeva con qualche
battuta scherzosa, o con qualche “sproloquio”. Quel modo di fare lo
indispettiva anche, alle volte, perché aveva
l’impressione che il nonno non lo ritenesse all’altezza di reggere un discorso serio con lui. Se la cavava
sempre con un :“Sei troppo giovane, devi ancora imparare a vivere, prima di
poter parlare.”
Quel giorno tuttavia anche il nonno aveva
certamente intuito nel suo sguardo il
dolore che gli aveva dato. Aveva visto l’ira che nel suo cuore di quindicenne
s’era gonfiata nell’affanno della salita, come alimentata dal maggiore afflusso
di sangue. E nella domanda a bruciapelo, aveva visto soprattutto la delusione
del ragazzo che non s’aspettava d’essere offeso a quel modo da suo nonno.
“Ricordi?”
riprese a dire, riprendendo il filo del
commento sulla scena che rivedevano assieme, come fosse il
filmato che qualcun altro aveva girato, con loro due come protagonisti. “Ricordi?” chiese, quasi
sorpreso d’aver nutrito invano la speranza che il ragazzo avesse dimenticato.
Non gli
capitava mai di commuoversi. La guerra, soleva ripetere, gli aveva asciugato
tutte le lacrime, non ne avrebbe avute più per nessuno e per nessuna
circostanza. E invece quel giorno di fronte al risentimento offeso del nipote, aveva sentito qualcosa di nuovo
scuotersi dentro, e aveva dovuto voltarsi a guardare il cielo, perché l’occhio
potesse riprendersi la lacrima che stava per uscire.
Avrebbe in
effetti potuto partecipare. Avrebbe potuto per una volta anche lui mettersi gli
abiti di festa e recitare, come recitavano gli altri. Ma perché?...
“Per farmi
piacere!” l’aveva interrotto Luciano.
“E perché ti
dovrebbe venir piacere da una recita?” aveva replicato lui.
“Ci sono anche
le circostanze, le convenienze...”
“Certo ma se
sei venuto fin quassù, lasciando gli altri, per sentirle stasera da tua madre,
perché non hai preso parte alla funzione religiosa, non l’hai fatto solo per
rimproverarmi... Per rimproverarmi avresti potuto venire anche più tardi, o
domani. Se da un lato tu odi i miei comportamenti, da un altro ne sei
attratto…”
“Che dici?”
l’aveva interrotto di nuovo.
“Quello che
vedo!” proseguì. “Mi prendono in giro in paese perché quando ho bevuto un po’
di troppo dico che ho vinto la morte. Ma è vero, tu potresti capirmi! Gli altri
adesso sono tutti laggiù in chiesa a pregare. Ciò che li unisce e solo la paura
della morte, Io invece non ho paura, sono
già morto, sono oltre la morte. Io non prego la divinità, perché Dio,
evidentemente, non ha bisogno di essere pregato, non ha bisogno delle mie
parole.
Io cerco di sentirla la divinità, come la
sente, chi è già morto, come può sentire l’infinito chi è già
nell’infinito. Dio non può essere nel
chiuso di una chiesa, ma nell’infinito, ed io per questo, quando voglio
pregare, cerco di fissare un punto nella immensa profondità del cielo, e penso a Dio. Immagino di
penetrare all’infinito in quel punto, come in un vortice che non ha fine, e
penso così di avvicinarmi a Dio, di venire
assorbito nel vortice del pensiero di Dio, nell’immensità
dell’Infinito”.
Dalla Chiesa
era uscita la processione che si snodava per le strade del paese, accompagnando
la statua della Madonna... Il coro degli uomini, dal quale emergeva la voce
possente dell’altro suo nonno, ripeteva, a brevi intervalli, sempre uguale,
ossessiva, un’invocazione alla Madonna del Rosario. “Regina sacratissimi rosari,
ora pro nobis!”. E il grido saliva
nell’aria tersa del pomeriggio
filtrando tra gli alberi del bosco che alternavano le ultime sfumature
di verde ai colori bruciati dell’autunno.
Più che
un’invocazione piena di confidenza, sembrava il grido straziante della
disperazione, per una speranza
affermata ma non sentita, gridata ma non vissuta. Nella melodia che la
tradizione aveva tramandato dalla notte dei tempi, sembrava si fosse raccolta e
sedimentata la speranza di trovare in quel grido, l’appiglio per ancorare la corda che avrebbe interrotto
la caduta nell’abisso della finitudine.
Ma il grido
saliva invano. Non trovava risposta se non nel sarcasmo dell’eco, che
ridiscendeva dagli anfratti della montagna
“Quindi per te
quelli laggiù sono tutti stupidi?” chiese Luciano, quasi a rompere nella
domanda la sorpresa di scoprire che il nonno, chiamato per scherno filosofo, non era solo capace di battute
originali, ma era anche capace di acute
riflessioni e persino di spunti di vera poesia...
“Si può
pregare in infiniti modi,” gli rispose, “non è il modo che fa la preghiera, ma
il desiderio di rapportarsi con la divinità. Se l’altro tuo nonno ha bisogno di gridare il suo
bisogno d’aiuto alla Madonna, e di ripeterlo identico infinite volte, e
attraverso l’idea della Madonna si mette in relazione con la divinità, il suo è pregare. Se lui ha bisogno della chiesa
e dei profumi d’incenso, per sentire la divinità, fa bene a frequentare la
chiesa…
Io mi ritrovo
più facilmente con Dio, quando vedo un fiore aprirsi alla luce del sole, quando
il primo raggio di luce fa breccia nel buio della notte, quando l’ultimo raggio
del tramonto si trattiene sulle ultime vette, quando nel bosco sento il respiro
degli alberi e nella notte sento vivere
le ombre. Perchè, al di la della
morte, credo che così si sentirà Dio.
Ed è anche per questo, perchè mi pare
già di riuscire a sentire Dio oltre la morte, che è come se fossi già
morto…
È questo anche il concetto che ho voluto
esprimere, ideando la tomba di famiglia...”
“Mi ci sono
appena seduto,” lo interruppe Luciano, “almeno nel sogno...”
“Certo!
Soltanto nel sogno, perché da sveglio
non ti saresti mai seduto. Infatti
nessuno si siede. Anzi tutti cercano di darsi le spiegazioni più
fantasiose, per non voler ammettere che
quel muretto realizzato sulla tomba, è soltanto una panchina. Se lo
riconoscessero, dovrebbero anche ammettere, che ci si potrebbe sedere... Nessuno invece vuol sedersi in
cimitero! I vecchi, costretti dal respiro affannoso, si fermano sulle panchine
nel viale centrale, appena il tempo indispensabile per riprendere fiato. Poi
anche loro vanno di fretta. In cimitero non c’é tempo da perdere: i fiori, un
requiem e poi di nuovo fuori, a
prendere aria, a scrollarsi la sensazione che ti si sia appiccicato addosso
qualcosa, come se il respiro che esce dalle tombe ti avesse intriso i vestiti e
penetrato la pelle.
Non escono
evidentemente dalle tombe né sospiri né respiri! Ciò che ti avvolge e ti
penetra è la paura della morte. Giri tra le foto di persone conosciute che
hanno vissuto con te, alle quali ti legano parole ed emozioni, e non riesci a toglierti il pensiero che
potresti essere anche tu al posto d’uno
di loro. L’unica cosa che l’uomo dovrebbe dare come acquisita e
scontata, la sua morte, diventa la motivazione
più profonda delle sue paure...”
“E invece io,”
continuava il nonno, “ci ho messo la panchina, perché la gente si fermi a
pensare alla morte, perché solo quando la si é vinta, la si può vivere. Sulle
panchine del ponte della nave diretta in America, mi pare logico ci sia della
gente che pensa all’America, a cosa troverà, a cosa farà. La nostra tomba io
l’ho vista come il ponte della nave diretta all’eternità e ci ho messo la
panchina, perché qualcuno si fermi a pensarci…
Ma nessuno si
ferma!” concluse sorridendo.
“Originale!
Non c’è che dire,” commentò Luciano, pensando che le parole del nonno davano in
qualche modo un senso al passaggio del suo sogno, che l’aveva visto fermarsi
sulla tomba.
Avrebbe voluto
aggiungere qualcosa a proposito del vaso, ma per evitare altre battute, si
limitò a sperare che l’altro ci arrivasse da solo. Il nonno l’aveva presa certo
alla larga con quelle rievocazioni sulla guerra. Era giusto che avesse cercato
di approfittare di quel incontro fuori tempo, per chiarire quelli che erano
stati i loro rapporti, ed anche per giustificarsi e spiegare il suo modo di
pensare. Sarebbe stato tuttavia il colmo che alla fine non avesse detto nulla
del vaso che costituiva il vero motivo per il quale s’erano incontrati nel
sogno. E infatti alla fine ci arrivò...
“Non mi sono
mai chiesto da dove venisse e che cosa veramente fosse quello strano
vaso!” riprese a dire. “Per quel che mi
riguarda, la storia del mio rapporto con quell’oggetto ha dell’incredibile!”
“In che
senso?” chiese Luciano.
“Il senso lo
dovrai capire da te,” continuò a dire. “Io ti racconterò soltanto di come la
mia vita s’è incrociata con la storia del vaso.”
Prese a dire
di come la nonna aveva voluto acquistare una casa diroccata, da riattare perché
la loro era troppo piccola. Era una casa ridotta ad un cumulo di macerie
annerite dal fumo. Erano passato almeno un secolo da quando l’aveva distrutta
un incendio. Si raccontava anche che fosse maledetta, perché vi era morta un
persona. Così, per tutto quel tempo,
era stata lasciata in preda all’edera ed ai rovi.
“Io alle
maledizioni non ci credevo, tua nonna da donna di chiesa certamente sì, ma
spinta dalla necessità e convinta dai risparmi che si possono fare sulle case
maledette, dopo aver investito qualcosa in scongiuri e benedizioni, s’era
decisa per l’acquisto.
Non avrei
voluto quella casa. Non perché temessi gli spiriti dei precedenti proprietari,
ma per il lavoro che ci avrei dovuto mettere per riattarla. Come al solito però
aveva deciso lei, tua nonna, e decise anche come e quando ci dovevo lavorare.
Non ero riuscito a spiegarle che quello non era un lavoro per me!”
“Non a torto,
da vivo, andava dicendo che eri uno
sfaticato!” commentò sorridendo Luciano.
“Ma non era un
problema di fatica e di sacrificio. Non riuscivo ad accettare l’idea di fare
qualcosa che vivesse dopo di me. Una volta finita, quella casa sarebbe vissuta
senza di me, oltre di me. Ma anche ogni
sasso messo a formare il muro, sarebbe
vissuto oltre di me. Senza che nulla di me restasse in quei sassi, ed in quella
casa. Io ero già oltre quei sassi e quella casa e non volevo misurarmi con
loro, misurandomi infatti, avrei solo favorito il riemergere del sentimento di quella che tu vuoi chiamare
finitudine.”
Per evitarsi
altre considerazioni filosofiche, Luciano decise di non interromperlo e il
nonno riprese a raccontare.
“Comunque,
seppure di controvoglia, rimisi a posto tutte quelle pietre e ricostruii i muri
che l’incendio prima, e il tempo poi, avevano sbriciolato in un ammasso di macerie.
Tra quel cumulo di sassi, diventato
tutt’uno con le radici di piante
e cespugli che vi si erano infiltrate, un giorno mi capitò di trovare uno
strano oggetto.
Il piccone ad un tratto aveva colpito
qualcosa di metallico. Incuriosito, avevo poi rimosso le pietre con le mani,
per raccogliere infine una sorta di contenitore di metallo a forma di cilindro, molto grezzo e mal lavorato.
Pensai che si fosse rovinato nel calore
dell’incendio. Era aperto da un lato, ma forse, così pensai, al momento dell’incendio
era chiuso. Il calore aveva fatto dilatare i metalli facendo uscire il coperchio, che giaceva accostato,
vicino all’imboccatura.
Rigirandolo,
ebbi la conferma che il contenitore era
vuoto. Quando lo capovolsi però, uscì della cenere. Ho così pensato che
avesse contenuto qualche documento che
s’era bruciato nell’incendio, ma non ne potevo essere sicuro, e comunque da
quella cenere non potevo ricavare ulteriori elementi per risalire né al
contenitore né al contenuto.
L’avevo poi
messo da parte, e preso dal lavoro, me n’ero anche dimenticato. Alla sera
l’avevo lasciato lì, accanto al muro che stavo costruendo. Ma la notte
rientrando a casa come al solito dall’osteria, pensai di sognare...Non riuscivo a darmi ragione di ciò che vedevano i miei occhi..
Tua nonna
credeva ai miracoli ed alle streghe. Ma io no, io credevo soltanto a quello che
vedevo e non a quello che raccontavano d’aver visto in tempi imprecisati e
indefiniti. Ubriaco non ero, perché avevo bevuto solo un paio di bicchieri,
eppure, passando davanti alla casa in costruzione, avevo visto una luce.
Non era
tuttavia la luce d’una pila, d’una candela o d’una lampada a olio, era una luce
bianca. Mi venne in mente, per associazione d’idee, che una volta avevo visto
nel bosco dei pezzi di legno marcio,
rilucenti come fossero di fosforo. La luce era la stessa, bianca di
fosforo. Ma non c’erano tronchi, dove stavo lavorando.
Cercando di
ragionare, al di là della sorpresa,
(una spiegazione logica ci doveva pur essere!) Mi resi conto che la luce veniva
dal luogo ove avevo posato il contenitore di metallo. Anzi! Era proprio quello strano oggetto ad
emanare quella luce, più intensa di quella dei tronchi nel bosco, come
d’un tronco che ardesse con fiamme bianche...
Si ha un bel
voler essere razionali, ma di fronte a certi fatti la paura è istintiva! La
cosa più logica che mi venne in testa fu quella di mettermi a correre per
chiudermi in casa. Correndo avevo avuto la sensazione che quella luce mi stesse
inseguendo, ma fortunatamente era solo una impressione. In casa mi ritrovai
solo, (non potendo parlare di queste cose con tua nonna), senza riuscire a
prendere sonno, cercando di darmi una possibile spiegazione.
Doveva essere
stato un fenomeno di suggestione! Vedendo uscire la cenere, pensando a qualche
carta che ci doveva essere, ero anche risalito con l’immaginazione a chi poteva
averla scritta. Ora la casa era mia, perché l’avevo pagata. Ma la vita che
c’era stata in quella casa non l’avevo pagata! Non ne sapevo niente!
Eppure
guardando quei sassi che stavo raccogliendo e mettendo di nuovo sul muro,
qualcuno aveva riso, aveva pianto, s’era disperato, come riflettendo sulle
pietre i propri sentimenti. Quel muro che io rifacevo, c’era già prima ed aveva
raccolto e conservato parole e pensieri. E in quel cilindro di metallo chissà
quali segreti erano stati racchiusi. Chissà quali parole erano state impresse
sulla carta, perché potessero restare oltre la morte… e invece il fuoco aveva
distrutto ogni cosa...”
Si fermò, come
attendendo un commento, ma Luciano era troppo interessato a conoscere il
seguito della storia del vaso e lo lascio proseguire.
“Mi ero
certamente lasciato suggestionare da queste riflessioni,” continuò. “Il giorno
dopo comunque non toccai l’oggetto misterioso ed alla notte mi costrinsi a ripassare davanti alla casa per convincermi
che tutto era stato frutto dell’immaginazione.
E invece la
luce c’era ancora! Anzi, forse più intensa del giorno prima! Ero deciso a non
lasciarmi giocare dalla fantasia.
Pensavo che dovesse trattarsi d’un concorso di coincidenze, per il luogo, il
riflesso della luna o chissà quale altro fattore, che comunque ci doveva essere
una spiegazione naturale.
Il giorno dopo
riesaminai l’oggetto attentamente.
A parte la forma strana dovuta (mi convinsi)
all’incendio che l’aveva fuso di nuovo, era soltanto un oggetto di metallo. Forse di bronzo... anche se di metalli non
ne capivo molto.
Volli allora
accettare la sfida con la ragione e lo portai in casa, posandolo in un angolo
dietro al focolare. Mentre dalla
finestra entravano le prime ombre della notte, nel buio l’oggetto parve
riscaldarsi e poi incendiarsi come la legna sul focolare accanto. C’erano due
fuochi, uno rosso, che si muoveva nell’agitarsi delle fiamme, l’altro bianco, immobile ed appagato, come in attesa della mia paura”.
“Non esci
stasera?” Tua nonna sorpresa perché non uscivo come al solito per andare
all’osteria, vedendomi guardare fisso il focolare, si deve essere anche
preoccupata. Ma ancora più preoccupato ero io rendendomi conto che lei non
vedeva la luce bianca. Glielo avrei voluto chiedere, se vedeva la luce. Ma certamente mi avrebbe preso per pazzo. Non aveva espresso
alcun commento o mostrato alcuna
emozione. Era quindi evidente: non vedeva nulla di particolare, non notava nulla di strano.
Vedevo solo
io! Solo a me appariva la luce bianca sprigionata da quell’oggetto. Come mai?
Sarei diventato pazzo se mi fossi messo
a cercare una spiegazione. Avrei tuttavia dovuto trovare una via
d’uscita! E infatti la sera stessa mi venne in mente una soluzione, dignitosa e intelligente allo stesso tempo, che avrebbe potuto mettermi in pace con il
pensiero di quell’oggetto.
