Igino Piutti “Lo strano sogno”

                                                Libreria Uni-Service

 La storia dell’umanità attraverso la storia d’una persona e d’un piccolo paese,

 

 

 

 

 

  

 

 

Introduzione.

 

Per scrivere la storia è necessario risalire alle fonti, catalogare reperti, mettere assieme testimonianze e documenti per ricostruire personaggi ed avvenimenti. Così tuttavia si riesce a scrivere la vicenda umana delle persone che nella storia hanno lasciato un segno, che sono riuscite a dare una testimonianza di qualsiasi genere che in qualche modo può essere riletta e ricostruita. Ma assieme alle persone la cui presenza ha lasciato un’orma, sono vissuti altri miliardi di individui, transitati velocemente nel tempo, passati nel mondo senza che di loro sia rimasta traccia. Migliaia di migliaia di persone sparite nel nulla, come ombre al calar del sole.

Non hanno diritto anche questi ad un ricordo, ad una storia? Anche loro sono stati nel tempo persone, uomini e donne, né più né meno di quanto uomini e donne siano stati i personaggi che hanno lasciato traccia!

Nella storia si legge che l’imperatore scendeva con il suo esercito. Ma l’esercito non era una cosa, una sorta di carro inanimato trainato dal personaggio dell’imperatore. Dentro all’esercito c’erano migliaia di persone che pensavano, che ricordavano, che avevano paura. Ognuna di loro aveva una storia personale sulla quale si intrecciavano ricordi e pensieri, immagini particolari d’un paesaggio, d’una casa, d’una famiglia, di amici. Sentimenti  d’amore  e d’odio, di nostalgia, di preoccupazione di speranza. Immagini e pensieri originali, che facevano d’ognuna di quelle persone un mondo originale, un microcosmo assolutamente compiuto ed unico.

Per il solo fatto di esistere ognuno di noi ha una genealogia che incrocia con migliaia di queste persone, fino alla notte dei tempi, fino ad Adamo ed Eva. Non abbiamo i documenti per ricostruire l’albero genealogico perché i nostri antenati non hanno lasciato documenti, ma se mettiamo da parte  l’esigenza di documentare e, affidandoci all’immaginazione, cerchiamo di risalire di figlio in padre, a ritroso nel tempo, è evidente che ognuno di noi ha una serie concatenata di antenati che risale a ritroso nella storia, di generazione in generazione, nell’era moderna, nel medioevo, nel periodo romano, nei periodo di storia preromana, nella protostoria, fino a perdersi nella notte dei tempi all’origine del genere umano.

Ognuno di noi ha una genealogia ed una discendenza, che incrocia magari soltanto con uno degli anonimi soldati dell’esercito dell’imperatore. Allo stesso modo ogni paese, per quanto piccolo e marginale possa essere, per quanto costituito soltanto da “tre casettine dai tetti aguzzi e un minuscolo ruscello”,  ha una sua storia interpretata  come riflesso della storia più grande, quella che è stata scritta versando  fiumi d’inchiostro. In ogni paese, anche il più sperduto, c’è una lapide che ricorda i caduti della prima e della seconda guerra mondiale. La lapide rende testimonianza del fatto che le ultime due guerre, sono passate anche su quei paesi. Anche tra quelle case, più o meno direttamente, si sono vissute le vicende che hanno sconvolto il mondo nel secolo scorso. Ma la lapide è solo l’ultima. Ce ne potrebbe essere una serie interminabile, a testimoniare il coinvolgimento delle persone del paese in tutte le vicende che hanno caratterizzato lo sviluppo della storia dell’Italia e dell’Europa.

I contraccolpi della grande storia si sono sentiti anche negli sperduti villaggi, perché vi sono passati gli eserciti o perché vi sono ricadute le pestilenze, o comunque perché si dovevano pagare i  balzelli per finanziare le guerre e gli uomini venivano arruolati a morire vestiti da soldati.

E al di sotto di questi eventi scorreva la storia quotidiana del paese, fatta di nascite e di morti, di matrimoni e di rivalità, di feste e di lavoro. Di generazione in generazione si viveva in case sempre nuove, costruite recuperando sempre le stesse pietre, come di generazione in generazione si recuperavano le stesse tradizioni per vivere una nuova vita, per condividere le stesse speranze, per cercare di allontanare le stesse paure.

Ognuna di queste persone ha vissuto per un attimo il suo sogno d’eternità, ma poi ha dovuto chiudersi nell’anello che ha consentito alla catena di continuare, che ha consentito alla genealogia di giungere sino ad ognuno di noi.

Sarà mai possibile risalire per una di queste catene, scrivendo non più la storia dell’umanità, ma d’un singolo uomo nel suo ripetersi uguale di uomo, con le angosce e le speranze degli uomini, sempre originale e diverso in quanto persona, nel modo di vivere queste angosce e queste speranze? E attraverso la catena della discendenza, sarà possibile scrivere la storia del paese ove la catena si è sviluppata? No. Perché ci mancano i documenti, le testimonianze.

A meno che la speranza d’eternità vissuta da tutti gli anelli della catena non debba essere considerato soltanto una speranza, ma, al contrario, sia veramente il modo di essere autentico degli uomini. Se fosse una prospettiva reale, allora nella dimensione dell’eternità, sarebbe possibile immaginare di ritrovare una catena vissuta tutta nello stesso paese, e attraverso la catena ricostruire la storia del paese.

Al protagonista si presenta proprio questa opportunità: può così ricostruire la storia del suo piccolo paese senza storia.

Ma ricostruendo la storia del paese senza storia, il protagonista cerca di recuperare anche il senso della propria esperienza di anello senza storia. E’ un senso che si può ritrovare soltanto nell’essere anello, concluso nella propria circolarità, oppure c’è un altro senso nell’essere l’anello costitutivo della catena, o c’è un senso ancora, oltre la catena?

 La ricerca sulla storia diventa così ricerca alle domande esistenziali , tentativo di trovare rimedi al male della “finitudine” che affligge il protagonista, tentativo di andare oltre la catena che lega gli uomini alla caverna di Platone.

Ed è proprio questa ricerca ad unire tutti i protagonisti dei singoli racconti, legati nella stessa catena del romanzo, come nelle diverse scene della stessa tragedia, separati da millenni di storia, ma uniti dalla stessa paura della fine, del vuoto, fino a trovare una risposta proprio in quel vuoto, nella scoperta che “il vuoto è Dio”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 1 - Il viaggio.

 

            Era il primo novembre, sul calendario il giorno di tutti i santi, nella pratica il giorno dei morti. Per l’occasione si era ripromesso di prendere alcuni giorni di ferie e rientrare in paese per quello che veniva pubblicizzato come il ponte dei santi. Invece come gli  accadeva purtroppo spesso, aveva dovuto rinunciare all’idea, ed anzi aveva finito per lavorare fino a tardi, anche il giorno prima.

Ormai non riusciva più a imporre i propri tempi al  lavoro. S’era lasciato travolgere, nella sua vita aveva preso il sopravvento il lavoro, ed era ormai il lavoro ad imporre  i suoi tempi ed i suoi ritmi. Nei primi anni dopo l’Università aveva dovuto faticare non poco per ricavarsi uno spazio nella professione, per avere un ruolo nella società. Ora che finalmente il ruolo ce l’aveva, era il ruolo a condizionarlo, a imporgli le regole di vita. Come un ingranaggio inarrestabile ed implacabile l’aveva coinvolto in una successione di scadenze e di impegni, di incontri e di riunioni, in un confronto continuo con la gente più disparata, senza un attimo di respiro.

Ma alla cerimonia religiosa per la commemorazione dei morti, che si teneva il primo novembre alla sera, nel cimitero del paese nel quale  era nato, di quello che con enfasi chiamava il “suo” paese, non voleva mancare. Non era mai mancato!

Aveva sempre vissuto quel tradizionale incontro di tutti i vivi attorno alle tombe dei morti, non tanto come un omaggio ai defunti, quanto come una necessità personale di risalire alle origini, per ritrovare le radici. Sapeva che il giorno in cui avesse perso il rapporto con l’ambiente, nel quale la sua individualità aveva maturato la prima coscienza di esistere, aveva sviluppato i primi contatti, assorbito i primi umori, sarebbe diventato un uomo qualunque. Uno dei tanti che nella folla della città si muovono frenetici, presi dall’obbligo di riempire di cose e di fatti ogni attimo della loro esistenza, perché  non potrebbero  sopportare uno spazio di tempo vuoto, da riempire con il pensiero di sé.

No! Egli si sentiva diverso. Aveva una storia. E la storia è come la corda che l’alpinista sa di aver ancorato saldamente al chiodo infisso nella roccia. Se viene a  mancare il chiodo, la corda non serve più, tanto vale liberarsene, lasciandola cadere. Ma allora  si resta come fantocci inanimati, soli, appesi nel vuoto  contro la roccia ostile e fredda. Il chiodo della sua storia era tra quelle quattro case sperdute a mezza costa sulla montagna, aperte su un panorama che si perdeva nello spazio senza orizzonti  della pianura. La fessura di roccia nella quale aveva  infilato il chiodo era tra quelle tombe, dove ogni nome, ogni volto, riportava ad un ricordo, ad un momento della sua infanzia, della sua storia.

Da solo, in macchina,  rimuginava in mente questi pensieri  mentre gli scorrevano a lato le immagini della pianura che si perdeva da ogni parte, sfumando nel velo di nebbia con cui si scioglieva nell’infinito del cielo. Le strisce verdi del frumento già spuntato, si alternavano al nero dei campi appena arati in una vibrazione più o meno intensa a seconda della velocità dell’automobile. Non c’era un grande traffico. Non aveva fretta. Era uno di quei momenti nei quali l’auto si trasforma in un angolo appartato di mondo, nel quale si riesce finalmente a restare soli ed a lasciar affiorare nella mente, in assoluta libertà, i pensieri più riservati e segreti...

Ma quando si è soli, si sente anche più impellente la necessità di darsi delle spiegazioni. E tutto quel ragionare sulle radici forse era solo un modo per dare un senso, in qualche modo, a quel viaggio senza motivo. Cinque ore di macchina, per arrivare appena  in tempo ad accendere due lumini in cimitero e salutare in fretta qualche parente e qualche  amico, e poi ripartire presto la mattina dopo, per  infilarsi in  altre cinque ore di macchina... Non aveva certo molto senso, non era certo qualcosa di molto razionale.

Per una volta, forse aveva avuto ragione sua moglie che l’aveva sconsigliato con tanti  ragionamenti di buon senso,  e che alla fine s’era anche rifiutata di accompagnarlo… Eppure ci sono cose che si devono fare, anche se  non hanno un senso  logico. Sono esigenze che  rispondono ad un bisogno tutto nostro  e solo nostro, che nessun altro può comprendere.  È come se l’ordine nascesse dentro di noi, dal nostro inconscio o dalla nostra storia. Un ordine inspiegabile dal punto di vista della ragione, ma allo stesso tempo definitivo  e categorico.

 Se non gli si dà  retta, il rimorso si deposita nel profondo della coscienza, come dal profondo viene l’ordine, e rode e brucia e continua a fare male, per tanto tempo, come una ferita che non riesce a rimarginarsi.

Sono impulsi che vengono dalle più profonde radici del proprio esistere, dalla linfa assorbita  dall’ambiente nel quale si è formata la nostra coscienza, sono elementi che  restano al fondo, alla base, come una pietra angolare sulla quale s’è costruito e sedimentato quello che siamo.

 Ma forse sono impulsi che sentono solo quelli che hanno le radici. Chi è nato in un piccolo paese, ha infatti un rapporto diverso con la propria infanzia, rispetto a chi è nato in un anonimo condominio, di una anonimo quartiere di una periferia cittadina.

Anche Attilia, sua moglie, aveva dovuto ammettere, quando avevano discusso sull’argomento, che lei dell’infanzia aveva un ricordo solo di fatti,  non di luoghi. I fatti erano rimasti in lei, come una scena recitata senza palcoscenico. Giustamente! Perché il fondale di cartapesta s’era dissolto, non aveva nè importanza nè consistenza. Una quinta di condomini, un marciapiede come tanti, una scala con lo stesso marmo delle infinite scale di una città, l’appartamento suddiviso all’interno come tutti gli appartamenti, con i medesimi mobili copiati dalle medesime riviste d’arredamento.

 L’unica cosa viva che la memoria  s’era portata dietro, era solita dire con tanta autoironia , era  un poster, con la faccia del cantante preferito, che, adolescente ancora, aveva appeso alla parete della cameretta, e un orso di peluche, diverso dagli altri, solo perché senza  un orecchio.

No! Luciano le sue radici  le aveva calate nella tavolozza di colori che si  trasforma al mutare delle stagioni,  grondanti dei profumi dei fiori di campo, degli odori del  muschio nei boschi  e del fieno nei prati. Le sue radici erano intrise dei rumori d’un piccolo paese di contadini nel quale le case s’alternavano alle stalle, aggrappate le une alle altre a ridosso del ciottolato delle strade strette. Su quei sassi lucidi, levigati da passi infiniti, scivolava a  sera il suono delle campane per l’Ave maria e si fondeva con il richiamo delle madri, con il muggire delle mucche.

Le sue scene non erano di cartapesta, non erano fotografie sbiadite. Emergevano e si stagliavano  nel ricordo, vive,  come erano state raccolte, come se ancora potessero ripetersi  con la medesima vitalità. Vivo il ruscello che scendeva tra i sassi, con parole  sempre diverse. Vivo il bosco che alitava al limitare del prato, che stormiva tra gli alti faggi, che frusciava tra i folti  abeti.  Vivo il sole che al tramonto giocava con le ombre, rincorrendole tra le montagne, per sciogliersi poi all’orizzonte,  sulle ultime catene infuocate delle dolomiti carniche.

Vivo l’umore della notte che si infiltrava tra le case, sgusciando dalle porte socchiuse, con il respiro di elfi e di streghe, quando  il piccolo paese sperduto tra le montagne si scioglieva nel brivido della notte, per diventare un paese del mondo ove Pinocchio se la vedeva con la piccola vedetta lombarda, Biancaneve fuggiva con la Sirenetta e Robin Hood si incrociava con l’Ebreo errante.

E nella quiete del cimitero, posto a ridosso della montagna dove le lapidi sembra rivivano del respiro della valle che si schiude davanti, il cerchio del suo ricordo si completava. Come se i personaggi di recite passate avessero potuto riprendere la scena, rivivendo le immagini della loro presenza  sul palcoscenico. Ogni volta provava le stesse emozioni: ai rumori, ai colori ed agli odori si associavano le persone, la memoria si squarciava, per far emergere a caso scene, parole, pensieri...

Ecco perché non poteva mancare alla “sera dei morti”! Non era facile spiegarlo agli altri, ma per  lui era scontato. Anche se la moglie e i figli non lo potevano capire, e si erano persino rifiutati di accompagnarlo!...

 

 

La strada continuava ad allungarsi in un rettilineo che si perdeva contro l’azzurro del cielo, fiancheggiata da filari di platani, come sponde d’un fiume. L’automobile scivolava silenziosa sulla corrente d’asfalto  che,  al balenante luccichio dei riflessi dei raggi del sole, pareva si muovesse per venire incontro, quasi fosse veramente l’acqua d’un fiume. Rincorrendo quei lampi di luce, come sulla riva del fiume quando si insegue il rincorrersi delle onde, il pensiero si perdeva oltre la linea dell’orizzonte. Il groviglio delle immagini che s’affollava nella mente si scioglieva, filtrato nella linea che segna il margine  dell’azzurro senza fine.

 E la strada  non era già più una striscia d’asfalto, o la corrente del fiume, ma l’immagine di qualcosa che si muoveva assieme a lui. Un cuneo… una lama appuntita… una lunga lancia con la quale avanzava,  penetrando tra i pensieri, come tra i cespugli d’un fitto sottobosco. I platani si piegavano creando un intreccio attorno alla lancia, un intrico d’arbusti ed erbe così fitto, che il  procedere diventava sofferenza profonda, un dolore indicibile...

In effetti tutt’intorno  non c’erano più rami o edere rampicanti,  il groviglio della vegetazione era diventato  un brulicare viscido di serpenti che strisciavano sul suo stomaco, appiccicosi come lumache nere sulla scia vischiosa. La pelle, la carne dello stomaco come putrefacendosi si fondeva con loro, lasciandoli entrare. Poi il viscido groviglio si  raccolse dentro prendendo il posto dello stomaco, e iniziò a svilupparsi con la consistenza d’un  tumore  che si gonfia, si espande e penetra, invadendo il corpo con la sua molle poltiglia viscida e calda. Non faceva male, non era sofferenza. Era soltanto la sensazione d’un dolore lontano, muto e appena avvertito, ma profondo, avrebbe voluto dire: “infinito...”

Era ancora una volta lei, il suo male: la finitudine. In qualche modo vi si era ormai abituato. Ma di solito lo assaliva a casa, nei momenti d’attesa. I mobili diventavano animali dalle forme grottesche. Il divano strisciava come un grande serpente in mezzo a quelle creature informi: sensazioni appena abbozzate, d’un artista pazzo che non ritrovava più le idee dalle quali era partito, l’impressione di qualcosa che esisteva solo per essere finito, sull’orlo del vuoto, senza sapere come, senza capire quando.

 Era inusuale, in auto, in un momento tutto sommato di distensione, mentre stava facendo qualcosa che aveva scelto di fare, al di fuori di ogni condizionamento, anche se si trattava d’andare al cimitero. Di solito gli nasceva dentro da uno stato d’ansia. Ma in quel momento non aveva alcun motivo per essere ansioso. Era in tempo, anzi, poteva prendersela con calma. Non c’era traffico... Eppure si era fatta viva anche lì la sua malattia. Tutta sua, al punto che gli aveva dato un nome suo, che non esiste in nessun prontuario medico. S’era autodiagnosticato il male della “finitudine”. Cosa era?...

 Non era l’angoscia, non era la noia o la nausea. Era un sentimento originale, assolutamente suo, che era riuscito in qualche modo  a definire in un modo che gli pareva appropriato, appunto con il termine di finitudine.

 Era infatti l’idea del finito che lo prendeva.

 Ma non era soltanto un concetto o un pensiero, una delle idee balzane che possono  passare per la mente, nei momenti di noia. Era una sensazione che entrava nel corpo come se il pensiero fuoriuscisse dal cervello, entrasse nel sangue e si insinuasse fino agli ultimi pori della pelle. Si presentava a volte con l’idea della morte, anche se non era propriamente quello della morte, il pensiero che lo assillava. Era semmai l’idea di essere limitato, finito. Era soprattutto  l’idea dell’incertezza del dopo la morte, il vuoto dell’eternità.

Era la sensazione della propria finitudine. Anche il termine per definirla era nato dalla sensazione stessa, se l’era sentito svilupparsi dentro come una intuizione improvvisa. Finitudine come solitudine, perché chi esiste é solo, nell’assolutezza del proprio essere. Finitudine come inquietudine nel vivere una realtà che esiste soltanto per finire. Non paura d’essere o d’essere solo, ma paura d’essere finito. Non paura della finitezza, perché la finitezza è un limite e il limite è qualcosa di preciso, di ben definito. Paura invece  d’uno sciogliersi nell’indeterminatezza, d’uno sdrucciolare nell’indefinito.

La paura del saltimbanco che avanza sulla corda tesa tra il nulla e il nulla. Esistere in quell’unico punto di contatto con la corda, in un equilibrio precario, realizzato annullando le diverse tendenze a finire precipitando nel vuoto, in una qualsiasi delle possibili direzioni. Il rischio di cadere a destra, bilanciato nel rischio di cadere a sinistra, il rischio di cadere indietro, bilanciato da quello di cadere davanti. Un equilibrio che si riesce ad ottenere solo se ci si concentra sullo sforzo stesso per mantenere l’equilibrio, senza guardare a cosa c’è sotto, né davanti né dietro né di lato.

“Il vuoto ti attrae!” gli diceva sua madre insegnandogli a camminare in montagna. “Se guardi giù incontri gli occhi del diavolo che ti attira a sé e non riesci a resistere”. Ecco! Si era lasciato prendere dal diavolo del vuoto.  Non lo faceva cadere, lo attirava soltanto facendolo sciogliere nell’oceano infinito del vuoto, come un’onda che si scioglie nel mare, come una spirale di fumo che si perde nell’aria.

Lo prendeva soprattutto nel bosco, quando era più sicuro e stava meno attento. Il vento che viene dalla terra fa vibrare il bosco. Tremano le foglie degli alberi, ed ogni movimento le avvicina alla fine. Cammini ma non sei solo. Il vento porta dalla terra il rumore d’infiniti uomini che vivono altrove. Vivono e si combattono e il rumore della lotta dà corpo alla loro presenza. Vivono e corrono incalzati dalle cose, e la corsa li fa sentire vivi. Vivono e si odiano, vivono e si amano, e i sentimenti vivono al posto loro. Ma i più vivono e basta: vivono per finire.

Come un ramo che è già stato mosso ed ora vibra il tempo necessario per fermarsi. Come un fulmine che è già scoppiato ed ora deve solo scaricarsi.  La loro vibrazione c’é già stata, se mai se ne sono accorti. Ora é l’inerzia che li agita fino a spegnersi, autonoma, altro da loro. Vivono l’inerzia del tempo necessario per finire: il tempo della finitudine.

Il diavolo del vuoto allora lo riempiva con la sua presenza e si sentiva diverso.

Il finito, in quanto tale, è immerso in qualcosa di diverso da sé. Se é finito deve per forza confinare con qualcosa d’altro. Era questo diverso che lo angosciava. Aveva la sensazione di muoversi nel buio, con il rischio di potere toccare ad ogni momento qualcosa di viscido e schifoso, con la paura di doversi sciogliere e trasformare in una sorta di magma vischioso.

Rifioriva in lui, come se si fosse sedimentata nel suo ricordo e potesse rianimarsi in ogni momento, la sensazione che aveva provato  adolescente quando il cappuccino, frate custode del cimitero, era venuto a spiegare ai ragazzi del catechismo che ci si deve preparare ogni giorno alla morte. “Tutto é inutile quello che si fa per il corpo” aggiungeva, “perché io li vedo ogni giorno i corpi finire nella terra. Se voi poteste vedere come si trasforma il corpo nella terra!...”

E aveva continuato il racconto con una dovizia di particolari e con un fervore ed una passione oratoria, tali da far credere passasse il suo tempo a vedere le salme trasformarsi in un putridume percorso da un intrico di vermi, ogni giorno più grandi e più voraci. Ricordando quelle parole, Luciano non pensava alla morte come immobilità e fine, ma sentiva il suo corpo che, ancora vivo, veniva aggredito dai vermi e trasformato in quella poltiglia putrida e informe. E tutto il suo essere sembrava volersi ritirare e nascondere nello stomaco, che così gli prendeva a far male.

 

Appunto! Gli faceva male lo stomaco. Quelle sulla finitudine erano tutte elucubrazioni sue. In effetti, i medici gli avevano già da tempo diagnosticato l’ulcera duodenale. I raggi, la gastroscopia avevano senza ombra di dubbio confermato la diagnosi. Nulla di più che una banale ulcera da stress, per definire la quale non era il caso di andare a rubare termini alla filosofia. Aveva l’ulcera, da sempre. Ancora bambino ricordava di doversi fermare a premere le mani con forza sullo stomaco, perché si calmasse il dolore.  E ad ogni primavera ed autunno il male si riacutizzava.

Ma cosa sanno poi veramente i medici del corpo umano, delle relazioni tra psiche e corpo? Dicendogli che aveva l’ulcera cosa credevano d’aver risolto? E dicendo che l’ulcera è una malattia psicosomatica, credono veramente d’aver spiegato l’origine del male?

Decise comunque di fermarsi   in un  bar  a prendere un caffè. Ma non riuscì a distrarsi. Non gli riusciva di cogliere  nessun discorso. Come se fosse stato in un paese straniero, percepiva il suono delle parole, ma non ne coglieva  il significato. Sentiva l’ambiente impregnato da un brusio che aveva penetrato ogni cosa. Pareva salisse dal  pavimento per addensarsi tra i tavoli, come la nebbia che esce dai cespugli, nel bosco al mattino. Ed anche quella nebbia gli accarezzava la pelle dello stomaco per entrargli dentro e roderlo come una lebbra.

Appunto! Stava soltanto subendo in ritardo la crisi autunnale. Perché gli era venuto l’idea di fermarsi a prendere un caffè, con quei crampi dolorosi che gli trafiggevano lo stomaco?  “Devi assolutamente rinunciare al caffè” gli andava ripetendo da anni il medico. Ma non riusciva a farne a meno! “Nelle tue condizioni il caffè è peggio che veleno”, incalzava. Eppure alle volte gli pareva che proprio il veleno gli servisse da medicina.

Ma in quel momento il dolore era troppo forte! Aveva forse ragione sua moglie: non era proprio il caso di intraprendere un viaggio così lungo, per niente, e in quelle condizioni. Ordinò un latte tiepido. Con il latte, il dolore di solito s’acquietava, Quel groviglio di vermi che gli aveva invaso lo stomaco, divorandolo come fosse quello d’un cadavere, in presenza del latte si attutiva. Sembrava quasi che i vermi si gettassero affamati sul latte, e le fitte cessavano!

Glielo portò in un bicchiere troppo grande una cameriera troppo alta. Il pensiero del bicchiere e della cameriera attraversò quello del vuoto e sospese le fitte. Era certamente troppo alta e sproporzionata! Le gambe magrissime, e sul collo troppo lungo una faccia stirata e scavata dal tempo. Forse aveva l’ulcera anche lei. Per questo gli era parso di vedere nei suoi occhi un cenno d’intesa, mentre posava il bicchiere di latte sul tavolo di fronte a lui. Solo un ammalato d’ulcera, in un bar può chiedere un bicchiere di latte tiepido. Fra ammalati ci si riconosce. Il viso segnala l’appartenenza alla categoria degli ulcerosi, come le maglie e le sciarpe segnalano i tifosi di una squadra di calcio.

