Se Gesù non fosse morto in croce cosa ricorderemmo di lui?

- Ciò che ha detto…  Mi ci ha salvati con...

- Alt! Perché non pensare che ci abbia salvati, proprio con gli insegnamenti che ci ha lasciato?... Ad esempio ricordandoci che ognuno di noi è in relazione diretta con il Padre, al di fuori di ogni cerimonia e liturgia: “Per pregare entra in camera tua e chiudi la porta,  perché Dio è presente anche in quel luogo nascosto”.

“Che dobbiamo amare i nostri nemici e fare del bene a quelli che ci odiano (Lc 6,27). Sic!

Che Dio ha fatto all’uomo il dono della vita eterna...Sic!

Sono queste le verità che ci rendono liberi, le verità che ci salvano…

E’ questo il tema del mio romanzo “Quid est veritas? Che cosa è la verità ”

Non è proprio un romanzo compiuto… è piuttosto una traccia, per aprire una discussione…

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Se comunque vuoi partecipare agli sviluppi della discussione puoi mandarmi una mail    all’indirizzo   diverdalce@iol.it dopo aver letto di seguito l'introduzione ed il primo capitolo

La verità ci rende liberi. 

   Quid est veritas?   Cosa e’ la verità? 

                           Presentazione.

 Se il titolo non fosse già stato utilizzato, avrei voluto intitolare il romanzo “Ipotesi su Gesù”.

 Presentando una versione, se non inedita almeno inusuale delle vita di Gesù, il mio intento non è stato infatti quello di ricercare una nuova verità sulla vita del personaggio storico, e ancora meno di affermare che è sbagliato tutto quanto si è detto e scritto sul personaggio in questi duemila anni. La mia è solo una ipotesi, per immaginare quali potrebbero essere le conclusioni alle quali si potrebbe giungere, sulla base della simulazione proposta.

Se Cristo non fosse morto, cosa ne sarebbe del cristianesimo? Oppure quale sarebbe il cristianesimo, se il suo fondatore non fosse stato crocefisso? Non avremmo una religione fondata sull’idea d’un Dio che redime l’umanità dal peccato originale, attraverso il sacrificio in croce del figlio fattosi uomo. Avremmo, al contrario, un religione fondata soltanto sulle idee che Cristo ha predicato.

Idee che comunque fanno già parte della dottrina cristiana, si potrebbe obiettare. Ma l’ipotesi serve a verificare (o meglio a suggerire di verificare) se l’enfasi posta su ciò che Gesù ha fatto, non abbia portato in secondo piano, ciò che ha detto ed insegnato.

L’ipotesi consente in secondo luogo di verificare se l’attenzione su ciò che ha fatto, non abbia portato anche a stravolgere o quantomeno a forzare la trascrizione di ciò che ha detto, per far coincidere le parole con l’immagine del personaggio che si voleva rendere.

Una ipotesi come questa, si potrebbe obiettare ancora, avrebbe dovuto portare a sviluppare un saggio, non un romanzo.

Il saggio tuttavia si sarebbe proposto di dimostrare. Io invece voglio soltanto suggerire che ci potrebbe essere una lettura diversa, sia dei fatti che delle parole. Il mio suggerimento diventa quindi un invito ad una rilettura personale dei testi, che ci sono stati tramandati sulla vita di Gesù, sia quelli canonici che quelli definiti apocrifi, per arrivare ad una propria ricostruzione del personaggio che, anche a prescindere da come appare oggi agli occhi della fede cristiana, è stato quello che ha determinato e condizionato tutta la storia e la cultura occidentale.

Ma perché immaginare che non sia morto in croce? Perché l’idea del sacrificio in generale, ed a maggior ragione l’idea del sacrifico del figlio di Dio, attiene alla sfera del sacro, ed il sacro non si discute, ma si deve accettare per fede. Perché di fronte all’evento di Dio che sacrifica il figlio, per redimerci dal peccato originale, non ci può essere discussione, ma soltanto devota e totale gratitudine. Il fatto è talmente al di fuori della ragione dell’uomo, che non può essere discusso, ma accettato o rifiutato sulla base della fede.

Invece al di qua del sacrificio, siamo al di fuori del sacro, siamo quindi sul piano delle parole, che possono essere interpretate e discusse. Al di qua, si può anche immaginare di poter ricostruire le parole, che non sono state tramandate, perché qualcuno le ha ritenute non coerenti con l’idea del sacro.

Più che un romanzo una provocazione!