Stavo appunto
costruendo nel cimitero la tomba di famiglia e dovevo procurarmi un vaso
portafiori. Pensai che quell’oggetto faceva al caso mio. Il giorno dopo lavorai
di lena a fissarlo al muretto della
tomba. Mi sembrava importante riuscire a saldarlo alla perfezione per
ancorare a quel muro anche il pensiero dell’oggetto e così riuscire a dimenticarlo.
Non ci riuscii.
Il mio convincimento d’essere oltre la morte, da quel giorno trovò un altro
punto di riferimento in quell’oggetto. Invece che il portafiori, al muretto
s’era ancorato il mio pensiero. Tua nonna ci metteva i fiori io invece lo
vedevo sempre vuoto, e in quel vuoto si infiltrata e raccoglieva il vuoto che mi sentivo dentro.
Ogni anno poi,
alla sera dei morti, ho rivisto l’alone di luce bianca in mezzo al rosso dei
tanti lumini. Ma é stato un segreto che ho mantenuto per me, che è morto con me…”
Luciano avrebbe
voluto chiedergli ancora tante altre
cose. Ma il nonno come riprendendosi e rientrando in sé dal mare dei ricordi,
non gli aveva lasciato il tempo per
nessuna nuova domanda.
“Scusa,” gli
disse bruscamente, come se all’improvviso si fosse ricordato qualcosa d’urgente
da fare, “ti ho fatto perdere troppo tempo.
Come ha detto il tuo maestro, devi utilizzare al
meglio questi giorni per ritrovare te
stesso nella storia…”
“Ma quali
giorni? E quale me stesso?…”
La domanda era
caduta nel vuoto, perché lui non c’era già più!
Cap. 4 - Birt.
A proposito
del vaso, dopo tanto divagare il nonno invece che dargli delle risposte, era
soltanto riuscito ad aumentare la sua curiosità. Ora sapeva come il vaso fosse
finito sulla tomba. Che ce l’avesse
messo il nonno, era scontato, dal momento che era stato lui a costruire la
tomba. Che l’aveva raccolto in una casa stregata, era un nuovo elemento che
aumentava il desiderio di conoscere che cosa veramente fosse quello strano
oggetto. Ma ciò che più lo intrigava era ora il fatto di cosa avesse contenuto, e come fosse finito
tra le macerie d’una casa bruciata da un incendio. Arrivando da dove?
Se in quello
strano sogno si presentava sempre qualcuno ad esaudire i suoi desideri, avrebbe
soltanto dovuto chiarirsi se preferiva risalire a ritroso la storia del vaso
partendo da chi l’aveva lasciato nella casa, o se invece riteneva più
importante conoscere prima l’origine dello strano oggetto, ed esprimere un
desiderio di conseguenza.
“Non puoi
banalizzare tutto a questo modo!” Era riapparso il maestro, o forse era sempre
stato presente, e lui non se n’era accorto, preso come era stato dai discorsi
del nonno, e l’aveva rimproverato con queste parole.
“Perché
sarebbe banale stabilire da che parte conviene ricostruire la storia del vaso?”
replicò stizzito.
“Perché è
sciocco lasciarsi prendere dall’interesse per la storia del vaso, e dimenticare
che l’oggetto può essere invece un importante strumento per ricostruire la
storia degli uomini.”
Anche quando
si faceva la collezione di frecce il maestro lo criticava, per l’interesse che
mostrava per l’oggetto, fino a farsi un obiettivo della storia dell’oggetto in
sè. “Se ti appassioni alla storia delle frecce, perdi di vista l’obiettivo vero
della storia che deve essere soltanto l’uomo,” gli ripeteva continuamente.
“Che mai ti
può interessare la vicenda di un vaso,” gli ripeteva anche adesso, “ora che hai
l’opportunità di ricostruire la storia del nostro paese attraverso la
testimonianza degli uomini che l’hanno scritta con le loro vite, a partire dal
primo uomo che per primo ha messo piede
tra le nostre montagne?…”
Come se fosse
stata evocata da questa citazione, Luciano avvertì che una nuova presenza gli
si era avvicinata, pronta a rispondergli, aperta nel desiderio di esaudire le
domande che le fossero state rivolte.
Intuì che si
trattava del primo uomo che aveva abitato il paese e non riuscì a nascondere
l’entusiasmo per l’opportunità che gli veniva data di risalire addirittura alla
“notte dei tempi”. Avrebbe voluto
ringraziare il maestro, ma soprattutto avrebbe voluto vedere, questo suo primo
compaesano, questo suo antenato preistorico. Ne avrebbe voluto vedere la faccia
prima, e la foggia degli abiti, e poi avrebbe voluto che gli raccontasse della
sua vita, di come era finito tra quelle
montagne, a portare il primo
segnale di vita al loro paese.
La nuova
presenza rispose al suo secondo desiderio, come se glielo avesse espresso a
parole.
Non trovò
invece risposta il desiderio di vedere. Luciano aveva la sensazione che l’uomo
primitivo ci fosse, anche se non lo vedeva. Una sensazione netta e precisa,
come se nella stanza si fosse fatto buio d’un tratto, e non trovasse nulla di
strano a continuare la conversazione con chi non vedeva, ma sapeva che c’era, perché l’aveva visto prima che fosse venuta a mancare
la luce.
“Venivamo
dalle pianure interne dell’Eurasia dove
si cacciavano i bisonti. Ci eravamo messi in cammino per trovare il mare...”
prese a dire la nuova presenza.
“Perché il mare?”
lo interruppe Luciano.
L’interlocutore
ebbe un momento d’esitazione.
“Come faccio a
spiegartelo?” riprese poi. “E’ una storia troppo lunga e complessa. Non so se può interessarti!”
“Come no!
Certo che mi interessa!” replicò Luciano con entusiasmo.
L’intensità
del suo desiderio stimolò l’intensità e la partecipazione del racconto. Gli
parve in qualche modo d’essersi seduto,
o adagiato per terra, per significare nell’atteggiamento la volontà di seguire
con la massima attenzione. Anche il nuovo arrivato parve in qualche modo
sedersi, come chi si appresta ad un racconto che richiede tempo, e s’accomoda
per lasciarsi trasportare più liberamente dalle parole. Riprese a parlare…
E Luciano ad ascoltare… come
non aveva mai ascoltato prima. Vedeva infatti il racconto: le parole si materializzavano in quello che volevano
dire e rappresentare. Era come se potesse seguire il filmato di quel che gli veniva raccontato, ed allo stesso
tempo ne sentisse il commento, con le parole dello stesso protagonista.
Ma nel filmato si riproduce una scena
precedente. In quel sogno, (del quale, con disagio, continuava a sentire la stranezza), come era avvenuto con il
nonno, aveva la sensazione di vivere la scena, come se la realtà si sviluppasse in quel momento, come se la storia
nel racconto potesse ripetersi.
Viveva una
scena reale, e non un racconto, perché le parole del narratore avevano la
capacità di far rivivere la realtà. Non era la scena di una rappresentazione
teatrale, che gli veniva raccontata come si era svolta, era una scena che
veniva ripetuta, come se non si fosse mai svolta prima, ed egli non era in
platea, ma sul palcoscenico e partecipava, vivendo la scena, assieme al
protagonista, come una controfigura che
è riuscita ad immedesimarsi completamente nel personaggio.
I vecchi
raccontavano che molto ma molto tempo
prima, c’erano solo ghiacciai, che la vita era difficile, che ci si doveva
procurare il cibo, isolando le renne dal branco, sulle sterminate distese di
ghiaccio, che si doveva vivere in grotte di ghiaccio...
Ma fortunatamente quei tempi erano passati! Quando sono nato io, diceva Birt, che Luciano non vedeva ma che in un certo senso aveva l’impressione di sentire dentro di sé, “i ghiacciai erano rimasti soltanto sulle montagne”.
Ed allora con Birt, (così aveva detto che si chiamava, l’uomo della preistoria) attraverso le sue parole, come se attraverso i suoi occhi avesse potuto rivivere le immagini, Luciano vide una pianura sterminata, una steppa immensa coperta da una distesa d’erbe. Pensò alla pianura ungherese, ma più per una sensazione che per un riferimento preciso. In mezzo, a ridosso d’una grande collina, c’era un villaggio di tende fatte con pelli di animali.
Vivevano cacciando i bisonti. Quando la caccia in gruppo agli animali grossi non riusciva, ognuno si dava da fare per procurarsi il cibo mettendo le trappole per gli animali più piccoli. Avevano sviluppato una particolare abilità nel catturare delle specie di lepri. Individuavano le tane che queste facevano nella prateria e ponevano all’imboccatura dei cappi, che venivano sollevati da un’asta di legno flessibile, quando l’animale vi si impigliava.
Sapevano anche prendere gli uccelli con gli archetti. Un ramo di nocciolo flessibile veniva piegato ad “u” e mantenuto in tensione da un filo di lana che collegava le due estremità. Da un lato era annodato, dall’altro passava per un piccolo foro, in modo che, tirandolo, l’arco si stringesse. Con un piccolo pezzo di legno (la chiave), infilato nel foro, l’archetto veniva mantenuto allo stato di massima tensione. Veniva posto quindi in un cespuglio con un gheriglio di noce a far da richiamo. Quando l’uccello per beccare la noce si posava sulla chiave, questa cedeva all’improvviso. Il filo, tendendosi, spezzava le gambe all’uccello, il quale restava appesa a testo all’ingiù in attesa che il cacciatore venisse a porre fine al suo strazio.
Già a quei tempi, pensò Luciano, l’uomo aveva iniziato a mostrare di quanta crudeltà fosse capace. Ma era solo per necessità. Solo più tardi, paradossalmente, con lo sviluppo di quella che si suole chiamare civiltà, la crudeltà avrebbe potuto perfezionarsi per diventare fine a se stessa.
Oz, era il vecchio capo al quale tutti dovevano obbedienza, perché i capi, si
credeva, potevano parlare con gli
spiriti del male. Li potevano richiamare dalla terra madre, per mandarli a
punire gli uomini ribelli. Solo i capi avevano il potere di ricacciarli nella
terra, dopo che erano usciti nella
nebbia della prateria, portando la malattia e la morte. Solo un capo poteva
riuscire a liberare il popolo degli uomini, dagli spiriti che portavano la
morte. Per questo i capi venivano rispettati
e venerati.
Quando però il
figlio di Oz era risalito dalla caverna nella quale aveva riconsegnato alla
madre terra il corpo del padre, aveva raccontato al popolo degli uomini che
la Grande Madre gli aveva parlato.
“La Madre
Terra,” aveva detto, “dalla quale nasce il sole di giorno e la luna e le stelle
di notte, dalla quale viene ogni filo d’erba ed ogni fiore della pianura, dalla
quale vengono gli alberi e l’acqua, la Madre
alla quale ogni cosa ritorna, come è appena tornato mio padre, è
arrabbiata con noi. Non vuole più che prendiamo i piccoli animali che si
rifugiano dentro di lei, e ancor meno gli uccelli che la allietano con il loro
canto. D’ora in poi mangeremo solo carne di bisonte! Ma per la caccia al
bisonte, perché l’inseguimento non vada
a vuoto, è necessario che siamo più uniti. Uno solo deve comandare, e tutti gli devono obbedire ciecamente.. Chi non
rispetterà i comandi della Grande Madre, sarà, giustamente, sacrificato a lei.”
Così dicendo,
il figlio di Oz aveva agitato nell’aria il grande bastone del comando, che era
stato di suo padre. Ed a quel gesto, la Madre terra aveva preso a tremare sotto
i piedi. Sembrava che stesse per aprirsi da un momento all’altro, per
inghiottire tutto il popolo degli uomini. Tremava spesso la terra nel
terremoto, ma quella volta non poteva essere stata soltanto una coincidenza...
Quando smise, anche quelli che avevano sospettato
che il figlio di Oz si fosse inventato il discorso per diventare capo assoluto,
s’erano ricreduti. Tutti furono sicuri che la Madre aveva parlato al figlio di
Oz, e che il figlio di Oz era veramente il portavoce della Madre sotto la volta
del cielo.
Il figlio di
Oz però non era giusto e saggio come suo padre. Il bottino di caccia veniva diviso in parti diseguali: a
lui ed ai suoi amici, le parti migliori, agli altri, (anche a coloro che portavano il merito maggiore per la
cattura del bisonte), quanto restava. Se qualcuno osava protestare, veniva
condannato ad essere sacrificato alla Grande Madre.
I giorni si
ripetevano sempre uguali nella grande pianura e sembrava che nulla potesse
modificare il destino che doveva consumarsi tra quegli orizzonti, subendo
le angherie del figlio di Oz e dei suoi amici. Ma il sole non s’alza mai nello
stesso posto, e i giorni non è vero che sono sempre uguali infatti alla
fine un giorno apparentemente identico agli altri portò la novità che
avrebbe cambiato completamente anche la sua vita.
Quel giorno
arrivò tra loro un uomo strano che diceva di venire dal mare. Loro non sapevano
cosa fosse il mare. Non erano in grado di giudicare, se quello che diceva lo
straniero fosse vero o il frutto della
sua immaginazione. Ma era bello alla sera starlo ad ascoltare attorno al
fuoco. Non si capiva se traesse le
immagini dai suoi ricordi, o dalla sua fantasia, ma non aveva importanza.
Come vedevano
finire la pianura contro l’azzurro del
cielo stellato, così, raccontava, c’era un luogo nel quale la terra finiva in
una distesa d’acqua, che si perdeva all’infinito. Egli veniva da là. Per poterlo immaginare, diceva, si doveva
pensare che il piccolo lago dove venivano a bere i bisonti, non avesse la riva
opposta, e si stendesse su tutto il resto della pianura fin dove l’orizzonte si
confondeva con il cielo.
Questo si
sarebbe anche potuto immaginare! Ma ciò che lasciava perplessi del suo racconto
era l’affermazione che in quei posti il
sole non nasceva e tramontava dalla Grande Madre, ma dal mare!
Anche a quei
tempi modificare le credenze era più difficile che convincersi delle evidenze!
Non e’
possibile! diceva anche il figlio di Oz. È la grande Madre Terra a custodire
nella notte il sole, per farlo sorgere poi dalla parte opposta! Se il sole non
attraversasse nella notte la terra, portandovi i semi della vita, come
potrebbero nascere le erbe e le piante?
Sembrava
evidente che lo straniero raccontava cose senza senso, eppure c’era un fascino
in quel che diceva. Ogni giorno nuove persone finivano a credere alle sue
parole. Soprattutto impressionava con il
suo discorso, quando raccontava
che gli uomini del mare vivevano mangiando pesce raccolto nell’acqua in grande abbondanza e senza difficoltà.
Ognuno per suo conto. Senza che ci fosse la necessità di avere qualcuno che
comandava. Erano tutti liberi e tutti uguali tra loro!
Venivano attratti dalle sue parole
soprattutto quelli che si lamentavano delle ingiustizie del figlio di Oz. E in
tanti cominciò a farsi strada l’idea che, per non continuare a subire i soprusi ed a patire le ingiustizie, si
sarebbe potuto decidere di seguire lo straniero.
Diceva
d’essersi messo in cammino per cercare
il mare dall’altra parte della terra…
Come era
sicuro di trovare un’altro mare? Non lo
era! Ma era sicuro che valesse la pena impegnare la vita nella ricerca.
“Io ed i miei compagni,” continuava Birt, “eravamo meno sicuri valesse la pena di rischiare la vita per cercare ciò
che forse neppure esisteva. Ci convincevamo
tuttavia, ogni giorno di più, valesse la pena cercare se c’era un posto
dove si poteva vivere senza sottostare alle angherie del figlio di Oz e dei
suoi amici.”
Avevano
preparato la partenza in segreto.
Pensavano che il figlio di Oz si
sarebbe opposto all’idea di perdere tante persone, delle quali aveva bisogno
per la caccia al bisonte. E un giorno finalmente venne l’ora che si erano prefissati. Aspettarono
la notte e quando tutti si furono
addormentati nel villaggio, prima che sorgesse la luna, uscirono dalle loro tende, con quello che avevano
preparato, e si incamminarono, seguendo lo straniero che cercava l’altro mare.
Birt non si
dimenticò di nascondere nella sua bisaccia
anche uno strano oggetto che gli aveva lasciato in eredità suo padre,
raccomandandogli di non perderlo per nessun motivo. Anche lui, gli aveva detto,
l’aveva ricevuto da suo padre, e questi dal padre di suo padre, fin dalla notte
dei tempi. Era uno dei primi oggetti, che gli uomini avevano realizzato, appena
conosciuta l’arte di lavorare il bronzo. Ma mentre gli uomini comuni si erano limitati a lavorare degli oggetti pieni come asce e lance, l’artista che
aveva realizzato quell’oggetto, con una tecnologia assolutamente innovativa, era riuscito a forgiare un oggetto vuoto
all’interno. Si trattava d’una sorta di
contenitore di forma cilindrica, di circa cinquanta centimetri di
lunghezza e dieci di diametro, aperto
da un lato soltanto. L’imboccatura, dall’altro lato, era stata chiusa con un
tappo dello stesso materiale.
“Il vaso della
tomba!” esclamò Luciano.
Birt sorrise a
quella interruzione e riprese raccontando di aver più volte chiesto al padre
che cosa ci fosse nel contenitore.
“L’energia che
muove l’universo!” gli aveva sempre risposto. Non aveva mai replicato, non
aveva chiesto ulteriori spiegazioni. Più che una risposta gli era sempre parsa
una formula magica, e come tale, pensava, l’avrebbe conservata e trasmessa ai
suoi figli, perché la trasmettessero ai
figli dei loro figli.