Era entrato appunto un gruppo rumoroso di tifosi. Appoggiati al banco discutevano animatamente d’una partita che sarebbe iniziata tra poco. C’era entusiasmo, trasporto e partecipazione intensa nelle loro parole, come se loro fossero la squadra, e la partita dipendesse dal loro tifo. La fede nella squadra, pensò, riempiva il loro vuoto. Per loro la corda non era tesa sul vuoto, ma sull’entusiasmo con cui vivevano la loro fede.

Non gli era mai riuscito di essere tifoso di nulla. E questo era il suo male, perché il vuoto si può solo riempire di fede. Di tanti piccoli atti di fede, anche se insignificanti come quello sulla squadra del cuore, o della fede totale nell’assoluto.

“Se guardi dove metti i piedi non ti fai attrarre dal vuoto”, diceva ancora sua madre. Ma per guardare al proprio cammino si deve sapere dove andare. Oppure si deve andare senza chiedersi dove porta il sentiero. Egli invece aveva voluto sapere. Aveva voluto studiare. Aveva voluto guardare e approfondire. E aveva così incontrato gli occhi del diavolo del vuoto, ed ora quegli occhi erano dentro di lui, e ridevano e sghignazzavano, squassandolo  con le fitte che gli bruciavano lo stomaco.

Il latte aveva ottenuto l’effetto. Stava meglio e poteva ripartire. Salutò con un cenno la cameriera troppo alta, che dietro al bancone emergeva con la faccia ulcerosa, tra il gruppo accalorato ad affermare la propria fede sportiva. Bianconera, rossonera, o di quale altro accoppiamento di colori? Non aveva notato!

 

In macchina, riprese a corrergli incontro di nuovo, ossessivo, il filare di platani. Una successione increspata di verde e gli alberi infine divennero onde, come quelle che escono dalla chiglia del motoscafo quando fende la corrente, e la strada divenne la prua della barca che fila leggera e veloce sull’acqua.

Poi d’un tratto, come se fosse stata colpita da una folata di vento, la barca si inclinò, ebbe un fremito nell’impatto con un onda più violenta, quindi, decisa si impennò e puntò verso riva. Ma non ci fu lo schianto. Si sciolse, come se fosse riuscita a scivolare sull’erba delle sponde, per prendere il volo e disperdersi nell’aria.

Luciano sentì d’essere caduto nel vuoto. Altre volte gli era successo di aver sognato di precipitare in un burrone. La sensazione d’un vuoto infinito, nel quale non  riusciva mai a raggiungere il fondo, o la paura invece di toccare il fondo e di finire sfracellato contro le rocce, l’avevano fatto risvegliare di soprassalto. Da sveglio continuava poi a provare l’impressione  di vuoto allo stomaco che aveva avvertito precipitando durante il sogno. Era la sensazione che il vuoto senza fine dal quale era stato  circondato nella caduta, fosse in qualche modo penetrato in lui, come la nebbia nel bar o il groviglio della vegetazione in macchina, per rapprendersi e fissarsi lì dove le costole lasciano spazio alle viscere, sulla bocca dello stomaco.

Ma questa volta la sensazione era diversa. Non era soltanto il vuoto ad essere  entrato in lui, era invece come se il suo esistere si fosse sciolto nel vuoto. E diversamente dalle altre volte invece che risvegliarsi nel suo letto, come per magia, si ritrovò nel cimitero al quale era diretto. Non aveva sentito cigolare il cancello di ferro. Non ricordava d’essere entrato per il vialetto centrale. Gli era parso di vedere uno sbuffo di fumo o un refolo di nebbia uscire dalla  tomba di famiglia e materializzarsi nell’immagine d’una persona, ed aveva la sensazione che  quell’ombra d’uomo  fosse la sua. Come quando ci si mette allo specchio con una maschera nuova. Non ci si riconosce, e tuttavia si capisce che l’immagine riflessa è la nostra.

Era seduto sul muretto che affianca la tomba, e fissava il vaso portafiori, vuoto, come se fosse un oggetto mai visto prima.

 Era sempre stato colpito dall’originalità del monumento, strano nell’apparente semplicità. La grande lastra  rettangolare di marmo bianco a filo di terra, aveva sul lato lungo di sinistra un muretto a mo’ di panchina.  Le foto dei defunti e le scritte erano spostate verso il lato opposto, fuori centro, come a lasciare uno spazio libero per consentire a  chi si sedeva, di appoggiare i piedi, senza avere l’impressione di calpestare qualcuno.

 

Non s’era mai seduto prima. Anzi gli era sempre sembrata bizzarra l’idea che quel muretto di marmo rosso, così in contrasto con il bianco della tomba, potesse venir pensato come una panchina. Chissà nella mente del progettista  cosa aveva voluto veramente significare quel muro? Che senso potrebbe avere infatti, immaginare che qualcuno possa sedersi  a riposare su una tomba?

Ora invece, (non riusciva a ricordarsi come e quando),  vi si era seduto. Al sedile dell’automobile, come d’incanto, s’era sostituita quella originale panchina. Stava a un capo del muretto, e guardava sull’altro capo lo strano vaso di fiori, ancorato e saldato al muro come per impedire che qualcuno lo potesse sottrarre. In effetti,  anche se può sembrare assurdo che qualcuno possa rubare un vaso in cimitero, altre volte erano spariti dei portafiori. Ma quel vaso, così brutto, che aggiungeva un ultimo tocco d’originalità alla tomba non poteva certo interessare a qualcuno.

Più che a un vaso, faceva  pensare ad un pezzo di fonderia mal riuscito. Non aveva la forma regolare che hanno i vasi. Non era stretto alla base e aperto all’imboccatura. Non era neppure a forma di anfora. Era una sorta di cilindro irregolare, non tornito. Forse di bronzo, con le pareti  a tratti lisce, a tratti increspate e venate. Su altre sepolture c’erano delle bombe di cannone  utilizzate come portafiori. Forse anche quella era una bomba, ridotta a quel modo da uno scoppio, da un incendio, da una qualche particolare situazione di guerra.

Alla bomba  era finito per pensare perché quella lapide così originale  l’aveva voluta il nonno, che aveva fatto la guerra. Forse a quel vaso, che aveva voluto così saldamente ancorato al muro, per impedire  fosse rubato, erano legati dei suoi ricordi molto particolari. Ma il nonno non ne aveva mai voluto parlare, come se il ricordo fosse troppo intimo e personale per poterlo condividere con qualcuno,  anche se della famiglia.

Quel vaso dal quale era sempre stato incuriosito, ora, nel sogno, lo intrigava con una intensità nuova. Il desiderio di sapere che cosa veramente fosse, non era semplice curiosità, ma urgente necessità. Come se avesse avuto un’illuminazione ed ora sapesse che in quell’oggetto c’era la chiave per darsi delle risposte importanti. Forse (perché no?) anche per riempire il vuoto della finitudine! In fondo la chiave é sempre un oggetto insignificante, ma è qualcosa che riesce ad aprire la casa, a far vedere le stanze.

 

Pioveva. Non era una pioggia fitta, ma la pioggia leggera di novembre intrisa di nebbia. Le gocce non cadevano dal cielo ma davano l’impressione di formarsi nella  nebbia. Non picchiavano  sulle guance, si posavano leggere e scorrevano fredde come deve essere il sudore di morte. Fa venire i brividi il cimitero sotto la pioggia!

Un funerale sotto la pioggia  (l’aveva sempre pensato) è qualcosa di osceno. Perché a qualcuno dopo una vita di sofferenze  deve anche capitare la sventura  d’un funerale sotto la pioggia? Nei pomeriggi di sole quando la bara scende nella fossa, viene facile il pensiero che sia il corpo mortale a scendere nella terra, mentre lo spirito è ancora vivo nel ricordo dei presenti, nel respiro della brezza che il sole attira a sè. Quando piove invece, l’incombere plumbeo del cielo, l’acqua che batte fastidiosa, la terra che si trasforma in una fanghiglia scivolosa, impediscono di pensare al librarsi nell’aria di qualcosa che riesca a raggiungere la luce, oltre le nubi. Anche la speranza sembra scivoli con un tonfo nella fossa, nel fango, ove tutto si chiude per sempre.

Nella pioggia di novembre s’udì lontano, poi sempre più vicino il rantolo del tuono, come fosse d’estate, mentre  il grigio della nebbia, ad intervalli sempre più brevi, veniva squarciato dal bagliore del lampo.

“Non è normale a novembre, un temporale con fulmini e tuoni!” si trovò a pensare. Ma non era normale neppure che fosse seduto a quella tomba. Dove erano tutti gli altri, la folla della sera dei morti? Come mai non c’erano lumini? Come mai non c’era la notte?...

Un tuono, così vicino da sembrare uscito in mezzo alle tombe, fece tremare le lapidi. Un lampo più intenso degli altri squarciò l’aria e s’abbatté sulla tomba di famiglia colpendo proprio lo strano vaso che s’incendiò con una grande fiammata, come fosse stato ripieno di benzina. La fiamma s’alzò in una striscia di fuoco, ripetendo nell’aria il disegno della discesa del fulmine.

Luciano si sentì risucchiato in quella fiamma, come se un vortice si fosse formato improvvisamente, e avesse assorbito il vaso e la persona che lo stava guardando.

 

 

Senza riuscire a rendersi conto di ciò che  stava succedendo,  si ritrovò in una luce intensa. Bianca come quella d’un faro, calda come quella d’un fuoco. Si sentì penetrare dalla luce, ed allo stesso tempo si sentì sciogliere, come se stesse diventando luce egli stesso. Era una luce strana, che aveva una sua consistenza. Non la sentiva infatti soltanto come fonte illuminante, ma come atmosfera illuminata.

Gli pareva  d’essere finito all’interno di una nuvola di luce,  leggera come un ricamo di fili e di fiocchi di nebbia, non ancora disciolti  nell’aria. Si sentiva uno di quei fili e si librava nella leggerezza del cielo,  con l’intensa voluttà di perdersi nell’aria come un aquilone trasportato dalle correnti.

Non ricordava i particolari con i quali la scena si era sviluppata. Era in un sogno, e Il sogno non ha alcuna relazione sul come ci si è addormentati, su che cosa c’era prima che il sonno riempisse la mente. Ma, pur non avvertendo il senso di continuità,  nel sogno provava l’identica  sensazione  che aveva avvertito quando la barca s’era dissolta contro la riva: gli pareva di sciogliersi nella luce per trasformarsi in luce egli stesso …

Come, dopo la pioggia, la nebbia si raccoglieva nel bosco d’abeti sotto a casa, per poi sfilacciarsi in tanti refoli e disperdersi nell’azzurro intenso, che aveva spazzato le nubi, così, come un refolo di nebbia gli pareva di muoversi leggero, contro l’infinito del  cielo. Nel sogno non ci si ricorda di come è cominciato, così non riusciva a capire perché avesse perso la sua identità, per sentirsi in quella trama di nebbia, tanto leggera da sembrare sul punto  di sciogliersi da un momento all’altro  nell’azzurro del aria. Eppure non c’erano dubbi, avvertiva nettamente d’essere quell’aria, appena più densa d’umidità, dell’aria circostante.

             Non che i fili di nebbia, si fossero sostituiti alle membra del corpo,  anzi, al contrario non avvertiva più la sensazione distinta della sua realtà fisica, del corpo, delle braccia e delle gambe. Non aveva sensazioni particolari e definite, soltanto, nel suo  essere aveva la coscienza di esistere, pur senza avvertire nulla di se…

Una sensazione assolutamente nuova: di esistere, indipendentemente dal corpo, La coscienza di essere soltanto nel pensiero, come se il pensiero potesse continuare a svilupparsi al di fuori e senza la mente.

Non perché il corpo si fosse perso ed  avvertisse con dolore la sua mancanza, ma anzi, come se la percezione d’esistere avesse ricompreso in sé   le diverse sensazioni fisiche dell’esistere, e tutti gli aspetti particolari si fossero sciolti nell’idea complessiva e totalizzante del proprio essere. Una impressione inusitata, appagante e definitiva, rasserenante e luminosa: al tempo stesso, una  percezione assoluta  di serenità e di luce.

Una sensazione diversa da ogni altra già provata, e perciò, difficile da definire. Non si sentiva, infatti,  nella luce, ma avvertiva d’essere proprio la luce. Come se in lui si fosse sprigionata un’energia luminosa e questa fosse diventata sempre più intensa, e si fosse progressivamente dilatata, permeando il corpo, e poi invadendo lo spazio esterno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 2 - Il maestro.

 

Preoccupato dalla necessità e dall’urgenza di capire e definire uno stato d’animo che non aveva mai provato prima, non si rese conto, in un primo momento, che attorno a lui c’erano altre presenze. Le avvertì d’un tratto, come in una stanza buia  si può percepire la presenza di qualcun altro, anche se questi non si è  rivelato in alcun modo.

 In realtà non vedeva nessuno, e non vedeva neppure se stesso. Ma anche in una  stanza buia, pur senza percepire  nulla attraverso i sensi, ci si può sentire presenti, e si può intuire la presenza d’altri. Così si sentiva in quella luce, e capiva che c’erano  altre presenze assieme a lui, in quel mare di luce.

Ma presente dove?... Presenze come? Che terminologia strana gli passava per la mente! Cosa intendeva dire veramente con il termine “presenza”... Come è strana la mente dell’uomo che a rendere l’idea di come ci si può trovare in un oceano di luce, ricorre all’immagine del buio!  E l’automobile dove era finita? Non c’era più il volante, la leva del cambio... E la strada... e il filare dei platani.. E poi il cimitero, la tomba... lo strano vaso...

Era come se il suo corpo si fosse sciolto prima nei riflessi di luce dell’asfalto  e poi nella fiamma del fulmine per trasformarsi in qualcosa d’altro. Il pensiero era ancora  quello di prima, la coscienza di sé era la stessa, ma non era più la mente  a contenerla ed a portarla, si muoveva come fosse quella d’un altro, come sospesa nell’aria, libera di muoversi, senza i condizionamenti del corpo. Poi, a poco a poco, forse perché si stava  adattando alla nuova dimensione, cominciò a percepire sempre più distintamente quello che c’era attorno a lui.

Erano tante le presenze. Non le vedeva, ma avvertiva, sempre più nettamente, di essere in mezzo ad una folla. Il  suo pensiero si muoveva libero dal corpo, e percepiva d’essere assieme ad altri pensieri, anch’essi liberi dal corpo.

Si sentiva attratto verso le altre presenze  e loro erano attratte da lui, come se tra loro  si  sviluppassero dei campi magnetici d’attenzione e d’attrazione. La sua attenzione progressivamente  si intensificò, appuntandosi  su una delle presenze; si sentì  in qualche modo come  obbligato a concentrarsi su di  lei. Era come il primo giorno di scuola, in prima elementare. Attorno a lui c’erano i compagni d’ogni giorno, ma in mezzo sulla cattedra c’era un estraneo che con la originalità della sua presenza sembrava riempire tutta l’aula, al punto di avere l’impressione d’essere solo con lui, affascinato dalla voce e delle strane parole che uscivano dalla sua bocca.

Si sentiva un nodo alla gola e tanta voglia di piangere, proprio come allora...

“E’ lei?...” chiese d’un tratto. Non l’aveva visto, in effetti, ma l’aveva nettamente e distintamente sentito. Non come un suono esterno, che arriva all’orecchio, ma come una vibrazione, che si avverte nell’animo.

Come  un ricordo  che riemerge  dentro di noi, e diventa vero e reale. Al punto che gli  si può parlare. Non solo,   si riesce anche a sentirlo mentre ci parla. Come il sentimento d’una persona cara che rinasce  vivo e presente dal profondo della memoria, annullando lo spazio della lontananza. Così  anche quelle presenze, non le sentiva fuori di sé, ma dentro, come pensieri che si formavano, per poi sciogliersi di nuovo nella nebbia del ricordo. “Sei tu?”, ripeté, ricordando che dai banchi di scuola tanto tempo era passato e che tra lui ed il maestro, malgrado i trenta anni di differenza, era poi nata una profonda amicizia.

Quante volte da bambino s’era perso a guardare le nuvole? Quante volte con l’immaginazione  aveva seguito  il comporsi e lo scomporsi dei refoli che si formavano nell’aria come per magia? Li aveva visti  unirsi a formare il primo abbozzo di nube, e poi aveva seguito l’intrecciarsi delle  nubi che si infilavano l’una nell’altra  fino a  fondersi, per poi distendersi e sfilarsi di nuovo. Immaginava che si unissero per parlarsi, che si staccassero indispettite, quando mancava l’intesa, che si sfilassero con sofferenza, quando il gioco delle correnti, le costringeva a rompere l’armonia d’un’intesa raggiunta.

Ora, l’immaginazione era andata ben oltre: l’aveva trasportato  fin dentro alle nuvole. Non guardava  le nuvole rincorrersi in gioco,  ma viveva egli  stesso le nuvole, nel gioco eterno di sciogliersi e formarsi…

“Sei tu?” ripeté ancora,  sorridendo rassicurato  al  suo sorriso, che intuiva ma che non riusciva a vedere. Come quando si porta dentro l’immagine  intensa d’un sorriso, e nella memoria  l’emozione  prevale sui particolari, così che non riesce a far   emergere nel ricordo  nè il corpo nè il viso, ma solamente, come un sentimento, l’impressione sorridente del volto.

Da quanti anni era morto? Tanti!... Era bello, pensò, riviverlo  nel sogno, con quel sorriso così luminoso, aperto ed immediato, come quando in classe ci coinvolgeva nei suoi racconti e sembrava diventasse anche lui veramente una piccola vedetta lombarda che ci incitava ad affrontare la vita con coraggio, “lanciando il cuore oltre le trincee nemiche”.

“Che strano! Non ti avevo mai sognato prima”.

“Non è un sogno!” Prese a parlare come stesse dicendo una cosa ovvia, come se  riprendesse un discorso appena interrotto, come se quella fosse in qualche modo soltanto la prosecuzione del nostro ultimo incontro. Mi teneva la mano come nel letto prima di morire. Allora mi sembrava chiedesse conforto, ora, nella stessa stretta capivo che voleva farmi coraggio. Eravamo uniti nella stretta di mano, come quando bambino accompagnava me, che ero il più piccolo della classe, in gita sul sentiero  di montagna, perché nel suo coraggio trovassi la forza per  vincere la paura del vuoto.

“Cosa vuoi dire? Se non è un sogno che cosa può essere mai? Come può essere che ti veda, se sei morto?”

 E nella domanda Luciano sentì per la prima volta come dolore la sensazione di non avere il  corpo, sentì la sofferenza per la privazione, l’angoscia del suo esistere nell’infinito, senza il corpo a circoscrivere gli spazi della propria esistenza. E provò di nuovo un bisogno profondo di piangere, come il primo giorno di scuola...

“Perché piangi?”

Avrebbe voluto dire come quella volta: “voglio la mamma” e invece gli uscì una spiegazione, della quale si stupì, come se le parole fossero state quelle d’un altro.

“Hanno portato via il mio corpo e non so dove lo hanno messo”, disse.

Mentre si guardava attorno sconcertato quasi a cercare il qualcun altro che aveva parlato, vide che accanto a lui c’era una presenza  in piedi, ma non distingueva se era ancora il maestro, o se invece si trattava d’un nuovo arrivato.

“Perché piangi?” gli ripeté il nuovo arrivato. “Chi cerchi?” gli chiese poi.

“Se tu sai cosa mi sta succedendo, se tu sai dove è il mio corpo, dimmi dove è stato deposto per consentirmi di riprenderlo”.

Qualunque altro ad una uscita del genere si sarebbe messo a ridere o quantomeno l’avrebbe preso per pazzo. Invece l’altro si limitò a chiamarlo  per nome:

“Luciano!” mormorò  accorato, come in un soffio, con una dolcezza ed una tenerezza che non aveva mai immaginato si potesse usare nel pronunciare il suo nome.

Come Maria di Magdala con il giardiniere nell’orto della resurrezione, non vide più il maestro, ma il Cristo che gli diceva:

“Anche tu dovrai tornare al Padre. Quel che sarai ancora non si vede. Ma quando ritornerò, fra tre giorni, sarai simile a me e vedrai me e gli altri come siamo realmente.”

Era evidente la citazione dal Vangelo di Giovanni nella ricostruzione dell’annuncio della resurrezione, ripresa poi nella prima Epistola. Il collegamento che la sua mente aveva fatto nella memoria, lo indusse a pensare per un momento d’aver intuito cosa gli stava capitando. L’idea del cimitero ove era diretto, l’aveva portato ad evocare le riflessioni che aveva fatto sulla vita eterna, leggendo il Vangelo di Giovanni, ed ora, come avviene nel sonno, si sovrapponevano in lui immagini su piani diversi, a comporre la bizzarria di quel sogno.

Più cercava di capire comunque e più la sovrapposizione gli risultava complessa, più incomprensibile diventava il rapporto tra le scene, le immagini e le parole. Concluse che era il caso di  non porsi ulteriori domande, di abbandonare ogni preoccupazione per lasciarsi trasportare  nel logica del sogno, da una  fantasia libera da ogni vincolo imposto dalla ragione.

Quando sentì che, su questa riflessione, era riemersa di nuovo  la presenza del maestro, come se fosse stata nuovamente messa a fuoco,  non riuscì tuttavia  a rinunciare ad un ultimo tentativo per avere una spiegazione che gli facesse comprendere ciò che stava vivendo.
            “Se non è un sogno, dove siamo?” domandò. “Dove è finita l’automobile?  Chi c’è con te?”

“Dove siamo, lo dovrai capire da te”, rispose sorridendo come se volesse nascondere una sorpresa che comunque, da come lo diceva, si poteva presumere  fosse piacevole.

“Con me”, aggiunse, “ci sono tutti quelli che ha richiamato la tua presenza, quelli che ti hanno conosciuto, direttamente o indirettamente”.

“Ancora lo stomaco?” aggiunse poi cambiando improvvisamente discorso. Faceva finta di doversi  interessare alla sua salute, per non rispondere alla sua curiosità!

Comunque dalla domanda si capiva che anche lui aveva visto nella sua faccia il riflesso del dolore che gli rodeva dentro. Lo stesso che  egli aveva intuito nel viso scavato della cameriera al bar. Certo! L’ulcera si porta segnata nella sofferenza del volto!

“Se fosse solo lo stomaco!” sospirò, stando al gioco, senza dare a vedere d’essere infastidito per la mancata risposta.

“Lo so il male fisico é sempre la manifestazione d’un male più profondo. Non a caso l’ulcera è una malattia psicosomatica”.

“Certo! Si usa dire così. Ma non puoi capire! Il mio è qualcosa di diverso, di particolare. Il mio, potrei dire, è un male esistenziale. È profondo quanto è profondo l’infinito. E non c’è cura!”

“Sei il solito esagerato, affetto da catastrofismo cosmico  e da pessimismo assoluto!” esclamò lui ridendo, riprendendo le battute che si scambiavano quando era vivo. “Ne abbiamo parlato tante altre volte”, continuò, “basterebbe che ti proponessi di essere quello che sei, rinunciando  agli sforzi inutili per divenire quello che non puoi essere, con l’unico risultato di  vivere in un’ansia continua per quello che vorresti essere e non riesci a diventare!...”

“Fosse facile!” replicò Luciano. “Non credere che sia un atteggiamento. La realtà per me ha un limite che non riesco ad accettare. Svanisce in un termine che si confonde con l’infinito e ritorna in me come vuoto e mancanza. Ma per spiegarti,  ti dovrei parlare  della finitudine... Non potresti capire. Già il termine per te dovrebbe risultare  incomprensibile, sono arrivato a questa definizione da poco, e comunque dopo la tua morte”.

“Capisco invece!” ribatté il maestro. “E so anche che il tuo male si supera ancorando la propria storia individuale a quella dell’umanità, e recuperando il senso della propria eternità nella storia”.

Aveva tutta l’aria d’una frase, d’una citazione ripresa a memoria. Avrebbe anche voluto dirglielo, ma gli sembrava troppo scortese, fra due che si incontrano dopo tanto tempo.

Lui sorrise ancora, avendo intuito la sua osservazione. “Spiegarti è inutile”, riprese, “come al solito capisci solo la tua. Come al solito, dovrai battere la testa. Solo provando direttamente, riuscirai a capire”.

“Mi hai chiesto prima chi c’era con me”, aggiunse quindi cambiando ancora una volta discorso. “Come ti ho già detto, ci sono tutti quelli che hai richiamato con la tua presenza,  perché hanno avuto in qualche modo rapporti con te. Con loro potrai capire meglio ciò che non riesci a capire con me”.

Avrebbe voluto chiedere: “Ma chi? Ma quando? E che cosa vuol dire che  hanno avuto rapporti con me?” Fu preso invece  dalla percezione sempre più intensa della  presenza di questi altri, di cui aveva parlato il maestro. Aveva la sensazione che la nebbia si addensasse e raccogliesse attorno a lui, come attratta dal calore del suo corpo. Infittendosi, andava prendendo  la consistenza di figure, di persone. La nebbia era una distesa di neve, e la neve si muoveva, si sollevava, come percorsa da una forza interna, e prendevano corpo tante figure di neve, che si evolvevano, assumendo forme strane per trasformarsi ancora  fino a diventare persone.

Con un volto? Senza volto? Non era una sensazione facile da definire! Forse era questo che avevano visto i discepoli di Emmaus. Un volto che non avevano potuto riconoscere, che avevano potuto identificare soltanto attraverso le parole che erano uscite dalla bocca del viandante.

Li  sentì come se fossero stati vivi attorno a lui, come la sera dei morti, ma con un’intensità più pregnante,  assoluta, come se avessero potuto veramente uscire dalle tombe, attratti dalla forza intensa e decisa  del suo ricordo, dalla volontà del suo affetto. I genitori,  gli amici, i parenti e gli altri, in ordine... secondo la misura dell’intensità del rimpianto per loro, che sapeva far rivivere nel suo pensiero, al cimitero, la sera dei morti…

Ma c’erano anche tanti altri, tanti sconosciuti. Forse erano quelli ai quali si era riferito  il maestro parlando d’una conoscenza indiretta.

“Cosa hai voluto dire parlando di conosciuti indirettamente?” gli chiese.