Forse sì. Tuttavia nel senso più positivo del termine. Tra chi accetta senza discutere e chi rinuncia a discutere a priori, considerando l’argomento senza interesse, la provocazione a partecipare ad una discussione, sull’origine del pensiero dal quale si è sviluppata la cultura cristiana, nella quale siamo nati, e che, ci piaccia o no, è la nostra cultura di occidentali.

 

   

Cap. 1 – Pilato.

 

“Che cosa è la verità?” Con la mano destra appoggiata al petto in corrispondenza del cuore, come era solito fare, Pilato misurava avanti e indietro lo spazio della biblioteca del Palazzo, ripetendosi la domanda.

 Quel suo  vizio di tenere la mano destra all’altezza del cuore era diventato un suo modo d’essere e costituiva ormai l’aspetto caratteristico delle caricature che si facevano sul suo conto. Si riprometteva sempre di smettere, s’imponeva di impedire al braccio di prendere quella posizione. Ma poi quando non ci pensava, il braccio destro istintivamente, invece di penzolare sul fianco del corpo come il sinistro, si piegava al gomito, e la mano si appoggiava al petto come a controllare continuamente il battito del cuore.

Chi non avesse saputo del suo vizio, e l’avesse conosciuto soltanto in quel momento, avrebbe pensato che stesse  premendo sul cuore, per contenere la sofferenza che gli dava il peso di quella domanda, che andava ripetendosi, ora mormorandola tra sé e sé, ora pronunciandola a voce alta, come se veramente fosse rivolta verso un interlocutore.  Anche i quadrotti di marmo bianchi e neri del pavimento della biblioteca, alternandosi nella contrapposizione dei colori, pareva volessero prendersi gioco di lui,  rappresentandogli la possibilità di due risposte opposte.

“Che cosa è la verità?” la domanda gli era quasi scoppiata nella sua testa, come un fulmine in una notte di tempesta, la notte precedente, mentre interrogava il predicatore Jeshù detto Bar Abba.

Erano tre anni ormai che sentiva parlare di quello strano predicatore, che girava per le strade della Palestina, facendosi chiamare con il soprannome di Bar Abba, che in aramaico significa Figlio del Padre.  Uno dei personaggi più autorevoli del Sinedrio, Giovanni d’Arimatea, gliene faceva spesso gli elogi, riferendogli i contenuti  più originali della sua predicazione.

“Dice d'essere figlio del Padre celeste che è nei cieli, perché tutti noi uomini lo siamo, figli del Padre, figli di Dio”, gli ripeteva Giovanni.

Pilato da giovane si era appassionato agli studi di filosofia. Aveva frequentato la scuola degli stoici, si era innamorato di Seneca un ragazzo che aveva quasi dieci anni meno di lui, ma che dimostrava un’intelligenza ed una sensibilità eccezionale. Se avesse potuto scegliere, sarebbe rimasto per tutta la vita con l’amico, avrebbe voluto fare anche lui il filosofo. Ma per lui, come spesso accade, avevano scelto i genitori. Gli avevano trovato un partito importante, ed aveva così  sposato Procla, una nipote dell’imperatore Tiberio.

Non era bella, ma non era questo un problema, perché neppure lui era un Adone. Ciò che gliela aveva resa subito insopportabile, era quel suo comportamento da zitella bisbetica, voleva dir la sua su tutto, più a sproposito che a proposito, e non riusciva ad aprir bocca., se non per dire qualcosa di negativo, come se fosse stata per natura incapace di fare degli apprezzamenti, di vedere il lato positivo delle cose. Non aveva senso perdere tempo a discutere con lei  perché alla fine, per amor di pace, ci si doveva ridurre a  darle sempre ragione. Ma anche questo alla fine, un marito avrebbe  potuto accettare!

 Ciò che di lei Pilato non era mai riuscito a sopportare, era la sua ambizione e la sua conseguente decisione di fare carriera all’ombra del marito, e quindi alla sua ombra. Si sentiva a volte come l’ulivo a cui la moglie aveva legato il suo asino: costretto a fargli ombra senza aver nulla da condividere.

Era stato così che lei, come regalo di nozze,  aveva ottenuto per lui dallo zio imperatore, l’incarico di Procuratore della Giudea. Così il filosofo mancato, governatore suo malgrado, s’era trovato a 30 anni a navigare verso le spiagge della Palestina.