Egli,
comunque, più semplicemente, si era
fatto l’idea che in quel cilindro ci fosse l’anima della sua gente, lo
spirito del suo popolo, e quindi
l’origine del suo spirito. Aveva preso l’abitudine di rivolgersi a ciò che c’era dentro al recipiente,
chiedendo aiuto e protezione, e si era convinto, per tanti riscontri, di poter
veramente ricevere conforto e protezione.
Mai gli
sarebbe venuta l’idea di verificare cosa effettivamente ci fosse dentro al
recipiente! Anche nel viaggio verso il mare, a differenza degli altri, avrebbe
avuto con sè, nel contenitore, lo
spirito del suo popolo. Era quindi certo
che non sarebbe mai stato solo.
Tanti altri
dopo di lui avrebbero creduto anche in oggetti pieni. Almeno lui aveva il
vantaggio di pensare che il vuoto dell’oggetto potesse contenere qualcosa di
immateriale. Era più facile riconoscere poteri sovrannaturali al vuoto, che non
alla concretezza del metallo…
Inoltre aveva
quella sorta di parola magica sull’energia che muove l’universo, ad aumentare
il senso del misterioso potere
dell’oggetto.
Quando la
Madre terra aveva lasciato uscire la luna, erano già lontani. Si erano voltati
per guardare un ultima volta il loro villaggio. Ma l’orizzonte aveva già
inghiottito ogni cosa, la luna illuminava soltanto una prateria senza fine.
Solo allora si
erano resi conto che la scelta fatta era assoluta e irreversibile,
ed avevano provato un profondo
sgomento. Dietro a loro non
c’era più nulla, la pianura nella quale
erano nati era diventata un deserto dove non sarebbe stato possibile rientrare, davanti li attendevano giorni
e giorni di cammino e… forse, il mare...
Ma ci sarà
veramente il mare? si chiedevano alla
sera, quando stanchi, dal loro giaciglio, guardavano le stelle. O è
soltanto una fantasia dello straniero? Come si può impegnare la propria vita,
sulla fantasia d’un altro? Eppure, di fronte alla possibilità della riconquista della propria libertà,
anche loro erano arrivati a scommettere se stessi contro un sogno.
Ma anche la
scelta della libertà alla fine era diventata un pretesto per non ammettere
che il sogno dello straniero aveva finito per prendere tutti. Già allora
infatti gli uomini avrebbero voluto che la
vita fosse il sogno nel quale si realizza la proiezione dei propri
desideri, e non esitavano a rischiare la vita, sulla possibilità di dare alla
realtà i colori della speranza.
In effetti, di
valli ove sarebbe stato possibile fermarsi in libertà, lontano dalle angherie
del figlio di Oz, ne avevano
attraversate diverse. Ma, non si erano
fermati, tutti infatti si erano lasciati prendere dalla frenesia di vedere, se dopo la nuova cerchia di
montagne che chiudeva una nuova valle, si sarebbe finalmente visto il mare.
Birt aveva un
motivo in più per fermarsi. Tea la sua compagna, stava per partorire il loro
primo figlio, e faticava molto a stare al passo con gli altri. A tratti la caricava sulle sue spalle robuste, e
la faceva riposare. Ma non bastava.
Ogni giorno, lei si sentiva più debole e stanca. Non aveva il coraggio di chiedergli
di fermarsi, ma ormai nei suoi grandi occhi non si vedeva più il sorriso della speranza, ma solo il vuoto
della paura e della sofferenza.
Era dibattuto
tra il dovere di fermarsi e il desiderio di proseguire. Se si fossero fermati,
gli altri avrebbero continuato ad andare senza attenderli, e loro non
avrebbero avuto più la possibilità di sapere se c’era
veramente il mare.
“Eccolo! Il
mare!” gridò finalmente un giorno lo straniero.
Erano su una
catena di montagne non molto alte, davanti alla quale si chiudeva un’altra
catena ancora, che nel mezzo, proprio di fronte a loro, lasciava un vuoto, quasi che alla catena mancasse un anello. Attraverso
questa apertura tra i monti, vedevano
distendersi in basso un’altra pianura sterminata, e, in fondo, una macchia
d’azzurro, come se un pezzo di cielo fosse caduto al di qua dell’orizzonte.
“È quello il
mare!” continuava a gridare lo straniero, preso dall’entusiasmo per la sua
scoperta, mostrando con il braccio e la
mano e l’indice tesi, quello spicchio d’azzurro. Aveva finalmente realizzato il
suo sogno, trovando conferma alla sua tesi che dall’altra parte della terra ci
doveva essere un altro mare!
Da lì parte
una nuova distesa d’acqua, che si perde all’infinito. Laggiù sarà possibile
vivere senza cacciare...aggiungeva, agitandosi come impazzito per la gioia e
cercando argomenti per trasferire anche agli altri il suo entusiasmo…
Laggiù era
però ancora molto lontano. Ci voleva ancora qualche giorno di viaggio. Gli occhi di Tea lo imploravano, e Birt decise
di fermarsi.
Tanto,
pensava, ormai sapeva dove era il mare! Avrebbe potuto riprendere il cammino in qualsiasi momento, per
raggiungerlo e ritrovare i compagni di viaggio.
“Andate!”
aveva detto loro, salutandoli, “vi raggiungerò appena posso. Per il momento,
noi ci fermiamo qui.”
Se n’erano
andati scomparendo nel bosco che ricopriva le falde del monte, e sulla montagna
dalla quale si vede il mare erano rimasti loro due, soli.
Scendendo
lungo la pendici, per cercare un luogo adatto, ove costruire il loro
rifugio, avevano trovato un luogo tanto
incantevole. Nella pianura dalla quale provenivano non avrebbero potuto neppure
immaginare potesse esistere un luogo così. Sentirono che s’era realizzato
positivamente il magico gioco delle coincidenze: loro avevano sempre desiderato
un luogo come quello, e da sempre quel luogo aveva atteso il loro arrivo.
Non erano partiti per cercare quella
montagna. Anzi, erano lì soltanto perché
costretti ad abbandonare gli
altri dalle doglie di Tea. Ma l’incontro con quel luogo sentivano che non era
casuale, qualcuno aveva fatto in modo che vi arrivassero. S’erano fermati come il seme che a
primavera, dopo tanto turbinare, il vento depone nel luogo più adatto per la
crescita d’una nuova pianta. Quello era il posto che da sempre il vento aveva
pensato per loro. Nelle coincidenze che guidano il mondo, quello era il luogo
creato per loro, ed a loro era stata data l’opportunità di trovarlo per
costruire il loro futuro.
Accanto al
torrente la roccia rientrava come a formare una grande tettoia. In fondo era fessurata, facendo
intravedere l’accesso ad una grotta.
L’entrata era stretta, ma la caverna era invece molto ampia e asciutta.
Davanti, il torrente scorreva per un tratto quasi pianeggiante, per poi
precipitare in un cascata. Dove l’acqua del ruscello si perdeva nel salto,
s’apriva come un’ampia balconata sul panorama della valle sottostante. Era
meraviglioso! E dava sicurezza pensare
che la Madre Terra, chissà da quando, aveva preparato per loro quel posto…
Luciano
avvertì che il suo interlocutore invisibile, aveva esitato un momento, quasi a
prendere tempo per rivivere l’emozione del primo incontro con il luogo nel quale
avrebbe trascorso tutta la sua esistenza. Provava la stessa gioia, e, come immedesimandosi
nelle sue percezioni, non soltanto vedeva ciò che l’altro stava vedendo, ma
riviveva, attraverso di lui, le sue stesse emozioni. Sentiva emergere lentamente dall’intrico dei
ricordi, accatastati dal tempo alla
rinfusa, anche le sue emozioni, che, alla vista di quei luoghi, trovavano la
forza per vincere la resistenza dell’oblio e si sovrapponevano a quelle di
Birt...
Era per lui il luogo ove da ragazzi andavano a
giocare con l’acqua! Come nel ricordo di Birt, la roccia era ancora pensile sul
ruscello. C’era anche la fessura, ma
dentro non c’era nessuna caverna, anche se in effetti avevano commentato più
volte la stranezza di quella sabbia che
sembrava uscisse dalla roccia. Se avessero immaginato che quella era una
caverna!... Sarebbe bastato liberarla dalla sabbia!…
“Ora é tutto
cambiato,” mormorò Luciano.
“No! Sembra
tutto cambiato,” riprese a dire Birt infervorandosi “sono cambiati tanti
particolari, ma il luogo è lo stesso, muove le stesse emozioni, parla agli
uomini allo stesso modo... La grotta non c’è più, perché le piene del torrente l’hanno riempita di sabbia, ma a
fianco dell’imboccatura, l’incavo che ho ricavato scalfendo la roccia, al
riparo dalle intemperie, è rimasto lo stesso.
Mi ci sedevo di solito all’imbrunire.
Nella grotta, Tea cuoceva la carne per
la cena. Il fumo usciva prepotente dalI’apertura nella roccia poi si perdeva
leggero, in volte sempre più ampie ed evanescenti, contro l’aria argentata
della sera. I bambini scherzavano tra loro, giocando nel torrente. La brezza
salendo dalla valle, portava il fruscio
dell’acqua del fiume, ed era come se in quel suono, originato dal
contatto dell’acqua con la terra,
parlasse la Madre Terra.
“Ed io nel mio
pensiero parlavo a lei. La pregavo affinché
nella magia delle coincidenze, come aveva dato a noi la fortuna di
trovare quel posto, potesse dare anche ai miei figli, ed ai figli dei miei
figli, la possibilità di trovare risposte all’altezza dei loro desideri”.
La pregavo e
mi sorprendevo a pensare che l’Energia della vita non fosse nelle rocce e negli alberi, ma nel respiro della valle,
quando saliva con il fruscio del fiume, in un riflesso di luce, contro le
montagne che sfumavano nella nebbia della sera. E mi prendeva allora la paura
che la Madre Terra si potesse offendere e si vendicasse con noi con il fulmine,
perché avevo pensato che per far nascere la vita il raggio del sole fosse più importante dell’umore della terra.
La panca
scavata nella roccia, limata dal tempo, non mostra più i segni del mio lavoro,
pare soltanto un sasso dalla forma
strana. Ma quante volte anche tu ti ci sei seduto, al fresco dell’acqua e della
roccia, a fissare la valle ed a pensare all’infinito?…”
Era vero! Per
Luciano era diventato il luogo nel quale amava
ritirarsi per le sue riflessioni da adolescente, quando alle
prime ansie, suscitate dall’aprirsi
della vita, si risponde con i sogni,
quando prima di lasciarsi
prendere e travolgere dall’abitudine, nel ripetersi del quotidiano, si ha ancora la capacità di pensare all’infinito
e all’assoluto. Quante volte, con un libro,
si era appartato sotto quella roccia, seduto su quell’incavo preparato
per lui, pensava, dalla bizzarria del formarsi del universo!
E invece ora scopriva che non era la
bizzarria del caos, ma la volontà e il lavoro d’un uomo…
Era diventato il
luogo del suo “infinito”. L’ermo anfratto dal quale si schiudeva solo una parte
dell’ultimo orizzonte. Ove sedendo e mirando gli interminati spazi che si
schiudevano da quella balconata sulla valle, cercava di far
entrare nel suo cuore, la
profondissima quiete e l’infinito silenzio delle morte stagioni. Ed in effetti
era come se qualcosa del passato fosse rimasto nell’atmosfera di
quell’anfratto, tra la roccia e il torrente, ed egli lo riviveva nel suo
respiro, lo intuiva con il suo stesso esistere.
Guardava
l’acqua scorrere nel torrente, ne sentiva il frusciare sempre diverso sui
ciottoli lisci, come una musica che si
sviluppa sempre sulle sette note, ma le
unisce in trame ogni volta diverse, per una sinfonia che si rinnova
perennemente nuova. In fondo, dove il torrente spariva nella cascata, vedeva
l’acqua traboccare nel nulla.
Nel vuoto, finiva la foglia che aveva seguito
con lo sguardo, mentre si faceva trasportare dall’acqua. Pareva che ad ogni
momento la foglia, galleggiando,
riuscisse a fermarsi contro un sasso o contro la riva, ma poi d’un tratto la
corrente la riprendeva, ed ora più veloce, ora lasciandola esitare in un
vortice, la faceva precipitare infine fuori dalla sua vista. Nell’occhio che
aveva seguito la foglia, entrava allora
il paesaggio della valle, che s’apriva dalla balza, ove l’acqua spariva e
finiva nel vuoto dell’infinito.
“Si aveva
l’impressione,” lo interruppe Birt, continuando con parole diverse il suo stesso pensiero, “che la foglia si fosse
trasformata in quel sottile velo di nebbia che riempiva la valle. E come la
foglia, anch’io pensavo che avrei potuto trasformarmi in un filo di nebbia, in
un riflesso del sole, per essere assorbito nel Sole!”.
Luciano era
sempre stato affascinato dall’idea che nel sentiero sul quale muoveva i suoi
passi, a ritroso nel tempo, di anno in anno, si erano mossi altri passi, c’erano state tante altre esistenze di persone
angosciate dal suo stesso sentimento di finitezza. Diverse, come individui, calate ognuna in una diversa vicenda personale,
in un diverso contesto storico, e
quindi con diversi pensieri, legati al quotidiano ed al rapporto con
l’ambiente. Uguali però, come persone, nel sentirsi uomini, e quindi ugualmente
prese dalla stesso senso di vuoto, per non riuscire a capire cosa significasse
veramente l’essere uomini.
Ora, nelle parole di Birt, trovava la
conferma che a distanza di quasi tremila anni, su quello stesso sentiero, su
quegli stessi sassi, soltanto un po’ più levigati, erano già passati gli stessi
pensieri.
Il torrente,
la roccia, la balza che s’apre sulla valle, non erano proprio le stesse. Ora,
nel torrente più maturo, l’acqua scendeva più lentamente, la grotta era stata
riempita dal succedersi di tante alluvioni, ma al di là dei particolari,
l’ambiente nel suo complesso era lo
stesso. Uguale era l’atmosfera che vi si respirava. Uguali i pensieri!…
“È per questo
che possiamo metterci in relazione,” concluse Birt, “ci conosciamo, perché ci
uniscono le stesse emozioni, provate vivendo negli stessi luoghi.”
“Certo!” obietto
Luciano. “Ma anche se abbiamo avuto lo stesso pensiero di fronte ad una foglia
sospinta a valle dalla corrente, resta il fatto che tra il mio ed il tuo
pensiero ci sono tremila anni di storia della filosofia e dell’umanità. Tu, ad
esempio, da uomo primitivo, credevi ancora alla Madre Terra.”
“Se avessi
continuato a crederci,” replicò, “forse in questo momento non riusciremmo a
sentirci così in sintonia. Ti ho già accennato ai miei dubbi...”
E riprese il
racconto della sua vita, come a teatro, quando il presentatore si ritira tra le
quinte per riapparire nei panni del protagonista.
Dopo alcuni
giorni, Tea aveva avuto un bambino.
L’aveva aiutata a partorire nella
grotta che avevano scelto come loro rifugio.
Quando le pareti di roccia avevano fatto eco al pianto del bambino che
reggeva tra le mani, si era sentito un
gigante capace anche di sfidare la madre terra… L’essere che s’agitava tra le
sue mani rude e callose, con quella carne così tenera e precaria, ancora in
formazione, in quel primo contatto era entrato dentro di lui e sentiva che
gli avrebbe permesso di vincere la morte.
Egli
sarebbe tornato alla terra, ma quella
carne, sua e di Tea, sarebbe rimasta,
oltre la sua morte. La terra avrebbe vinto su di lui, ma il pianto di quel bambino sarebbe stato il suo
grido di vittoria su di lei.
Gli sembrava
strano che proprio un pianto potesse essere il grido di vittoria dell’uomo
sulla morte, ma restava comunque convinto che,
attraverso il pianto di quel bimbo, sarebbe passata la sua vittoria.
Cominciava invece a preoccuparsi del sentimento di
sfiducia e dell’atteggiamento di sfida
che sentiva crescersi dentro ogni giorno di più nei confronti della Madre
Terra. Anche Tea con la quale, una volta seppure soltanto per cenni, s’era confidato, era preoccupata.
“Non puoi,”
gli diceva, “pensare che la Madre Terra è nell’aria o nel sole. Tuo padre, e il
padre di tuo padre, e tutti i padri da sempre hanno insegnato che la Madre è
quella che raccoglie il sole nella notte, per farlo sorgere dall’altra parte il
giorno dopo. Ai tuoi figli devi insegnare quello che ti ha tramandato tuo padre e il padre di tuo padre.
Altrimenti un giorno o l’altro la Madre ti colpirà con il fulmine, per impedire
che tu insegni ai tuoi figli cose sbagliate.”
Egli era un uomo
coraggioso, ma del fulmine aveva tanta paura! Quando nelle giornate più calde
si raccoglievano rapide le nubi del temporale, e il tuono si avvicinava
minaccioso, tutta la famiglia si
raccoglieva nella grotta. Stavano vicini come se il contatto fisico potesse
far loro superare la paura. Ognuno si
sforzava di respingere dentro il terrore, per mostrare negli occhi il coraggio
che si imponeva di trasmettere agli altri.
Ma quando il tuono si faceva vicino, e
scuoteva la grotta, quando il fulmine crepitava infuriato sugli alberi che fiancheggiavano il torrente e
penetrava fin dentro al loro rifugio con il suo bagliore sinistro, allora i
bambini non resistevano e scoppiavano a piangere.