“Sono le persone che non abbiamo mai incontrato”, rispose, “ma alle quali siamo legati da una relazione spaziale e non temporale,  alle quali ci unisce il fatto d’aver visto le stesse cose, d’aver vissuto nello stesso ambiente, guardando agli stessi orizzonti, subendo le stesse impressioni, ricavando le stesse emozioni”.

“Perché mi rispondi sempre per enigmi?” gli chiese in tono  scherzoso.

“Capirai!” rispose serio il maestro. Esitò un momento, poi aggiunse:  “Hai soltanto tre giorni per imparare!”

“Quali tre giorni? E per imparare che cosa?”

Più si sforzava di capire e meno riusciva a orientarsi nella realtà strana nella quale era finito. Era sempre più inutile cercare spiegazioni! In montagna quando la nebbia sale e ti avvolge, se chiami il tuo grido non buca la coltre di nebbia e si spegne assorbito nella massa gelatinosa. Gli occhi si lasciano trasportare dalle folate e ti fanno annegare in quelle onde di fumo, facendoti perdere il contatto con la realtà, dandoti l’impressione d’essere nel vuoto. Conviene fermarsi!..

E fermandosi si ricordò allora d’un tratto dell’altra scena nella quale era stato coinvolto dopo aver abbandonato l’automobile.

“Dov’è finito il vaso?” chiese. In effetti, se era lì (anche se non sapeva ben dove) a parlare con il maestro, vi era arrivato seguendo la scia di fuoco che s’era sprigionata dal vaso. E ricordando lo strano portafiori, avvertì come per una improvvisa illuminazione che quel vaso  forse aveva per lui un significato che andava al di là della stranezza dell’oggetto.

Non riusciva a darsi una spiegazione logica ma sentiva come un presagio che la storia di quell’oggetto si sarebbe incrociata con la sua. O s’era già incrociata?... Ma che senso ha  il presagio di qualcosa che è già avvenuto?...

 D’altra parte  c’erano troppe cose in quel sogno che non avevano senso...

Si sarebbe atteso che gli chiedesse a che vaso  volesse riferirsi e  su che cosa stesse vaneggiando. Invece il maestro  mostrò di essere a conoscenza, di sapere e di aver capito  la domanda.

“Appunto! Il vaso!” rispose. “Non è che un simbolo, o se vuoi un’allegoria, una metafora, ma nei simboli troviamo le risposte più vere che la ragione non riesce a darsi. E come nella poesia… Il simbolo è come un chiodo infisso nel muro. In se non significa niente, ma vi si possono  appendere tante cose. A quel vaso sono appesi tanti brandelli di storia del nostro paese. Metterli assieme è molto importante. Alla fine ci puoi ricavare soltanto un sudario per asciugare le lacrime che ti provoca quella che tu chiami  finitudine, oppure una mappa con il percorso per uscirvi. Dipende da te…”

“Cosa dipende da me?” lo interruppe sempre più perplesso e preoccupato da quel parlare per enigmi.

“Per rintracciare il significato del vaso dovrai ricostruire la storia e allora scoprirai di non essere solo, la tua solitudine si riempirà di presenze, la tua finitudine si riempirà d’un passato e s’aprirà ad un futuro”.

“Ma ti rendi conto di quello che mi stai dicendo?”

“Certo che sì. Sei tu che non vuoi capire. Cerca di seguirmi. Non hai sempre avuto la passione per ricostruire la storia del nostra paese?...”

Che domanda! Era stato proprio lui a coinvolgerlo in quello che poi era diventata la loro passione ed il loro  hobby. Si era anche attrezzato con un metaldetector e aveva setacciato le zone dove presumeva fosse più facile fare dei ritrovamenti, alla ricerca di reperti del passato. Non aveva rinvenuto cose particolari o di valore, ma era  riuscito a farsi una collezione di punte di frecce. Si era così fatta una cultura sull’evoluzione delle frecce dalla preistoria  alla fine del Medioevo. Perché le frecce? Per nessuna altra ragione se non perché aveva trovato frecce! Aveva, in effetti, rinvenuto anche delle monete di bronzo e qualche altro oggetto. Ma una collezione di monete non gli era sembrata una idea altrettanto originale. Le frecce invece... 

Per giunta l’abbondanza dei ritrovamenti di quelle punte d’arma, di quegli strumenti di guerra, lo aveva portato a riflettere e a scrivere delle poesie  sulla violenza con la quale scorre la storia: Su come avanzi, rotolando sui cadaveri degli uomini che paradossalmente si sforzano di sviluppare tecnologie di morte sempre più evolute per aiutarla a vincere ed a fare altri cadaveri.

“Ebbene, se tu vuoi, ora ti viene data l’opportunità non solo di ritrovare le frecce, ma anche gli uomini che le hanno scagliate... Sei come l’archeologo che ha avuto la fortuna di trovare un documento dal quale si ricava la storia che invano aveva faticato a ricostruire interpretando i reperti. Ancora di più! Ti è data la possibilità non soltanto di leggere la storia ma persino di riviverla, assieme ai personaggi che l’hanno interpretata originariamente.

 Cercando il tuo vaso, puoi risalire alla storia dell’oggetto, ma soprattutto puoi ricostruire le vicende di quanti hanno avuto a che fare con l’oggetto, e, attraverso di loro, la tua storia”.

Quando, con una immagine che ti è cara, pensi d’essere il saltimbanco sospeso nel vuoto, sbagli. Su quella corda non sei solo. Devi pensare che vi sia infilata una ruota dentata che non può cadere. Tu sei solo un dente della ruota. Quello che in questo momento è sopra la corda ed ha la sensazione d’essere solo nel vuoto. Ci sono invece infiniti denti, c’è l’insieme della ruota ad impedire la tua caduta. La ruota si muove, un altro dente prenderà il tuo posto, come tu hai preso il posto d’un altro. Ma non sei nel vuoto. Sei un dente della ruota!...

E la ruota è la storia, con il suo passato ed il suo futuro, e tu in mezzo, un fragile punto ma sostenuto dal passato e dal futuro. Per questo è importante che tu metta a frutto oggi la tua passione, per ricostruire la storia del nostro paese e delle tue radici. Come il naufrago in mezzo al mare, troverai i riferimenti esterni per fare il punto sulla tua posizione.

 Ti ho già detto che si sono presentate, e sono qui attorno a te, tante  persone che hai  conosciuto solo indirettamente. Sono persone vissute a distanza di secoli le une dalle altre. Eppure ci accomuna il fatto d’aver vissuto negli stessi luoghi. Parlandoci, troviamo  d’aver in comune anche il ricordo di tante cose,  oggetti o luoghi, impressioni od emozioni. Il nostro pensiero ha qualcosa in comune con il loro,  per questo sono  state richiamate  anche loro, dalla tua presenza.

Tra questi c’è qui anche tuo nonno, che sul vaso evidentemente ne sa molto più di me, dal momento che, come sai, è stato lui a costruire la tomba che hai appena visto in cimitero”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 3 - Il nonno.

 

“Perché t’interessa tanto sapere la storia di un vaso? Per quanto originale possa essere il percorso che gli eventi e le circostanze gli hanno fatto compiere, resta pur sempre un oggetto”.

Come in un processo di dissolvenza, s’era andata sfumando lentamente l’immagine del maestro, o la sensazione che portava in sé della figura dell’amico, ed al suo posto s’era venuta definendo, ed aveva infine preso consistenza, quella del nonno. Al suo desiderio di conoscenza attorno al vaso, aveva preso forma l’immagine della persona in grado di  dargli le risposte appropriate. Ma nello strano mondo in cui era finito, anche il nonno, invece di dargli delle risposte,  entrava nel discorso contestando il suo desiderio di conoscere l’origine e la storia di quello strano oggetto, come aveva già fatto il maestro.

Del resto, dal nonno non poteva aspettarsi niente di diverso! Non poteva certo essere cambiato. Anche da vivo, non gli andava mai bene niente. Era per definizione quello che si dice un bastian contrario. Anche qui, senza alcun convenevole, senza neppure una parola di saluto, dopo tanti anni di lontananza, s’era subito messo a contestare la sua curiosità sul vaso.

“Un vaso non può che essere un oggetto della storia”, aveva poi aggiunto. “Per seguire il consiglio del tuo maestro, se vuoi veramente ritrovare te stesso nella storia, faresti meglio ad impiegare il tuo tempo ad approfondire qualcosa sul motore della storia”.

Agli sproloqui del nonno era abituato. “E quale sarebbe il motore della storia?” chiese, entrando direttamente anche lui nel discorso, come se fosse la cosa più naturale del mondo incontrarsi per caso con una persona morta da oltre trenta anni e prendere a farneticare  sul motore della storia.

“La guerra”, gli rispose serio.

Non c’era da meravigliarsi!... Suo nonno era solito sparare sentenze, e uscirsene con affermazioni senza nessun senso. Da vivo in paese era stato soprannominato “il filosofo”. Tutti lo chiamavano con questo soprannome  al punto che nessuno si ricordava più neppure quale fosse il suo vero nome. Lo chiamavano “filosofo”, ed a lui faceva piacere evidentemente sentirselo dire, perché cercava di assumere anche atteggiamenti o comportamenti che, secondo lui, erano da filosofo. Come adesso che s’era bloccato sulla parola guerra, come un attore che si incanta su una  battuta, con lo sguardo fisso nel vuoto, e il braccio teso nel gesto del porgere.

Che rivelazione credeva d’aver fornito dicendo che la guerra è il motore della storia? A meno che, più semplicemente ed a suo modo, non gli volesse dare una conferma  dell’idea che anche lui s’era fatto, che quel vaso sulla tomba potesse avere qualche relazione  con la guerra, che fosse un qualche tipo di munizione.

“Sei fuori strada!” riprese a dire. Era evidentemente in grado di leggere o almeno di intuire i suoi pensieri, pensò Luciano.

 “La curiosità sul vaso ti fa perdere il nocciolo del problema. Il consiglio del maestro di ricostruire le vicende del vaso, ti può aiutare, ma non risolve il tuo problema. Il vaso è qualcosa fuori di te, la storia che si sviluppa assieme a te o che si è sviluppata prima di te, è comunque fuori di te. Che tu la conosca o meno, resti comunque vuoto, appunto come un vaso vuoto. È il percorso degli uomini nella storia invece che può servirti a trovare dentro di te  il tuo percorso, a dare un senso alla tua strada, a inventare la tua libertà rispetto a tutto ciò che, dentro e fuori di te, tenta di intervenire e di incidere sul tuo modo di essere”.

Erano troppo diversi, il nonno ed il maestro non erano mai andati d’accordo neppure da vivi. Luciano non aveva di che meravigliarsi se anche nel sogno assumevano posizioni diverse su come consigliarlo.

“Io sarò fuori strada a fissarmi sul vaso, ma tu non lo sei da meno con i tuoi sproloqui sulla guerra motore della storia,” ribatté.

“Lo so,” riprese il nonno dopo un momento di esitazione, “mi hai sempre considerato, come diceva tua nonna “con la testa tra le nuvole”. La vita è ingiusta… Ci si incontra per caso, tu bambino ed io già vecchio.  E si esprimono  giudizi, si assumono dei comportamenti nel rapporto con gli altri, come se tutto fosse chiaro, se  fosse evidente  ogni circostanza, acquisita ogni motivazione, scontata ogni relazione. E invece ogni uomo è un mondo a sé stante, incomprensibile agli altri. Gli alberi del bosco, sembrano tutti uguali, quando sono della stessa specie, ma poi, se li guardi meglio, sono tutti diversi, uniti soltanto dal bisogno di rubarsi il terreno a vicenda, per potersi rafforzare gli uni a danno degli altri...”

“Perché dici che non ti ho mai capito?” lo interruppe Luciano, dispiaciuto che il nonno si fosse risentito dalla sua battuta sugli sproloqui.

“Perché è vero!” rispose. “Ma non avresti potuto capirmi,” aggiunse. “Tu non avevi visto, e io  non ti avevo mai voluto raccontare”.

“Che cosa?”

Era come se da tempo avesse atteso quel momento e quella domanda, ed iniziò subito a parlare ed a raccontare di sé…

E nel sovrapporsi di immagini e piani diversi a cui si stava ormai abituando, Luciano lo vide allora, giovane poco più che ventenne partire per la guerra. La grande guerra, come con inutile enfasi  viene chiamata la prima guerra mondiale. E vide anche se stesso come uno dei protagonisti del racconto, anzi si sentì parte del racconto  con l’impressione di non essere soltanto un ascoltatore, ma di poter rivivere contemporaneamente  la parte di tutti i protagonisti.

 Nella stranezza di quel sogno infatti il loro rapporto non era quello che intercorre tra uno che racconta ed uno che ascolta. Era come se il narratore avesse la possibilità di farlo partecipare attivamente al suo racconto, e in qualche modo di farlo interpretare e rivivere la parte di tutti i protagonisti.

Raccontava d’essere  stato destinato a fare l’alpino sulle montagne vicino a casa. Infatti non lontano da casa sui monti di Pal Piccolo e Pal Grande era il confine della Patria che si doveva difendere dall’attacco degli austriaci.

Anche la  nonna gli aveva  certo raccontato di aver vissuto la guerra. Dal paese,  con in braccio il primo bambino,  nelle notti in cui si “sferravano gli attacchi”, per la conquista di una nuova inutile cresta di montagna, vedeva lontano i bagliori della battaglia, ne sentiva il rumore, come d’un temporale lontano.  E come nelle sere d’estate il temporale si muoveva da dietro le montagne, avvicinandosi sempre più, e la raggiungeva infine, ed entrava in lei. Pensando al marito, sentiva gli scoppi dentro di sé e, pregando, piangeva...

La nonna raccontava di quanto aveva pianto, ma la battaglia quando ci sei dentro è un’altra cosa: è l’urlo straziante del compagno che stramazza  colpito, è il rantolo dell’amico che ti si affloscia accanto, in un lago di sangue. Le prime volte è la paura d’essere colpito, la paura della morte, la paura di finire. Poi quando attorno a te, per giorni hai visto solo morte, la paura diventa indifferenza, ed infine si tramuta nel desiderio di morire. La finitezza allora diventa infinito, il limite diventa immensità, la morte diventa immortalità.

Allora è come se tu fossi già morto, diventi invincibile, perché hai già vinto la morte...

Alle volte l’ordine era d’andare all’assalto a gruppi. A quel comando, uscivano in tanti, ma poi  tra gli scoppi e le grida di dolore e le urla di disperazione finiva per trovarsi sempre solo. Inspiegabilmente ancora vivo! Altre volte  invece, uscivano per “andare all’assalto”  ad uno ad uno, per ingannare l’artiglieria nemica. I più si schiantavano  sull’orlo della trincea. Il loro sangue e i brandelli di carne, schizzavano sul viso di quelli che li dovevano seguire…

Qualcuno piangeva, qualcuno si ribellava, perché non aveva senso quel suicidio di massa, ripetuto ogni volta che qualcuno, “dall’alto”, aveva l’idea che senza quella nuova cresta di monte, non si sarebbe vinta la guerra. Egli invece usciva, senza paura della morte. Si sentiva  già morto, e per questo già eterno…

“La morte ha paura dei morti!” ripeteva, e gli altri credevano che fosse impazzito. Ma lui non era pazzo: sapeva solo  d’aver vinto la morte…

 

 

Poi anche la guerra era finita e si sarebbe dovuto tornare  alla normalità, come se nulla fosse stato. Avevano sofferto tutti, come e più di lui, gli dicevano gli altri. Anche sua moglie, come tanti altri in paese, a seguito della rotta di Caporetto, per non cadere nelle mani del nemico, aveva dovuto lasciare ogni cosa e andarsene profuga. Con il bambino in braccio, aveva attraversato l’Italia intera, per finire in Calabria ad attendere la notizia della conquista della “terre redente”, e della fine della guerra.

Tutti avevano qualcosa da raccontare. Ognuno aveva le proprie sofferenze e i propri gesti di eroismo, anche chi era rimasto a casa, e non aveva visto l’orrore della trincea.

Solo lui non aveva nulla da raccontare, come se per lui la guerra non ci fosse stata. Avrebbe dovuto dire che lui la guerra non l’aveva vista, perché era morto ai primi assalti. Ma nessuno l’avrebbe capito.

E nessuno capiva neppure che gli era impossibile tornare alla vita d’ogni giorno, alla “normalità”!

Egli non aveva soltanto vissuto la “grande guerra” ma  era come se  nell’orrore della trincea, con la sua  dinamica di sopravvivenza, avesse vinto il suo soppressore. Non ricordava da quale contesto e da quale giornale avesse estrapolato questa frase, ma sentiva che ritraeva perfettamente la sua situazione. L’eternità aveva vinto in lui la morte, l’infinito aveva vinto la paura della finitezza, non ci poteva più essere una quotidianità, una vita normale.

 Ciò che unisce gli uomini, è la paura della morte, il principio della sopravvivenza. Chi ha vinto la morte, ed ha affermato la propria sopravvivenza al di là della morte, è già nell’eternità. La goccia che è caduta sulla montagna deve soffrire prima di giungere al fiume, ma quella che è nella corrente del fiume, è come se già fosse nel mare. Già parla col mare. Non deve far nulla per guadagnarsi l’oceano. Deve solo aspettare, e pensare all’oceano...

“Io mi sentivo già nell’oceano!” ripeteva il nonno, con un altro di quelli che a  Luciano erano sempre parsi sproloqui.

 

 

“Ma perché non me ne hai mai parlato?” gli chiese infine, interrompendolo. In verità il nonno non stava parlando neppure questa volta. Commentava con il pensiero, le scene della sua vita che non aveva mai voluto raccontare. Egli lo sentiva dire, nella sua mente, ed allo stesso tempo riviveva le scene di vita al  paese, quando ancora non era nato.

“Non avresti capito!” rispose  e l’immagine  che a Luciano scorreva dentro cambiò all’improvviso, come se nella sala del cinema al ragazzo in cabina fosse stato dato l’ordine di cambiare filmato, per metterne uno che meglio si prestasse a commentare  la risposta alla sua domanda.

Ora, in ciò che vedeva, c’era anche lui! Era la festa del paese, e quell’anno era diventata la sua festa per la cresima. C’erano attorno a lui tutti i parenti. Mancava solo lui, il nonno paterno.

La cosa sembrava come  data per scontata, conoscendo l’originalità dell’uomo, e nessuno aveva commentato il fatto. Tutti parlavano d’altro. Ma a Luciano quell’assenza era dispiaciuta. Si sentiva offeso!

Non sapeva quale motivo potesse avere il nonno nei confronti di sua madre o degli altri per un comportamento così incivile  e provocatorio. Ma tra loro due non c’era mai stato nessun dissidio. E se era un modo di essere originali, era una originalità fuori luogo! Se non per gli altri, avrebbe potuto venire per riguardo a lui, pensava... Finito il pranzo, invece che recarsi alla funzione religiosa della processione con la statua  della Madonna, aveva voluto andare a cercarlo. Era sicuro che l’avrebbe trovato nel suo stavolo, ad accudire alle mucche, “preferendo le bestie agli uomini”, come era solito dire…

Il sentiero s’inerpica in mezzo agli alberi sopra al paese. Poi d’un tratto il bosco s’interrompe e s’apre una grande radura pianeggiante. Ai bordi, su un rialzo dal quale si riesce a vedere di sotto le case del paese, c’è lo stavolo. Il nonno vi aveva ricavato un cucinino ed una camera e vi passava intere settimane, senza scendere in paese. La nonna saliva a prendere il latte alla mattina ed alla sera, ripeteva le stesse imprecazioni, sulla disgrazia che le era capitata, con un marito che non aveva voglia di far niente. Gli lasciava qualcosa da mangiare, e ripartiva. Egli continuava a fare i suoi mestieri, come se lei non ci fosse, come se nulla avesse detto, solo un po’ più ingrugnito, finché il brontolio di lei non si perdeva giù nel sentiero in mezzo al  bosco...

Abituato nel silenzio a cogliere ogni suono ed ogni movimento di quella sua isola, fuori dal mondo, lo aveva visto ancora lontano, appena era apparso sul sentiero che dal bosco sbucava nel prato.

“Dove vai?” gli aveva   gridato, certamente  preoccupato che fosse capitato qualcosa di grave, per spingerlo fin lassù, con i vestiti della festa, mentre tutto il paese era al vespero della Madonna.

L’aveva lasciato senza risposta, mentre lentamente attraversava il prato per andargli incontro, e quando  gli fu vicino, gli aveva chiesto con rabbia:

“Perché non sei venuto?”

Di solito, alle sue domande rispondeva con qualche  battuta scherzosa, o con qualche “sproloquio”. Quel modo di fare lo indispettiva anche, alle volte, perché aveva  l’impressione che il nonno non lo ritenesse  all’altezza di reggere un discorso serio con lui. Se la cavava sempre con un :“Sei troppo giovane, devi ancora imparare a vivere, prima di poter parlare.”

 Quel giorno tuttavia anche il nonno aveva certamente intuito nel suo sguardo  il dolore che gli aveva dato. Aveva visto l’ira che nel suo cuore di quindicenne s’era gonfiata nell’affanno della salita, come alimentata dal maggiore afflusso di sangue. E nella domanda a bruciapelo, aveva visto soprattutto la delusione del ragazzo che non s’aspettava d’essere offeso a quel modo da suo nonno.

“Ricordi?” riprese  a dire, riprendendo il filo del commento  sulla scena  che rivedevano assieme, come fosse il filmato che qualcun altro aveva girato, con loro due come  protagonisti. “Ricordi?” chiese, quasi sorpreso d’aver nutrito invano la speranza che il ragazzo avesse dimenticato.

Non gli capitava mai di commuoversi. La guerra, soleva ripetere, gli aveva asciugato tutte le lacrime, non ne avrebbe avute più per nessuno e per nessuna circostanza. E invece quel giorno di fronte al risentimento offeso del  nipote, aveva sentito qualcosa di nuovo scuotersi dentro, e aveva dovuto voltarsi a guardare il cielo, perché l’occhio potesse riprendersi la lacrima che stava per uscire.

Avrebbe in effetti potuto partecipare. Avrebbe potuto per una volta anche lui mettersi gli abiti di festa e recitare, come recitavano gli altri. Ma perché?...

“Per farmi piacere!” l’aveva interrotto Luciano.

“E perché ti dovrebbe venir piacere da una recita?” aveva replicato lui.

“Ci sono anche le circostanze, le convenienze...”

“Certo ma se sei venuto fin quassù, lasciando gli altri, per sentirle stasera da tua madre, perché non hai preso parte alla funzione religiosa, non l’hai fatto solo per rimproverarmi... Per rimproverarmi avresti potuto venire anche più tardi, o domani. Se da un lato tu odi i miei comportamenti, da un altro ne sei attratto…”

“Che dici?” l’aveva interrotto di nuovo.

“Quello che vedo!” proseguì. “Mi prendono in giro in paese perché quando ho bevuto un po’ di troppo dico che ho vinto la morte. Ma è vero, tu potresti capirmi! Gli altri adesso sono tutti laggiù in chiesa a pregare. Ciò che li unisce e solo la paura della morte, Io invece non ho paura, sono  già morto, sono oltre la morte. Io non prego la divinità, perché Dio, evidentemente, non ha bisogno di essere pregato, non ha bisogno delle mie parole.

 Io cerco di sentirla la divinità, come la sente, chi è già morto, come può sentire l’infinito chi è già nell’infinito.  Dio non può essere nel chiuso di una chiesa, ma nell’infinito, ed io per questo, quando voglio pregare, cerco di fissare un punto nella immensa profondità  del cielo, e penso a Dio. Immagino di penetrare all’infinito in quel punto, come in un vortice che non ha fine, e penso così di avvicinarmi a Dio, di venire  assorbito nel vortice del pensiero di Dio, nell’immensità dell’Infinito”.

Dalla Chiesa era uscita la processione che si snodava per le strade del paese, accompagnando la statua della Madonna... Il coro degli uomini, dal quale emergeva la voce possente dell’altro suo nonno, ripeteva, a brevi intervalli, sempre uguale, ossessiva, un’invocazione alla Madonna del Rosario. “Regina sacratissimi rosari, ora pro nobis!”.  E il grido saliva nell’aria tersa del pomeriggio  filtrando tra gli alberi del bosco che alternavano le ultime sfumature di verde ai colori bruciati dell’autunno.

Più che un’invocazione piena di confidenza, sembrava il grido straziante della disperazione, per una speranza   affermata ma non sentita, gridata ma non vissuta. Nella melodia che la tradizione aveva tramandato dalla notte dei tempi, sembrava si fosse raccolta e sedimentata la speranza di trovare in quel grido, l’appiglio  per ancorare la corda che avrebbe interrotto la caduta nell’abisso della finitudine.

Ma il grido saliva invano. Non trovava risposta se non nel sarcasmo dell’eco, che ridiscendeva dagli anfratti della montagna

“Quindi per te quelli laggiù sono tutti stupidi?” chiese Luciano, quasi a rompere nella domanda la sorpresa di scoprire che il nonno, chiamato per scherno  filosofo, non era solo capace di battute originali, ma era anche capace di acute  riflessioni e persino di spunti di vera poesia...

“Si può pregare in infiniti modi,” gli rispose, “non è il modo che fa la preghiera, ma il desiderio di rapportarsi con la divinità. Se l’altro  tuo nonno ha bisogno di gridare il suo bisogno d’aiuto alla Madonna, e di ripeterlo identico infinite volte, e attraverso l’idea della Madonna si mette in relazione  con la divinità, il suo è pregare. Se lui ha bisogno della chiesa e dei profumi d’incenso, per sentire la divinità, fa bene a frequentare la chiesa…

Io mi ritrovo più facilmente con Dio, quando vedo un fiore aprirsi alla luce del sole, quando il primo raggio di luce fa breccia nel buio della notte, quando l’ultimo raggio del tramonto si trattiene sulle ultime vette, quando nel bosco sento il respiro degli alberi  e nella notte sento vivere le ombre.  Perchè, al di la della morte,   credo che così si sentirà Dio. Ed è anche per questo, perchè mi pare  già di riuscire a sentire Dio oltre la morte, che è come se fossi già morto…

È  questo anche il concetto che ho voluto esprimere, ideando la tomba di famiglia...”