Erano già passati tre anni da quando si era insediato nel palazzo del procuratore della Giudea a Cesarea di Filippi, ma da qualche mese aveva dovuto decidere di trasferirsi a Gerusalemme per controllare meglio la situazione, a seguito di alcuni tumulti che erano scoppiati nella capitale. Era così venuto ad alloggiare in uno dei palazzi che si era fatto costruire Erode il Grande, l’ultimo grande re della Giudea, prima della conquista romana.

Era un Palazzo imponente, aveva la forma di un grande cubo di marmo bianco, incastonato nelle pendici di una collina. Le pareti laterali erano tagliate dal profilo del terreno in pendenza, e s’allungavano poi, sul davanti, con due colonnati che facevano pensare alle tenaglie di uno scorpione. La successione delle colonne proseguiva anche sulla parete frontale, formando una specie di “u” che costituiva l’ultimo livello di una sorta d’anfiteatro, come scavato nel cortile del palazzo.

Entrando nel complesso edilizio dalla città, si arrivava ad un ampio cortile, dal quale si dipartiva una gradinata disposta su tre lati, che serviva da scala d’accesso al palazzo, e che si trasformava nei gradoni di uno stadio, quando il cortile era utilizzato per parate, spettacoli teatrali e manifestazioni d’ogni genere. Il porticato in alto, diventava appunto in queste occasioni, il  palco per gli invitati  importanti.

L’architetto che aveva immaginato il palazzo, si era chiaramente ispirato a qualche edificio romano, ed il procuratore romano Pilato si sarebbe dovuto trovare a proprio agio, in un palazzo che gli ricordava quelli della sua città, invece il nostro l’aveva sentito subito come freddo e ostile, come se quel marmo bianco fosse in effetti di ghiaccio. “Un loculo funerario” era solito dire scherzando, quando chiacchierava con gli amici. Ma quando era solo, a volte aveva proprio l’impressione di essere rinchiuso in un loculo, ed il pensiero gli faceva scorrere i brividi lungo la schiena..

Non gli era piaciuta l’idea di lasciare Roma per finire a governare la Giudea. Ma almeno i primi tre anni li aveva passati nel palazzo di Cesarea di Filippi, in un’oasi di verde, con ampi giardini, tanti alberi ed ampi viali nei quali era bello passeggiare, atteggiandosi a filosofi peripatetici. Ma poi, a seguito d’alcuni  segnali di rivolta, quando gli era venuta l’idea di utilizzare il tesoro del Tempio per costruire un acquedotto, aveva dovuto trasferirsi nella capitale sia per un controllo più diretto ed immediato della situazione, sia per marcare meglio, con la sua presenza, il segno della dominazione di Roma, su un popolo che non si era ancora adattato ad essere parte dell’impero romano.

L’idea di risolvere il problema della carenza d’acqua in città, facendo ricorso ai denari che giacevano inutilizzati nel Tempio, gli era parsa una bella idea. Era forse l’unica che aveva avuto, senza dipendere dalla moglie, ed anche per questo avrebbe voluto realizzarla, anche a dispetto della moglie che, come al solito, gli ripeteva che era un’idea sbagliata. La priorità dell’acqua gli pareva incontestabile, ma non si era resto conto invece che,  il popolo della Palestina aveva una religiosità ben diversa da quella dei latini. La divinità non era un elemento della mitologia, ma il principio ed il fine d’ogni cosa. Era l’Io sono da cui dipende tutto ciò che è. Per questo, per nessuna ragione, si sarebbe potuto  mescolare il sacro con il profano, per nessun motivo si sarebbe potuto rendere agli uomini, neppure a fin di bene, ciò che era stato affidato a Dio.

“Li avrai contro tutti!” gli ripeteva la moglie. E così, infatti, era puntualmente avvenuto, costringendolo per l’ennesima volta ad ammettere che aveva ragione lei. Le proteste erano finite in tumulti, e c’era il rischio concreto di una sommossa, di una vera ribellione contro Roma. Il Sinedrio, una sorta di collegio dei sacerdoti del Tempio molto influente, aveva giurato di fargli pagare l’idea blasfema di utilizzare i denari affidati alla sua amministrazione, per scopi diversi rispetto alle esigenze del culto.    

Per questo, seppure a malavoglia,  aveva dovuto decidersi a  venire ad abitare  in città, occupando quel brutto palazzo, freddo come un loculo.