Stringendoli a
sé per rassicurarli, nel dovere di padre trovava il coraggio per riempire il
suo cuore, in modo che non vi potesse trovare posto la paura del
temporale. Tea invece si scostava, girandosi per non far vedere ai bambini, che non riusciva a trattenere le lacrime.
Sfogava allora il timore e liberava la
paura nella preghiera, mormorando tra sé:
“Madre
perdonalo! Se non per lui, per l’innocenza dei nostri figli!”
Quand’era tutto finito scherzava con i
ragazzi prendendoli in giro perché avevano avuto paura, e li rassicurava
dicendo che non c’era alcun motivo per temere. Ma in verità anche in lui, con
il dubbio, era entrato il timore. La divinità se ci credi ti da forza e
coraggio, nel dubbio incute paura. E lui aveva cominciato a dubitare della
Madre Terra! Capiva, che non era giusto mettere a repentaglio la vita di tutta
la famiglia, per i suoi dubbi, ma non riusciva a porre un freno ai suoi
pensieri.
Veniva attratto dal respiro dell’aria che
entrava nel bosco e parlava sfiorando le foglie degli alberi, dal calore del sole che giocava con i suoi raggi, con le chiome frondose degli
alberi, dalla valle che s’apriva umida, al tenue chiarore dell’alba, che
s’acquietava stanca esalando gli ultimi umori, nei rossi bagliori del tramonto.
Pensava allora, che fosse
quell’atmosfera la Madre che porta
l’energia della vita e che entrando in
lui lo faceva vivere quelle emozioni, lo portava a quei ragionamenti ed a
quelle convinzioni.
Gli pareva
evidente che l’Energia doveva essere nel Sole che riscaldava quell’atmosfera, e non nella terra fredda e pesante
e nella roccia dura e insensibile. Era l’aria che entrava in lui con il respiro
ad essere figlia dell’Energia, e nel respiro anche lui diventava figlio
dell’Energia.
Non c’era
nessun’altra persona nella valle. Per quanto l’avesse girata sia sul versante
nel quale si trovavano, sia sul versante opposto, dopo aver attraversato il
fiume, nei periodi di magra quando la corrente non aveva forza, non aveva mai
incontrato altri uomini. Si può quindi
facilmente immaginare lo stupore con il quale un giorno, mentre al limitare del
bosco stava appostando gli archetti per gli uccelli, aveva visto salire un uomo sul versante erboso sottostante.
Fortunatamente
il loro rifugio era dall’altra parte, e lo straniero non avrebbe potuto
vederlo. Si era nascosto dietro ai primi cespugli, cercando di capire da come
si muoveva, quali intenzioni potesse avere. Stringeva nervosamente la lancia,
con la punta di bronzo, che si era
portato dalla prateria. La usava per la
caccia ed aveva imparato a non mancare i bisonti anche quando si
muovevano velocemente. Nella valle, non c’erano orsi o grossi animali feroci,
per cui non aveva mai avuto modo di usarla come arma di difesa.
Ora si
apprestava a farlo con un suo simile!
Mentre lo
guardava salire con il passo spedito di chi é abituato a camminare molto,
pensava alla bizzarria del suo comportamento.
Aveva passato
palmo a palmo la valle nella speranza di trovare un altro uomo, ora che finalmente l’aveva trovato, e
che anzi gli veniva incontro, invece di
accoglierlo felice, si preparava ad ucciderlo…
Non aveva
senso! Eppure continuava a stringere con forza la lancia. La mano sudata
scorreva nervosamente sull’asta, come a ricercare il punto ottimale per
impugnarla, al momento opportuno.
Perché si
sentiva attratto verso quel suo simile, e allo stesso tempo ne aveva paura? si
chiedeva, senza sapersi dare una risposta che non fosse in quella lancia,
stretta sempre più nervosamente. Aveva visto i falchi scontrarsi per dividersi
la preda. Ma in quella valle c’erano prede per cento uomini. Eppure si preparava ad usare la lancia.
Forse era il ricordo della vita passata con il figlio di Oz, la diffidenza nata
vivendo in una società dominata dall’ingiustizia e dall’inganno…
Lo straniero
veniva proprio verso di lui! Avrebbe potuto colpirlo prima che arrivasse al
limitare del bosco, senza che l’altro neppure se ne accorgesse. Oppure avrebbe
potuto non farsi scorgere e lasciarlo andare. Seguirlo, solo per controllare
che se ne fosse andato fuori dalla valle. Ma poi avrebbe potuto tornare!.. L’avrebbe
sempre sentito come un pericolo incombente. Ad ogni frusciare del bosco,
avrebbe pensato che potesse essere tornato lui: il nemico.
Se invece
l’avesse ucciso, avrebbe avuto la garanzia
che nella valle non ci sarebbero stati pericoli, anche per Tea e per i suoi figli.
Aveva tanto
cercato altri uomini per rompere il peso della sua solitudine. Ora invece
pensava che soltanto nella solitudine, avrebbe trovato sicurezza!
Doveva
comunque decidersi, perché ormai lo straniero era a pochi passi. Tra le foglie
del cespuglio dietro al quale si era nascosto lo poteva vedere chiaramente. Si
rese allora conto, con sorpresa, che i lineamenti di quel volto avevano
qualcosa di familiare, e... finalmente lo riconobbe.
Era proprio
lui: lo straniero che era venuto dalla terra che confina col mare, e che aveva
voluto andare a scoprire l’altro
mare...
L’uomo del
mare voleva proseguire il suo viaggio per tornare dai suoi a raccontare che
cosa aveva scoperto. Come aveva immaginato, aveva trovato la conferma che dall’altra parte della terra, c’era di
nuovo il mare, ed era ansioso di informare la sua gente della scoperta.
Ma infine, di
fronte alle sue insistenze, aveva
accettato di fermarsi alcuni giorni con lui.
Era un piacere
stare ad ascoltarlo. Sapeva tante cose e parlava con la saggezza che viene
dall’esperienza. Anche lui credeva
d’essere un saggio, perché aveva
imparato a interpretare correttamente,
ed a seguire fedelmente gli schemi di vita che il padre, e il padre del padre,
gli avevano tramandato. Aveva sempre cercato di allontanare i pensieri che sorgevano spontanei nella sua
mente e lo trascinavano fuori dai sentieri che gli erano stati insegnati.
Aveva soltanto ceduto un po’ ai dubbi sulla
Madre Terra. Ma gli si erano imposti con forza, contro il suo volere. Quasi
che quei pensieri fossero nell’aria,
nell’atmosfera della montagna che guarda al mare come qualcosa che non puoi non respirare, un odore del quale non puoi non restare impregnato.
Ora invece, dai discorsi dello straniero, si
veniva convincendo che la vera saggezza é quella di chi non ripete gli schemi
ricevuti, ma cerca di reinterpretarli, vivendo l’assoluta originalità e unicità
della propria esistenza nel mondo.
Le regole della tradizione ricevute dai
genitori, gli diceva lo straniero,
erano il fiume che scorreva nella valle e che avrebbe dovuto seguire se avesse voluto arrivare al mare.
Ma non per forza doveva entrare nel fiume, e lasciarsi trasportare dalla
corrente. Tenendolo come riferimento, avrebbe potuto allontanarsi per scoprire
il fascino del bosco, quando il cuore si perde assillato da mille presenze, o
l’ebbrezza della montagna, quando il cuore s’inebria nel respiro dell’azzurro
del cielo.
Avrebbe potuto
fermarsi a guardare l’incanto d’un fiore o la perfetta organizzazione delle
formiche, ad ascoltare il canto del cuculo uscire da lontano dal cuore della terra, o il fruscio
dell’acqua del torrente che lambisce i piedi stanchi per tanto cammino. Da ogni
cosa avrebbe imparato qualcosa di nuovo, e si sarebbe fatta una propria
esperienza, diversa da quella di suo padre. L’avrebbe poi trasmessa ai figli, perché a loro volta l’usassero soltanto
come punto di partenza, per farsene una propria originale.
Come erano
diversi i discorsi dello straniero rispetto a quelli che aveva sentito da
giovane da suo padre e dai saggi del suo villaggio! Tanto più saggio è l’uomo quanto più fedelmente ripete le strade
già percorse dai suoi avi, aveva imparato al villaggio. Tanto più saggio è
l’uomo, gli diceva lo straniero, quanto più sa accumulare un bagaglio di nuove
esperienze, per segnare l’assoluta originalità e diversità della propria
persona, rispetto agli altri individui.
Sapeva tante
cose lo straniero, e lui stava ad ascoltarlo senza accorgersi che il sole
lentamente attraversava la valle. Ma doveva approfittare, perché sarebbe
ripartito, ed a lui sarebbero rimasti infiniti giorni per guardare
l’impercettibile avanzare del sole,
ripensando alle cose che aveva sentito.
Non gli aveva
mai chiesto niente. Aveva solo ascoltato senza mai parlare, ma un giorno,
mentre salivano assieme sulla cima
della montagna dalla quale si intravede il mare, aveva trovato il coraggio di
interromperlo parlandogli dei suoi dubbi sulla Madre Terra.
“Io non ho avuto
modo,” gli aveva detto, “di cercare come te sulla terra. Se Oz non fosse stato
così ingiusto, e se tu non fossi passato per caso nel mio villaggio, vi sarei
rimasto per tutta la vita. Non avrei visto le valli che abbiamo attraversato assieme. Tanti ambienti naturali così
diversi tra loro, tante albe diverse, e diversi tramonti. Ma pur nell’infinita
varietà di sfumature, nella sostanza, tutto si ripete uguale: c’è sempre un
sole che sorge e tramonta.”
“Non e’
importante quello che vediamo,” lo interruppe lo straniero. “È importante il
segno che lascia in noi ciò che vediamo.”
“I segni in
noi però,” replicava Birt, “possono cambiare anche se non muta ciò che ci circonda. Cambiano i segni, se appena
qualcuno li scruta. Sul greto del fiume, si può veder soltanto una striscia di
sabbia. Se cerchi, scopri invece una
varietà infinita di piccoli sassi, diversi per forma, colore o dimensione. Anche
nel chiuso del mio villaggio io cercavo. Ed ho continuato a cercare nel
silenzio della mia grotta, mentre Tea mi guardava senza avere il coraggio di
interrompere la trama dei mie pensieri. Ho cercato dentro di me!”
“E che cosa
hai scoperto?” La domanda gli aveva fatto un grande piacere. Con quella domanda
infatti lo straniero lo poneva sul suo stesso piano, anche se non aveva la sua
esperienza. Lo considerava uno con il quale ci si confronta, non soltanto uno
al quale si racconta. Ma lui, pur nel piacere del riconoscimento che gli faceva
il saggio straniero, esitava ancora a parlargli dei pensieri che s’era fatto attorno
alla Madre Terra.
“Vedi!” gli
disse infine, “la stranezza é che dentro di noi si trovano conclusioni che
invece sembrerebbe si dovessero trovare soltanto osservando la realtà.”
A questa
affermazione lo straniero parve ancora
più interessato. Birt ebbe la sensazione di averlo sorpreso positivamente.
Forse non s’aspettava di doversi rendere conto che un uomo isolato senza
la possibilità di confrontarsi se non con la moglie ed i figli, potesse
fare considerazioni così profonde.
Convinto d’aver ottenuto la stima dello straniero aveva infine trovato il
coraggio di dirgli:
“Mi
sembrerebbe d’aver scoperto, dentro di
me…E ti ripeto, so che può sembrare assurdo..(Aveva esitato ancora…) poi, tutto
d’un fiato, come a volersi liberare d’un segreto ingombrante, aveva aggiunto: io non credo più che sia la Madre
Terra a far nascere il sole, ma al contrario sia questi a far nascere tutto ciò
che vive sulla terra. Io credo sia il Sole e non la Terra, il Principio d’ogni cosa.”
Birt,
pronunciando queste ultime parole, aveva guardato fisso lo straniero per vedere nei suoi occhi la reazione. L’ avrebbe senz’altro considerato
un grande sproposito, e già si preparava a giustificarsi in qualche modo.
L’altro era certo rimasto sorpreso, ma
invece che uscirsene con esclamazioni di sdegno o di esecrazione o quantomeno
di meraviglia, era restato in silenzio,
come se avesse voluto capire meglio la portata di quella affermazione.
“Ecco!” riprese dopo un
po’, “tu mi confermi che la verità che andiamo cercando fuori di noi sta già
tutta in noi. Io ho tanto camminato,
soltanto per trovare la conferma di
quanto tu invece hai scoperto, semplicemente lasciando che la tua mente camminasse dentro di te.”
“Cosa hai
scoperto?” gli chiese Birt con ansia.
“Che da ogni
parte la terra finisce nel mare, ed il mare, da ogni parte, sulla linea
dell’orizzonte si fonde con il cielo. Non è la terra che al mattino, aprendosi
come un fiore mentre l’alba si tinge di sangue, partorisce il sole. Non è nella
terra che, a sera, tingendosi di nuovo del sangue della morte, il sole si
immerge e svanisce, perché possa fiorire la notte. È dal mare invece, (che là
si chiama oceano), che sorge il sole, ed é nello stesso mare, dall’altra parte
della terra, che alla sera tramonta.”
“Ed allora?”
chiese Birt che non aveva capito la relazione.
“Allora sono
giunto anch’io alla tua stessa conclusione:
non è la Madre Terra l’origine d’ogni cosa. In un primo momento, ero arrivato a immaginare che fosse l’acqua, l’origine prima di tutto
ciò che vive. L’acqua dell’oceano, sulla quale la terra galleggia come una
foglia in mezzo allo stagno…”
“Ma chi, come
me, non ha mai visto l’oceano,” obiettò Birt, “non potrebbe mai giungere a
questa conclusione.”
“Appunto!
Avremmo allora che la gente del mare, professerebbe la sua fede nell’Acqua,
mentre nelle regioni dell’interno, si professerebbe la fede nella Terra. E
questo è assurdo perché, evidentemente, il Principio dal quale trae origine
ogni cosa, non può non essere lo
stesso, per tutti. Così ho pensato che l’unico elemento conosciuto assieme sia
dagli uomini della terra che da quelli del mare, è il sole, e sono giunto
anch’io a concludere che è proprio il Sole il principio di ogni cosa.”
E ne sei sicuro?,
chiese Birt, felice di sapere che c’era un altro uomo che la pensava come lui,
ma altrettanto convinto che non fosse sufficiente questo fatto, per arrivare a
concludere che la loro affermazione
corrispondesse alla verità.
“No,
purtroppo,” rispose lo straniero, “credo che tanti altri uomini debbano
approfondire questa conoscenza, prima che l’umanità riesca ad acquisire, come
elemento del proprio modo di vivere, e non solo come dato del proprio modo di
conoscere, che Uno é il principio da cui trae origine ogni esistenza, e che
l’uomo é figlio di questa Esistenza.
Nel frattempo
l’uomo dovrà vivere l’ansia d’una ricerca mai appagata, la sofferenza per un
rapporto incerto con la divinità, e quindi la paura di essere colpito e
punito per non aver fatto ciò che la
divinità vorrebbe si facesse.”
“Allora anche
tu hai paura?” lo interruppe Birt, scoprendo finalmente d’avere qualcuno con il
quale condividere l’ansia, che aveva sempre cercato di nascondere a Tea. Doveva rassicurarla dandole l’impressione di
essere sicuro e tranquillo e
quindi con lei non aveva mai potuto
confidarsi appieno, esponendole i
suoi dubbi e le sue incertezze.
“Certo che ho
paura,” gli rispose lo straniero, “ma spero tuttavia sia ingiustificata. Spero
che il Principio sappia capire ed apprezzare lo sforzo della ricerca, sappia
valutare il desiderio di conoscenza, più che il risultato al quale l’uomo
riesce a pervenire. Un Principio che sa
trovare ogni sera nuove sfumature per il tramonto del sole, che al mattino apre
in modo sempre diverso la luce del giorno, che riporta nei prati colori ogni
anno diversi, che fa giocare il vento
con le chiome degli alberi con voci sempre variate, non può non volere
che l’uomo lo ricerchi in forme sempre
nuove, per un rapporto sempre più intenso e sentito. E questo in fondo che
stiamo facendo!…”
“Si è questo
che stiamo facendo,” ripetè Birt, “quasi a voler trovare sicurezza anche per sé
nelle parole dello straniero.”
Presi dai loro
discorsi, erano arrivati alla cima del monte
senza accorgersi del passare del tempo. Lo straniero trovò il luogo dal
quale aveva visto per la prima volta il mare. Lo aveva voluto segnalare,
accumulando una montagnola di sassi. Si sedettero accanto a riposare, lo
sguardo fisso al mare, a quella piccola macchia d’azzurro, adagiata sulla linea
dell’orizzonte, prima del perdersi della pianura nei grigi vapori del cielo.
“Ho trovato il
mare!” disse infine, come parlando tra sé lo straniero, “ma non so che cosa
sia. Da una parte e dall’altra della terra, inizia dalla spiaggia, ma dove finisce? Per comprendere
una cosa, e’ necessario conoscerne l’inizio e la fine. Anche del mare ora ho
paura, perchè so dove comincia, ma non dove finisce...”
Birt non
riusciva a farsi l’idea del mare che si stende come un lago senza la sponda
opposta, ma capiva ciò che lo straniero
intendeva dire. Anche lui se ne stava ore a guardare il cielo che comincia
all’orizzonte, ma non si riesce a comprendere dove possa finire. Guardava in
silenzio la vuota profondità del cielo.