 

“Mi ci sono appena seduto,” lo interruppe Luciano, “almeno nel sogno...”

“Certo! Soltanto nel   sogno, perché da sveglio non ti saresti mai seduto. Infatti  nessuno si siede. Anzi tutti cercano di darsi le spiegazioni più fantasiose, per non voler ammettere  che quel muretto  realizzato  sulla tomba, è soltanto una panchina. Se lo riconoscessero, dovrebbero anche ammettere, che ci si potrebbe  sedere... Nessuno invece vuol sedersi in cimitero! I vecchi, costretti dal respiro affannoso, si fermano sulle panchine nel viale centrale, appena il tempo indispensabile per riprendere fiato. Poi anche loro vanno di fretta. In cimitero non c’é tempo da perdere: i fiori, un requiem  e poi di nuovo fuori, a prendere aria, a scrollarsi la sensazione che ti si sia appiccicato addosso qualcosa, come se il respiro che esce dalle tombe ti avesse intriso i vestiti e penetrato la pelle.

Non escono evidentemente dalle tombe né sospiri né respiri! Ciò che ti avvolge e ti penetra è la paura della morte. Giri tra le foto di persone conosciute che hanno vissuto con te, alle quali ti legano parole ed emozioni,  e non riesci a toglierti il pensiero che potresti essere anche tu al posto d’uno  di loro. L’unica cosa che l’uomo dovrebbe dare come acquisita e scontata, la sua morte, diventa la motivazione  più profonda delle sue paure...”

“E invece io,” continuava il nonno, “ci ho messo la panchina, perché la gente si fermi a pensare alla morte, perché solo quando la si é vinta, la si può vivere. Sulle panchine del ponte della nave diretta in America, mi pare logico ci sia della gente che pensa all’America, a cosa troverà, a cosa farà. La nostra tomba io l’ho vista come il ponte della nave diretta all’eternità e ci ho messo la panchina, perché qualcuno si fermi a pensarci…

Ma nessuno si ferma!” concluse sorridendo.

“Originale! Non c’è che dire,” commentò Luciano, pensando che le parole del nonno davano in qualche modo un senso al passaggio del suo sogno, che l’aveva visto fermarsi sulla tomba.

Avrebbe voluto aggiungere qualcosa a proposito del vaso, ma per evitare altre battute, si limitò a sperare che l’altro ci arrivasse da solo. Il nonno l’aveva presa certo alla larga con quelle rievocazioni sulla guerra. Era giusto che avesse cercato di approfittare di quel incontro fuori tempo, per chiarire quelli che erano stati i loro rapporti, ed anche per giustificarsi e spiegare il suo modo di pensare. Sarebbe stato tuttavia il colmo che alla fine non avesse detto nulla del vaso che costituiva il vero motivo per il quale s’erano incontrati nel sogno. E infatti alla fine ci arrivò...

“Non mi sono mai chiesto da dove venisse e che cosa veramente fosse quello strano vaso!”  riprese a dire. “Per quel che mi riguarda, la storia del mio rapporto con quell’oggetto ha dell’incredibile!”

“In che senso?” chiese Luciano.

“Il senso lo dovrai capire da te,” continuò a dire. “Io ti racconterò soltanto di come la mia vita s’è incrociata con la storia del vaso.”

 

Prese a dire di come la nonna aveva voluto acquistare una casa diroccata, da riattare perché la loro era troppo piccola. Era una casa ridotta ad un cumulo di macerie annerite dal fumo. Erano passato almeno un secolo da quando l’aveva distrutta un incendio. Si raccontava anche che fosse maledetta, perché vi era morta un persona. Così, per tutto quel tempo,  era stata lasciata in preda all’edera ed ai rovi.

“Io alle maledizioni non ci credevo, tua nonna da donna di chiesa certamente sì, ma spinta dalla necessità e convinta dai risparmi che si possono fare sulle case maledette, dopo aver investito qualcosa in scongiuri e benedizioni, s’era decisa per l’acquisto.

Non avrei voluto quella casa. Non perché temessi gli spiriti dei precedenti proprietari, ma per il lavoro che ci avrei dovuto mettere per riattarla. Come al solito però aveva deciso lei, tua nonna, e decise anche come e quando ci dovevo lavorare. Non ero riuscito a spiegarle che quello non era un lavoro per me!”

“Non a torto, da vivo, andava  dicendo che eri uno sfaticato!” commentò sorridendo Luciano.

“Ma non era un problema di fatica e di sacrificio. Non riuscivo ad accettare l’idea di fare qualcosa che vivesse dopo di me. Una volta finita, quella casa sarebbe vissuta senza di me, oltre di me. Ma anche  ogni sasso messo a  formare il muro, sarebbe vissuto oltre di me. Senza che nulla di me restasse in quei sassi, ed in quella casa. Io ero già oltre quei sassi e quella casa e non volevo misurarmi con loro, misurandomi infatti, avrei solo favorito il riemergere del  sentimento di quella che tu vuoi chiamare finitudine.”

Per evitarsi altre considerazioni filosofiche, Luciano decise di non interromperlo e il nonno riprese a raccontare.

“Comunque, seppure di controvoglia, rimisi a posto tutte quelle pietre e ricostruii i muri che l’incendio prima, e il tempo poi, avevano sbriciolato in un ammasso di macerie. Tra quel cumulo di sassi, diventato  tutt’uno con  le radici di piante e cespugli che vi si erano infiltrate, un giorno  mi capitò di trovare  uno strano oggetto.

 Il piccone ad un tratto aveva colpito qualcosa di metallico. Incuriosito, avevo poi rimosso le pietre con le mani, per raccogliere infine una sorta di contenitore  di metallo a forma di cilindro, molto grezzo e mal lavorato. Pensai che si fosse rovinato  nel calore dell’incendio. Era aperto da un lato, ma forse, così pensai, al momento dell’incendio era chiuso. Il calore aveva fatto dilatare i metalli facendo  uscire il coperchio, che giaceva accostato, vicino all’imboccatura.

Rigirandolo, ebbi la conferma che il contenitore  era vuoto. Quando lo capovolsi però, uscì della cenere. Ho così pensato che avesse  contenuto qualche documento che s’era bruciato nell’incendio, ma non ne potevo essere sicuro, e comunque da quella cenere non potevo ricavare ulteriori elementi per risalire né al contenitore né al contenuto.

L’avevo poi messo da parte, e preso dal lavoro, me n’ero anche dimenticato. Alla sera l’avevo lasciato lì, accanto al muro che stavo costruendo. Ma la notte rientrando a casa come al solito dall’osteria, pensai  di sognare...Non riuscivo a darmi ragione  di ciò che vedevano i miei occhi..

Tua nonna credeva ai miracoli ed alle streghe. Ma io no, io credevo soltanto a quello che vedevo e non a quello che raccontavano d’aver visto in tempi imprecisati e indefiniti. Ubriaco non ero, perché avevo bevuto solo un paio di bicchieri, eppure, passando davanti alla casa in costruzione, avevo visto  una luce.

Non era tuttavia la luce d’una pila, d’una candela o d’una lampada a olio, era una luce bianca. Mi venne in mente, per associazione d’idee,  che una volta  avevo visto nel bosco dei pezzi di legno marcio,  rilucenti come fossero di fosforo. La luce era la stessa, bianca di fosforo. Ma non c’erano tronchi, dove stavo lavorando.

Cercando di ragionare, al di là della  sorpresa, (una spiegazione logica ci doveva pur essere!) Mi resi conto che la luce veniva dal luogo ove avevo posato il contenitore di metallo. Anzi!  Era proprio quello strano oggetto  ad  emanare quella luce, più intensa di quella dei tronchi nel bosco, come d’un tronco che ardesse con fiamme bianche...

Si ha un bel voler essere razionali, ma di fronte a certi fatti la paura è istintiva! La cosa più logica che mi venne in testa fu quella di mettermi a correre per chiudermi in casa. Correndo avevo avuto la sensazione che quella luce mi stesse inseguendo, ma fortunatamente era solo una impressione. In casa mi ritrovai solo, (non potendo parlare di queste cose con tua nonna), senza riuscire a prendere sonno, cercando di darmi una possibile spiegazione.

Doveva essere stato un fenomeno di suggestione! Vedendo uscire la cenere, pensando a qualche carta che ci doveva essere, ero anche risalito con l’immaginazione a chi poteva averla scritta. Ora la casa era mia, perché l’avevo pagata. Ma la vita che c’era stata in quella casa non l’avevo pagata! Non ne sapevo niente!

Eppure guardando quei sassi che stavo raccogliendo e mettendo di nuovo sul muro, qualcuno aveva riso, aveva pianto, s’era disperato, come riflettendo sulle pietre i propri sentimenti. Quel muro che io rifacevo, c’era già prima ed aveva raccolto e conservato parole e pensieri. E in quel cilindro di metallo chissà quali segreti erano stati racchiusi. Chissà quali parole erano state impresse sulla carta, perché potessero restare oltre la morte… e invece il fuoco aveva distrutto ogni cosa...”

Si fermò, come attendendo un commento, ma Luciano era troppo interessato a conoscere il seguito della storia del vaso e lo lascio proseguire.

“Mi ero certamente lasciato suggestionare da queste riflessioni,” continuò. “Il giorno dopo comunque non toccai l’oggetto misterioso ed alla notte mi costrinsi a  ripassare davanti alla casa per convincermi che tutto era stato frutto dell’immaginazione.

E invece la luce c’era ancora! Anzi, forse più intensa del giorno prima! Ero deciso a non lasciarmi  giocare dalla fantasia. Pensavo che dovesse trattarsi d’un concorso di coincidenze, per il luogo, il riflesso della luna o chissà quale altro fattore, che comunque ci doveva essere una spiegazione naturale.

Il giorno dopo riesaminai l’oggetto attentamente.

 A parte la forma strana dovuta (mi convinsi) all’incendio che l’aveva fuso di nuovo, era soltanto  un oggetto di metallo. Forse di bronzo... anche se di metalli non ne capivo molto.

Volli allora accettare la sfida con la ragione e lo portai in casa, posandolo in un angolo dietro al focolare. Mentre  dalla finestra entravano le prime ombre della notte, nel buio l’oggetto parve riscaldarsi e poi incendiarsi come la legna sul focolare accanto. C’erano due fuochi, uno rosso, che si muoveva nell’agitarsi delle fiamme, l’altro bianco,  immobile ed appagato, come  in attesa della mia paura”.

“Non esci stasera?” Tua nonna sorpresa perché non uscivo come al solito per andare all’osteria, vedendomi guardare fisso il focolare, si deve essere anche preoccupata. Ma ancora più preoccupato ero io rendendomi conto che lei non vedeva la luce bianca. Glielo avrei voluto chiedere, se  vedeva la luce. Ma certamente  mi avrebbe preso per pazzo. Non aveva  espresso  alcun commento o mostrato  alcuna emozione. Era quindi evidente: non vedeva nulla di particolare,  non notava nulla di strano.

Vedevo solo io! Solo a me appariva la luce bianca sprigionata da quell’oggetto. Come mai? Sarei diventato pazzo se mi fossi messo  a cercare una spiegazione. Avrei tuttavia dovuto trovare una via d’uscita! E infatti la sera stessa mi venne in mente  una soluzione, dignitosa e intelligente allo stesso tempo,  che avrebbe potuto mettermi in pace con il pensiero di quell’oggetto.

Stavo appunto costruendo nel cimitero la tomba di famiglia e dovevo procurarmi un vaso portafiori. Pensai che quell’oggetto faceva al caso mio. Il giorno dopo lavorai di lena a fissarlo  al muretto della tomba. Mi sembrava importante riuscire a saldarlo  alla perfezione  per ancorare a quel muro anche il pensiero dell’oggetto e così  riuscire a dimenticarlo.

Non ci riuscii. Il mio convincimento d’essere oltre la morte, da quel giorno trovò un altro punto di riferimento in quell’oggetto. Invece che il portafiori, al muretto s’era ancorato il mio pensiero. Tua nonna ci metteva i fiori io invece lo vedevo sempre vuoto, e in quel vuoto si infiltrata e raccoglieva  il vuoto che mi sentivo dentro.

Ogni anno poi, alla sera dei morti, ho rivisto l’alone di luce bianca in mezzo al rosso dei tanti lumini. Ma é stato un segreto che ho mantenuto per me, che è  morto con me…”

Luciano avrebbe voluto chiedergli ancora  tante altre cose. Ma il nonno come riprendendosi e rientrando in sé dal mare dei ricordi, non gli aveva lasciato  il tempo per nessuna nuova domanda.

“Scusa,” gli disse bruscamente, come se all’improvviso si fosse ricordato qualcosa d’urgente da fare, “ti ho fatto perdere troppo tempo.

Come  ha detto il tuo maestro, devi utilizzare al meglio questi giorni  per ritrovare te stesso nella  storia…”

“Ma quali giorni? E quale me stesso?…”

La domanda era caduta nel vuoto, perché lui non c’era già più!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 4 - Birt.

 

A proposito del vaso, dopo tanto divagare il nonno invece che dargli delle risposte, era soltanto riuscito ad aumentare la sua curiosità. Ora sapeva come il vaso fosse finito sulla tomba. Che  ce l’avesse messo il nonno, era scontato, dal momento che era stato lui a costruire la tomba. Che l’aveva raccolto in una casa stregata, era un nuovo elemento che aumentava il desiderio di conoscere che cosa veramente fosse quello strano oggetto. Ma ciò che più lo intrigava era ora il fatto di  cosa avesse contenuto, e come fosse finito tra le macerie d’una casa bruciata da un incendio. Arrivando da dove?

Se in quello strano sogno si presentava sempre qualcuno ad esaudire i suoi desideri, avrebbe soltanto dovuto chiarirsi se preferiva risalire a ritroso la storia del vaso partendo da chi l’aveva lasciato nella casa, o se invece riteneva più importante conoscere prima l’origine dello strano oggetto, ed esprimere un desiderio di conseguenza.

“Non puoi banalizzare tutto a questo modo!” Era riapparso il maestro, o forse era sempre stato presente, e lui non se n’era accorto, preso come era stato dai discorsi del nonno, e l’aveva rimproverato con queste parole.

“Perché sarebbe banale stabilire da che parte conviene ricostruire la storia del vaso?” replicò stizzito.

“Perché è sciocco lasciarsi prendere dall’interesse per la storia del vaso, e dimenticare che l’oggetto può essere invece un importante strumento per ricostruire la storia degli uomini.”

Anche quando si faceva la collezione di frecce il maestro lo criticava, per l’interesse che mostrava per l’oggetto, fino a farsi un obiettivo della storia dell’oggetto in sè. “Se ti appassioni alla storia delle frecce, perdi di vista l’obiettivo vero della storia che deve essere soltanto l’uomo,” gli ripeteva continuamente.

“Che mai ti può interessare la vicenda di un vaso,” gli ripeteva anche adesso, “ora che hai l’opportunità di ricostruire la storia del nostro paese attraverso la testimonianza degli uomini che l’hanno scritta con le loro vite, a partire dal primo uomo che  per primo ha messo piede tra le nostre montagne?…”

Come se fosse stata evocata da questa citazione, Luciano avvertì che una nuova presenza gli si era avvicinata, pronta a rispondergli, aperta nel desiderio di esaudire le domande che le fossero state rivolte.

Intuì che si trattava del primo uomo che aveva abitato il paese e non riuscì a nascondere l’entusiasmo per l’opportunità che gli veniva data di risalire addirittura alla “notte dei tempi”.  Avrebbe voluto ringraziare il maestro, ma soprattutto avrebbe voluto vedere, questo suo primo compaesano, questo suo antenato preistorico. Ne avrebbe voluto vedere la faccia prima, e la foggia degli abiti, e poi avrebbe voluto che gli raccontasse della sua vita, di come era finito tra quelle  montagne,  a portare il primo segnale di vita al loro paese.

La nuova presenza rispose al suo secondo desiderio, come se glielo avesse espresso a parole.

Non trovò invece risposta il desiderio di vedere. Luciano aveva la sensazione che l’uomo primitivo ci fosse, anche se non lo vedeva. Una sensazione netta e precisa, come se nella stanza si fosse fatto buio d’un tratto, e non trovasse nulla di strano a continuare la conversazione con chi non vedeva, ma  sapeva che c’era, perché  l’aveva visto prima che fosse venuta  a mancare  la luce.

“Venivamo dalle pianure interne dell’Eurasia  dove si cacciavano i bisonti. Ci eravamo messi in cammino per trovare il mare...” prese a dire la nuova presenza.

“Perché il mare?” lo interruppe Luciano.

L’interlocutore ebbe un momento d’esitazione.

“Come faccio a spiegartelo?” riprese poi. “E’ una storia troppo lunga  e complessa. Non so se può interessarti!”

“Come no! Certo che mi interessa!” replicò Luciano con entusiasmo.

L’intensità del suo desiderio stimolò l’intensità e la partecipazione del racconto. Gli parve in qualche modo d’essersi  seduto, o adagiato per terra, per significare nell’atteggiamento la volontà di seguire con la massima attenzione. Anche il nuovo arrivato parve in qualche modo sedersi, come chi si appresta ad un racconto che richiede tempo, e s’accomoda per lasciarsi trasportare più liberamente dalle parole. Riprese a parlare…

E Luciano  ad ascoltare… come non aveva mai ascoltato prima. Vedeva infatti il racconto: le parole  si materializzavano in quello che volevano dire e rappresentare. Era come se potesse seguire  il filmato di quel che gli veniva raccontato, ed allo stesso tempo ne sentisse il commento, con le parole dello stesso protagonista.

 Ma nel filmato si riproduce una scena precedente. In quel sogno, (del quale, con disagio,  continuava a sentire la stranezza), come era avvenuto con il nonno, aveva la sensazione di vivere la scena, come  se la realtà si sviluppasse in quel momento, come se la storia nel racconto potesse ripetersi.

Viveva una scena reale, e non un racconto, perché le parole del narratore avevano la capacità di far rivivere la realtà. Non era la scena di una rappresentazione teatrale, che gli veniva raccontata come si era svolta, era una scena che veniva ripetuta, come se non si fosse mai svolta prima, ed egli non era in platea, ma sul palcoscenico e partecipava, vivendo la scena, assieme al protagonista, come una  controfigura che è riuscita ad immedesimarsi completamente nel personaggio.

 

 

I vecchi raccontavano che molto ma molto  tempo prima, c’erano solo ghiacciai, che la vita era difficile, che ci si doveva procurare il cibo, isolando le renne dal branco, sulle sterminate distese di ghiaccio, che si doveva vivere in grotte di ghiaccio...

Ma fortunatamente quei tempi erano passati!  Quando sono nato io, diceva  Birt, che Luciano non vedeva ma che  in un certo senso aveva l’impressione di sentire dentro di sé, “i ghiacciai erano rimasti soltanto sulle montagne”.

  Ed allora con Birt, (così  aveva detto che si chiamava, l’uomo della preistoria) attraverso le sue parole, come se attraverso i suoi occhi avesse potuto rivivere le immagini, Luciano vide una pianura sterminata, una steppa immensa coperta da una distesa d’erbe. Pensò alla pianura ungherese, ma più per una sensazione che per un riferimento preciso. In mezzo, a ridosso d’una grande collina, c’era un villaggio di tende fatte con  pelli di animali.

Vivevano cacciando i  bisonti. Quando la caccia in gruppo agli animali grossi  non riusciva, ognuno si dava da fare per procurarsi il cibo mettendo le trappole per gli animali più piccoli. Avevano sviluppato una particolare abilità nel catturare delle specie di lepri. Individuavano  le tane che queste facevano nella prateria  e ponevano all’imboccatura dei cappi, che venivano sollevati da un’asta di legno flessibile, quando l’animale vi si impigliava.

Sapevano anche prendere gli uccelli con gli archetti. Un ramo di nocciolo flessibile veniva piegato ad “u” e mantenuto in tensione da un filo di lana che collegava le due estremità.  Da un lato era annodato, dall’altro passava per un piccolo foro, in modo che, tirandolo, l’arco si stringesse. Con un piccolo pezzo di legno (la chiave), infilato nel foro, l’archetto veniva mantenuto allo stato di massima tensione. Veniva posto quindi in un cespuglio con un gheriglio di noce a far da richiamo. Quando l’uccello per beccare la noce  si posava sulla chiave, questa cedeva all’improvviso. Il filo, tendendosi, spezzava le gambe all’uccello, il quale restava appesa a testo all’ingiù in attesa che il cacciatore venisse a porre fine al suo strazio.

Già a quei tempi, pensò Luciano, l’uomo aveva iniziato a mostrare di quanta crudeltà fosse capace. Ma era solo per necessità. Solo più tardi, paradossalmente, con lo sviluppo di quella che si suole chiamare  civiltà, la crudeltà avrebbe potuto perfezionarsi per diventare  fine a se stessa.

Oz, era  il vecchio capo al quale  tutti dovevano obbedienza, perché i capi, si credeva, potevano parlare   con gli spiriti del male. Li potevano richiamare dalla terra madre, per mandarli a punire gli uomini ribelli. Solo i capi avevano il potere di ricacciarli nella terra, dopo che  erano usciti nella nebbia della prateria, portando la malattia e la morte. Solo un capo poteva riuscire a liberare il popolo degli uomini, dagli spiriti che portavano la morte. Per questo i capi venivano rispettati  e venerati.

Quando però il figlio di Oz era risalito dalla caverna nella quale aveva riconsegnato alla madre terra il corpo del padre, aveva raccontato al popolo degli uomini  che  la Grande Madre gli aveva parlato.

“La Madre Terra,” aveva detto, “dalla quale nasce il sole di giorno e la luna e le stelle di notte, dalla quale viene ogni filo d’erba ed ogni fiore della pianura, dalla quale vengono gli alberi e l’acqua, la Madre  alla quale ogni cosa ritorna, come è appena tornato mio padre, è arrabbiata con noi. Non vuole più che prendiamo i piccoli animali che si rifugiano dentro di lei, e ancor meno gli uccelli che la allietano con il loro canto. D’ora in poi mangeremo solo carne di bisonte! Ma per la caccia al bisonte, perché l’inseguimento  non vada a vuoto, è necessario che siamo più uniti. Uno solo deve comandare, e tutti  gli devono obbedire ciecamente.. Chi non rispetterà i comandi della Grande Madre, sarà, giustamente, sacrificato a lei.”

Così dicendo, il figlio di Oz aveva agitato nell’aria il grande bastone del comando, che era stato di suo padre. Ed a quel gesto, la Madre terra aveva preso a tremare sotto i piedi. Sembrava che stesse per aprirsi da un momento all’altro, per inghiottire tutto il popolo degli uomini. Tremava spesso la terra nel terremoto, ma quella volta non poteva essere stata soltanto una coincidenza...

Quando  smise, anche quelli che avevano sospettato che il figlio di Oz si fosse inventato il discorso per diventare capo assoluto, s’erano ricreduti. Tutti furono sicuri che la Madre aveva parlato al figlio di Oz, e che il figlio di Oz era veramente il portavoce della Madre sotto la volta del cielo.

Il figlio di Oz però non era giusto e saggio come suo padre. Il bottino di  caccia veniva diviso in parti diseguali: a lui ed ai suoi amici, le parti migliori, agli altri, (anche a coloro  che portavano il merito maggiore per la cattura del bisonte), quanto restava. Se qualcuno osava protestare, veniva condannato ad essere sacrificato alla Grande Madre.

 

 

I giorni si ripetevano sempre uguali nella grande pianura e sembrava che nulla potesse modificare il  destino  che doveva consumarsi tra quegli orizzonti, subendo le angherie del figlio di Oz e dei suoi amici. Ma il sole non s’alza mai nello stesso posto, e i giorni non è vero che sono sempre uguali infatti alla fine  un giorno apparentemente  identico agli  altri portò  la novità che avrebbe cambiato completamente anche la sua vita.

Quel giorno arrivò tra loro un uomo strano che diceva di venire dal mare. Loro non sapevano cosa fosse il mare. Non erano in grado di giudicare, se quello che diceva lo straniero fosse  vero o il frutto della sua immaginazione. Ma era bello alla sera starlo ad ascoltare attorno al fuoco.  Non si capiva se traesse le immagini dai suoi ricordi, o dalla sua fantasia, ma non aveva importanza.

Come vedevano finire la pianura  contro l’azzurro del cielo stellato, così, raccontava, c’era un luogo nel quale la terra finiva in una distesa d’acqua, che si perdeva all’infinito. Egli veniva da là.  Per poterlo immaginare, diceva, si doveva pensare che il piccolo lago dove venivano a bere i bisonti, non avesse la riva opposta, e si stendesse su tutto il resto della pianura fin dove l’orizzonte si confondeva con il cielo.

Questo si sarebbe anche potuto immaginare! Ma ciò che lasciava perplessi del suo racconto era l’affermazione che  in quei posti il sole non nasceva e tramontava dalla Grande Madre, ma dal mare!

Anche a quei tempi modificare le credenze era più difficile che convincersi delle evidenze!

Non e’ possibile! diceva anche il figlio di Oz. È la grande Madre Terra a custodire nella notte il sole, per farlo sorgere poi dalla parte opposta! Se il sole non attraversasse nella notte la terra, portandovi i semi della vita, come potrebbero nascere le erbe e le piante?

Sembrava evidente che lo straniero raccontava cose senza senso, eppure c’era un fascino in quel che diceva. Ogni giorno nuove persone finivano a credere alle sue parole. Soprattutto impressionava con il  suo discorso,  quando raccontava che gli uomini del mare vivevano mangiando pesce  raccolto nell’acqua in grande abbondanza e senza difficoltà. Ognuno per suo conto. Senza che ci fosse la necessità di avere qualcuno che comandava. Erano tutti liberi e tutti uguali tra loro!

 Venivano attratti dalle sue parole soprattutto quelli che si lamentavano delle ingiustizie del figlio di Oz. E in tanti cominciò a farsi strada l’idea che, per non continuare a subire  i soprusi ed a patire le ingiustizie, si sarebbe potuto decidere di seguire lo straniero.