Al centro dell’edificio, al primo piano sopra il colonnato, c’era la biblioteca: un ampio salone le cui finestre davano sull’anfiteatro d’ingresso. Era la stanza  che s’era scelto come studio privato, ma anche come luogo d’incontro con i suoi collaboratori, e persino come tribunale. Nei momenti di pausa si affacciava alla finestra centrale, e guardando a quella fredda cascata di gradini, che scendeva su tre lati del cortile, gli pareva di poter misurare nella conta di quei gradini, l’infinita distanza che lo separava da quella città che lo odiava, sinceramente ricambiata, e che s’apriva in basso con il suo agglomerato di case e palazzi, come il fondale di quel suo vuoto teatro.

Il matrimonio con Procla l’aveva portato a fare l’amministratore, ma da filosofo continuava a chiedersi senza sapersi dare una risposta, che senso ha per un uomo amministrare gli altri uomini, che senso ha amministrare la giustizia. E quale  giustizia poteva poi essere quella che lui, venuto da Roma, doveva imporre ad un popolo con una storia, una tradizione, una cultura ed un religione così distanti e diverse dalla sua?

Ma perché ci possa essere una giustizia, all’origine ci doveva essere una verità. Appunto! “Che cosa è la verità?” continuava a ripetersi, misurando a passi lunghi e veloci il pavimento della biblioteca.

Discutendo con Giovanni d’Arimatea, uno degli uomini più in vista di Gerusalemme, con il quale era entrato in amicizia, s’era più volte ripromesso di incontrare il predicatore.. Ma  non si sarebbe  aspettato di trovarselo davanti, così come per caso, ed incatenato come un malfattore.

Gli aveva parlato da governatore a prigioniero,  l’aveva interrogato, ed alla fine s’era lasciato uscire quella domanda, forse anche senza senso, e in ogni modo fuori luogo, nel contesto di un interrogatorio dal quale avrebbe dovuto capire che cosa si stava tramando contro Roma. La domanda era  rimasta purtroppo senza risposta, come sospesa nell’interminabile silenzio di una vana attesa, ed ora gli tornava nel pensiero,  come il rumore di un tarlo nel silenzio di una notte insonne.

 “Io sono nato e venuto al mondo per essere un testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce,” aveva affermato il predicatore, ed a lui era venuto spontaneo di chiedergli appunto: “Che cosa è la verità?”.

Jeshù Bar Abba non gli aveva risposto, ed ora il peso di quella domanda lo opprimeva. Gli ritornava nella mente moltiplicata e resa strana dall’eco. Sono quelle domande alle quali non si può dare risposta. “Che cosa è la verità? è come dire “che cosa è l’uomo?” Dovresti sapere la risposta, perché dovrebbe essere evidente che se sei un uomo, sarebbe logico tu sapessi che cosa è un uomo. E invece non lo sai, perché la risposta ha infinite implicazioni e quindi infinite possibilità! E cosa voleva dire  allora quello strano  predicatore, affermando di essere un testimone della verità?...

Era appena il primo pomeriggio. Ma s’era fatto buio, come se quel giorno così carico d’avvenimenti avesse voluto anticipare la notte. Su Gerusalemme s’era abbattuto un temporale di una violenza incredibile. Dalla finestra della sua biblioteca Pilato vedeva i nuvolosi rincorrersi bassi, infiltrarsi tra le case e salire come a voler inghiottire il palazzo, rovesciando scrosci di pioggia. I fulmini squarciavano l’oscurità facendo riemergere le case in una luce irreale. Per giunta, ogni lampo sembrava volesse scolpirgli nel cuore e nella mente quella domanda:

“Che cos’è la verità?” E ripensava a ciò che gli era capitato nelle ultime ventiquattro ore.

 

Tutto era iniziato il pomeriggio del giorno prima, quando il responsabile della sicurezza era venuto a dirgli  che stava venendo a Gerusalemme Jeshù il Nazireno, il capo dei ribelli Zeloti, accompagnato soltanto da un piccolo gruppo di seguaci. Erano mesi che i suoi uomini lo stavano cercando per arrestarlo, ma era sempre riuscito a fuggire. Ora era lui stesso a consegnarsi in città, con una scorta  ridicola di soli pochi uomini.

Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Del resto sin dall’inizio, quando Tiberio l’aveva mandato a governare la Palestina, aveva rinunciato a capire il modo di pensare di quel popolo. Non era finito nell’ultima Tule, ma soltanto ad un altro capo del Mare Nostrum, eppure gli pareva d’essere finito in un altro mondo, tra gente con una visione della vita, da qualsiasi punto di vista,  opposta alla sua, con una scala dei valori così diversa da quella romana.

 Non riuscendo a capire come ragionavano, risultava difficile capire anche come agivano!