Si sentiva come assorbito in quel vuoto
senza limiti, nella percezione di venir sollevato e sciolto nell’immensità del pensiero, come una nube
che si disperde nello spazio infinito.
“Il mare è
così grande,” continuava lo straniero, “e gli orizzonti sono così lontani, e il
pensiero per ricomprenderli diventa così immenso, che pare esplodere nella tua
coscienza, per schiacciarti nella sensazione della tua infinita piccolezza. Ti
sorprendi allora persino di avere il
coraggio e la capacità di pensare al mare. Ma, forse abbiamo questa possibilità, solo per rendere più
viva in noi, la sensazione della nostra finitezza.”
Se tu avessi
visto il mare, avresti visto una distesa d’onde che vanno, ed allo stesso tempo
una distesa d’onde che vengono. Dove vanno? Forse, dove finisce l’oceano c’è il
nulla, e le onde entrano nel nulla, per
poi ritornare dal nulla. E in
questo andare e tornare dal nulla, si sviluppa il divenire del mondo...”
“Dal nulla?”
mormorò Luciano, che aveva sempre provato paura al solo pronunciare la parola.
Quando di notte il vocabolo gli scivolava nella testa, come un incubo invano respinto, gli pareva si sciogliesse
nel buio della grotta la stessa
percezione dell’esistenza di qualcosa
di materiale attorno a sé. Si svegliava allora con l’idea di cadere all’infinito nel baratro del
nulla, e la sensazione del vuoto gli
restava dentro, come un peso che la luce del giorno non riusciva a eliminare.
Trovava allora
conforto nel cilindro vuoto, che s’era portato dalla pianure dell’Eurasia.
Vuoto? Se anche lo fosse stato, era pieno del
suo pensiero, e questo forse voleva
dire la parola magica che gli aveva lasciato suo padre. “È il pensiero,
l’energia che muove l’universo,” disse rivolto allo straniero. “Come il
pensiero d’ogni persona muove la sua esistenza individuale, così il pensiero
del Principio muove tutto l’Universo. Come il Pensiero riempie il nulla del cielo, così il pensiero
d’ogni individuo può riempire il nulla della sua esistenza.”
Lo straniero
lo guardò, senza rispondere. Poi, s’alzò di scatto, come se d’un tratto si
fosse ricordato di qualcosa d’importante e d’urgente da fare.
“Non ci resta
che pregare,” disse. “Vorrei parlare al mare. Vorrei pregare il sole e l’aria e
la profondità del cielo e l’immensità dell’oceano che non si sa dove finisce,
perché è solo nella preghiera che, credo, sia possibile placare la sofferenza del pensiero, a
riempire il vuoto che alle volte dilaga dentro a noi e ci travolge.”
“E che cos’è
pregare?” chiese Birt. Ma non ebbe
risposta. Prese comunque ad aiutare lo straniero in ciò che aveva deciso di
fare e stava facendo. Assieme, raccolsero nel bosco vicino tanti rami secchi,
che accatastarono, intrecciandoli tra loro, proprio sui sassi posti a segnale
del luogo dove s’era visto il mare. Costruirono una specie di torre quadrata,
cava all’interno, poi aspettarono che si facesse sera.
All’imbrunire,
quando dopo il tramonto del sole le
prime ombre della notte cominciarono a
distendersi, per velare le cime delle montagne, accesero il fuoco.
Il fumo saliva
all’interno della torre di legno, e si fondeva con l’aria, perdendosi contro il
velo nero della notte.
“Questa è la
mia preghiera!” commentava l’uomo che cercava il mare, mentre scendevano sul crinale della
montagna. “Pensare d’essere il fuoco ed il fumo, che ho acceso con la mia
pietra, e, seguendo il fumo, sentirmi perdere nell’immensità del cielo, e
divenire elemento di questa immensità,
nella speranza di poterne far parte. Là dove l’occhio si perde nel mare, e
l’acqua ed il cielo si toccano. Là anche
il fuoco della mia preghiera può toccare la distesa d’onde che si perde
nel nulla. Pregando, io parlo al mare!”
Tutta la notte
aveva continuato ad ardere quel fuoco, e quando i contorni del monte si
erano persi contro il buio del cielo,
sembrava che in cielo si fosse accesa una nuova stella, più luminosa delle
altre. Birt la guardava dalla sua grotta, e pensava al punto dove il cielo si
congiunge al mare. Sarebbe stato mai capace anche lui di parlare al mare?...
Luciano nelle
parole di Birt, aveva seguito una riflessione di tremila anni prima, ed era
rimasto sorpreso a pensare a come il tempo fosse passato invano. Quei discorsi
sembravano così attuali, solo coperti dal velo delle metafore. Ed ora guardava
ardere quel fuoco sulla montagna, nello stesso luogo in cui anch’egli da
ragazzo, assieme ai suoi compagni, aveva acceso il falò della notte di
S.Giovanni.
Lo facevano
più per gioco, che convinti della necessità di mantenere una tradizione, come avrebbero preteso gli
anziani.
Accendevano
poi nel fuoco del falò, dei dischi di legno che lanciavano lungo il crinale,
accompagnandoli con il grido d’una strofe, che ricordava le cose più importanti
che nell’anno trascorso avevano segnato la vita del piccolo borgo. Le coppie
che s’erano formate, quelle che s’erano sposate...
Vedeva volare
i dischi di fuoco sul crinale del suo ricordo, e li vedeva sovrapporsi e
diventare Birt e lo straniero che scendevano, con le loro ansie e le loro
preoccupazioni. Quanti anni erano passati? Eppure, con lo stesso fuoco,
ardeva la stessa ansia, che dopo tanti
secoli non aveva ancora trovato risposte. Anche quei ragazzi che ricostruivano
con strofe scherzose le vicende appena
trascorse, o cercavano di immaginare gli eventi futuri del loro paese, in
qualche modo si sforzavano di
confondere, nella simbologia del gioco, l’ansia per il loro futuro.
Dalla notte
dei tempi veniva quel rituale. Un nome o un fatto gridati, e su quel nome e
quel fatto la “cidule”, il disco di fuoco, lanciato contro il cielo stellato.
Il disco si spegneva nell’aria, come a significare la finitudine d’ogni fatto e d’ogni nome d’uomo. Nel
lancio sembrava si volesse esorcizzare
la paura per un destino che non si riusciva ad accettare, convincersi della speranza che nell’infinito del cielo può librarsi la luce del fuoco, mentre la
rotella di legno cade a terra spenta.
Cap.
5 - Kia-zàs
“Da Birt a me c’è un millennio di
quella che oggi si chiama protostoria. Un nome diverso per indicare un periodo
più difficile da ricostruire per la mancanza di dati sufficienti, tuttavia una
storia non diversa per gli individui che l’hanno vissuta. La storia d’un
succedersi di giorni, resi uguali dalla fatica di vivere, dalla necessità di
sacrificarsi senza sosta per poter
sopravvivere.”
Nella successione d’immagini del
sogno, il fuoco visto con gli occhi di Birt era diventato per Luciano quello
d’una scena della propria vita. Dalla dissolvenza anche di questa immagine,
prima ancora che ne emergesse una nuova, queste parole quasi uscite dal nulla,
l’avevano anticipata. Le scene di prima s’erano dissolte nella nebbia, e dalla
nebbia usciva una voce, e infine, attorno alla voce, la sensazione d’una nuova
presenza
Dalle parole Luciano capì che un
altro aveva preso il posto di colui che s’era presentato come il primo abitante del paese. La sovrapposizione
naturale del nuovo arrivato a quello di prima, come se tra loro ci fosse una
intesa, in una continguità immediata, rendeva bene l’idea della continuità
della storia.
Le sue parole a precisare che li separava in verità l’arco d’un
millennio, sembravano invece voler significare che un attimo o un anno o un
secolo o un millennio, sono in un certo modo sinonimi, perché tutto il passato
è riconducibile all’attimo soltanto, che viene immediatamente prima dell’attimo
nel quale viviamo.
In quei mille anni, prese a
raccontare il nuovo arrivato, attorno alla grotta di Birt era sorto un paese.
All’inizio, crescendo il numero degli abitanti, si erano cercate sulla montagna
nuove grotte da abitare. Poi si era trovato il modo di costruire della capanne
di legno. Si finì anche per scoprire che lo stare assieme aveva una serie di
vantaggi, e si raggrupparono le capanne formando dei villaggi.
“Ma questo avrebbe dovuto
raccontartelo ancora Birt, al mio arrivo il villaggio c’era già” chiosò la
nuova presenza.
Appunto, aveva pensato anche
Luciano, l’uscita di scena così
improvvisa di Birt, avrebbe dovuto prevedere nel copione il rientro in scena il
maestro, a spiegare alcuni passaggi che non si riuscivano a cogliere per la
successione troppo veloce delle comparse.
Del vaso sulla cui vicenda si
stava concentrando il suo interesse aveva appreso soltanto che era stato Birt a portarlo. Ma dal racconto del nonno
aveva anche capito che dentro ci doveva essere stato qualcosa. Che cosa? Birt
non l’aveva mai aperto e forse veramente non si era neppure mai posto il
problema di sapere che cosa contenesse, e comunque se n’era andato così in
fretta da non lasciargli neppure il
tempo di chiedergli a quale popolo
appartenesse.
Questa ultima sua considerazione
fu subito intercettata dal nuovo arrivato come una domanda alla quale si sentì
in dovere di dare una risposta. “I nomi,” riprese a dire infatti, “sono
soltanto inutili elementi di
erudizione, oggetto di futili discussioni e di studi tanto profondi quanto
vuoti. Potresti dire che il primo abitante era un paleoveneto, ma se ti fa piacere
lo potresti anche pensare come paleocelta. Anzi, quest’ultimo termini forse ti
lascia meglio intendere la continuità che c’era tra noi, pur separati da un
millennio di storia, o protostoria che dir si voglia.
Birt era arrivato con le prime
migrazioni delle popolazioni
indoeuropee, (o celtiche se preferisci), stanziate nell’Asia centrale, verso l’Europa. Nello stesso tempo
anche i miei antenati avevano migrato ma si erano fermati in quella che per voi
è oggi l’Austria settentrionale.”
E dalle parole emerse la scena, come in un film montato soltanto con il sonoro sui primi fotogrammi in nero .
Luciano si vedeva una miniera.
Dentro alla montagna, gallerie senza fine illuminate a tratti da qualche
fiaccola. Un intrico di cunicoli più o meno larghi, più o meno profondi, e
tanti uomini come formiche aggrappate alle pareti a scavare.
“È la miniera di sale di Hallein”
disse presentando la scena ed a commento aggiunse, “l’economia determina le
modalità d’organizzazione della società.”
Proseguì quindi spiegando che il
loro popolo aveva una cultura che
valorizzava al massimo l’individuo, ma quando emerse il vantaggio che sarebbe
derivato, da una organizzazione ferrea ed efficiente, per lo sfruttamento della
miniera di sale, si formarono subito le gerarchie, e si sviluppo la cultura
religiosa che giustificava e legittimava il nuovo modello organizzativo.
I Druidi che erano prima i loro capi spirituali, i loro poeti,
divennero i capi d’un sistema che trasformava le persone in animali da scavo.
Molti di loro tuttavia si portavano dentro il ricordo di quello che era stato
in passato il popolo dei Celti. Di padre in figlio si erano tramandati i valori
della loro cultura, l’amore per l’indipendenza, il piacere della libertà, del
rapporto diretto con la natura. Ogni volta che dalla miniera uscivano a rivedere
la luce, il ricordo si faceva struggente e diventava per tanti impellente il
bisogno di riconquistare la libertà.
Ogni giorno c’era qualcuno che
fuggiva. Ma troppo spesso le guardie dei capi riuscivano a rintracciare i
fuggitivi e quasi ogni giorno si doveva assistere nella piazza del villaggio
alla decapitazione di qualche scavatore
che era stato ripreso. Come condanna a chi tentava la fuga, veniva mozzata la testa, per punire la parte
del corpo che aveva nutrito il pensiero
sacrilego di poter disubbidire ai Druidi.
Continuò a raccontare d’essere
vissuto anche lui per anni dibattuto tra il desiderio di rischiare la vita per
riprendersi la libertà, e il calcolo di convenienza per il quale non valeva la
pena di mettere a repentaglio la vita, anche se ridotta soltanto allo stato di
una pura sopravvivenza senza alcuna dignità. Ma un giorno, finalmente, anche in
lui aveva vinto il desiderio di fuggire, e per fortuna o per abilità, o per
fortuna ed abilità assieme, la fuga gli era riuscita. Dopo peripezie indicibili
con un angoscia spaventosa, ce l’aveva fatta a
far perdere le sue tracce alle guardie della miniera che lo inseguivano.
Aveva preso allora a camminare
senza sosta verso il sole di
mezzogiorno, verso la libertà. Uscito dalla valle delle miniere del sale aveva
attraversato tante altre valli, superato tante catene di montagne, incontrato
tanti villaggi, ma non aveva mai ritenuto di doversi fermare. Sentiva di dover
andare ancora, senza sapere dove, senza sapere perché, ma ancora…. Sempre più
lontano dal ricordo degli anni passati in schiavitù.
Era giunto così anche lui un giorno sulla montagna
dalla quale si vede il mare. Ma non l’aveva visto quel giorno il mare, perché la montagna era avvolta nella nebbia
e pioveva.
Pioveva da giorni, pioveva senza
sosta. Non aveva mai vista tanta acqua sulle montagne del sale. Non era
riuscito a trovare nessuna grotta per ripararsi. S’era dovuto accontentare d’un
riparo che era poco più di una buca, sotto ad uno spuntone di roccia. A
impedirgli di proseguire c’era un torrente, diventato impetuoso ed invalicabile
per le piogge di quei giorni. Avrebbe dovuto risalire a monte per poterlo
attraversare.
Mentre dal suo rifugio guardava
al torrente che precipitava da balza a balza con un rumore assordante e con un
impeto irresistibile, aveva notato che al di là c’era una grotta. O meglio si
intuiva che c’era stata, perchè al momento al suo imbocco il torrente aveva
depositato un cumulo di sabbia che l’aveva quasi riempita. S’era addormentato
con il pensiero che il giorno dopo avrebbe attraversato il torrente per
visitarla.
Fu svegliato nel cuore della
notte da un frastuono terribile. Come se a monte avesse ceduto una qualche
diga, il torrente s’era ingrossato in modo spaventoso. L’acqua rotolava con forza
come una valanga, schiumando, trascinando sassi, rami, alberi interi. La grotta
dall’altra parte non si vedeva più, il torrente era tracimato e l’aveva
coperta.
Era durato tutta la notte quel
disastro, con il torrente come una furia scatenata che sembrava volesse
portarsi a valle tutta la montagna. Il giorno dopo aveva finalmente smesso di
piovere, e come si vede spesso in montagna, il torrente s’era acquietato
rapidamente, come un energumeno che ha sbollito l’ira, ritirandosi nell’alveo naturale.
L’avrebbe anche potuto attraversare con un po’ di
precauzione, come un qualsiasi torrente di montagna, ma per non correre rischi
era risalito un po’ per ridiscendere sulla riva opposta, e s’era trovato
davanti la sorpresa d’una grotta nuova, come se fosse stata costruita nella
notte proprio per lui. Con la furia di poche ore il torrente aveva asportato tutta la ghiaia accumulata pazientemente nel corso dei
secoli.
La grotta era di nuovo libera, come ai tempi di Birt. Il torrente
avrebbe ripreso a portarvi sabbia per riempirla di nuovo, come l’avrebbe poi
vista Luciano. Ma intanto era disponibile, grande come l’aveva immaginata,
appena l’aveva intravista la sera prima. Se non per fermarsi definitivamente,
gli poteva servire per riposarsi qualche giorno.
Il tempo e l’acqua avevano
cancellato ogni segno della precedente occupazione, non c’era nulla che potesse
far pensare che era già stata abitata. La corrente del fiume ripulendola
durante la notte, aveva però portato alla luce un oggetto che vi era stato nascosto
o vi era stato abbandonato.
Era appunto quella sorta di
cilindro di metallo che Birt s’era portato dall’Eurasia!
Avrebbe potuto nasconderlo di
nuovo. Avrebbe potuto tenerlo per sé. Pensò invece che non era cosa sua e che
l’avrebbe portato al villaggio più vicino, per chiedere se qualcuno ne sapeva
qualcosa, se qualcuno l’aveva perso. Ci sono decisioni che ti cambiano la vita,
ma della cui portata ti accorgi solo dopo averle prese, e quella era proprio
una di queste!
Stava entrando al villaggio situato sul pianoro sovrastante la
grotta, tenendo tra le mani lo strano oggetto, quando incontrò un vecchio.
Avrebbe voluto porre a lui le domande sul cilindro, ma questi aveva preso ad
arretrare spaventato come se avesse visto qualcosa di terribile. In un primo
momento aveva pensato che il suo aspetto non doveva essere dei più
raccomandabili dopo una vita in miniera e tanti giorni di cammino. Ma si
tranquillizzò subito sul suo aspetto e si preoccupò ancor di più chiedendosi in
quale pasticcio si fosse cacciato, quando il vecchio, continuando ad arretrare,
cominciò a gridare: “Il vaso! Il vaso!”
Alle grida del vecchio si era
raccolta nella strada tra le capanne una piccola folla che aveva preso ad
inchinarsi e ad inginocchiarsi davanti a lui, come in adorazione di qualcosa.