Diceva d’essersi  messo in cammino per cercare il mare dall’altra parte della terra…

Come era sicuro di trovare  un’altro mare? Non lo era! Ma era sicuro che valesse la pena impegnare la vita nella ricerca. 

“Io ed  i miei compagni,” continuava  Birt, “eravamo  meno sicuri valesse la pena di rischiare la vita per cercare ciò che forse neppure esisteva. Ci convincevamo  tuttavia, ogni giorno di più, valesse la pena cercare se c’era un posto dove si poteva vivere senza sottostare alle angherie del figlio di Oz e dei suoi amici.”

Avevano preparato  la partenza in segreto. Pensavano che  il figlio di Oz si sarebbe opposto all’idea di perdere tante persone, delle quali aveva bisogno per la caccia al bisonte. E un giorno finalmente venne  l’ora che si erano prefissati. Aspettarono la notte e quando tutti si furono  addormentati nel villaggio, prima che sorgesse la luna, uscirono  dalle loro tende, con quello che avevano preparato, e si incamminarono, seguendo lo straniero che cercava l’altro mare.

Birt non si dimenticò di nascondere nella sua bisaccia  anche uno strano oggetto che gli aveva lasciato in eredità suo padre, raccomandandogli di non perderlo per nessun motivo. Anche lui, gli aveva detto, l’aveva ricevuto da suo padre, e questi dal padre di suo padre, fin dalla notte dei tempi. Era uno dei primi oggetti, che gli uomini avevano realizzato, appena conosciuta l’arte di lavorare il bronzo. Ma mentre gli uomini comuni si  erano limitati  a lavorare degli oggetti pieni come asce e lance, l’artista che aveva realizzato quell’oggetto, con una tecnologia assolutamente innovativa,  era riuscito a forgiare un oggetto vuoto all’interno.  Si trattava d’una sorta di contenitore di forma cilindrica, di circa cinquanta centimetri di lunghezza  e dieci di diametro, aperto da un lato soltanto. L’imboccatura, dall’altro lato,  era stata chiusa con un  tappo dello stesso materiale.

“Il vaso della tomba!” esclamò Luciano.

Birt sorrise a quella interruzione e riprese raccontando di aver più volte chiesto al padre che cosa ci fosse nel contenitore.

“L’energia che muove l’universo!” gli aveva sempre risposto. Non aveva mai replicato, non aveva chiesto ulteriori spiegazioni. Più che una risposta gli era sempre parsa una formula magica, e come tale, pensava, l’avrebbe conservata e trasmessa ai suoi figli,  perché la trasmettessero ai figli dei loro figli.

Egli, comunque,  più semplicemente, si era fatto l’idea che in quel cilindro ci fosse l’anima della sua gente, lo spirito  del suo popolo, e quindi l’origine del suo spirito. Aveva preso l’abitudine di rivolgersi  a ciò che c’era dentro al recipiente, chiedendo aiuto e protezione, e si era convinto, per tanti riscontri, di poter veramente ricevere conforto e protezione.

Mai gli sarebbe venuta l’idea di verificare cosa effettivamente ci fosse dentro al recipiente! Anche nel viaggio verso il mare, a differenza degli altri, avrebbe avuto con sè, nel contenitore,  lo spirito del suo popolo. Era quindi certo  che non sarebbe mai stato  solo.

Tanti altri dopo di lui avrebbero creduto anche in oggetti pieni. Almeno lui aveva il vantaggio di pensare che il vuoto dell’oggetto potesse contenere qualcosa di immateriale. Era più facile riconoscere poteri sovrannaturali al vuoto, che non alla concretezza del metallo…

Inoltre aveva quella sorta di parola magica sull’energia che muove l’universo, ad aumentare il senso del misterioso potere  dell’oggetto.

           

Quando la Madre terra aveva lasciato uscire la luna, erano già lontani. Si erano voltati per guardare un ultima volta il loro villaggio. Ma l’orizzonte aveva già inghiottito ogni cosa, la luna illuminava soltanto una prateria senza fine.

Solo allora si erano resi conto  che la  scelta fatta era assoluta e irreversibile, ed avevano provato un profondo  sgomento. Dietro a loro  non c’era più nulla, la pianura nella quale  erano nati era diventata un deserto dove non  sarebbe stato possibile rientrare, davanti li attendevano giorni e giorni di cammino e… forse, il mare...

Ma ci sarà veramente il mare?  si chiedevano alla sera, quando stanchi, dal  loro  giaciglio, guardavano le stelle. O è soltanto una fantasia dello straniero? Come si può impegnare la propria vita, sulla fantasia d’un altro? Eppure, di fronte alla possibilità  della riconquista della propria libertà, anche loro erano  arrivati  a scommettere se stessi contro un sogno.

Ma anche la scelta della libertà alla fine era diventata un pretesto per non ammettere che  il sogno dello straniero  aveva finito per prendere tutti. Già allora infatti gli uomini avrebbero voluto che la  vita fosse il sogno nel quale si realizza la proiezione dei propri desideri, e non esitavano a rischiare la vita, sulla possibilità di dare alla realtà i colori della speranza.

In effetti, di valli ove sarebbe stato possibile fermarsi in libertà, lontano dalle angherie del figlio di Oz,  ne avevano attraversate diverse.  Ma, non si erano fermati, tutti infatti si erano lasciati prendere dalla frenesia  di vedere, se dopo la nuova cerchia di montagne che chiudeva una nuova valle, si sarebbe finalmente visto il mare.

Birt aveva un motivo in più per fermarsi. Tea la sua compagna, stava per partorire il loro primo figlio, e faticava molto a stare al passo con gli altri. A tratti  la caricava sulle sue spalle robuste, e la  faceva riposare. Ma non bastava. Ogni giorno, lei si sentiva più debole e stanca. Non aveva il coraggio di  chiedergli  di fermarsi, ma ormai nei suoi grandi occhi  non si vedeva più il sorriso della speranza, ma solo il vuoto della paura e della  sofferenza.

Era dibattuto tra il dovere di fermarsi e il desiderio di proseguire. Se si fossero fermati, gli altri avrebbero continuato ad andare senza attenderli, e loro non avrebbero  avuto più  la possibilità di sapere se c’era veramente  il mare.

“Eccolo! Il mare!” gridò finalmente un giorno lo straniero.

Erano su una catena di montagne non molto alte, davanti alla quale si chiudeva un’altra catena ancora, che nel mezzo, proprio di fronte a loro,  lasciava un vuoto, quasi che  alla catena mancasse un anello. Attraverso questa apertura tra i monti,  vedevano distendersi in basso un’altra pianura sterminata, e, in fondo, una macchia d’azzurro, come se un pezzo di cielo fosse caduto al di qua dell’orizzonte.

“È quello il mare!” continuava a gridare lo straniero, preso dall’entusiasmo per la sua scoperta, mostrando con il braccio  e la mano e l’indice tesi, quello spicchio d’azzurro. Aveva finalmente realizzato il suo sogno, trovando conferma alla sua tesi che dall’altra parte della terra ci doveva essere un altro mare!

Da lì parte una nuova distesa d’acqua, che si perde all’infinito. Laggiù sarà possibile vivere senza cacciare...aggiungeva, agitandosi come impazzito per la gioia e cercando argomenti per trasferire anche agli altri il suo entusiasmo…

Laggiù era però ancora molto lontano. Ci voleva ancora qualche  giorno di viaggio. Gli occhi di Tea lo imploravano, e Birt decise di fermarsi.

Tanto, pensava, ormai sapeva dove era il mare! Avrebbe  potuto riprendere il cammino in qualsiasi momento, per raggiungerlo e ritrovare  i  compagni di viaggio.

“Andate!” aveva detto loro, salutandoli, “vi raggiungerò appena posso. Per il momento, noi ci fermiamo qui.”

Se n’erano andati scomparendo nel bosco che ricopriva le falde del monte, e sulla montagna dalla quale si vede il mare erano rimasti loro due, soli.

 Scendendo  lungo la pendici, per cercare un luogo adatto, ove costruire il loro rifugio, avevano trovato  un luogo tanto incantevole. Nella pianura dalla quale provenivano non avrebbero potuto neppure immaginare potesse esistere un luogo così. Sentirono che s’era realizzato positivamente il magico gioco delle coincidenze: loro avevano sempre desiderato un luogo come quello, e da sempre quel luogo aveva atteso il loro arrivo.

 Non erano partiti per cercare quella montagna. Anzi, erano lì soltanto perché  costretti ad  abbandonare gli altri dalle doglie di Tea. Ma l’incontro con quel luogo sentivano che non era casuale, qualcuno aveva fatto in modo che vi arrivassero.  S’erano fermati come il seme che a primavera, dopo tanto turbinare, il vento depone nel luogo più adatto per la crescita d’una nuova pianta. Quello era il posto che da sempre il vento aveva pensato per loro. Nelle coincidenze che guidano il mondo, quello era il luogo creato per loro, ed a loro era stata data l’opportunità di trovarlo per costruire il loro futuro.

Accanto al torrente la roccia rientrava come a formare una grande tettoia. In  fondo era fessurata, facendo intravedere  l’accesso ad una grotta. L’entrata era stretta, ma la caverna era invece molto ampia e asciutta. Davanti, il torrente scorreva per un tratto quasi pianeggiante, per poi precipitare in un cascata. Dove l’acqua del ruscello si perdeva nel salto, s’apriva come un’ampia balconata sul panorama della valle sottostante. Era meraviglioso! E dava sicurezza  pensare che la Madre Terra, chissà da quando, aveva preparato per loro quel posto…

 

           

Luciano avvertì che il suo interlocutore invisibile, aveva esitato un momento, quasi a prendere tempo per rivivere l’emozione del primo incontro con il luogo  nel quale  avrebbe trascorso tutta la sua esistenza. Provava  la stessa gioia, e, come immedesimandosi nelle sue percezioni, non soltanto vedeva ciò che l’altro stava vedendo, ma riviveva, attraverso di lui, le sue stesse emozioni. Sentiva  emergere lentamente dall’intrico dei ricordi, accatastati dal tempo  alla rinfusa, anche le sue emozioni, che, alla vista di quei luoghi, trovavano la forza per vincere la resistenza dell’oblio e si sovrapponevano a quelle di Birt...

Era  per lui il luogo ove da ragazzi andavano a giocare con l’acqua! Come nel ricordo di Birt, la roccia era ancora pensile sul ruscello. C’era  anche la fessura, ma dentro non c’era nessuna caverna, anche se in effetti avevano commentato più volte  la stranezza di quella sabbia che sembrava uscisse dalla roccia. Se avessero immaginato che quella era una caverna!... Sarebbe bastato liberarla dalla sabbia!…

“Ora é tutto cambiato,”  mormorò Luciano.

“No! Sembra tutto cambiato,” riprese a dire Birt infervorandosi “sono cambiati tanti particolari, ma il luogo è lo stesso, muove le stesse emozioni, parla agli uomini allo stesso modo... La grotta non c’è più,  perché le piene del torrente l’hanno riempita di sabbia, ma a fianco dell’imboccatura, l’incavo che ho ricavato scalfendo la roccia, al riparo dalle intemperie, è rimasto lo stesso.

 Mi ci sedevo di solito all’imbrunire. Nella  grotta, Tea cuoceva la carne per la cena. Il fumo usciva prepotente dalI’apertura nella roccia poi si perdeva leggero, in volte sempre più ampie ed evanescenti, contro l’aria argentata della sera. I bambini scherzavano tra loro, giocando nel torrente. La brezza salendo dalla valle, portava il  fruscio dell’acqua del fiume, ed era come se in quel suono, originato  dal  contatto dell’acqua con la terra,  parlasse la Madre Terra.

“Ed io nel mio pensiero parlavo a lei. La pregavo affinché  nella magia delle coincidenze, come aveva dato a noi la fortuna di trovare quel posto, potesse dare anche ai miei figli, ed ai figli dei miei figli, la possibilità di trovare risposte all’altezza dei  loro desideri”.

La pregavo e mi sorprendevo a pensare che l’Energia della vita  non fosse nelle rocce e negli alberi, ma nel respiro della valle, quando saliva con il fruscio del fiume, in un riflesso di luce, contro le montagne che sfumavano nella nebbia della sera. E mi prendeva allora la paura che la Madre Terra si potesse offendere e si vendicasse con noi con il fulmine, perché avevo pensato che per far nascere la vita  il raggio del sole fosse più importante dell’umore della terra.

La panca scavata nella roccia, limata dal tempo, non mostra più i segni del mio lavoro, pare  soltanto un sasso dalla forma strana. Ma quante volte anche tu ti ci sei seduto, al fresco dell’acqua e della roccia, a fissare la valle ed a pensare all’infinito?…”

 

 

Era vero! Per Luciano era diventato il luogo nel quale amava  ritirarsi per le  sue  riflessioni da adolescente, quando alle prime ansie,   suscitate dall’aprirsi della vita, si risponde con i sogni,  quando  prima di lasciarsi prendere e travolgere dall’abitudine, nel ripetersi  del quotidiano, si ha ancora la capacità di pensare all’infinito e all’assoluto. Quante volte, con un libro,  si era appartato sotto quella roccia, seduto su quell’incavo preparato per lui, pensava, dalla bizzarria del formarsi del universo!

 E invece ora scopriva che non era la bizzarria del caos, ma la volontà e il lavoro d’un uomo…

Era diventato il luogo del suo “infinito”. L’ermo anfratto dal quale si schiudeva solo una parte dell’ultimo orizzonte. Ove sedendo e mirando gli interminati spazi che si schiudevano da quella balconata sulla valle, cercava di  far  entrare nel suo cuore,  la profondissima quiete e l’infinito silenzio delle morte stagioni. Ed in effetti era come se qualcosa del passato fosse rimasto nell’atmosfera di quell’anfratto, tra la roccia e il torrente, ed egli lo riviveva nel suo respiro, lo intuiva con il suo stesso esistere.

Guardava l’acqua scorrere nel torrente, ne sentiva il frusciare sempre diverso sui ciottoli lisci, come una musica che  si sviluppa  sempre sulle sette note, ma le unisce in trame ogni volta diverse, per una sinfonia che si rinnova perennemente nuova. In fondo, dove il torrente spariva nella cascata, vedeva l’acqua traboccare nel nulla.

 Nel vuoto, finiva la foglia che aveva seguito con lo sguardo, mentre si faceva trasportare dall’acqua. Pareva che ad ogni momento  la foglia, galleggiando, riuscisse a fermarsi contro un sasso o contro la riva, ma poi d’un tratto la corrente la riprendeva, ed ora più veloce, ora lasciandola esitare in un vortice, la faceva precipitare infine fuori dalla sua vista. Nell’occhio che aveva seguito la foglia, entrava  allora il paesaggio della valle, che s’apriva dalla balza, ove l’acqua spariva e finiva nel vuoto dell’infinito.

“Si aveva l’impressione,” lo interruppe Birt, continuando con parole diverse il suo  stesso pensiero, “che la foglia si fosse trasformata in quel sottile velo di nebbia che riempiva la valle. E come la foglia, anch’io pensavo che avrei potuto trasformarmi in un filo di nebbia, in un riflesso del sole, per essere assorbito nel Sole!”.

 

 

Luciano era sempre stato affascinato dall’idea che nel sentiero sul quale muoveva i suoi passi, a ritroso nel tempo, di anno in anno, si erano  mossi altri passi, c’erano state tante altre esistenze di persone angosciate dal suo stesso sentimento di finitezza.  Diverse, come individui, calate ognuna in una diversa vicenda personale, in un diverso  contesto storico, e quindi con diversi pensieri, legati al quotidiano ed al rapporto con l’ambiente. Uguali però, come persone, nel sentirsi uomini, e quindi ugualmente prese dalla stesso senso di vuoto, per non riuscire a capire cosa significasse veramente l’essere uomini.

 Ora, nelle parole di Birt, trovava la conferma che a distanza di quasi tremila anni, su quello stesso sentiero, su quegli stessi sassi, soltanto un po’ più levigati, erano già passati gli stessi pensieri.

Il torrente, la roccia, la balza che s’apre sulla valle, non erano proprio le stesse. Ora, nel torrente più maturo, l’acqua scendeva più lentamente, la grotta era stata riempita dal succedersi di tante alluvioni, ma al di là dei particolari, l’ambiente nel suo complesso era  lo stesso. Uguale era l’atmosfera che vi si respirava. Uguali i pensieri!…

“È per questo che possiamo metterci in relazione,” concluse Birt, “ci conosciamo, perché ci uniscono le stesse emozioni, provate vivendo negli stessi luoghi.”

“Certo!” obietto Luciano. “Ma anche se abbiamo avuto lo stesso pensiero di fronte ad una foglia sospinta a valle dalla corrente, resta il fatto che tra il mio ed il tuo pensiero ci sono tremila anni di storia della filosofia e dell’umanità. Tu, ad esempio, da uomo primitivo, credevi ancora alla Madre Terra.”

“Se avessi continuato a crederci,” replicò, “forse in questo momento non riusciremmo a sentirci così in sintonia. Ti ho già accennato ai miei dubbi...”

E riprese il racconto della sua vita, come a teatro, quando il presentatore si ritira tra le quinte per riapparire nei panni del protagonista.

 

 

Dopo alcuni giorni, Tea aveva avuto  un bambino. L’aveva aiutata  a partorire nella grotta che avevano scelto come loro rifugio.  Quando le pareti di roccia avevano fatto eco al pianto del bambino che reggeva tra le mani, si era sentito  un gigante capace anche di sfidare la madre terra… L’essere che s’agitava tra le sue mani rude e callose, con quella carne così tenera e precaria, ancora in formazione, in quel primo contatto era entrato dentro di lui e sentiva che gli  avrebbe permesso di vincere la  morte.

Egli sarebbe  tornato alla terra, ma quella carne, sua e di Tea,  sarebbe rimasta, oltre la sua morte. La terra avrebbe vinto su di lui, ma il pianto  di quel bambino sarebbe stato  il suo  grido di vittoria su di lei.

Gli sembrava strano che proprio un pianto potesse essere il grido di vittoria dell’uomo sulla morte, ma restava comunque convinto che,  attraverso il pianto di quel bimbo, sarebbe passata la sua vittoria.

Cominciava  invece a preoccuparsi del sentimento di sfiducia e  dell’atteggiamento di sfida che sentiva crescersi dentro ogni giorno di più nei confronti della Madre Terra. Anche Tea con la quale, una volta seppure  soltanto per cenni, s’era confidato, era preoccupata.

“Non puoi,” gli diceva, “pensare che la Madre Terra è nell’aria o nel sole. Tuo padre, e il padre di tuo padre, e tutti i padri da sempre hanno insegnato che la Madre è quella che raccoglie il sole nella notte, per farlo sorgere dall’altra parte il giorno dopo. Ai tuoi figli devi insegnare quello che ti ha tramandato  tuo padre e il padre di tuo padre. Altrimenti un giorno o l’altro la Madre ti colpirà con il fulmine, per impedire che tu insegni ai tuoi figli cose sbagliate.”

Egli era un uomo coraggioso, ma del fulmine aveva tanta paura! Quando nelle giornate più calde si raccoglievano rapide le nubi del temporale, e il tuono si avvicinava minaccioso,  tutta la famiglia si raccoglieva nella  grotta. Stavano  vicini come se il contatto fisico potesse far loro superare  la paura. Ognuno si sforzava di respingere dentro il terrore, per mostrare negli occhi il coraggio che si imponeva di trasmettere agli altri.

 Ma quando il tuono si faceva vicino, e scuoteva la grotta, quando il fulmine crepitava  infuriato sugli alberi che fiancheggiavano il torrente e penetrava fin dentro al loro rifugio con il suo bagliore sinistro, allora i bambini non resistevano e scoppiavano a piangere.

Stringendoli a sé per rassicurarli, nel dovere di padre trovava il coraggio per  riempire il  suo cuore, in modo che non vi potesse trovare posto la paura del temporale. Tea invece si scostava, girandosi per non far vedere ai bambini, che  non riusciva a trattenere le lacrime. Sfogava allora il timore  e liberava la paura nella preghiera, mormorando tra sé:

“Madre perdonalo! Se non per lui, per l’innocenza dei nostri figli!”

 Quand’era tutto finito scherzava con i ragazzi prendendoli in giro perché avevano avuto paura, e li rassicurava dicendo che non c’era alcun motivo per temere. Ma in verità anche in lui, con il dubbio, era entrato il timore. La divinità se ci credi ti da forza e coraggio, nel dubbio incute paura. E lui aveva cominciato a dubitare della Madre Terra! Capiva, che non era giusto mettere a repentaglio la vita di tutta la famiglia, per i suoi dubbi, ma non riusciva a porre un freno ai suoi pensieri.

 Veniva attratto dal respiro dell’aria che entrava nel bosco e parlava sfiorando le foglie degli alberi,  dal calore del  sole che giocava con i suoi raggi, con le chiome frondose degli alberi, dalla valle che s’apriva umida, al tenue chiarore dell’alba, che s’acquietava stanca esalando gli ultimi umori, nei rossi bagliori del tramonto. Pensava allora,  che fosse quell’atmosfera  la Madre che porta l’energia della vita e che entrando  in lui lo faceva vivere quelle emozioni, lo portava a quei ragionamenti ed a quelle convinzioni.

 Gli pareva  evidente che l’Energia doveva essere nel  Sole che riscaldava quell’atmosfera, e non nella terra fredda e pesante e nella roccia dura e insensibile. Era l’aria che entrava in lui con il respiro ad essere figlia dell’Energia, e nel respiro anche lui diventava figlio dell’Energia.

 

Non c’era nessun’altra persona nella valle. Per quanto l’avesse girata sia sul versante nel quale si trovavano, sia sul versante opposto, dopo aver attraversato il fiume, nei periodi di magra quando la corrente non aveva forza, non aveva mai incontrato altri uomini.  Si può quindi facilmente immaginare lo stupore con il quale un giorno, mentre al limitare del bosco stava appostando gli archetti per gli uccelli, aveva  visto salire un uomo  sul versante erboso sottostante.

Fortunatamente il loro rifugio era dall’altra parte, e lo straniero non avrebbe potuto vederlo. Si era nascosto dietro ai primi cespugli, cercando di capire da come si muoveva, quali intenzioni potesse avere. Stringeva nervosamente la lancia, con la punta di bronzo, che si era  portato dalla prateria. La usava per la  caccia ed aveva imparato a non mancare i bisonti anche quando si muovevano velocemente. Nella valle, non c’erano orsi o grossi animali feroci, per cui non aveva mai avuto modo di usarla come arma di difesa.

Ora si apprestava a farlo con un suo simile!

Mentre lo guardava salire con il passo spedito di chi é abituato a camminare molto, pensava alla bizzarria del suo comportamento.

Aveva passato palmo a palmo la valle nella speranza di trovare un altro  uomo, ora che finalmente l’aveva trovato, e che  anzi gli veniva incontro, invece di accoglierlo felice, si preparava ad ucciderlo…

Non aveva senso! Eppure continuava a stringere con forza la lancia. La mano sudata scorreva nervosamente sull’asta, come a ricercare il punto ottimale per impugnarla, al momento opportuno.

Perché si sentiva attratto verso quel suo simile, e allo stesso tempo ne aveva paura? si chiedeva, senza sapersi dare una risposta che non fosse in quella lancia, stretta sempre più nervosamente. Aveva visto i falchi scontrarsi per dividersi la preda. Ma in quella valle c’erano prede per cento uomini.  Eppure si preparava ad usare la lancia. Forse era il ricordo della vita passata con il figlio di Oz, la diffidenza nata vivendo in una società dominata dall’ingiustizia e dall’inganno…

Lo straniero veniva proprio verso di lui! Avrebbe potuto colpirlo prima che arrivasse al limitare del bosco, senza che l’altro neppure se ne accorgesse. Oppure avrebbe potuto non farsi scorgere e lasciarlo andare. Seguirlo, solo per controllare che se ne fosse andato fuori dalla valle. Ma poi avrebbe potuto tornare!.. L’avrebbe sempre sentito come un pericolo incombente. Ad ogni frusciare del bosco, avrebbe pensato che potesse essere tornato lui: il nemico.

Se invece l’avesse ucciso, avrebbe avuto la garanzia  che nella valle non ci sarebbero stati pericoli,  anche per Tea e per i suoi figli.  

Aveva tanto cercato altri uomini per rompere il peso della sua solitudine. Ora invece pensava che soltanto nella solitudine, avrebbe trovato sicurezza!

Doveva comunque decidersi, perché ormai lo straniero era a pochi passi. Tra le foglie del cespuglio dietro al quale si era nascosto lo poteva vedere chiaramente. Si rese allora conto, con sorpresa, che i lineamenti di quel volto avevano qualcosa di familiare, e... finalmente lo riconobbe.

Era proprio lui: lo straniero che era venuto dalla terra che confina col mare, e che aveva voluto andare a scoprire  l’altro mare...

 

L’uomo del mare voleva proseguire il suo viaggio per tornare dai suoi a raccontare che cosa aveva scoperto. Come aveva immaginato, aveva trovato la conferma  che dall’altra parte della terra, c’era di nuovo il mare, ed era ansioso di informare la sua gente della scoperta.

Ma infine, di fronte  alle sue insistenze, aveva accettato di fermarsi alcuni giorni con lui.

Era un piacere stare ad ascoltarlo. Sapeva tante cose e parlava con la saggezza che viene dall’esperienza. Anche lui  credeva d’essere un saggio,  perché aveva imparato a  interpretare correttamente, ed a seguire fedelmente gli schemi di vita che il padre, e il padre del padre, gli avevano tramandato. Aveva sempre cercato di allontanare i  pensieri che sorgevano spontanei nella sua mente e lo trascinavano fuori dai sentieri che gli erano stati insegnati.

 Aveva soltanto ceduto un po’ ai dubbi sulla Madre Terra. Ma gli si erano imposti con forza, contro il suo volere. Quasi che  quei pensieri fossero nell’aria, nell’atmosfera della montagna che guarda al mare come  qualcosa che non puoi non respirare,  un odore del quale non puoi non restare impregnato.

  Ora invece, dai discorsi dello straniero, si veniva convincendo che la vera saggezza é quella di chi non ripete gli schemi ricevuti, ma cerca di reinterpretarli, vivendo l’assoluta originalità e unicità della propria esistenza nel mondo.