Jeshù il predicatore, che si faceva chiamare figlio del Padre, Bar Abba in aramaico, del quale gli parlava Giovanni d’Arimatea, era entrato a Gerusalemme la settimana prima a cavallo di un’asina, accompagnato da una folla enorme che lo acclamava come re dei Giudei. Ora invece gli venivano a riferire che Jeshù il Nazireno, il terrorista che da anni a capo di una vera  organizzazione armata, stava tramando per sollevare il popolo contro Roma, e  farsi proclamare re dei Giudei, aveva il coraggio e la sfrontatezza  di entrare in città, con una scorta di appena una ventina di uomini.

C’era un nesso tra i due eventi? Probabilmente sì. Ma quale  nesso si può trovare tra due fatti altrettanto incomprensibili? O c’era qualcosa che gli sfuggiva  sotto a questa illogica connessione di fatti, per i quali non riusciva a stabilire nessuna relazione? C’erano dei tranelli dei quali non riusciva ad accorgersi? Gli venne in mente anche il cavallo di Troia per trovare una spiegazione a quel gruppo di ribelli, che aveva il coraggio di entrare in città, sfidando l’Impero Romano… O era soltanto spacconeria, stupida spavalderia!...

Qualsiasi cosa fosse non si sarebbe lasciato perdere l’occasione per poter riferire a Roma che aveva messo fine alla ribellione, mettendo a morte il capo dei ribelli. Aveva posto in allerta tutta la guarnigione della città, ed aveva deciso che  una intera coorte con tutti i seicento uomini, si sarebbe occupata dell’arresto della banda del Nazireno.

La sera  era stato in grande apprensione ad attendere il ritorno dei soldati. Non riuscendo a capire  dove potesse essere il tranello, s’aspettava qualche brutta sorpresa. Invece, dopo poco tempo, il centurione s’era precipitato a riferirgli che tutto era andato secondo le previsioni. C’era stato un solo ferito, e neppure tra i soldati, ma tra i giudei che avevano fatto da guida alla coorte.

“E Jeshù il Nazireno?”

“Sta arrivando in catene. Anzi di Jeshù ne abbiamo presi due.”

“Come due?”

“Si. I Giudei che ci hanno fatto da guida ci hanno spiegato che assieme al Nazireno c’era anche Jeshù Bar Abba”.

“E che ci facevano assieme?”

“Immagino che lo dovranno dire a te. Li abbiamo presi ambedue,” precisò il centurione.

“Certo, che lo dovranno dire!” aveva concluso Pilato, per il quale il mistero si era andato ulteriormente infittendo, moltiplicando a dismisura la  sua preoccupazione.

Che ci facevano assieme quel originale predicatore, al quale si era appassionato  Giovanni d’Arimatea, che andava proclamandosi figlio di Dio Padre, e  che qualche giorno prima era entrato in città a dorso di un’asina, e se l’era poi presa con i Sacerdoti del Tempio buttando all’aria le bancarelle poste nel cortile, con l’altro che stava cercando di organizzare una ribellione contro la dominazione  romana?

Evidentemente aveva già da tempo acquisito ogni genere di informazioni sui due personaggi. Sapeva tutto di loro, ma proprio per questo, perché gli risultavano così diversi, non riusciva a capire perché si fossero fatti trovare assieme nell’orto degli ulivi.

Entrambi di nome Jeshù, erano anche cugini, nati ambedue in Galilea nella stesso piccolo paese di Gamala. Sapeva che erano vissuti assieme, ma poi si erano lasciati, prendendo strade diametralmente opposte. L’uno andava predicando che tutti gli uomini sono fratelli e come tali si devono amare, anche fra nemici, anche tra israeliti e romani, senza mai e per nessun motivo portare odio, o ricorrere alle armi.

 “Siamo tutti figli dello stesso padre,” continuava a ripetere e per questo era stato soprannominato Bar Abba, che in aramaico significa appunto “figlio del padre”. L’altro invece s’era convinto d’essere stato prescelto per la missione di liberare Israele dalla dominazione romana, con la lotta armata, e stava organizzando su tutto il territorio bande di terroristi soprannominati zeloti o nazireni. Per questo anche lui veniva chiamato Jeshù il Nazireno.

“Che ci facevano assieme uno che predica la pace ad oltranza, con uno che organizza la guerra?”