“Il vaso!” mormoravano, come se la parola fosse una formula magica o la formula
d’una preghiera.
Seppe poi d’una leggenda che si
tramandava al villaggio, su un vaso che era stato nascosto dal primo dei
Druidi. Nel vaso era stato incardinato con un sortilegio il destino del
villaggio, e chi l’avesse trovato avrebbe avuto il potere su tutte le capanne
della valle.
Aveva obiettato che quello che
aveva tra le mani era una sorta di
cilindro, non un vaso!
Gli avevano spiegato che era una
strana forma di vaso al quale il primo dei druidi aveva chiuso l’imboccatura
perché vi restasse conservato il potere, come diceva la leggenda.
Come se fosse stato una persona
importante lo avevano accompagnato nella capanna più grande, continuando a
professarsi suoi servi.
“Che coincidenze!” non aveva
potuto trattenersi dal commentare Luciano”
“Si ha un bel credere alle
coincidenze!” replicò l’altro, “ma ciò che gli stava capitando era veramente
paradossale! Come persona i suoi simili l’avevano ridotto ad una macchina da
scavo, ed ora perché si era presentato tenendo tra le mani un oggetto, trovato
per caso (che per quanto potesse avere una sua storia, restava pur sempre un
oggetto), da schiavo era diventato un uomo di potere.
Strano animale l’uomo che attribuisce più valore ai simboli che
alla sostanza delle cose!”
Aveva quindi ripreso a raccontare
di come In un primo momento aveva pensato di lasciare nella capanna il
cilindro, (o vaso che dir si voglia secondo gli abitanti del villaggio), e di fuggirsene come aveva fatto
in miniera, riconquistando la propria libertà. Da schiavo dei capi della
miniera, c’era il rischio di finire per diventare schiavo di un oggetto e del
potere che gli veniva attribuito.
Riflettendo con calma i giorni
seguenti si era reso conto però che, pur attraverso la stranezza di quel
casuale ritrovamento, e delle strane convinzioni degli abitanti di quel
villaggio, gli si era presentata una
grande opportunità, una prospettiva affascinante per la sua vita.
Da sempre s’era lamentato e
avrebbe voluto ribellarsi perché qualcuno esercitava su di lui un potere
ingiusto. Ora gli si presentava l’occasione di dimostrare che era possibile
esercitare il potere, in modo giusto.
Un oggetto gli aveva conferito il
potere, stava ora a lui decidere come esercitarlo!
Divenne così il Druido della
valle, il capo di tutti i Druidi che esercitavano il loro potere nei vari
villaggi.
Luciano era emozionato all’idea
di trovarsi davanti un celta. Aveva letto tanto della storia di questo popolo.
Ma non avendo lasciato nulla di scritto, era possibile risalire a loro soltanto
attraverso congetture, interpretando frasi scritte da autori latini e greci che
probabilmente avevano travisato tutto ciò che riguardava la cultura d’un
popolo, così lontano dalla loro mentalità.
Quello strano sogno gli dava ora
l’opportunità di risalire direttamente alla fonte. E per giunta con un celta
che dimostrava d’avere una profonda preparazione culturale, vissuto proprio in
uno dei momenti più importanti dello
sviluppo della cultura celtica: la civiltà di Halstatt.
Aveva la sensazione d’essere
nella capanna del Druido, come se l’era immaginata nei suoi studi. Un muro
circolare alto circa un metro a fare da base, e sopra l’intelaiatura di legno
coperta da scandole. Al centro il focolare, con il fumo che usciva in alto al
vertice del cono.
Intuendo il suo desiderio, come
aveva fatto anche Birt, s’aspettava che iniziasse a parlare di come vivevano,
di quale fosse la loro cultura, la loro religione.
“Mi chiamavo Kia-zaas”, prese
infatti a dire.
“Ma è il nome del mio paese!” lo
interruppe Luciano.
“Del nostro paese,” obiettò
lui. “Sì, certo, è da me che ha preso
nome il paese.
“Finalmente allora potrai
spiegarmi la stranezza di questo nome che dal originario friulano “Chiazàs” per
merito di qualche ignorante scribacchino comunale è diventato in italiano
l’orribile Cazzaso.
“Non è facile tradurre in
un’altra lingua, quando la nuova manca dei fonemi della prima. Il “k” iniziale con cui si può riportare il
nome in italiano, nella nostra lingua, come dovresti sapere, era invece un modo
di pronunciare la “c” come palatale aspirata che è rimasto soltanto nella
lingua friulana. Ma c’è qualcosa che non solo lo scribacchino del Comune ma
neppure i più grandi studiosi non hanno capito: il valore di quel “kià”
iniziale. Nella nostra lingua il prefisso “kià” apriva tutti i nomi propri di
persona, ed anche i nomi più significativi di cose, ed i verbi più importanti,
e qualcosa è rimasto anche nella vostra lingua, il friulano.”
“Non ci avevo mai fatto caso.”
“Prova a pensarci. Comunque per
noi in quel “kià” c’é la chiave di volta per capire la nostra cultura. Kià è la
coscienza di esistere dell’essere che si incarna nell’uomo nella dimensione del
visibile, che vive attraverso i sentimenti e le emozioni il rapporto con il
mondo fisico, ma che può vivere anche senza il corpo ed oltre il corpo, nella
dimensione dell’invisibile.”
“Il ka degli antichi Egizi”, lo
interruppe Luciano.
“In un certo senso, ma in una
concezione più evoluta dell’idea. Nell’interpretazione dualistica che aveva
caratterizzato tutta la cultura mediterranea, gli egizi pensavano ad un anima
Ba che risiedeva nel Ka, per staccarsene con la morte, lasciando il Ka a
convivere con la mummia del defunto. No. Per noi il Kià è unico, e può vivere
contemporaneamente nella dimensione del visibile e dell’invisibile. Dopo la
morta, il Kià torna nella dimensione
dell’invisibile, ma continua a vivere anche
nella dimensione del visibile, finché c’è un pensiero che lo mantiene in
vita, finché c’è il ricordo di qualcuno che lo tiene legato al mondo visibile.
È questo che da un senso al culto dei morti!..”
“Ma quindi credevate alla vita
eterna?”
“Certo. Non certo all’esistenza
d’un altro mondo, o alla possibilità per la carne di risorgere. Credevamo che
la coscienza di esistere possa sussistere e vivere anche senza il corpo.
Credevamo ad una realtà nella quale può coesistere il visibile con
l’invisibile, compresenti ma impossibilitati a comunicare perché in una diversa
dimensione”.
Luciano avrebbe voluto che
continuasse a parlare all’infinito d’un argomento che tanto lo appassionava
Prima gli era dispiaciuto che il
Birt si fosse dissolto senza dirgli qualcosa di più del vaso. Ora l’interesse
sul vaso era passato in secondo piano rispetto alle riflessioni del celta sul
“kià”.
E invece la nuova presenza,
disattendendo questa volta il suo desiderio di sapere, quasi volesse restar
fedele al silenzio che i celti si erano imposti per fare in modo che la cultura
del loro popolo finisse con la morte del popolo, cambiò discorso e prese a
parlare proprio del suo rapporto con il vaso.
Il suo più grande problema, aveva
ripreso a dire, era stato quello di riuscire a staccarsi dal vaso. Capiva bene
che il suo potere derivava da quell’oggetto, ma in qualche modo doveva riuscire
a far sì che quel potere passasse dal vaso a lui, senza che nel trasferimento
si producesse quel vuoto che avrebbe lasciato senza potere sia lui che il vaso.
Ebbe così l’idea di inventare il
culto. Avrebbe dovuto suscitare un sentimento di profonda devozione per il
vaso, proprio in quanto vuoto. Lui avrebbe così potuto diventare la voce del
vaso. Lui avrebbe potuto dare le risposte che la gente chiedeva attraverso la
devozione al vaso.
Ma era proprio vero che il vaso
era vuoto?
Nessuno l’aveva mai aperto, solo
chi l’aveva costruito poteva sapere se dentro c’era qualcosa. Per i suoi fini
era importante che fosse vuoto, e non aveva nessun interesse a risolvere
l’enigma.
Era invece importante trovare un
luogo adatto ove poter onorare e venerare il vaso. Pensò al bosco di querce ai
margini del pianoro di Marcilia. In mezzo c’era un grande blocco di pietra a
forma di piramide dal quale sgorgava una piccola sorgente.
“Non sono querce ma castani,”
obiettò Luciano, “e l’acqua esce a lato, non dal sasso.”
“Sono cambiate tante cose. È
cambiato il clima, è cambiata la vegetazione, i terremoti hanno chiuso o
spostato le sorgenti, ma il senso della sacralità del luogo è rimasto, come un
profumo d’incenso che resta anche dopo spento il turibolo. E tu ne sai
qualcosa…”
“Che cosa dovrei sapere? Certo so
che il luogo è suggestivo, ma la sacralità è un’altra cosa…”
Non gli rispose. Continuò a
raccontare che aveva fatto scavare nella pietra una nicchia nella quale
incastonare il vaso con sotto la scritta “kia”. Tutta la gente della valle aveva preso a
frequentare il luogo, ed ogni volta che nel bosco di querce si raccoglieva una
piccola folla egli dava voce al vaso.
Il vuoto del vaso,
diceva, è l’immagine dell’infinito, l’immagine di Dio. Per vivere l’infinito,
per farlo entrare in noi, e necessario immedesimarsi nel vuoto del vaso fino a
farlo entrare in noi. Il vuoto che si forma dentro di noi, richiama quindi in
noi l’infinito.
Dio non è un concetto, non è una idea. Dio
nella realtà dell’infinito è il vuoto che non riusciamo ad immaginare e
concepire. Dio nella realtà del divenire è l’emozione del Vuoto che l’uomo si
porta dentro, che riesce ad anticipare
ogni volta che riesce ad uscire da sé ed immedesimarsi nel vuoto che lo
circonda, sentendosi grande di fronte allo spettacolo della natura, di fronte
al miracolo della vita che si sviluppa attorno a lui.
Mentre Luciano si
sforzava ci comprendere questi concetti e s’aspettava altre parole a maggior
chiarimento, ebbe l’impressione invece che il suo interlocutore si fosse
dileguato.
Dove? Perché? Con tutte le
domande che ancora avrebbe voluto fargli! Forse, pensò e sperò, che sarebbe
tornato, che in qualche modo gli sarebbe stato possibile incontrarlo di nuovo nel corso di quello
strano sogno, per poter continuare il discorso…
Cap. 6 - Marcilia.
Avrebbe voluto
almeno fermarsi a commentare quella strana idea di incastonare un contenitore
di metallo in un pietra in mezzo al bosco. Ma non c’era modo. Kia-zàs s’era
purtroppo dissolto, come era avvenuto per Birt, e, almeno per i momento, non era possibile riprendere il contatto.
Sentiva quindi
l’esigenza di rivedere il maestro per chiedere spiegazioni. O comunque di
incontrare qualcuno in un rapporto di confidenza tale che gli consentisse di
fare le domande ed avere le risposte che gli dessero la possibilità di capire
meglio la situazione che stava vivendo.
La risposta al
suo desiderio si concretizzò immediatamente. Come un respiro che nella brezza
della sera esala dalla valle percepì che gli si era accostato qualcun altro che voleva presentarsi....
Capita alle
volte di ritrovare un grande amico
d’infanzia e di non riuscire a riconoscerlo perchè profondamente mutato. E’ una sensazione decisamente spiacevole...
Stava appunto
provando quella sensazione. Avvertiva
che c’era accanto a lui qualcuno che avrebbe dovuto riconoscere, una presenza
alla quale era unito da una grande
intimità di sentimenti, eppure non riusciva a metterla a fuoco nella sua
memoria, a ricomporla nel ricordo,
per capire di chi si trattasse.
Il suo
imbarazzo era grande perchè si rendeva
conto che non poteva non sapere chi fosse, per la sensazione d’una profonda e
intensa reciproca conoscenza, che avvertiva di avere nei suoi confronti. Ma la
mente non riusciva a dar un volto al
sentimento.
Lei, una bella
ragazza molto giovane (intuita nella bellezza
e nella giovinezza, pur senza distinguerla nei particolari), ebbe un
sorriso dolce di comprensione e poi gli
disse: “Sono Marcilia”.
Il suo
imbarazzo si accentuò: si era anche presentata, ma il suo nome non gli diceva
proprio nulla. Anzi, un nome di donna così strano ed originale, era sicuro di
non averlo mai sentito. Non sapeva come dirglielo, come riuscire ad aprire il
discorso, scusandosi. Dopo lunghi attimi d’esitazione, nella vana ricerca d’una
qualche giustificazione per non dover ammettere un vuoto di memoria così
totale, fu costretto a dire:
“Mi dispiace!
, ma la novità del luogo.... il sogno... , sono un po’ frastornato, non riesco
a ricordarmi... Per me, in questo momento, purtroppo…Marcilia,” concluse infine
tutto d’un fiato, “è soltanto un nome
di luogo, al quale si è appena riferito chi ti ha preceduto...”
“Sei sulla
strada!” riprese lei ridendo della sua confusione. “Il mio nome, come spesso
accade, è rimasto al luogo dove sono stata sepolta.”
Ma allora,
pensò tranquillizzandosi, è una presenza che viene dai tempi passati come Birt
e Chia-zàs E’ lei che mi conosce! Ho
sbagliato io nel pensare che avrei
dovuta conoscerla...
“Non ti
sbagli! Mi conosci, ed anzi anche molto
bene!” intervenne subito lei a correggere il suo pensiero. “Non hai forse una
particolare attrazione per la località di Marcilia?”
Era vero!. Si
tratta proprio della sella di monte, a mezz’ora di strada dal paese, alla quale
aveva appena finito di riferirsi Kia-zàs. S’apre sulla valle, ed attraverso il
varco tra le montagne, dal quale Birt aveva potuto vedere per la prima volta il
mare, nelle giornate limpide, si intravede la pianura friulana perdersi
all’infinito. Luciano vi andava spesso a camminare, attratto dalla idea di
poter vivere quello che chiamava il
“respiro della valle”. Dall’alto aveva la sensazione non solo di guardare alla
città, alle strade, alle case, ma gli pareva
in qualche modo di potersi sciogliere nell’aria, entrare nell’atmosfera,
per vivere nell’attimo medesimo, tutte le esperienze che vivevano le migliaia
di persone che brulicavano in fondo alla valle.
Come se si trattasse d’un formicaio guardato
dall’alto, gli piaceva la sensazione
del nonsenso di quel correre e rincorrersi, trascinando provviste
sproporzionate rispetto alle esigenze dei piccoli corpi. Guardava distaccato
all’agitazione che dava un fremito a tutto il formicaio, e sentiva la brezza
percorrere il suo corpo, con il brivido del silenzio, che scioglie il giorno
nella luce incerta della sera.
In quel
brivido sentiva sciogliersi la sua persona come si scioglie una immagine di
cera mettendo a nudo il telaio metallico che la regge. Si sentiva nudo come
individuo nella sua finita determinatezza, a contemplare i propri vestiti
deposti a terra come fossero quelli d’un altro, informi e vuoti. Si vedeva goffo nel vano tentativo di
raccoglierli e dar loro un senso, che non fosse quello di stracci sparsi a
caso. Imbarazzato nel cercare di coprirsi per ridare un senso al manichino.
Assurdo e ridicolo, nell’impossibilità di mascherarsi nuovamente nel drappeggio
delle stoffe. Stordito, nel riconoscersi tra quelle formiche, come impazzite nel tentativo di sfuggire
invano alla finitudine incombente, al pauroso
uragano pronto a spazzare ogni
segno costruito invano con tanto lavoro...
“E non c’è un
posto che ti piace particolarmente?”
chiese ancora lei.
Avrebbe voluto
chiederle come faceva a saperlo, ma ormai capiva che la stranezza del sogno nel
quale stava vivendo, rendeva possibili anche le cose apparentemente
inconcepibili. D’altra parte Kia-zàs, parlando dello stesso luogo, gli aveva
attribuito la capacità di sentirne addirittura
la sacralità…
Sì. C’era in
effetti un luogo che lo attirava con un fascino particolare, del quale non era
mai riuscito a capire la ragione... Era ai limiti della sella, ove il pianoro
s’avanza in una balconata aperta sulla valle, Un gruppo di castagni antichi, fa
ombra ad una piccola sorgente. Un filo d’acqua soltanto, che scende da una
scorza d’albero, posta da qualcuno a
mo’ di gronda. Accanto, c’è un grande masso di calcare bianco, percorso da
tanti piccoli solchi, come rughe che il tempo ha segnato, con lo scorrere della pioggia. A mezza altezza c’è un
incavo, come una piccola nicchia.
Si era detto
che la simpatia verso il luogo, forse gli veniva dalla simpatia verso quel
sasso che, (come s’era trovato spesso a
fantasticare), in quei segni, come fossero dei geroglifici, riportava la storia
del tempo. La sella era tutta ricoperta di prati e di boschi. Da nessuna altra
parte affioravano rocce. Di tutti i
sassi che c’erano ai tempi in cui su
quel versante della montagna il ritirarsi dei ghiacciai aveva lasciato una
distesa di rocce nude, rimaneva solo quel masso, inspiegabilmente, vicino a
quel filo d’acqua. Tutto intorno c’erano solo prati e boschi...
“Ma
un sasso, un ambiente, per quanto originale per l’atmosfera e la posizione, non
era sufficiente a spiegare il richiamo che esercitava su di te quel luogo!”