 Le regole della tradizione ricevute dai genitori, gli diceva lo straniero,  erano il fiume che scorreva nella valle e che avrebbe dovuto  seguire se avesse voluto arrivare al mare. Ma non per forza doveva entrare nel fiume, e lasciarsi trasportare dalla corrente. Tenendolo come riferimento, avrebbe potuto allontanarsi per scoprire il fascino del bosco, quando il cuore si perde assillato da mille presenze, o l’ebbrezza della montagna, quando il cuore s’inebria nel respiro dell’azzurro del cielo.

Avrebbe potuto fermarsi a guardare l’incanto d’un fiore o la perfetta organizzazione delle formiche, ad ascoltare il canto del cuculo uscire da lontano  dal cuore della terra, o il fruscio dell’acqua del torrente che lambisce i piedi stanchi per tanto cammino. Da ogni cosa avrebbe imparato qualcosa di nuovo, e si sarebbe fatta una propria esperienza, diversa da quella di suo padre. L’avrebbe  poi trasmessa ai figli, perché a loro volta l’usassero soltanto come punto di partenza, per farsene una propria originale.

Come erano diversi i discorsi dello straniero rispetto a quelli che aveva sentito da giovane da suo padre e dai saggi del suo villaggio!  Tanto più saggio è l’uomo quanto più fedelmente ripete le strade già percorse dai suoi avi, aveva imparato al villaggio. Tanto più saggio è l’uomo, gli diceva lo straniero, quanto più sa accumulare un bagaglio di nuove esperienze, per segnare l’assoluta originalità e diversità della propria persona, rispetto agli altri individui.

Sapeva tante cose lo straniero, e lui stava ad ascoltarlo senza accorgersi che il sole lentamente attraversava la valle. Ma doveva approfittare, perché sarebbe ripartito, ed a lui sarebbero rimasti infiniti giorni per guardare l’impercettibile avanzare  del sole, ripensando alle cose che aveva sentito.

 

 

Non gli aveva mai chiesto niente. Aveva solo ascoltato senza mai parlare, ma un giorno, mentre salivano assieme  sulla cima della montagna dalla quale si intravede il mare, aveva trovato il coraggio di interromperlo parlandogli dei suoi dubbi sulla Madre Terra.

“Io non ho avuto modo,” gli aveva detto, “di cercare come te sulla terra. Se Oz non fosse stato così ingiusto, e se tu non fossi passato per caso nel mio villaggio, vi sarei rimasto per tutta la vita. Non avrei visto le valli che abbiamo attraversato  assieme. Tanti ambienti naturali così diversi tra loro, tante albe diverse, e diversi tramonti. Ma pur nell’infinita varietà di sfumature, nella sostanza, tutto si ripete uguale: c’è sempre un sole che sorge e tramonta.”

“Non e’ importante quello che vediamo,” lo interruppe lo straniero. “È importante il segno che lascia in noi ciò che vediamo.”

“I segni in noi però,” replicava Birt, “possono cambiare anche  se non muta ciò che ci circonda. Cambiano i segni, se appena qualcuno li scruta. Sul greto del fiume, si può veder soltanto una striscia di sabbia. Se cerchi, scopri invece  una varietà infinita di piccoli sassi, diversi per forma,  colore o dimensione. Anche  nel chiuso del mio villaggio io cercavo. Ed ho continuato a cercare nel silenzio della mia grotta, mentre Tea mi guardava senza avere il coraggio di interrompere la trama dei mie pensieri. Ho cercato dentro di me!”

“E che cosa hai scoperto?” La domanda gli aveva fatto un grande piacere. Con quella domanda infatti lo straniero lo poneva sul suo stesso piano, anche se non aveva la sua esperienza. Lo considerava uno con il quale ci si confronta, non soltanto uno al quale si racconta. Ma lui, pur nel piacere del riconoscimento che gli faceva il saggio straniero, esitava ancora a parlargli dei pensieri che s’era fatto attorno alla Madre Terra.

“Vedi!” gli disse infine, “la stranezza é che dentro di noi si trovano conclusioni che invece sembrerebbe si dovessero trovare soltanto osservando la realtà.”

A questa affermazione lo straniero  parve ancora più interessato. Birt ebbe la sensazione di averlo sorpreso positivamente. Forse non s’aspettava di doversi rendere conto che un uomo isolato  senza  la possibilità di confrontarsi se non con la moglie ed i figli, potesse fare  considerazioni così profonde. Convinto d’aver ottenuto la stima dello straniero aveva infine trovato il coraggio di dirgli:

“Mi sembrerebbe d’aver  scoperto, dentro di me…E ti ripeto, so che può sembrare assurdo..(Aveva esitato ancora…) poi, tutto d’un fiato, come a volersi liberare d’un segreto ingombrante, aveva  aggiunto: io non credo più che sia la Madre Terra a far nascere il sole, ma al contrario sia questi a far nascere tutto ciò che vive sulla terra. Io credo sia il Sole e non la Terra,  il Principio d’ogni cosa.”

Birt, pronunciando queste ultime parole, aveva guardato fisso lo straniero  per vedere nei suoi occhi la  reazione. L’ avrebbe senz’altro considerato un grande sproposito, e già si preparava a giustificarsi in qualche modo. L’altro era certo  rimasto sorpreso, ma invece che uscirsene con esclamazioni di sdegno o di esecrazione o quantomeno di meraviglia, era restato  in silenzio, come se avesse voluto capire meglio la portata di quella affermazione.                                                                                  “Ecco!” riprese dopo un po’, “tu mi confermi che la verità che andiamo cercando fuori di noi sta già tutta in noi. Io  ho tanto camminato, soltanto  per trovare la conferma di quanto tu invece hai scoperto, semplicemente lasciando che la tua mente  camminasse dentro di te.”

“Cosa hai scoperto?” gli chiese Birt con ansia.

“Che da ogni parte la terra finisce nel mare, ed il mare, da ogni parte, sulla linea dell’orizzonte si fonde con il cielo. Non è la terra che al mattino, aprendosi come un fiore mentre l’alba si tinge di sangue, partorisce il sole. Non è nella terra che, a sera, tingendosi di nuovo del sangue della morte, il sole si immerge e svanisce, perché possa fiorire la notte. È dal mare invece, (che là si chiama oceano), che sorge il sole, ed é nello stesso mare, dall’altra parte della terra, che alla sera tramonta.”

“Ed allora?” chiese Birt che non aveva capito la relazione.

“Allora sono giunto anch’io alla tua stessa conclusione:  non è la Madre Terra l’origine d’ogni cosa. In un primo momento,  ero arrivato a immaginare  che fosse l’acqua, l’origine prima di tutto ciò che vive. L’acqua dell’oceano, sulla quale la terra galleggia come una foglia in mezzo allo stagno…”

“Ma chi, come me, non ha mai visto l’oceano,” obiettò Birt, “non potrebbe mai giungere a questa conclusione.”

“Appunto! Avremmo allora che la gente del mare, professerebbe la sua fede nell’Acqua, mentre nelle regioni dell’interno, si professerebbe la fede nella Terra. E questo è assurdo perché, evidentemente, il Principio dal quale trae origine ogni cosa, non può non  essere lo stesso, per tutti. Così ho pensato che l’unico elemento conosciuto assieme sia dagli uomini della terra che da quelli del mare, è il sole, e sono giunto anch’io a concludere che è proprio il Sole il principio di ogni cosa.”

E ne sei sicuro?, chiese Birt, felice di sapere che c’era un altro uomo che la pensava come lui, ma altrettanto convinto che non fosse sufficiente questo fatto, per arrivare a concludere che la loro affermazione  corrispondesse alla verità.

“No, purtroppo,” rispose lo straniero, “credo che tanti altri uomini debbano approfondire questa conoscenza, prima che l’umanità riesca ad acquisire, come elemento del proprio modo di vivere, e non solo come dato del proprio modo di conoscere, che Uno é il principio da cui trae origine ogni esistenza, e che l’uomo é figlio di questa Esistenza.

Nel frattempo l’uomo dovrà vivere l’ansia d’una ricerca mai appagata, la sofferenza per un rapporto incerto con la divinità, e quindi la paura di essere colpito e punito  per non aver fatto ciò che la divinità vorrebbe si facesse.”

“Allora anche tu hai paura?” lo interruppe Birt, scoprendo finalmente d’avere qualcuno con il quale condividere l’ansia, che aveva sempre cercato di nascondere a Tea.  Doveva rassicurarla dandole l’impressione di essere sicuro e tranquillo  e quindi  con lei non aveva mai potuto confidarsi appieno,  esponendole i suoi  dubbi e le sue incertezze.

“Certo che ho paura,” gli rispose lo straniero, “ma spero tuttavia sia ingiustificata. Spero che il Principio sappia capire ed apprezzare lo sforzo della ricerca, sappia valutare il desiderio di conoscenza, più che il risultato al quale l’uomo riesce a pervenire. Un Principio  che sa trovare ogni sera nuove sfumature per il tramonto del sole, che al mattino apre in modo sempre diverso la luce del giorno, che riporta nei prati colori ogni anno diversi, che fa giocare il vento  con le chiome degli alberi con voci sempre variate, non può non volere che l’uomo  lo ricerchi in forme sempre nuove, per un rapporto sempre più intenso e sentito. E questo in fondo che stiamo facendo!…”

“Si è questo che stiamo facendo,” ripetè Birt, “quasi a voler trovare sicurezza anche per sé nelle parole dello straniero.”

 

Presi dai loro discorsi, erano arrivati alla cima del monte  senza accorgersi del passare del tempo. Lo straniero trovò il luogo dal quale aveva visto per la prima volta il mare. Lo aveva voluto segnalare, accumulando una montagnola di sassi. Si sedettero accanto a riposare, lo sguardo fisso al mare, a quella piccola macchia d’azzurro, adagiata sulla linea dell’orizzonte, prima del perdersi della pianura nei grigi vapori del cielo.

“Ho trovato il mare!” disse infine, come parlando tra sé lo straniero, “ma non so che cosa sia. Da una parte e dall’altra della terra, inizia dalla  spiaggia, ma dove finisce? Per comprendere una cosa, e’ necessario conoscerne l’inizio e la fine. Anche del mare ora ho paura, perchè so dove comincia, ma non dove finisce...”

Birt non riusciva a farsi l’idea del mare che si stende come un lago senza la sponda opposta, ma capiva ciò  che lo straniero intendeva dire. Anche lui se ne stava ore a guardare il cielo che comincia all’orizzonte, ma non si riesce a comprendere dove possa finire. Guardava in silenzio  la vuota profondità del cielo. Si  sentiva come assorbito in quel vuoto senza limiti, nella percezione di venir sollevato e sciolto  nell’immensità del pensiero, come una nube che si disperde nello spazio infinito.

“Il mare è così grande,” continuava lo straniero, “e gli orizzonti sono così lontani, e il pensiero per ricomprenderli diventa così immenso, che pare esplodere nella tua coscienza, per schiacciarti nella sensazione della tua infinita piccolezza. Ti sorprendi allora persino  di avere il coraggio e la capacità di pensare al mare. Ma, forse abbiamo  questa possibilità, solo per rendere più viva in noi, la sensazione della nostra finitezza.”

Se tu avessi visto il mare, avresti visto una distesa d’onde che vanno, ed allo stesso tempo una distesa d’onde che vengono. Dove vanno? Forse, dove finisce l’oceano c’è il nulla, e le onde entrano nel nulla, per  poi ritornare dal  nulla. E in questo andare e tornare dal nulla, si sviluppa il divenire del mondo...”

“Dal nulla?” mormorò Luciano, che aveva sempre provato paura al solo pronunciare la parola. Quando di notte il vocabolo gli scivolava nella  testa, come un incubo invano respinto, gli pareva si sciogliesse nel buio della grotta  la stessa percezione  dell’esistenza di qualcosa di materiale attorno a sé. Si svegliava allora con l’idea  di cadere all’infinito nel baratro del nulla,  e la sensazione del vuoto gli restava dentro, come un peso che la luce del giorno non riusciva a eliminare.

Trovava allora conforto nel cilindro vuoto, che s’era portato dalla pianure dell’Eurasia.

 Vuoto? Se anche lo fosse stato, era pieno del suo pensiero, e  questo forse voleva dire la parola magica che gli aveva lasciato suo padre. “È il pensiero, l’energia che muove l’universo,” disse rivolto allo straniero. “Come il pensiero d’ogni persona muove la sua esistenza individuale, così il pensiero del Principio muove tutto l’Universo. Come il Pensiero  riempie il nulla del cielo, così il pensiero d’ogni individuo può riempire il nulla della sua esistenza.”

Lo straniero lo guardò, senza rispondere. Poi, s’alzò di scatto, come se d’un tratto si fosse ricordato di qualcosa d’importante e d’urgente da fare.

“Non ci resta che pregare,” disse. “Vorrei parlare al mare. Vorrei pregare il sole e l’aria e la profondità del cielo e l’immensità dell’oceano che non si sa dove finisce, perché è solo nella preghiera che, credo, sia possibile  placare la sofferenza del pensiero, a riempire il vuoto che alle volte dilaga dentro a noi e ci  travolge.”

“E che cos’è pregare?” chiese  Birt. Ma non ebbe risposta. Prese comunque ad aiutare lo straniero in ciò che aveva deciso di fare e stava facendo. Assieme, raccolsero nel bosco vicino tanti rami secchi, che accatastarono, intrecciandoli tra loro, proprio sui sassi posti a segnale del luogo dove s’era visto il mare. Costruirono una specie di torre quadrata, cava all’interno, poi aspettarono che si facesse sera.

All’imbrunire, quando dopo il tramonto del sole  le prime ombre della notte cominciarono  a distendersi, per velare le cime delle montagne, accesero il fuoco.

Il fumo saliva all’interno della torre di legno, e si fondeva con l’aria, perdendosi contro il velo nero della notte.

“Questa è la mia preghiera!” commentava l’uomo che cercava il mare,  mentre scendevano sul crinale della montagna. “Pensare d’essere il fuoco ed il fumo, che ho acceso con la mia pietra, e, seguendo il fumo, sentirmi perdere nell’immensità del cielo, e divenire elemento  di questa immensità, nella speranza di poterne far parte. Là dove l’occhio si perde nel mare, e l’acqua ed il cielo si toccano. Là anche  il fuoco della mia preghiera può toccare la distesa d’onde che si perde nel nulla. Pregando, io parlo al mare!”

Tutta la notte aveva continuato ad ardere  quel  fuoco, e quando i contorni del monte si erano persi  contro il buio del cielo, sembrava che in cielo si fosse accesa una nuova stella, più luminosa delle altre. Birt la guardava dalla sua grotta, e pensava al punto dove il cielo si congiunge al mare. Sarebbe stato mai capace anche lui di parlare al mare?...

 

 

Luciano nelle parole di Birt, aveva seguito una riflessione di tremila anni prima, ed era rimasto sorpreso a pensare a come il tempo fosse passato invano. Quei discorsi sembravano così attuali, solo coperti dal velo delle metafore. Ed ora guardava ardere quel fuoco sulla montagna, nello stesso luogo in cui anch’egli da ragazzo, assieme ai suoi compagni, aveva acceso il falò della notte di S.Giovanni.

Lo facevano più per gioco, che convinti della necessità di mantenere una  tradizione, come avrebbero preteso gli anziani.

Accendevano poi nel fuoco del falò, dei dischi di legno che lanciavano lungo il crinale, accompagnandoli con il grido d’una strofe, che ricordava le cose più importanti che nell’anno trascorso avevano segnato la vita del piccolo borgo. Le coppie che s’erano formate, quelle che s’erano sposate...

Vedeva volare i dischi di fuoco sul crinale del suo ricordo, e li vedeva sovrapporsi e diventare Birt e lo straniero che scendevano, con le loro ansie e le loro preoccupazioni. Quanti anni erano passati? Eppure, con lo stesso fuoco, ardeva  la stessa ansia, che dopo tanti secoli non aveva ancora trovato risposte. Anche quei ragazzi che ricostruivano con strofe scherzose le vicende  appena trascorse, o cercavano di immaginare gli eventi futuri del loro paese, in qualche modo si sforzavano  di confondere, nella simbologia del gioco, l’ansia per il loro futuro.

Dalla notte dei tempi veniva quel rituale. Un nome o un fatto gridati, e su quel nome e quel fatto la “cidule”, il disco di fuoco, lanciato contro il cielo stellato. Il disco si spegneva nell’aria, come a significare la finitudine  d’ogni fatto e d’ogni nome d’uomo. Nel lancio sembrava si volesse esorcizzare  la paura per un destino che non si riusciva ad  accettare, convincersi della speranza che  nell’infinito del cielo può  librarsi la luce del fuoco, mentre la rotella  di legno cade a terra spenta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 5 - Kia-zàs

 

“Da Birt a me c’è un millennio di quella che oggi si chiama protostoria. Un nome diverso per indicare un periodo più difficile da ricostruire per la mancanza di dati sufficienti, tuttavia una storia non diversa per gli individui che l’hanno vissuta. La storia d’un succedersi di giorni, resi uguali dalla fatica di vivere, dalla necessità di sacrificarsi senza sosta  per poter sopravvivere.”

Nella successione d’immagini del sogno, il fuoco visto con gli occhi di Birt era diventato per Luciano quello d’una scena della propria vita. Dalla dissolvenza anche di questa immagine, prima ancora che ne emergesse una nuova, queste parole quasi uscite dal nulla, l’avevano anticipata. Le scene di prima s’erano dissolte nella nebbia, e dalla nebbia usciva una voce, e infine, attorno alla voce, la sensazione d’una nuova presenza

Dalle parole Luciano capì che un altro aveva preso il posto di colui che s’era presentato come il  primo abitante del paese. La sovrapposizione naturale del nuovo arrivato a quello di prima, come se tra loro ci fosse una intesa, in una continguità immediata, rendeva bene l’idea della continuità della storia.

Le sue parole a precisare  che li separava in verità l’arco d’un millennio, sembravano invece voler significare che un attimo o un anno o un secolo o un millennio, sono in un certo modo sinonimi, perché tutto il passato è riconducibile all’attimo soltanto, che viene immediatamente prima dell’attimo nel quale viviamo.

In quei mille anni, prese a raccontare il nuovo arrivato, attorno alla grotta di Birt era sorto un paese. All’inizio, crescendo il numero degli abitanti, si erano cercate sulla montagna nuove grotte da abitare. Poi si era trovato il modo di costruire della capanne di legno. Si finì anche per scoprire che lo stare assieme aveva una serie di vantaggi, e si raggrupparono le capanne formando dei villaggi.

“Ma questo avrebbe dovuto raccontartelo ancora Birt, al mio arrivo il villaggio c’era già” chiosò la nuova presenza.

Appunto, aveva pensato anche Luciano,  l’uscita di scena così improvvisa di Birt, avrebbe dovuto prevedere nel copione il rientro in scena il maestro, a spiegare alcuni passaggi che non si riuscivano a cogliere per la successione troppo veloce delle comparse.

Del vaso sulla cui vicenda si stava concentrando il suo interesse aveva appreso soltanto che era stato  Birt a portarlo. Ma dal racconto del nonno aveva anche capito che dentro ci doveva essere stato qualcosa. Che cosa? Birt non l’aveva mai aperto e forse veramente non si era neppure mai posto il problema di sapere che cosa contenesse, e comunque se n’era andato così in fretta da non lasciargli neppure  il tempo di chiedergli  a quale popolo appartenesse.

Questa ultima sua considerazione fu subito intercettata dal nuovo arrivato come una domanda alla quale si sentì in dovere di dare una risposta. “I nomi,” riprese a dire infatti, “sono soltanto inutili  elementi di erudizione, oggetto di futili discussioni e di studi tanto profondi quanto vuoti. Potresti dire che il primo abitante era un paleoveneto, ma se ti fa piacere lo potresti anche pensare come paleocelta. Anzi, quest’ultimo termini forse ti lascia meglio intendere la continuità che c’era tra noi, pur separati da un millennio di storia, o protostoria che dir si voglia.

Birt era arrivato con le prime migrazioni delle  popolazioni indoeuropee, (o celtiche se preferisci), stanziate nell’Asia  centrale, verso l’Europa. Nello stesso tempo anche i miei antenati avevano migrato ma si erano fermati in quella che per voi è oggi l’Austria settentrionale.”

E  dalle parole emerse la scena, come in un film montato soltanto  con il sonoro sui primi fotogrammi in nero .

Luciano si vedeva una miniera. Dentro alla montagna, gallerie senza fine illuminate a tratti da qualche fiaccola. Un intrico di cunicoli più o meno larghi, più o meno profondi, e tanti uomini come formiche aggrappate alle pareti a scavare.

“È la miniera di sale di Hallein” disse presentando la scena ed a commento aggiunse, “l’economia determina le modalità d’organizzazione della società.”

Proseguì quindi spiegando che il loro  popolo aveva una cultura che valorizzava al massimo l’individuo, ma quando emerse il vantaggio che sarebbe derivato, da una organizzazione ferrea ed efficiente, per lo sfruttamento della miniera di sale, si formarono subito le gerarchie, e si sviluppo la cultura religiosa che giustificava e legittimava il nuovo modello organizzativo.

I Druidi che erano prima  i loro capi spirituali, i loro poeti, divennero i capi d’un sistema che trasformava le persone in animali da scavo. Molti di loro tuttavia si portavano dentro il ricordo di quello che era stato in passato il popolo dei Celti. Di padre in figlio si erano tramandati i valori della loro cultura, l’amore per l’indipendenza, il piacere della libertà, del rapporto diretto con la natura. Ogni volta che dalla miniera uscivano a rivedere la luce, il ricordo si faceva struggente e diventava per tanti impellente il bisogno di riconquistare la libertà.

Ogni giorno c’era qualcuno che fuggiva. Ma troppo spesso le guardie dei capi riuscivano a rintracciare i fuggitivi e quasi ogni giorno si doveva assistere nella piazza del villaggio alla decapitazione di qualche scavatore  che era stato ripreso. Come condanna a chi tentava la fuga,  veniva mozzata la testa, per punire la parte del corpo  che aveva nutrito il pensiero sacrilego di poter disubbidire ai Druidi.

Continuò a raccontare d’essere vissuto anche lui per anni dibattuto tra il desiderio di rischiare la vita per riprendersi la libertà, e il calcolo di convenienza per il quale non valeva la pena di mettere a repentaglio la vita, anche se ridotta soltanto allo stato di una pura sopravvivenza senza alcuna dignità. Ma un giorno, finalmente, anche in lui aveva vinto il desiderio di fuggire, e per fortuna o per abilità, o per fortuna ed abilità assieme, la fuga gli era riuscita. Dopo peripezie indicibili con un angoscia spaventosa, ce l’aveva fatta a  far perdere le sue tracce alle guardie della miniera che lo inseguivano.

Aveva preso allora a camminare senza sosta  verso il sole di mezzogiorno, verso la libertà. Uscito dalla valle delle miniere del sale aveva attraversato tante altre valli, superato tante catene di montagne, incontrato tanti villaggi, ma non aveva mai ritenuto di doversi fermare. Sentiva di dover andare ancora, senza sapere dove, senza sapere perché, ma ancora…. Sempre più lontano dal ricordo degli anni passati in schiavitù.

Era giunto  così anche lui un giorno sulla montagna dalla quale si vede il mare. Ma non l’aveva visto  quel giorno il mare, perché la montagna era avvolta nella nebbia e pioveva.

Pioveva da giorni, pioveva senza sosta. Non aveva mai vista tanta acqua sulle montagne del sale. Non era riuscito a trovare nessuna grotta per ripararsi. S’era dovuto accontentare d’un riparo che era poco più di una buca, sotto ad uno spuntone di roccia. A impedirgli di proseguire c’era un torrente, diventato impetuoso ed invalicabile per le piogge di quei giorni. Avrebbe dovuto risalire a monte per poterlo attraversare.

Mentre dal suo rifugio guardava al torrente che precipitava da balza a balza con un rumore assordante e con un impeto irresistibile, aveva notato che al di là c’era una grotta. O meglio si intuiva che c’era stata, perchè al momento al suo imbocco il torrente aveva depositato un cumulo di sabbia che l’aveva quasi riempita. S’era addormentato con il pensiero che il giorno dopo avrebbe attraversato il torrente per visitarla.

Fu svegliato nel cuore della notte da un frastuono terribile. Come se a monte avesse ceduto una qualche diga, il torrente s’era ingrossato in modo spaventoso. L’acqua rotolava con forza come una valanga, schiumando, trascinando sassi, rami, alberi interi. La grotta dall’altra parte non si vedeva più, il torrente era tracimato e l’aveva coperta.

Era durato tutta la notte quel disastro, con il torrente come una furia scatenata che sembrava volesse portarsi a valle tutta la montagna. Il giorno dopo aveva finalmente smesso di piovere, e come si vede spesso in montagna, il torrente s’era acquietato rapidamente, come un energumeno che ha sbollito l’ira, ritirandosi  nell’alveo naturale.

L’avrebbe anche  potuto attraversare con un po’ di precauzione, come un qualsiasi torrente di montagna, ma per non correre rischi era risalito un po’ per ridiscendere sulla riva opposta, e s’era trovato davanti la sorpresa d’una grotta nuova, come se fosse stata costruita nella notte proprio per lui. Con la furia di poche ore il torrente  aveva asportato tutta la ghiaia  accumulata pazientemente nel corso dei secoli.

 La grotta era di nuovo libera, come ai tempi di Birt. Il torrente avrebbe ripreso a portarvi sabbia per riempirla di nuovo, come l’avrebbe poi vista Luciano. Ma intanto era disponibile, grande come l’aveva immaginata, appena l’aveva intravista la sera prima. Se non per fermarsi definitivamente, gli poteva servire per riposarsi qualche giorno.

Il tempo e l’acqua avevano cancellato ogni segno della precedente occupazione, non c’era nulla che potesse far pensare che era già stata abitata. La corrente del fiume ripulendola durante la notte, aveva però portato alla luce un oggetto che vi era stato nascosto o vi era stato abbandonato.

Era appunto quella sorta di cilindro di metallo che Birt s’era portato dall’Eurasia!