“In
effetti!, me lo sono detto più volte anch’io! C’era una attrazione speciale, in
qualche modo morbosa, che mi faceva frequentare quel luogo. Ne sentivo il
richiamo, come se quel posto fosse vivo, fosse una persona. Quando mi ci
recavo, aveva la sensazione di non essere
solo. Come in nessun altro ambiente, riuscivo a parlare con me stesso, e
persino a sentirmi, come se avessi avuto la capacità di sdoppiarmi.”
“C’ero
sempre anch’io!…” disse lei.
“No!
Io non so ancora chi tu sia. Ma per farti capire che cosa intendo dire con lo sdoppiarmi, dovrei addirittura farti un lungo discorso
sull’angelo custode.”
“Lo
so!”
“Non lo puoi
sapere! Perché è una cosa tutta mia che non ha nulla a che vedere con l’idea
dell’angelo custode che si impara al catechismo.”
Si chiese
anche come mai, lui di solito così riservato, si lasciasse andare a
parlare con un estranea, di quello che
era sempre stato un suo segreto
gelosamente custodito. Ma le parole gli continuarono ad uscire, come se
non fosse più in grado di controllarle ed avesse superato ogni inibizione.
“Nella mia
mente di bambino,” riprese a dire, “si sono mescolate due immagini. Mia madre
mi chiedeva ogni sera di pregare l’angelo custode, ed allo stesso tempo mi
chiedeva di pregare per una sorellina
di un anno, che era morta ancora prima
che io nascessi. Ho finito così,
in un certo modo, per sovrapporre le due preghiere e le due immagini, e sono
arrivato a pregare la sorella, come se fosse un angelo custode.
Mi sentivo in
un certo senso un privilegiato, i miei compagni, quando la signorina del
catechismo ci invitava a dire l’Angelo di Dio, parlavano ad un angelo
indefinito, ad uno di quei putti con le ali che il pittore aveva collocato
sulla volta dell’abside della Chiesa. Non era facile chiedere loro qualcosa,
non gli erano riusciti neppure troppo bene, così goffi e paffuti!... Io invece,
il mio lo conoscevo. Aveva un nome, e
soprattutto un volto definito e vero: quello che c’era in cimitero sulla tomba
di mia sorella. Il mio non solo stava a sentirmi, come assicurava la maestra di
catechismo, ma anche mi parlava.”
“Ero
io che parlavo con te, e non tua sorella.”
“Ma
cosa dici?” replicò seccato, “dispiaciuto e offeso che una estranea si
permettesse di mettere in discussione
l’intimità e la originalità d’un rapporto vissuto per tanti anni, come un amore
segreto.” “Ma
perché ne ho parlato proprio con un
estranea, se prima non ne avevo mai fatto parola neppure con la mamma?” si
chiese di nuovo, imprecando contro se stesso.
“Insomma chi sei?” chiese infine, dispiaciuto
e pentito d’essersi lasciato andare a quella confessione.
“Tua
sorella,” gli rispose, “ha avuto il privilegio di entrare nell’Esistenza, senza
aver avuto la coscienza dell’esistere. Un esistente come te, avrebbe potuto
mettersi in contatto con lei soltanto in un momento di esaltazione mistica, nel
quale fosse riuscito a liberarsi dai condizionamenti del corpo. Alla tua
richiesta di rapporto con lei, ho risposto io.
Alla tua richiesta d’aiuto per riuscire a vivere, ho risposto con il mio
desiderio di vivere!”
Più che
delusione sentiva un grande sconcerto. Come era possibile?… Nel gioco delle
coincidenze che diventava gioco degli equivoci la “corrispondenza d’amorosi
sensi” che credeva d’aver intrattenuto per anni con sua sorella, era stata
invece una relazione con una
sconosciuta!
“Capisco la
tua sorpresa! Ma non è un inganno!”
“Come non è un
inganno? È come se dopo aver pregato per tanti anni il Dio di Cristo, scoprissi
d’aver pregato quello di Maometto.”
“Appunto sono
la stessa cosa, perchè Dio è l’Esistenza. Ci possono essere diverse
interpretazioni, ma l’Esistenza, evidentemente, non può che essere una.”
“Scusa. Su Dio
forse hai ragione tu. Ho fatto un paragone che non regge! Ma quel che volevo
esprimere è chiaro!”
“E invece il
paragone regge. Infatti con il bisogno
dell’angelo custode, o con il bisogno
di rivolgerti a tua sorella, interpretavi solo la necessità per l’uomo di avere
un riferimento nell’eternità. Il bisogno d’avere un faro, come riferimento sicuro sulla propria direzione, d’avere una
voce o un approdo, per sentirti attratto da questa, come una barca che viene
risucchiata, verso la meta. La
necessità cioè di avere un punto di riferimento oltre l’orizzonte che si
scioglie nell’oceano della finitudine.
Attraverso tua
sorella il tuo desiderio di un
riferimento per vivere si è incontrato con il mio desiderio di continuare a
vivere, e abbiamo vissuto assieme tanti fatti, tanti momenti, tanti
sentimenti...”
A Luciano
sfuggivano molti dei passaggi del discorso, molti aspetti di quello strano ragionamento, ma la spiegazione gli veniva
presentata come una cosa così ovvia ed assodata, da togliergli il coraggio di
fare altre domande, e preferì quindi far finta di essere soddisfatto della spiegazione.
Doveva comunque almeno appagare il desiderio di conoscere
chi fosse quella ragazza, che
(come lei sosteneva) gli aveva risposto ogni volta che aveva cercato di
mettersi in contatto con l’angelo custode.
Con la
modalità che gli era diventata ormai
usuale, nel sogno che stava vivendo, attraverso la voce di lei, che rispondendo al suo desiderio, prendeva a
raccontare, entrò in una nuova scena della storia del paese…
Dopo la venuta casuale di Birt, il primo uomo
preistorico, (come aveva raccontato anche Chia-zàs) , sulla montagna dalla
quale si vede il mare erano passate
delle grandi invasioni di popoli interi che dalle pianure dell’Europa
centrale si spostavano per trovare
nuovi luoghi di caccia. La montagna, abitata per tante generazioni soltanto
dai discendenti di Birt, era stata
occupata da tanti altri nuovi arrivati, e infine era divenuta territorio
stabile del popolo del Gallo-Carni.
La loro
necessità di occupare nuove terre, la loro spinta ad espandersi verso la pianura ed il mare, fu arrestata quando si
scontrò con la spinta contraria dei Romani, che puntavano alla conquista
dell’Europa centrale.
Questi, al
limitare della pianura, a difesa del mare che a scanso d’equivoci, avevano già
chiamato “nostro”, avevano fondato la
città fortificata di Aquileia. Da qui
erano partiti per occupare il Norico,
cioè l’Europa centro-orientale. La strada per il Norico passava in fondo alla
valle, fiancheggiando il fiume che con la sua voce aveva nutrito i pensieri di
Birt. E su questa strada al fondovalle i Romani avevano costituito l’avamposto
di Iulium Carnicum.
Ma, quando era in piena la Bute, (così si
chiamava il fiume), con la sua corrente limacciosa occupava tutta la stretta striscia pianeggiante tra i due
versanti contrapposti delle montagna, e spazzava via anche la strada, costruita a fianco delle sue ghiaie. Era stata
così realizzata anche una mulattiera alternativa.
Questa, da Canipa, dove alla confluenza della Bute
con il Tiliaventus, c’era un complesso di magazzini, s’inerpicava sulla
montagna a mezza costa e passava per il
nostro paese. I Celti con i loro insediamenti si erano in un primo momento
allargati, occupando con casolari sparsi tutta la montagna di Diverdalce. Poi
avevano dovuto restringersi, costretti a
difendere il proprio spazio vitale, incastrati tra le colonie romane di Fussa e Sezza, insediate dai
nuovi conquistatori per
garantirsi il controllo del territorio.
Come gli aveva
già anticipato, lei si chiamava Marcia, ma tutti la chiamavano con il
diminutivo di Marcilia, piccola Marcia.
Aveva sedici anni. Era figlia di un centurione
assegnato a comandare una guarnigione nel Norico. Lei, assieme a tutta
la famiglia, seguiva suo padre nel trasferimento. Faceva volentieri quel
viaggio perchè a Virunum, dove erano diretti, l’aveva già preceduta anche il
giovane luogotenente, al quale era già stata promessa.
“Ma i miei
sentimenti rispetto a quel viaggio non hanno importanza,” indugiò in un
commento. “In quel momento la mia storia era finita nella corrente del fiume
della storia dell’umanità. Che avessi accettato o subito il mio destino, il
fiume mi avrebbe comunque trasportata. Avrei potuto oppormi, aggrapparmi alla
riva come un fuscello che per un momento si incaglia tra i cespugli lambiti
dal fiume, ma sarebbe stato solo per un
momento… Più o meno lungo, ma solo un momento! La corrente mi avrebbe comunque
ripresa, per annegarmi infine nel mare della storia dell’umanità.”
Lei era finita nel fiume dell’espansionismo romano verso l’Europa.
Altri avrebbero lasciato i loro nomi su quel fiume. Cesare avrebbe fatto la sua
fortuna come comandante e come letterato. Sulla corrente della guerra contro i
Galli, infatti avrebbe sviluppato e scritto la sua storia. Su quella corrente
invece lei era solo una goccia, neppure individuabile, senza un limite proprio,
nell’insieme dell’acqua che la trasportava.
La sera nella
quale si erano fermati a Canipa, aveva cominciato a piovere tanto a
dirotto che la Bute si era ingrossata
paurosamente. La corrente si infrangeva impetuosa contro il costone opposto del
monte di Extrabute, e rimbalzando verso di loro, minacciava di invadere anche
la campagna dove erano posti i magazzini. Avevano così deciso di incamminarsi
per la strada di montagna. Arrivati
però, sotto una pioggia battente, nel
pianoro prima di Sezza, lei s’era
sentita male. Erano quindi stati costretti ad accamparsi, ed avevano scelto di
porre le tende vicino ad una sorgente d’acqua, nascosta in un piccolo bosco di
castagni e sormontata da una grande pietra.
La notte
stessa la sua malattia s’era aggravata.
Presa da una febbre sempre più alta, aveva preso a delirare.
“La pietra è
illuminata!” diceva nel delirio. “In mezzo s’è accesa una luce che la illumina
tutta.”
“È la febbre!”
le continuava a ripetere suo padre.
Poi per
tranquillizzarla, per convincerla che si trattava soltanto d’un masso, aveva
avvicinato la fiaccola alla pietra, scoprendo così il contenitore di metallo
che vi era incastonato. Era rimasto anche lui sorpreso da quella scoperta.
Aveva chiesto anche agli altri se avevano già notato prima quel pezzo di
metallo inserito nella roccia. Nessuno l’aveva notato.
“Comunque è
solo un pezzo di metallo. Non c’è nessuna luce.”
“Sì, c’è una luce bianca, che illumina tutto il
sasso,” continuava lei a ripetere con voce sempre più debole.
Infine aveva
perso conoscenza, e s’era
svegliata nella sensazione d’essere un
fiocco di nebbia nel cielo, pervasa da un immenso desiderio di poter vivere
ancora le grandi speranze che avevano
nutrito i suoi piccoli sedici anni.
Il suo
desiderio si sarebbe potuto realizzare
soltanto accompagnando le speranze
che tanti altri, nei secoli successivi,
avrebbero alimentato nelle loro coscienze, guardando alla valle dal bosco di
castagni, ove lei aveva finito di vivere.
Alla luce del
sole, il giorno dopo, a suo padre era parsa ancora più inspiegabile la
stranezza di quel pezzo di metallo, incastonato nel sasso. S’era infine
convinto che fosse una coincidenza voluta dagli dei e che quella fosse la tomba
naturale per sua figlia.
Aveva fatto
scavare dagli schiavi una fossa sotto
alla grande pietra. Ed l’avevano
sepolta lì, coperta da quella lapide naturale, sulla quale il padre aveva fatto anche incidere il nome di lei e una frase a testimonianza
del suo dolore.
Lo schiavo
incaricato di scalpellare il nome nel sasso, s’era accorto che qualcuno l’aveva
preceduto, che c’erano già delle lettere in una lingua che non era quella
latina. S’era spostato più in basso, aggiungendo il nome di lei, come fosse una
firma sotto a quella scritta indecifrabile.
Le
innumerevoli volte che s’era fermato accanto alla pietra, osservò Luciano, non
aveva mai notato nulla del genere. L’incavo come una nicchia sì, ma le pietre
hanno tante volte delle forme strane. Le scritte non gli sarebbero certo
sfuggite, se ci fossero state. E il contenitore certo non c’era più se, come
gli sembrava ormai di capire, doveva essere proprio quello finito chissà come nella casa maledetta ove
l’aveva trovato il nonno.
Il tempo, come
fa di solito, pensò, ha cancellato ogni cosa. Comunque domani, prima di partire
per tornare in città, voglio proprio recarmi nel bosco di castagni a
controllare il sasso.
Lei sorrise,
poi aggiunse: “Se ci sarà un
domani!...”
Se lei era
veramente il suo angelo custode, non era certo la prima volta che non prestava
attenzione a quel che gli diceva, ed
anche in quel momento non fece caso al
senso di quella affermazione…
Più che da
quel che gli stava dicendo, era preso
infatti dal desiderio di sapere che
giudizio si fosse fatta di lui. In fondo aveva appena scoperto che una estranea
gli era stata accanto come un ombra in ogni momento della sua vita. Ogni volta
che aveva creduto di essere solo, lei lo aveva visto, lo aveva sentito. Sapeva
sin dai tempi del catechismo che non si è mai soli, che quell’occhio di Dio,
grande come quello di Polifemo, incorniciato in un triangolo, sul soffitto
della Chiesa, ti segue da ogni parte come un folletto. Dalla stessa fonte
sapeva che l’occhio non era mai solo, che con lui c’era anche un angelo. Il
fatto di immaginare che il suo fosse un angelo prescelto, di famiglia, lo aveva
sempre fatto sentire un po’ più
garantito nel suo privato. Ora invece aveva appena scoperto che ovunque
si fosse nascosto, lo avevano seguito gli occhi indiscreti di una sedicenne
impertinente!...
Che si
sentisse imbarazzato, era dir poco!
La risposta di
lei tuttavia, riportò il discorso su un piano del tutto diverso rispetto alle
sue preoccupazioni.
“Il mio
compito,” disse, “non era quello di spiarti, ma quello di aiutarti a
raggiungere una migliore coscienza di te, a trovare l’ Infinito di Dio in te,
per superare l’angoscia della finitudine!”
“Dio?...”
mormorò Luciano, “l’ho tanto cercato tra le pagine del pensiero dei filosofi e
dei teologi.”
“Appunto! Ma
non si trova nei libri, come pure non si trova nel cielo. Dio è prima di tutto
il bisogno di felicità che senti dentro il tuo cuore. Trovare Dio e trovare la
felicità sono due sinonimi, la stessa strada infatti porta sia a Dio che alla
felicità.”
“Ciò che non
ho mai sopportato nei predicatori è
l’uso di citazioni, quel cercare di convincere la gente per frasi retoriche.
Che adesso, anche una ragazzina come te si metta a darmi lezioni di filosofia
con frasi fatte!...”
“Non sono una
ragazzina,” volle puntualizzare indispettita, “e vedi le mie come frasi fatte
solo perchè il tuo cervello non ha la vivacità necessaria per cogliere la
novità di concetti che ho faticato inutilmente a far sorgere e sviluppare nella
tua mente, in tutto questo tempo trascorso assieme a te.”
Quante volte
in effetti si era trovato a riflettere sulla necessità per l’uomo di evolversi
per ritrovare in sè una capacità nuova e diversa di rapportarsi con gli altri,
con la natura, con il mondo!. Una capacità di sentire diversa, sia dalla
ragione che dal sentimento, una facoltà in un certo senso spirituale, di
sentire attraverso le emozioni. Se gli uomini ritrovassero questa capacità,
allora nascerebbe un nuovo modo di
vivere per l’umanità, si diceva sempre.
“Gli uomini
però non la troveranno mai se la continuano a cercare all’esterno, invece che
in se stessi, continuò lei come se avesse letto nel suo pensiero. ”Le
sensazioni del corpo devono essere rivissute come sentimenti dell’animo, e
risentite come vibrazioni dello spirito, per fondersi in una unica sintesi spirituale, di sensi e di sentimenti.”
Spesso aveva
avuto l’impressione che quando si addentrava in questi ragionamenti i pensieri si formassero in lui
indipendentemente dalla sua esperienza e dalla sua cultura, come illuminazioni
esterne. Ora gli veniva spiegato che
le sue intuizioni erano giuste, ma gli veniva anche aggiunto che le
illuminazioni gli venivano dall’interno, dalla presenza che aveva convissuto
con lui per tutti questi anni...
Cap. 7 - Il professore.
Ma, sarà poi vero?...
Il dubbio sui suggerimenti filosofici che gli venivano da una ragazza era più
che legittimo.
D’altra parte qui è tutto così strano! si
stava dicendo, e su questa sua considerazione avvertì che qualche cosa attorno
si era andato modificando di nuovo.
Era infatti
ricomparso il maestro.
O forse era sempre stato presente, ma solo in
quel momento riprendeva la percezione
del rapporto con lui. Forse si era finalmente riattivato a seguito
dell’insistenza con la quale aveva manifestato il desiderio di incontrarlo
nuovamente, per avere le risposte che potessero dare un senso a ciò che stava vivendo.