Avrebbe potuto nasconderlo di nuovo. Avrebbe potuto tenerlo per sé. Pensò invece che non era cosa sua e che l’avrebbe portato al villaggio più vicino, per chiedere se qualcuno ne sapeva qualcosa, se qualcuno l’aveva perso. Ci sono decisioni che ti cambiano la vita, ma della cui portata ti accorgi solo dopo averle prese, e quella era proprio una di queste!

 Stava entrando al villaggio situato sul pianoro sovrastante la grotta, tenendo tra le mani lo strano oggetto, quando incontrò un vecchio. Avrebbe voluto porre a lui le domande sul cilindro, ma questi aveva preso ad arretrare spaventato come se avesse visto qualcosa di terribile. In un primo momento aveva pensato che il suo aspetto non doveva essere dei più raccomandabili dopo una vita in miniera e tanti giorni di cammino. Ma si tranquillizzò subito sul suo aspetto e si preoccupò ancor di più chiedendosi in quale pasticcio si fosse cacciato, quando il vecchio, continuando ad arretrare, cominciò a gridare: “Il vaso! Il vaso!”

Alle grida del vecchio si era raccolta nella strada tra le capanne una piccola folla che aveva preso ad inchinarsi e ad inginocchiarsi davanti a lui, come in adorazione di qualcosa. “Il vaso!” mormoravano, come se la parola fosse una formula magica o la formula d’una preghiera.

Seppe poi d’una leggenda che si tramandava al villaggio, su un vaso che era stato nascosto dal primo dei Druidi. Nel vaso era stato incardinato con un sortilegio il destino del villaggio, e chi l’avesse trovato avrebbe avuto il potere su tutte le capanne della valle.

Aveva obiettato che quello che aveva tra le mani  era una sorta di cilindro, non un vaso!

Gli avevano spiegato che era una strana forma di vaso al quale il primo dei druidi aveva chiuso l’imboccatura perché vi restasse conservato il potere, come diceva la leggenda.

Come se fosse stato una persona importante lo avevano accompagnato nella capanna più grande, continuando a professarsi suoi servi.

“Che coincidenze!” non aveva potuto trattenersi dal commentare Luciano”

“Si ha un bel credere alle coincidenze!” replicò l’altro, “ma ciò che gli stava capitando era veramente paradossale! Come persona i suoi simili l’avevano ridotto ad una macchina da scavo, ed ora perché si era presentato tenendo tra le mani un oggetto, trovato per caso (che per quanto potesse avere una sua storia, restava pur sempre un oggetto), da schiavo era diventato un uomo di potere.

 Strano animale l’uomo che attribuisce più valore ai simboli che alla sostanza delle cose!”

Aveva quindi ripreso a raccontare di come In un primo momento aveva pensato di lasciare nella capanna il cilindro, (o vaso che dir si voglia secondo gli abitanti del  villaggio), e di fuggirsene come aveva fatto in miniera, riconquistando la propria libertà. Da schiavo dei capi della miniera, c’era il rischio di finire per diventare schiavo di un oggetto e del potere che gli veniva attribuito.

Riflettendo con calma i giorni seguenti si era reso conto però che, pur attraverso la stranezza di quel casuale ritrovamento, e delle strane convinzioni degli abitanti di quel villaggio, gli si era presentata  una grande opportunità, una prospettiva affascinante per la sua vita.

Da sempre s’era lamentato e avrebbe voluto ribellarsi perché qualcuno esercitava su di lui un potere ingiusto. Ora gli si presentava l’occasione di dimostrare che era possibile esercitare il potere, in modo giusto.

Un oggetto gli aveva conferito il potere, stava ora a lui decidere come esercitarlo!

Divenne così il Druido della valle, il capo di tutti i Druidi che esercitavano il loro potere nei vari villaggi.

 

Luciano era emozionato all’idea di trovarsi davanti un celta. Aveva letto tanto della storia di questo popolo. Ma non avendo lasciato nulla di scritto, era possibile risalire a loro soltanto attraverso congetture, interpretando frasi scritte da autori latini e greci che probabilmente avevano travisato tutto ciò che riguardava la cultura d’un popolo, così lontano dalla loro mentalità.

Quello strano sogno gli dava ora l’opportunità di risalire direttamente alla fonte. E per giunta con un celta che dimostrava d’avere una profonda preparazione culturale, vissuto proprio in uno dei momenti  più importanti dello sviluppo della cultura celtica: la civiltà di Halstatt.

Aveva la sensazione d’essere nella capanna del Druido, come se l’era immaginata nei suoi studi. Un muro circolare alto circa un metro a fare da base, e sopra l’intelaiatura di legno coperta da scandole. Al centro il focolare, con il fumo che usciva in alto al vertice del cono.

Intuendo il suo desiderio, come aveva fatto anche Birt, s’aspettava che iniziasse a parlare di come vivevano, di quale fosse la loro cultura, la loro religione.

“Mi chiamavo Kia-zaas”, prese infatti  a dire.

“Ma è il nome del mio paese!” lo interruppe Luciano.

“Del nostro paese,” obiettò lui.  “Sì, certo, è da me che ha preso nome il paese.

“Finalmente allora potrai spiegarmi la stranezza di questo nome che dal originario friulano “Chiazàs” per merito di qualche ignorante scribacchino comunale è diventato in italiano l’orribile Cazzaso.

“Non è facile tradurre in un’altra lingua, quando la nuova manca dei fonemi della prima.  Il “k” iniziale con cui si può riportare il nome in italiano, nella nostra lingua, come dovresti sapere, era invece un modo di pronunciare la “c” come palatale aspirata che è rimasto soltanto nella lingua friulana. Ma c’è qualcosa che non solo lo scribacchino del Comune ma neppure i più grandi studiosi non hanno capito: il valore di quel “kià” iniziale. Nella nostra lingua il prefisso “kià” apriva tutti i nomi propri di persona, ed anche i nomi più significativi di cose, ed i verbi più importanti, e qualcosa è rimasto anche nella vostra lingua, il friulano.”

“Non ci avevo mai fatto caso.”

“Prova a pensarci. Comunque per noi in quel “kià” c’é la chiave di volta per capire la nostra cultura. Kià è la coscienza di esistere dell’essere che si incarna nell’uomo nella dimensione del visibile, che vive attraverso i sentimenti e le emozioni il rapporto con il mondo fisico, ma che può vivere anche senza il corpo ed oltre il corpo, nella dimensione dell’invisibile.”

“Il ka degli antichi Egizi”, lo interruppe Luciano.

“In un certo senso, ma in una concezione più evoluta dell’idea. Nell’interpretazione dualistica che aveva caratterizzato tutta la cultura mediterranea, gli egizi pensavano ad un anima Ba che risiedeva nel Ka, per staccarsene con la morte, lasciando il Ka a convivere con la mummia del defunto. No. Per noi il Kià è unico, e può vivere contemporaneamente nella dimensione del visibile e dell’invisibile. Dopo la morta, il Kià  torna nella dimensione dell’invisibile, ma continua a vivere anche  nella dimensione del visibile, finché c’è un pensiero che lo mantiene in vita, finché c’è il ricordo di qualcuno che lo tiene legato al mondo visibile. È questo che da un senso al culto dei morti!..”

“Ma quindi credevate alla vita eterna?”

“Certo. Non certo all’esistenza d’un altro mondo, o alla possibilità per la carne di risorgere. Credevamo che la coscienza di esistere possa sussistere e vivere anche senza il corpo. Credevamo ad una realtà nella quale può coesistere il visibile con l’invisibile, compresenti ma impossibilitati a comunicare perché in una diversa dimensione”.

Luciano avrebbe voluto che continuasse a parlare all’infinito d’un argomento che tanto lo appassionava

Prima gli era dispiaciuto che il Birt si fosse dissolto senza dirgli qualcosa di più del vaso. Ora l’interesse sul vaso era passato in secondo piano rispetto alle riflessioni del celta sul “kià”.

E invece la nuova presenza, disattendendo questa volta il suo desiderio di sapere, quasi volesse restar fedele al silenzio che i celti si erano imposti per fare in modo che la cultura del loro popolo finisse con la morte del popolo, cambiò discorso e prese a parlare proprio del suo rapporto con il vaso.

 

Il suo più grande problema, aveva ripreso a dire, era stato quello di riuscire a staccarsi dal vaso. Capiva bene che il suo potere derivava da quell’oggetto, ma in qualche modo doveva riuscire a far sì che quel potere passasse dal vaso a lui, senza che nel trasferimento si producesse quel vuoto che avrebbe lasciato senza potere sia lui che il vaso.

Ebbe così l’idea di inventare il culto. Avrebbe dovuto suscitare un sentimento di profonda devozione per il vaso, proprio in quanto vuoto. Lui avrebbe così potuto diventare la voce del vaso. Lui avrebbe potuto dare le risposte che la gente chiedeva attraverso la devozione al vaso.

Ma era proprio vero che il vaso era vuoto?

Nessuno l’aveva mai aperto, solo chi l’aveva costruito poteva sapere se dentro c’era qualcosa. Per i suoi fini era importante che fosse vuoto, e non aveva nessun interesse a risolvere l’enigma.

Era invece importante trovare un luogo adatto ove poter onorare e venerare il vaso. Pensò al bosco di querce ai margini del pianoro di Marcilia. In mezzo c’era un grande blocco di pietra a forma di piramide dal quale sgorgava una piccola sorgente.

“Non sono querce ma castani,” obiettò Luciano, “e l’acqua esce a lato, non dal sasso.”

“Sono cambiate tante cose. È cambiato il clima, è cambiata la vegetazione, i terremoti hanno chiuso o spostato le sorgenti, ma il senso della sacralità del luogo è rimasto, come un profumo d’incenso che resta anche dopo spento il turibolo. E tu ne sai qualcosa…”

“Che cosa dovrei sapere? Certo so che il luogo è suggestivo, ma la sacralità è un’altra cosa…”

Non gli rispose. Continuò a raccontare che aveva fatto scavare nella pietra una nicchia nella quale incastonare il vaso con sotto la scritta “kia”. Tutta la gente della valle aveva preso a frequentare il luogo, ed ogni volta che nel bosco di querce si raccoglieva una piccola folla egli dava voce al vaso.

Il vuoto del vaso, diceva, è l’immagine dell’infinito, l’immagine di Dio. Per vivere l’infinito, per farlo entrare in noi, e necessario immedesimarsi nel vuoto del vaso fino a farlo entrare in noi. Il vuoto che si forma dentro di noi, richiama quindi in noi l’infinito.

 Dio non è un concetto, non è una idea. Dio nella realtà dell’infinito è il vuoto che non riusciamo ad immaginare e concepire. Dio nella realtà del divenire è l’emozione del Vuoto che l’uomo si porta  dentro, che riesce ad anticipare ogni volta che riesce ad uscire da sé ed immedesimarsi nel vuoto che lo circonda, sentendosi grande di fronte allo spettacolo della natura, di fronte al miracolo della vita che si sviluppa attorno a lui.

Mentre Luciano si sforzava ci comprendere questi concetti e s’aspettava altre parole a maggior chiarimento, ebbe l’impressione invece che il suo interlocutore si fosse dileguato.

Dove? Perché? Con tutte le domande che ancora avrebbe voluto fargli! Forse, pensò e sperò, che sarebbe tornato, che in qualche modo gli sarebbe stato possibile  incontrarlo di nuovo nel corso di quello strano sogno, per poter continuare il discorso…

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 6 - Marcilia.

           

Avrebbe voluto almeno fermarsi a commentare quella strana idea di incastonare un contenitore di metallo in un pietra in mezzo al bosco. Ma non c’era modo. Kia-zàs s’era purtroppo dissolto, come era avvenuto per Birt, e,  almeno per i momento, non era possibile riprendere il contatto.

Sentiva quindi l’esigenza di rivedere il maestro per chiedere spiegazioni. O comunque di incontrare qualcuno in un rapporto di confidenza tale  che gli consentisse  di fare le domande ed avere le risposte che gli dessero la possibilità di capire meglio la situazione che stava vivendo.

La risposta al suo desiderio si concretizzò immediatamente. Come un respiro che nella brezza della sera esala dalla valle percepì che gli si era accostato  qualcun altro che voleva presentarsi....

Capita alle volte di  ritrovare un grande amico d’infanzia e di non riuscire a riconoscerlo perchè profondamente mutato.  E’ una sensazione decisamente spiacevole...

Stava appunto provando quella  sensazione. Avvertiva che c’era accanto a lui qualcuno che avrebbe dovuto riconoscere, una presenza alla quale era unito da  una grande intimità di sentimenti, eppure non riusciva a metterla a fuoco nella sua memoria, a ricomporla   nel ricordo, per  capire di chi si trattasse.

Il suo imbarazzo era grande  perchè si rendeva conto che non poteva non sapere chi fosse, per la sensazione d’una profonda e intensa reciproca conoscenza, che avvertiva di avere nei suoi confronti. Ma la mente non riusciva a dar un volto  al sentimento.

Lei, una bella ragazza molto giovane (intuita nella bellezza  e nella giovinezza, pur senza distinguerla nei particolari), ebbe un sorriso dolce  di comprensione e poi gli disse: “Sono Marcilia”.

Il suo imbarazzo si accentuò: si era anche presentata, ma il suo nome non gli diceva proprio nulla. Anzi, un nome di donna così strano ed originale, era sicuro di non averlo mai sentito. Non sapeva come dirglielo, come riuscire ad aprire il discorso, scusandosi. Dopo lunghi attimi d’esitazione, nella vana ricerca d’una qualche giustificazione per non dover ammettere un vuoto di memoria così totale, fu costretto  a dire:

“Mi dispiace! , ma la novità del luogo.... il sogno... , sono un po’ frastornato, non riesco a ricordarmi... Per me, in questo momento, purtroppo…Marcilia,” concluse infine tutto d’un fiato, “è soltanto  un nome di luogo, al quale si è appena riferito chi ti ha preceduto...”

“Sei sulla strada!” riprese lei ridendo della sua confusione. “Il mio nome, come spesso accade, è rimasto al luogo dove sono stata sepolta.”

Ma allora, pensò tranquillizzandosi, è una presenza che viene dai tempi passati come Birt e Chia-zàs  E’ lei che mi conosce! Ho sbagliato io  nel pensare che avrei dovuta conoscerla...

“Non ti sbagli! Mi conosci, ed  anzi anche molto bene!” intervenne subito lei a correggere il suo pensiero. “Non hai forse una particolare attrazione per la località di Marcilia?”

Era vero!. Si tratta proprio della sella di monte, a mezz’ora di strada dal paese, alla quale aveva appena finito di riferirsi Kia-zàs. S’apre sulla valle, ed attraverso il varco tra le montagne, dal quale Birt aveva potuto vedere per la prima volta il mare, nelle giornate limpide, si intravede la pianura friulana perdersi all’infinito. Luciano vi andava spesso a camminare, attratto dalla idea di poter vivere quello che  chiamava il “respiro della valle”. Dall’alto aveva la sensazione non solo di guardare alla città, alle strade, alle case, ma gli pareva  in qualche modo di potersi sciogliere nell’aria, entrare nell’atmosfera, per vivere nell’attimo medesimo, tutte le esperienze che vivevano le migliaia di persone che brulicavano in fondo alla valle.

 Come se si trattasse d’un formicaio guardato dall’alto, gli piaceva  la sensazione del nonsenso di quel correre e rincorrersi, trascinando provviste sproporzionate rispetto alle esigenze dei piccoli corpi. Guardava distaccato all’agitazione che dava un fremito a tutto il formicaio, e sentiva la brezza percorrere il suo corpo, con il brivido del silenzio, che scioglie il giorno nella luce incerta della sera.

In quel brivido sentiva sciogliersi la sua persona come si scioglie una immagine di cera mettendo a nudo il telaio metallico che la regge. Si sentiva nudo come individuo nella sua finita determinatezza, a contemplare i propri vestiti deposti a terra come fossero quelli d’un altro, informi e vuoti. Si  vedeva goffo nel vano tentativo di raccoglierli e dar loro un senso, che non fosse quello di stracci sparsi a caso. Imbarazzato nel cercare di coprirsi per ridare un senso al manichino. Assurdo e ridicolo, nell’impossibilità di mascherarsi nuovamente nel drappeggio delle stoffe. Stordito, nel riconoscersi tra quelle formiche,  come impazzite nel tentativo di sfuggire invano alla finitudine incombente, al pauroso  uragano pronto a   spazzare ogni segno costruito invano con tanto lavoro...

“E non c’è un posto che ti piace  particolarmente?” chiese ancora lei.

Avrebbe voluto chiederle come faceva a saperlo, ma ormai capiva che la stranezza del sogno nel quale stava vivendo, rendeva possibili anche le cose apparentemente inconcepibili. D’altra parte Kia-zàs, parlando dello stesso luogo, gli aveva attribuito la capacità di sentirne addirittura  la sacralità…

Sì. C’era in effetti un luogo che lo attirava con un fascino particolare, del quale non era mai riuscito a capire la ragione... Era ai limiti della sella, ove il pianoro s’avanza in una balconata aperta sulla valle, Un gruppo di castagni antichi, fa ombra ad una piccola sorgente. Un filo d’acqua soltanto, che scende da una scorza d’albero, posta da qualcuno  a mo’ di gronda. Accanto, c’è un grande masso di calcare bianco, percorso da tanti piccoli solchi, come rughe che il tempo ha segnato, con lo scorrere  della pioggia. A mezza altezza c’è un incavo, come una piccola nicchia.

Si era detto che la simpatia verso il luogo, forse gli veniva dalla simpatia verso quel sasso che, (come s’era  trovato spesso a fantasticare), in quei segni, come fossero dei geroglifici, riportava la storia del tempo. La sella era tutta ricoperta di prati e di boschi. Da nessuna altra parte affioravano  rocce. Di tutti i sassi che  c’erano ai tempi in cui su quel versante della montagna il ritirarsi dei ghiacciai aveva lasciato una distesa di rocce nude, rimaneva solo quel masso, inspiegabilmente, vicino a quel filo d’acqua. Tutto intorno c’erano solo prati  e boschi...

“Ma un sasso, un ambiente, per quanto originale per l’atmosfera e la posizione, non era sufficiente a spiegare il richiamo che esercitava su di te  quel luogo!”

“In effetti!, me lo sono detto più volte anch’io! C’era una attrazione speciale, in qualche modo morbosa, che mi faceva frequentare quel luogo. Ne sentivo il richiamo, come se quel posto fosse vivo, fosse una persona. Quando mi ci recavo, aveva la sensazione di non essere  solo. Come in nessun altro ambiente, riuscivo a parlare con me stesso, e persino a sentirmi, come se avessi avuto la capacità di  sdoppiarmi.”

“C’ero sempre anch’io!…” disse lei.

“No! Io non so ancora chi tu sia. Ma per farti capire che cosa intendo dire  con lo sdoppiarmi, dovrei  addirittura farti un lungo discorso sull’angelo custode.”

“Lo so!”

“Non lo puoi sapere! Perché è una cosa tutta mia che non ha nulla a che vedere con l’idea dell’angelo custode che si impara al catechismo.”

Si chiese anche come mai, lui di solito così riservato, si lasciasse andare a parlare  con un estranea, di quello che era sempre stato un suo segreto  gelosamente custodito. Ma le parole gli continuarono ad uscire, come se non fosse più in grado di controllarle ed avesse superato ogni inibizione.

“Nella mia mente di bambino,” riprese a dire, “si sono mescolate due immagini. Mia madre mi chiedeva ogni sera di pregare l’angelo custode, ed allo stesso tempo mi chiedeva di pregare  per una sorellina di un anno, che era morta ancora prima  che io nascessi. Ho finito  così, in un certo modo, per sovrapporre le due preghiere e le due immagini, e sono arrivato a pregare la sorella, come se fosse un angelo custode.

Mi sentivo in un certo senso un privilegiato, i miei compagni, quando la signorina del catechismo ci invitava a dire l’Angelo di Dio, parlavano ad un angelo indefinito, ad uno di quei putti con le ali che il pittore aveva collocato sulla volta dell’abside della Chiesa. Non era facile chiedere loro qualcosa, non gli erano riusciti neppure troppo bene, così goffi e paffuti!... Io invece, il mio lo conoscevo. Aveva un  nome, e soprattutto un volto definito e vero: quello che c’era in cimitero sulla tomba di mia sorella. Il mio non solo stava a sentirmi, come assicurava la maestra di catechismo, ma anche mi parlava.”

“Ero io che parlavo con te, e non tua sorella.”

“Ma cosa dici?” replicò seccato, “dispiaciuto e offeso che una estranea si permettesse di mettere  in discussione l’intimità e la originalità d’un rapporto vissuto per tanti anni, come un amore segreto.”                                        “Ma perché  ne ho parlato proprio con un estranea, se prima non ne avevo mai fatto parola neppure con la mamma?” si chiese di nuovo, imprecando contro se stesso.

 “Insomma chi sei?” chiese infine, dispiaciuto e pentito d’essersi lasciato andare a quella confessione.

“Tua sorella,” gli rispose, “ha avuto il privilegio di entrare nell’Esistenza, senza aver avuto la coscienza dell’esistere. Un esistente come te, avrebbe potuto mettersi in contatto con lei soltanto in un momento di esaltazione mistica, nel quale fosse riuscito a liberarsi dai condizionamenti del corpo. Alla tua richiesta di rapporto con lei, ho risposto io.  Alla tua richiesta d’aiuto per riuscire a vivere, ho risposto con il mio desiderio di vivere!”

Più che delusione sentiva un grande sconcerto. Come era possibile?… Nel gioco delle coincidenze che diventava gioco degli equivoci la “corrispondenza d’amorosi sensi” che credeva d’aver intrattenuto per anni con sua sorella, era stata invece  una relazione con una sconosciuta!

“Capisco la tua sorpresa! Ma non è un inganno!”

“Come non è un inganno? È come se dopo aver pregato per tanti anni il Dio di Cristo, scoprissi d’aver pregato quello di Maometto.”

“Appunto sono la stessa cosa, perchè Dio è l’Esistenza. Ci possono essere diverse interpretazioni, ma l’Esistenza, evidentemente, non può che essere una.”

“Scusa. Su Dio forse hai ragione tu. Ho fatto un paragone che non regge! Ma quel che volevo esprimere è chiaro!”

“E invece il paragone regge. Infatti con  il bisogno dell’angelo custode, o con il  bisogno di rivolgerti a tua sorella, interpretavi solo la necessità per l’uomo di avere un riferimento nell’eternità. Il bisogno d’avere un faro, come riferimento  sicuro sulla propria direzione, d’avere una voce o un approdo, per sentirti attratto da questa, come una barca che viene risucchiata,  verso la meta. La necessità cioè di avere un punto di riferimento oltre l’orizzonte che si scioglie nell’oceano della finitudine.

Attraverso tua sorella il tuo desiderio  di un riferimento per vivere si è incontrato con il mio desiderio di continuare a vivere, e abbiamo vissuto assieme tanti fatti, tanti momenti, tanti sentimenti...”

A Luciano sfuggivano molti dei passaggi del discorso, molti aspetti di quello strano  ragionamento, ma la spiegazione gli veniva presentata come una cosa così ovvia ed assodata, da togliergli il coraggio di fare altre domande, e preferì quindi far finta di essere soddisfatto  della spiegazione.

Doveva  comunque almeno appagare il desiderio  di conoscere  chi fosse  quella ragazza, che (come lei sosteneva) gli aveva risposto ogni volta che aveva cercato di mettersi in contatto con l’angelo custode.

Con la modalità  che gli era diventata ormai usuale, nel sogno che stava vivendo, attraverso la  voce di lei, che rispondendo al suo desiderio, prendeva a raccontare,  entrò  in una nuova scena della storia del paese…

 

Dopo la  venuta casuale di Birt, il primo uomo preistorico, (come aveva raccontato anche Chia-zàs) , sulla montagna dalla quale si vede il mare erano passate  delle grandi invasioni di popoli interi che dalle pianure dell’Europa centrale  si spostavano per trovare nuovi luoghi di caccia. La montagna, abitata per tante generazioni soltanto dai  discendenti di Birt, era stata occupata da tanti altri nuovi arrivati, e infine era divenuta territorio stabile  del popolo del Gallo-Carni.

La loro necessità di occupare nuove terre, la loro spinta ad  espandersi verso la pianura ed il mare, fu arrestata quando si scontrò con la spinta contraria dei Romani, che puntavano alla conquista dell’Europa centrale.

Questi, al limitare della pianura, a difesa del mare che a scanso d’equivoci, avevano già chiamato  “nostro”, avevano fondato la città  fortificata di Aquileia. Da qui erano partiti  per occupare il Norico, cioè l’Europa centro-orientale. La strada per il Norico passava in fondo alla valle, fiancheggiando il fiume che con la sua voce aveva nutrito i pensieri di Birt. E su questa strada al fondovalle i Romani avevano costituito l’avamposto di  Iulium Carnicum.

Ma,  quando era in piena la Bute, (così si chiamava il fiume), con la sua corrente limacciosa  occupava tutta la stretta striscia pianeggiante tra i due versanti contrapposti delle montagna, e spazzava via  anche la strada, costruita a fianco delle sue ghiaie. Era stata così  realizzata   anche una mulattiera alternativa.

Questa,  da Canipa, dove alla confluenza della Bute con il Tiliaventus, c’era un complesso di magazzini, s’inerpicava sulla montagna  a mezza costa e passava per il nostro paese. I Celti con i loro insediamenti si erano in un primo momento allargati, occupando con casolari sparsi tutta la montagna di Diverdalce. Poi avevano dovuto restringersi, costretti a  difendere il proprio spazio vitale, incastrati tra  le colonie romane  di Fussa e Sezza, insediate dai  nuovi conquistatori  per garantirsi il controllo del territorio.

Come gli aveva già anticipato, lei si chiamava Marcia, ma tutti la chiamavano con il diminutivo di Marcilia,  piccola Marcia. Aveva sedici anni. Era figlia di un centurione  assegnato a comandare una guarnigione nel Norico. Lei, assieme a tutta la famiglia,  seguiva suo padre nel  trasferimento. Faceva volentieri quel viaggio perchè a Virunum, dove erano diretti, l’aveva già preceduta anche il giovane luogotenente, al quale era già stata promessa.