Avrebbe voluto
sapere qualcosa di più sul contesto nel quale si trovava. Non si possono capire
i particolari quando non si ha idea del quadro complessivo. Trovandosi in un
ambiente mai visto, come in una foresta tropicale mai visitata prima, non aveva
senso chiedere spiegazioni su un particolare tipo di pianta, se prima non si
capiva come mai e con quali obiettivi si era finiti in quell’ambiente e in
quella situazione.
Lo sapeva, era
in un sogno! Ma anche nel sogno si sente la necessità di ambientarsi, di capire
dove ci si trova...
E allora, per
rispondere al suo desiderio, ebbe la sensazione che il maestro lo aiutasse ad astrarsi dalla realtà nella
quale si trovava, per poterla esaminare
dall’esterno.
Con il
pensiero ci si può portare in un punto imprecisato del cielo, per poter
guardare alla terra, immaginandola come la si dovrebbe vedere da lassù.
L’operazione ormai non richiede neppure un grande sforzo di fantasia,
disponendo di tante immagini della terra vista dallo spazio.
Nel sogno,
seguendo il maestro, stava facendo una operazione analoga, rispetto all’ambiente nel quale si trovava.
Gli parve così
di vedere un triangolo di luce, con la sorgente luminosa ad uno dei vertici. Gli venne in mente l’idea
di un triangolo isoscele con i lati
lunghissimi e la base molto stretta. O
meglio, il triangolo di luce che il sole disegna in una stanza buia, quando
riesce a filtrare da un piccolo foro della finestra. E come nella stanza buia,
anche il triangolo di luce che vedeva
perdersi all’infinito, nell’immensità
del cielo, aveva in sè un pulviscolo di punti di luce, in un movimento vorticoso .
Sforzandosi di
definire una immagine con la quale rappresentare ciò che vedeva, fu anche portato a pensare al triangolo immaginario
che traccia nell’aria un pendolo. Ad una osservazione più attenta infatti,
aveva notato che dal punto dal quale sorgeva la luce nel vertice del
triangolo, usciva soltanto un filo di
luce che sembrava avesse appeso al capo opposto una minuscola pallina. Il filo
di luce e la palla, oscillavano come un pendolo, disegnando il triangolo di
luce sul quale si era soffermato originariamente.
Cercando di mettere a fuoco la pallina del
pendolo, per capire il senso di quel movimento, si accorse che
rappresentava (o era?) la terra. Si
trattava di minuscolo mappamondo in oscillazione, appeso ad un filo di luce, che sorgeva da un
punto dell’universo che si perdeva
nell’infinito...
Ripensò al
sistema solare come l’aveva conosciuto dai
testi scolastici: il sole, la terra i pianeti, le orbite. Nel suo sogno
si rimetteva in discussione anche l’organizzazione dell’universo, come era
stata ormai scientificamente definita e provata! Cercando di darsi una
spiegazione, arrivò a pesare di essere
stato coinvolto nel pensiero d’un’altra
delle presenze che si alternavano nel suo sogno, che lo aveva trasportato a
ritroso nei secoli, in una sua visione primitiva dell’Universo.
Ma non era
così! Il maestro, comprendendo le sue perplessità, senza attendere la domanda,
aveva iniziato a spiegare:
“Come nella
vita dell’uomo, così nell’universo è tutto un problema di piani. Tutto dipende
dal piano dal quale guardiamo alla realtà. Quello che sai del sistema solare e
dell’universo in generale, certamente non è sbagliato. Ma qui siamo su un piano
diverso, in una dimensione superiore. La visione che ti si presenta può
sembrarti anche ingenua e persino infantile. Questo perchè ti stai ancora trasformando. Guardi alla
nuova dimensione ancora con gli occhi della terra.”
Luciano aveva
in effetti notato che il piccolo mappamondo ruotava impercettibilmente su se
stesso, e gli era parso d’essere tornato nell’aula di fisica al liceo, intento
a studiare un modellino.
“Appunto la
terra ruota su se stessa e gira attorno al sole, e ci sono infiniti altri soli,
infinite altre stelle, ma tutto alla fine ruota attorno al Principio di luce
che vedi, e tutto si giustifica in quel filo di luce che unisce il Principio
all’Universo, perchè e il filo della coscienza ad unire l’Esistenza
all’esistente.”
Vedendo
l’espressione di Luciano, il maestro capì che non era riuscito a farsi
comprendere.
“Ammetterai,”
riprese allora, “che esistere senza avere la coscienza di esistere, è come non
esistere.”
“Fin qui posso
arrivare!”
“Bene! Allora
puoi anche arrivare a capire come ciò che esiste senza la coscienza di
esistere, esiste solo in relazione a chi ha la coscienza di esistere.
Dio-Esistenza e l’uomo-esistente-figlio di Dio, hanno la coscienza e sono tra
loro in rapporto di conoscenza, l’universo esiste in funzione di questa
conoscenza… Il triangolo di luce che vedi, è il triangolo della luce della
coscienza, all’interno del quale gli
uomini sono collocati, secondo il grado della coscienza e conoscenza che hanno
di Dio.
Nel punto più
lontano, nel mondo della materia, sono a fare l’esperienza della coscienza
dell’Esistenza, per mezzo del corpo. Nel triangolo di luce invece, sono a vivere per l’eternità, a vari gradi
d’intensità, la coscienza acquisita.”
Come se avesse
intuito la perplessità dell’alunno e la
propria difficoltà a
farsi comprendere, il maestro svanì facendosi sostituire da qualcun
altro che evidentemente riteneva più capace di tradurre in concetti quanto
stavano vedendo Luciano. E infatti il posto del maestro fu preso dal vecchio professore di filosofia del liceo.
Di male in
peggio, pensò Luciano. Non era mai riuscito a farsi capire quando faceva il
professore, nel rapporto di subordinazione e dipendenza che lega l’alunno
al docente. Come poteva pensare di riuscire a rendere
comprensibile qualcosa, in un contesto così confuso e contraddittorio,
come era quello del sogno in cui si ritrovavano?
Il professore
non si presentò neppure, e Luciano si ritrovò d’acchito sui banchi dell’aula di
terza liceo, come se gli fosse stata concessa l’opportunità di riprendere una
lezione a suo tempo interrotta.
“Per Hegel è
l’idea che genera la natura alienandosi nella realtà spazio-temporale del
mondo,” prese a dire il professore.
“Ma non è
vero!” lo interruppe. “Già a suo tempo le ho detto che mi pare assurdo pensare
ci sia una idea che genera la realtà, quando
è evidente che dalla realtà si sviluppano le idee.”
Il professore
era abituato alle sue provocazioni. Lasciò cadere la interruzione, ed allo stesso tempo raccolse l’ osservazione,
cercando di proporre una risposta:
“Dal Principio
d’Energia che tu vedi collocato al vertice del triangolo di luce,” riprese,
“trae origine e vita la luce stessa, il mondo che vedi al capo opposto, e tutta
l’immensità dell’universo nel quale è collocata la terra. Se invece che
Principio d’Energia, lo vuoi chiamare l’Esistenza da cui si sviluppa
l’esistente, la Potenza da cui si sviluppa la realtà effettuale, o lo vuoi
chiamare più semplicemente l’Idea o, per una comprensione ancora più
universale, lo vuoi chiamare Dio, non è con il variare dei termini che si
modifica la sostanza delle cose. E la sostanza è davanti a te, in modi e forme
comprensibili dalla tua intelligenza.”
“Chiaro!” Per
una volta aveva la sensazione di aver capito! Non avrebbe saputo ripetere i
concetti. Ma il fatto di sentire che c’era arrivato, gli avrebbe consentito,
ripensandoci con calma, di mettere a fuoco le idee e quindi di spiegarsi e spiegare
ad altri, ciò che aveva compreso.
La
soddisfazione per essere riuscito per la prima volta a capire qualcosa in
una lezione di filosofia, lo spinse a
tentare di approfondire la conoscenza.
“Visto che per
una volta riesco a capirla,” chiese, “potrebbe togliermi anche la curiosità di
sapere se questo universo sia l’unico a cui avrebbe dato origine l’Idea.”
“Con gli
anni,” sorrise con accondiscendenza come un insegnante soddisfatto quando
è riuscito ad interessare l’alunno,
“non ti è venuta meno quella bisbetica curiosità, con la quale cercavi
continuamente di mettermi in imbarazzo.”
“Non volevo
provocarla, ma solo cercare di sapere.”
“Exscusatio
non petita...”
Toccato! Certo
che andare ad inventarsi delle scusanti, in un sogno nel quale gli altri ti
riescono a leggere nel pensiero, è un po’ il colmo!...
Ma anche nel sogno il professore di filosofia
manteneva l’imperturbabilità di chi è già nel mondo delle idee, (come era solito
dire Luciano in classe, facendo dell’ironia sul conto dell’insegnante).
Continuò così a spiegargli che, nell’apparenza del sogno, era riuscito ad
astrarsi dalla realtà dell’universo e conseguentemente era
riuscito a vedere l’universo dall’esterno, nella sua vera natura. Non un
complesso di corpi celesti, ma un
fascio di luce che trae origine da un Principio di luce, per integrarsi e
completarsi in un sistema fisico di stelle
e pianeti.
Tre quindi gli
elementi costitutivi: l’Energia, che diventa luce nella coscienza che
l’esistente avverte dell’Esistenza, che si completa accidentalmente nella
realtà del divenire dell’universo. In altri termini, per dirla con il vangelo,
il Padre che diviene nel Figlio, per riconoscersi nello Spirito.
“Se avesse
potuto raggiungere un ulteriore livello di astrazione,” aggiunse poi, ”avrebbe
potuto vedere, (come del resto gli
sarebbe dovuto risultare evidente!), svilupparsi dalla sorgente di luce
infiniti fasci di luce e quindi infiniti universi collegati, che trovano
la loro intrinseca unità nella luce stessa, dalla quale sono originati. Gli
universi sono diversi, per la diversità delle relazioni che si possono
sviluppare al loro interno.”
“Il nostro,”
continuò, “è l’universo della parola. È la parola infatti, come mezzo di
comunicazione, che permettere lo sviluppo del pensiero, consentendo all’uomo di evolversi e di arrivare ad
acquisire la coscienza dell’Esistenza. Negli altri universi, la relazione può
avvenire in tanti modi diversi, come relazione diretta del pensiero, come
relazione tra campi magnetici, ed in una serie di modalità che l’uomo non può
neppure intuire, perché esulano dalla capacità di coscienza sviluppata nel suo
universo, limitata appunto dalla
possibilità di entrare in relazione
esclusivamente attraverso la parola.
Il nostro è
l’universo per il quale si può dire, come ricorda S.Giovanni nel suo Vangelo,
che:
In principio
c’era la Parola, era con Dio ed era Dio e per mezzo della Parola è stato fatto
tutto quello che esiste in questo universo. La Parola poi, nella storia
dell’Universo, si è fatta uomo di carne ed ossa, per abitare in mezzo agli
uomini ed insegnare loro che possono essere e diventare figli della Luce,
componenti del fascio di luce che si sviluppa dall’Energia.”
Se avesse
spiegato così chiaramente durante le lezioni di filosofia! pensò. Si pentì
subito della considerazione fatta
mentalmente, ricordando che il professore poteva sentire il suo pensiero, e per
non lasciargli tempo per
ribattere, riprese a domandare:
“Ma, se
capisco il senso del sogno che sto vivendo, qui tutti sono, indistintamente,
finiti nella luce dell’eternità. Sarebbero quindi tutte invenzioni mitologiche quelle relative
al Paradiso e all’Inferno, con l’intermezzo del Purgatorio?”
“Non sono
favole! E la realtà ti dovrebbe risultare chiara, se solo tu riflettessi più
attentamente, o se tu potessi ricordare Dante quando scrive che: Quinci si può veder come si fonda
L’esser beato nell’atto che vede
Non in quel che ama.
Non vedi che
nel fascio di luce si può essere collocati a diversi gradi di vicinanza
rispetto alla Luce? Chi, nell’esperienza del corpo, si è abituato a
lasciarsi attrarre dall’interesse
materiale, resta vicino alla terra, come se fosse ancora nella forza di
attrazione della stessa. In questa attrazione, che gli impedisce di vivere la
pienezza della luce, sta il suo inferno, la sua sofferenza eterna nella
lacerazione provocata dalla tensione tra gli opposti di cielo e terra.
Allontanandosi dalla terra, nel fascio di luce, diminuisce progressivamente la
sofferenza ed aumenta la gioia, fino alla gioia massima di chi è più vicino
alla Luce.”
“Ma io a che
altezza del fascio di luce sarei finito, per trovare assieme tante persone che
direttamente o indirettamente hanno avuto a che fare con me?”
“Come al
solito, parli prima di pensare! Non vedi che sei in un dimensione diversa da
quella fisica? Quello che credi di vedere è una interpretazione tua, in
modalità uomo, secondo i parametri dello spazio e del tempo. La collocazione
all’interno del fascio di luce, non ti deve far pensare a una scansione fisica,
come nei cerchi danteschi. La
differenza è solo un fatto di coscienza individuale, non di collocazione spaziale. Quelli che hai incontrato, non
sono infatti tutti collocati allo stesso livello.”
L’abitudine
che aveva sviluppato con il professore al liceo, il fatto che si vedesse
riportato sui banchi di scuola, gli fecero pensare alla domanda trabocchetto,
quella con la quale cercava sempre di metterlo in difficoltà.
“Ma come mi
spiega questa diversa collocazione eterna,” chiese, “come risultato della
grazia o delle opere?”
“Con la
parabola del seme,” gli rispose tranquillamente, come se la risposta fosse
ovvia e scontata.
“Cioè?”
“Dalla Luce
germinano principi di vita tutti uguali, come se uguali fossero i semi
di frumento sparsi dal contadino nel campo. Allo stesso modo, i principi di
vita sono sparsi per il mondo. Ma il mondo si presenta con una varietà infinita
di situazioni, dando luogo ad una infinita varietà di relazioni tra il seme e
la terra, o, in altri termini, tra i principi di vita ed il mondo. C’è il seme
che appena tocca terra muore, c’è quello che finisce in mezzo alle spine e
quello invece che cade nella terra fertile.
L’idea d’una
organizzazione del mondo profondamente ingiusta, e quindi la contraddizione
d’un universo profondamente ingiusto, voluto da un Dio che, in quanto tale, non
può non essere giusto, si superano tenendo presente che il metro di giudizio
non è quello umano del risultato della ricchezza delle spighe, ma quello dell’impegno profuso, cioè il rapporto tra il risultato e la situazione
nella quale è stato conseguito.
Tutti hanno un
compito diverso. Ma ogni compito ha un grado diverso di difficoltà che il
professore terrà presente nella valutazione. Vedendo che gli uni hanno problemi
molto facili, mentre gli altri devono
spremersi le meningi e soffrire di fronte a problemi complicatissimi, la
situazione può apparire profondamente ingiusta. Ma nessuno sa che il metro di
giudizio sarà il grado d’impegno e non il risultato. Chi ha il compito più
facile dovrebbe impegnarsi a consegnarlo il più presto possibile, per non
trovarsi penalizzato alla fine, pur avendo comunque portato a termine il compito.”
“Risposta
brillante!” commentò Luciano, che sembrerebbe conciliare la libertà dell’uomo
di perdersi, con l’impossibilità per un Dio buono e giusto di lasciarlo
perdere. Ma è solo un sofisma, perchè è
opera di Dio anche il mondo dove l’uomo si perde.
“Il mio
ragionamento non è un sofisma, replicò seccato il professore.”Se non capisci è
perchè persisti nell’equivoco di considerare il mondo l’elemento centrale del
sistema. Eppure nell’esperienza che stai facendo, vedi chiaramente che è
soltanto una piccola pallina marginale, ai limiti del fascio di luce.
È vero che a
spargere il seme è lo stesso dal quale
sono state create le rocce, le spine e
la terra fertile. Se tuttavia il premio
non è in relazione ai risultati, ma all’impegno, dove ci sarebbe l’ingiustizia, anche se alcune piante
riescono appena ad attecchire in un anfratto della roccia, altre devono
crescere conquistandosi tra le spine il diritto alla luce, altre invece
crescono floride nel terreno fertile?”
In effetti la
spiegazione non era poi così semplice, come la voleva far credere il professore,
ma mentre stava cercando di riproporre la domanda in termini diversi, suonò la
campanella. Almeno fu questa l’impressione di Luciano, e infatti il professore
ne approfittò, come era solito fare, per uscire dall’aula in fretta
togliendosi d’imbarazzo.
Luciano avvertì che il professore si stava
allontanando. Si trovava di nuovo solo, con una profonda sensazione di vuoto,
come se stesse perdendo quota, dalla dimensione nella quale si era astratto
seguendo il maestro, per rientrare nel fascio di luce.
Ma non provava paura, nè per il
fatto d’essere solo, nè per la sensazione di stare precipitando. Cercava invece
di approfittare di quel momento di
tranquillità per tentare di
raccapezzarsi in un sogno così strano, nel quale le considerazioni filosofiche
si alternavano agli squarci sulla vita del suo paese.
Troppa filosofia è fuorviante e
stucchevole, si diceva, e appesantisce la vita come appesantisce i
racconti...Ma non poteva farne a meno, e non tanto della filosofia quanto della
teologia. Il dramma è Dio, titola padre Turoldo, ed egli purtroppo non riusciva
ad uscire di scena, si sentiva costretto a continuare a recitare, nel dramma
d’una assillante quanto vana ricerca di Dio.