“Ma i miei sentimenti rispetto a quel viaggio non hanno importanza,” indugiò in un commento. “In quel momento la mia storia era finita nella corrente del fiume della storia dell’umanità. Che avessi accettato o subito il mio destino, il fiume mi avrebbe comunque trasportata. Avrei potuto oppormi, aggrapparmi alla riva come un fuscello che per un momento si incaglia tra i cespugli lambiti dal  fiume, ma sarebbe stato solo per un momento… Più o meno lungo, ma solo un momento! La corrente mi avrebbe comunque ripresa, per annegarmi infine nel mare della storia dell’umanità.”

 Lei era finita nel fiume  dell’espansionismo romano verso l’Europa. Altri avrebbero lasciato i loro nomi su quel fiume. Cesare avrebbe fatto la sua fortuna come comandante e come letterato. Sulla corrente della guerra contro i Galli, infatti avrebbe sviluppato e scritto la sua storia. Su quella corrente invece lei era solo una goccia, neppure individuabile, senza un limite proprio, nell’insieme dell’acqua che la trasportava.

La sera nella quale si erano fermati a Canipa, aveva cominciato a piovere tanto a dirotto  che la Bute si era ingrossata paurosamente. La corrente si infrangeva impetuosa contro il costone opposto del monte di Extrabute, e rimbalzando verso di loro, minacciava di invadere anche la campagna dove erano posti i magazzini. Avevano così deciso di incamminarsi per  la strada di montagna. Arrivati però, sotto una pioggia battente,  nel pianoro  prima di Sezza, lei s’era sentita male. Erano quindi stati costretti ad accamparsi, ed avevano scelto di porre le tende vicino ad una sorgente d’acqua, nascosta in un piccolo bosco di castagni e sormontata da una grande pietra.

La notte stessa  la sua malattia s’era aggravata. Presa da una febbre sempre più alta, aveva preso a delirare.

“La pietra è illuminata!” diceva nel delirio. “In mezzo s’è accesa una luce che la illumina tutta.”

“È la febbre!” le continuava a ripetere suo padre.

Poi per tranquillizzarla, per convincerla che si trattava soltanto d’un masso, aveva avvicinato la fiaccola alla pietra, scoprendo così il contenitore di metallo che vi era incastonato. Era rimasto anche lui sorpreso da quella scoperta. Aveva chiesto anche agli altri se avevano già notato prima quel pezzo di metallo inserito nella roccia. Nessuno l’aveva notato.

“Comunque è solo un pezzo di metallo. Non c’è nessuna luce.”

“Sì, c’è  una luce bianca, che illumina tutto il sasso,” continuava lei a ripetere con voce sempre più debole.

Infine aveva perso conoscenza,  e s’era svegliata  nella sensazione d’essere un fiocco di nebbia nel cielo, pervasa da un immenso  desiderio di poter  vivere ancora  le grandi speranze che avevano nutrito i suoi piccoli sedici anni.

Il suo desiderio si sarebbe  potuto realizzare soltanto  accompagnando le speranze che  tanti altri, nei secoli successivi, avrebbero alimentato nelle loro coscienze, guardando alla valle dal bosco di castagni, ove lei aveva finito di vivere.

Alla luce del sole, il giorno dopo, a suo padre era parsa ancora più inspiegabile la stranezza di quel pezzo di metallo, incastonato nel sasso. S’era infine convinto che fosse una coincidenza voluta dagli dei e che quella fosse la tomba naturale per sua figlia.

Aveva fatto scavare dagli schiavi  una fossa sotto alla grande pietra.  Ed l’avevano sepolta lì, coperta da quella lapide naturale, sulla quale  il padre aveva fatto anche incidere  il nome di lei e una frase a testimonianza del  suo dolore.

Lo schiavo incaricato di scalpellare il nome nel sasso, s’era accorto che qualcuno l’aveva preceduto, che c’erano già delle lettere in una lingua che non era quella latina. S’era spostato più in basso, aggiungendo il nome di lei, come fosse una firma sotto a quella scritta indecifrabile.

Le innumerevoli volte che s’era fermato accanto alla pietra, osservò Luciano, non aveva mai notato nulla del genere. L’incavo come una nicchia sì, ma le pietre hanno tante volte delle forme strane. Le scritte non gli sarebbero certo sfuggite, se ci fossero state. E il contenitore certo non c’era più se, come gli sembrava ormai di capire, doveva essere proprio quello  finito chissà come nella casa maledetta ove l’aveva trovato il  nonno.

Il tempo, come fa di solito, pensò, ha cancellato ogni cosa. Comunque domani, prima di partire per tornare in città, voglio proprio recarmi nel bosco di castagni a controllare il sasso.

Lei sorrise, poi aggiunse: “Se ci  sarà un domani!...”

Se lei era veramente il suo angelo custode, non era certo la prima volta che non prestava attenzione a quel che gli diceva,  ed anche  in quel momento non fece caso al senso di quella affermazione…

Più che da quel che gli stava dicendo,  era preso infatti  dal desiderio di sapere che giudizio si fosse fatta di lui. In fondo aveva appena scoperto che una estranea gli era stata accanto come un ombra in ogni momento della sua vita. Ogni volta che aveva creduto di essere solo, lei lo aveva visto, lo aveva sentito. Sapeva sin dai tempi del catechismo che non si è mai soli, che quell’occhio di Dio, grande come quello di Polifemo, incorniciato in un triangolo, sul soffitto della Chiesa, ti segue da ogni parte come un folletto. Dalla stessa fonte sapeva che l’occhio non era mai solo, che con lui c’era anche un angelo. Il fatto di immaginare che il suo fosse un angelo prescelto, di famiglia, lo aveva sempre fatto sentire un po’ più  garantito nel suo privato. Ora invece aveva appena scoperto che ovunque si fosse nascosto, lo avevano seguito gli occhi indiscreti di una sedicenne impertinente!...

Che si sentisse imbarazzato, era dir poco!

 

 

La risposta di lei tuttavia, riportò il discorso su un piano del tutto diverso rispetto alle sue preoccupazioni.

“Il mio compito,” disse, “non era quello di spiarti, ma quello di aiutarti a raggiungere una migliore coscienza di te, a trovare l’ Infinito di Dio in te, per superare l’angoscia della finitudine!”

“Dio?...” mormorò Luciano, “l’ho tanto cercato tra le pagine del pensiero dei filosofi e dei teologi.”

“Appunto! Ma non si trova nei libri, come pure non si trova nel cielo. Dio è prima di tutto il bisogno di felicità che senti dentro il tuo cuore. Trovare Dio e trovare la felicità sono due sinonimi, la stessa strada infatti porta sia a Dio che alla felicità.”

“Ciò che non ho mai sopportato nei  predicatori è l’uso di citazioni, quel cercare di convincere la gente per frasi retoriche. Che adesso, anche una ragazzina come te si metta a darmi lezioni di filosofia con  frasi fatte!...”

“Non sono una ragazzina,” volle puntualizzare indispettita, “e vedi le mie come frasi fatte solo perchè il tuo cervello non ha la vivacità necessaria per cogliere la novità di concetti che ho faticato inutilmente a far sorgere e sviluppare nella tua mente, in tutto questo tempo trascorso assieme a te.”

Quante volte in effetti si era trovato a riflettere sulla necessità per l’uomo di evolversi per ritrovare in sè una capacità nuova e diversa di rapportarsi con gli altri, con la natura, con il mondo!. Una capacità di sentire diversa, sia dalla ragione che dal sentimento, una facoltà in un certo senso spirituale, di sentire attraverso le emozioni. Se gli uomini ritrovassero questa capacità, allora  nascerebbe un nuovo modo di vivere per l’umanità, si diceva sempre.

“Gli uomini però non la troveranno mai se la continuano a cercare all’esterno, invece che in se stessi, continuò lei come se avesse letto nel suo pensiero. ”Le sensazioni del corpo devono essere rivissute come sentimenti dell’animo, e risentite come vibrazioni dello spirito, per fondersi in una  unica sintesi  spirituale, di sensi e di sentimenti.”

Spesso aveva avuto l’impressione che quando si addentrava in questi ragionamenti i  pensieri si formassero in lui indipendentemente dalla sua esperienza e dalla sua cultura, come illuminazioni esterne.      Ora gli veniva spiegato che le sue intuizioni erano giuste, ma gli veniva anche aggiunto che le illuminazioni gli venivano dall’interno, dalla presenza che aveva convissuto con  lui per tutti questi anni...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cap. 7 - Il professore.

 

Ma, sarà poi vero?... Il dubbio sui suggerimenti filosofici che gli venivano da una ragazza era più che legittimo.

 D’altra parte qui è tutto così strano! si stava dicendo, e su questa sua considerazione avvertì che qualche cosa attorno si era andato modificando  di nuovo.

Era infatti ricomparso il maestro.

 O forse era sempre stato presente, ma solo in quel momento  riprendeva la percezione del rapporto con lui. Forse si era finalmente riattivato a seguito dell’insistenza con la quale aveva manifestato il desiderio di incontrarlo nuovamente, per avere le risposte che potessero  dare un senso a ciò che stava vivendo.

Avrebbe voluto sapere qualcosa di più sul contesto nel quale si trovava. Non si possono capire i particolari quando non si ha idea del quadro complessivo. Trovandosi in un ambiente mai visto, come in una foresta tropicale mai visitata prima, non aveva senso chiedere spiegazioni su un particolare tipo di pianta, se prima non si capiva come mai e con quali obiettivi si era finiti in quell’ambiente e in quella situazione.

Lo sapeva, era in un sogno! Ma anche nel sogno si sente la necessità di ambientarsi, di capire dove ci si trova...

E allora, per rispondere al suo desiderio, ebbe la sensazione che il maestro  lo aiutasse ad astrarsi dalla realtà nella quale si trovava,  per poterla esaminare dall’esterno.

Con il pensiero ci si può portare in un punto imprecisato del cielo, per poter guardare alla terra, immaginandola come la si dovrebbe vedere da lassù. L’operazione ormai non richiede neppure un grande sforzo di fantasia, disponendo di tante immagini della terra vista dallo spazio.

Nel sogno, seguendo il maestro, stava facendo una operazione analoga,  rispetto all’ambiente nel quale si trovava.

Gli parve così di vedere un triangolo di luce, con la sorgente luminosa ad  uno dei vertici. Gli venne in mente l’idea di  un triangolo isoscele con i lati lunghissimi  e la base molto stretta. O meglio, il triangolo di luce che il sole disegna in una stanza buia, quando riesce a filtrare da un piccolo foro della finestra. E come nella stanza buia, anche il triangolo di luce che  vedeva perdersi  all’infinito, nell’immensità del cielo, aveva in sè un pulviscolo di punti di luce, in  un movimento vorticoso .

Sforzandosi di definire una immagine con la quale rappresentare ciò che vedeva, fu anche  portato a pensare al triangolo immaginario che traccia nell’aria un pendolo. Ad una osservazione più attenta infatti, aveva notato che dal punto dal quale sorgeva la  luce  nel vertice del triangolo, usciva soltanto un  filo di luce che sembrava avesse appeso al capo opposto una minuscola pallina. Il filo di luce e la palla, oscillavano come un pendolo, disegnando il triangolo di luce sul quale si era soffermato originariamente.

 Cercando di mettere a fuoco la pallina del pendolo, per capire il senso di quel movimento, si accorse che rappresentava  (o era?) la terra. Si trattava di  minuscolo  mappamondo in oscillazione,  appeso ad un filo di luce, che sorgeva da un punto dell’universo che si perdeva   nell’infinito...

Ripensò al sistema solare come l’aveva conosciuto dai  testi scolastici: il sole, la terra i pianeti, le orbite. Nel suo sogno si rimetteva in discussione anche l’organizzazione dell’universo, come era stata ormai scientificamente definita e provata!  Cercando di  darsi una spiegazione, arrivò a pesare  di essere stato coinvolto  nel pensiero d’un’altra delle presenze che si alternavano nel suo sogno, che lo aveva trasportato a ritroso nei secoli, in una sua visione primitiva dell’Universo.

Ma non era così! Il maestro, comprendendo le sue perplessità, senza attendere la domanda, aveva iniziato a spiegare:

“Come nella vita dell’uomo, così nell’universo è tutto un problema di piani. Tutto dipende dal piano dal quale guardiamo alla realtà. Quello che sai del sistema solare e dell’universo in generale, certamente non è sbagliato. Ma qui siamo su un piano diverso, in una dimensione superiore. La visione che ti si presenta può sembrarti anche ingenua e persino infantile. Questo perchè  ti stai ancora trasformando. Guardi alla nuova dimensione ancora con gli occhi della terra.”

Luciano aveva in effetti notato che il piccolo mappamondo ruotava impercettibilmente su se stesso, e gli era parso d’essere tornato nell’aula di fisica al liceo, intento a studiare un modellino.

“Appunto la terra ruota su se stessa e gira attorno al sole, e ci sono infiniti altri soli, infinite altre stelle, ma tutto alla fine ruota attorno al Principio di luce che vedi, e tutto si giustifica in quel filo di luce che unisce il Principio all’Universo, perchè e il filo della coscienza ad unire l’Esistenza all’esistente.”

Vedendo l’espressione di Luciano, il maestro capì che non era riuscito a farsi comprendere.

“Ammetterai,” riprese allora, “che esistere senza avere la coscienza di esistere, è come non esistere.”

“Fin qui posso arrivare!”

“Bene! Allora puoi anche arrivare a capire come ciò che esiste senza la coscienza di esistere, esiste solo in relazione a chi ha la coscienza di esistere. Dio-Esistenza e l’uomo-esistente-figlio di Dio, hanno la coscienza e sono tra loro in rapporto di conoscenza, l’universo esiste in funzione di questa conoscenza… Il triangolo di luce che vedi, è il triangolo della luce della coscienza,  all’interno del quale gli uomini sono collocati, secondo il grado della coscienza e conoscenza che hanno di Dio.

Nel punto più lontano, nel mondo della materia, sono a fare l’esperienza della coscienza dell’Esistenza, per mezzo del corpo. Nel triangolo di luce invece, sono  a vivere per l’eternità, a vari gradi d’intensità, la coscienza acquisita.”

 

Come se avesse intuito la  perplessità dell’alunno e la propria  difficoltà  a  farsi comprendere, il maestro svanì facendosi sostituire da qualcun altro  che  evidentemente riteneva più capace di tradurre in concetti quanto stavano vedendo Luciano. E infatti il posto del maestro fu preso dal  vecchio professore di filosofia del liceo.

Di male in peggio, pensò Luciano. Non era mai riuscito a farsi capire quando faceva il professore, nel rapporto di subordinazione e dipendenza che lega l’alunno al  docente. Come  poteva pensare di riuscire a rendere comprensibile  qualcosa, in un  contesto così confuso e contraddittorio, come era quello del sogno in cui si ritrovavano?

Il professore non si presentò neppure, e Luciano si ritrovò d’acchito sui banchi dell’aula di terza liceo, come se gli fosse stata concessa l’opportunità di riprendere una lezione a suo tempo interrotta.

“Per Hegel è l’idea che genera la natura alienandosi nella realtà spazio-temporale del mondo,”  prese a dire il professore.

“Ma non è vero!” lo interruppe. “Già a suo tempo le ho detto che mi pare assurdo pensare ci sia una idea che genera la realtà, quando  è evidente che dalla realtà si sviluppano le idee.”

Il professore era abituato alle sue provocazioni. Lasciò cadere la  interruzione, ed allo stesso tempo raccolse l’ osservazione, cercando di proporre una risposta:

“Dal Principio d’Energia che tu vedi collocato al vertice del triangolo di luce,” riprese, “trae origine e vita la luce stessa, il mondo che vedi al capo opposto, e tutta l’immensità dell’universo nel quale è collocata la terra. Se invece che Principio d’Energia, lo vuoi chiamare l’Esistenza da cui si sviluppa l’esistente, la Potenza da cui si sviluppa la realtà effettuale, o lo vuoi chiamare più semplicemente l’Idea o, per una comprensione ancora più universale, lo vuoi chiamare Dio, non è con il variare dei termini che si modifica la sostanza delle cose. E la sostanza è davanti a te, in modi e forme comprensibili dalla tua intelligenza.”

“Chiaro!” Per una volta aveva la sensazione di aver capito! Non avrebbe saputo ripetere i concetti. Ma il fatto di sentire che c’era arrivato, gli avrebbe consentito, ripensandoci con calma, di mettere a fuoco le idee e quindi di spiegarsi e spiegare ad altri, ciò che aveva compreso.

La soddisfazione per essere riuscito per la prima volta a capire qualcosa in una  lezione di filosofia, lo spinse a tentare di approfondire la conoscenza.

“Visto che per una volta riesco a capirla,” chiese, “potrebbe togliermi anche la curiosità di sapere se questo universo sia l’unico a cui avrebbe dato origine l’Idea.”

“Con gli anni,” sorrise con accondiscendenza come un insegnante soddisfatto quando è  riuscito ad interessare l’alunno, “non ti è venuta meno quella bisbetica curiosità, con la quale cercavi continuamente di mettermi in imbarazzo.”

“Non volevo provocarla, ma solo cercare di sapere.”

“Exscusatio non petita...”

Toccato! Certo che andare ad inventarsi delle scusanti, in un sogno nel quale gli altri ti riescono a leggere nel pensiero, è un po’ il colmo!...

 Ma anche nel sogno il professore di filosofia manteneva l’imperturbabilità di chi è già nel mondo delle idee, (come era solito dire Luciano in classe, facendo dell’ironia sul conto dell’insegnante). Continuò così a spiegargli che, nell’apparenza del sogno, era riuscito ad astrarsi dalla realtà dell’universo e conseguentemente  era  riuscito a vedere l’universo dall’esterno, nella sua vera natura. Non un complesso di corpi celesti, ma  un fascio di luce che trae origine da un Principio di luce, per integrarsi e completarsi  in un sistema fisico di stelle e pianeti.     

Tre quindi gli elementi costitutivi: l’Energia, che diventa luce nella coscienza che l’esistente avverte dell’Esistenza, che si completa accidentalmente nella realtà del divenire dell’universo. In altri termini, per dirla con il vangelo, il Padre che diviene nel Figlio, per riconoscersi nello Spirito.

“Se avesse potuto raggiungere un ulteriore livello di astrazione,” aggiunse poi, ”avrebbe potuto vedere, (come del resto  gli sarebbe dovuto risultare evidente!), svilupparsi  dalla sorgente di luce  infiniti fasci di luce e quindi infiniti universi collegati, che trovano la loro intrinseca unità nella luce stessa, dalla quale sono originati. Gli universi sono diversi, per la diversità delle relazioni che si possono sviluppare al loro interno.”

“Il nostro,” continuò, “è l’universo della parola. È la parola infatti, come mezzo di comunicazione, che permettere lo sviluppo del pensiero, consentendo  all’uomo di evolversi e di arrivare ad acquisire la coscienza dell’Esistenza. Negli altri universi, la relazione può avvenire in tanti modi diversi, come relazione diretta del pensiero, come relazione tra campi magnetici, ed in una serie di modalità che l’uomo non può neppure intuire, perché esulano dalla capacità di coscienza sviluppata nel suo universo, limitata  appunto dalla possibilità di entrare in  relazione esclusivamente  attraverso la parola.

Il nostro è l’universo per il quale si può dire, come ricorda S.Giovanni nel suo Vangelo, che:

In principio c’era la Parola, era con Dio ed era Dio e per mezzo della Parola è stato fatto tutto quello che esiste in questo universo. La Parola poi, nella storia dell’Universo, si è fatta uomo di carne ed ossa, per abitare in mezzo agli uomini ed insegnare loro che possono essere e diventare figli della Luce, componenti del fascio di luce che si sviluppa dall’Energia.”

Se avesse spiegato così chiaramente durante le lezioni di filosofia! pensò. Si pentì subito della considerazione  fatta mentalmente, ricordando che il professore poteva sentire il suo pensiero, e per non lasciargli tempo per  ribattere,  riprese a domandare:

“Ma, se capisco il senso del sogno che sto vivendo, qui tutti sono, indistintamente, finiti nella luce dell’eternità. Sarebbero quindi tutte  invenzioni mitologiche quelle relative al  Paradiso e  all’Inferno, con l’intermezzo del Purgatorio?”

“Non sono favole! E la realtà ti dovrebbe risultare chiara, se solo tu riflettessi più attentamente, o se tu potessi ricordare Dante quando scrive che:      Quinci si può veder come si fonda

            L’esser beato nell’atto che vede

            Non in quel che ama.

Non vedi che nel fascio di luce si può essere collocati a diversi gradi di vicinanza rispetto alla Luce? Chi, nell’esperienza del corpo, si è abituato a lasciarsi  attrarre dall’interesse materiale, resta vicino alla terra, come se fosse ancora nella forza di attrazione della stessa. In questa attrazione, che gli impedisce di vivere la pienezza della luce, sta il suo inferno, la sua sofferenza eterna nella lacerazione provocata dalla tensione tra gli opposti di cielo e terra. Allontanandosi dalla terra, nel fascio di luce, diminuisce progressivamente la sofferenza ed aumenta la gioia, fino alla gioia massima di chi è più vicino alla Luce.”

“Ma io a che altezza del fascio di luce sarei finito, per trovare assieme tante persone che direttamente o indirettamente hanno avuto a che fare con me?”

“Come al solito, parli prima di pensare! Non vedi che sei in un dimensione diversa da quella fisica? Quello che credi di vedere è una interpretazione tua, in modalità uomo, secondo i parametri dello spazio e del tempo. La collocazione all’interno del fascio di luce, non ti deve far pensare a una scansione fisica, come nei cerchi  danteschi. La differenza è solo un fatto di coscienza individuale, non di collocazione  spaziale. Quelli che hai incontrato, non sono infatti tutti collocati allo stesso livello.”

L’abitudine che aveva sviluppato con il professore al liceo, il fatto che si vedesse riportato sui banchi di scuola, gli fecero pensare alla domanda trabocchetto, quella con la quale cercava sempre di metterlo in difficoltà.

“Ma come mi spiega questa diversa collocazione eterna,” chiese, “come risultato della grazia o delle opere?”

“Con la parabola del seme,” gli rispose tranquillamente, come se la risposta fosse ovvia e scontata.

“Cioè?”

“Dalla Luce germinano  principi di vita  tutti uguali, come se uguali fossero i semi di frumento sparsi dal  contadino  nel campo. Allo stesso modo, i principi di vita sono sparsi per il mondo. Ma il mondo si presenta con una varietà infinita di situazioni, dando luogo ad una infinita varietà di relazioni tra il seme e la terra, o, in altri termini, tra i principi di vita ed il mondo. C’è il seme che appena tocca terra muore, c’è quello che finisce in mezzo alle spine e quello invece che cade nella terra fertile.

L’idea d’una organizzazione del mondo profondamente ingiusta, e quindi la contraddizione d’un universo profondamente ingiusto, voluto da un Dio che, in quanto tale, non può non essere giusto, si superano tenendo presente che il metro di giudizio non è quello umano del risultato della ricchezza delle spighe, ma quello  dell’impegno profuso, cioè  il rapporto tra il risultato e la situazione nella quale è stato conseguito.

Tutti hanno un compito diverso. Ma ogni compito ha un grado diverso di difficoltà che il professore terrà presente nella valutazione. Vedendo che gli uni hanno problemi molto facili, mentre gli altri  devono spremersi le meningi e soffrire di fronte a problemi complicatissimi, la situazione può apparire profondamente ingiusta. Ma nessuno sa che il metro di giudizio sarà il grado d’impegno e non il risultato. Chi ha il compito più facile dovrebbe impegnarsi a consegnarlo il più presto possibile, per non trovarsi penalizzato alla fine, pur avendo comunque  portato a termine il compito.”

“Risposta brillante!” commentò Luciano, che sembrerebbe conciliare la libertà dell’uomo di perdersi, con l’impossibilità per un Dio buono e giusto di lasciarlo perdere. Ma è solo un sofisma,  perchè è opera di Dio anche il mondo dove l’uomo si perde.

“Il mio ragionamento non è un sofisma, replicò seccato il professore.”Se non capisci è perchè persisti nell’equivoco di considerare il mondo l’elemento centrale del sistema. Eppure nell’esperienza che stai facendo, vedi chiaramente che è soltanto una piccola pallina marginale, ai limiti del fascio di luce.

È vero che a spargere  il seme è lo stesso dal quale sono state create  le rocce, le spine e la terra fertile. Se tuttavia  il premio non è in relazione ai risultati, ma all’impegno, dove ci sarebbe  l’ingiustizia, anche se alcune piante riescono appena ad attecchire in un anfratto della roccia, altre devono crescere conquistandosi tra le spine il diritto alla luce, altre invece crescono floride nel terreno fertile?”

 

 

In effetti la spiegazione non era poi così semplice, come la voleva far credere il professore, ma mentre stava cercando di riproporre la domanda in termini diversi, suonò la campanella. Almeno fu questa l’impressione di Luciano, e infatti il professore ne approfittò, come era solito fare, per uscire  dall’aula  in fretta togliendosi  d’imbarazzo.

 Luciano avvertì che  il professore  si stava allontanando. Si  trovava di nuovo  solo, con una profonda sensazione di vuoto, come se stesse perdendo quota, dalla dimensione nella quale si era astratto seguendo il maestro, per rientrare nel fascio di luce.

Ma non provava paura, nè per il fatto d’essere solo, nè per la sensazione di stare precipitando. Cercava invece di approfittare di quel momento  di tranquillità per tentare di  raccapezzarsi in un sogno così strano, nel quale le considerazioni filosofiche si alternavano agli squarci sulla vita del suo paese.

Troppa filosofia è fuorviante e stucchevole, si diceva, e appesantisce la vita come appesantisce i racconti...Ma non poteva farne a meno, e non tanto della filosofia quanto della teologia. Il dramma è Dio, titola padre Turoldo, ed egli purtroppo non riusciva ad uscire di scena, si sentiva costretto a continuare a recitare, nel dramma d’una assillante quanto vana ricerca di Dio.