Avrebbe dovuto scoprirlo!… Comunque sul Nazireno ed i suoi seguaci non aveva dubbi. Avrebbe decretato la condanna a morte la notte stessa, e l’indomani ci sarebbe stato l’esecuzione. Non poteva fare a meno del processo, anche se solo come parvenza, ma non sarebbe andato a letto, prima di aver deciso la condanna.

Con l’altro avrebbe voluto invece approfittare dell’occasione per parlargli, come s’era ripromesso con Giovanni d’Arimatea. 

Avendo saputo che andava predicando d’essere figlio di Dio,  per la passione che coltivava per la filosofia, avrebbe voluto capire come fosse potuta venire ad un uomo, l’idea assurda di chiamarsi figlio di Dio. Soprattutto, avrebbe voluto capire che cosa veramente voleva intendere con questa espressione.

Anche Giovanni d’Arimatea gliene aveva sempre parlato come di un predicatore di pace, e allora cosa ci faceva la notte, nell’orto dei Getzemani, assieme al sovversivo del Nazireno? Non riusciva in alcun modo a darsi una risposta, pensò comunque che  la casualità di quel arresto gli avrebbe consentito anche di prendersi gioco dei sommi sacerdoti.

 Gli era stato riferito che più volte i farisei a capo del Sinedrio, avevano minacciato di morte quello strano predicatore, che  metteva in discussione la loro autorità, minando le basi della religione ebraica, sulle quali si fondava il loro potere. Se avesse voluto far loro un piacere, avrebbe avuto l’opportunità di far da carnefice per loro conto, mettendo a morte anche il secondo Jeshù. Non gli sarebbe costato granché, ora che  per caso l’aveva già agli arresti, nei sotterranei del palazzo.

Non sarebbe stato difficile trovare un motivo per metterlo a morte. In effetti anche il pacifico predicatore, a suo modo, aveva sfidato Roma e s’era fatto beffe delle  guarnigioni romane, entrando a Gerusalemme a cavallo d’un asina. E poi il fatto di farsi trovare con il Nazireno, senza riuscire a fornire una spiegazione plausibile, poteva essere sufficiente per concludere che anche lui faceva parte del complotto, che era in qualche modo un complice...

Ci avrebbe pensato!... Nel frattempo aveva la possibilità di divertirsi alle spalle del Sinedrio. Era una opportunità che non voleva perdersi!

Si fece portare Jeshù il Nazireno per rispettare la formalità dell’interrogatorio, e  ordinò che portassero Jeshù Bar Abba dal sacerdote del Tempio Anna, suocero di Caifa sommo sacerdote in quel anno. Voleva un loro parere formale su che cosa avrebbe dovuto decidere, a proposito di quel prigioniero finito casualmente nelle sue mani.

Gli avevano poi riferito che il sommo sacerdote aveva cominciato a far domande a Jeshù, sui suoi discepoli e sul suo insegnamento, cercando un motivo per chiederne la condanna a morte. Ma Jeshù aveva risposto: “Io ho parlato chiaramente al mondo. Ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel Tempio, non ho mai parlato di nascosto, ma sempre in pubblico, in mezzo alla gente.”

Allora uno dei presenti gli aveva dato uno schiaffo dicendogli:

“Così si parla al sommo sacerdote?”

“Se ho detto qualcosa di male,” aveva ribattuto Jeshù, “dimostralo, ma se ho detto la verità, perchè mi dai uno schiaffo?”Non riuscendo a venire a capo di nulla, Anna l’aveva mandato poi, legato com’era, dal sommo sacerdote Caifa. Si erano intanto riuniti tutti i capi dei sacerdoti, i maestri della legge e le altre autorità, per cercare un’accusa che consentisse di chiederne la condanna a morte.

Si erano presentati in  molti pronti a formulare delle accuse, ma avevano anche preso subito a contraddirsi, ed era evidente che con quelle testimonianze, non sarebbe stato facile sostenere una imputazione che comportasse la condanna a morte. Qualcuno aveva riferito d’averlo sentito dire che avrebbe distrutto il tempio di Dio e che l’avrebbe ricostruirlo in tre giorni. Qualcun altro però aveva obiettato che in effetti l’affermazione era stata ben diversa. Aveva detto che avrebbe distrutto il Tempio fatto dagli uomini e ne avrebbe costruito un’altro non fatto dagli uomini. C’era quindi un’allusione a un non ben precisato tempio, non fatto da mano d’uomo, e quindi non riferibile al tempio di Gerusalemme. E comunque era evidente che a Pilato non importava nulla del Tempio, e certamente non avrebbe emesso una condanna a morte per questi motivi.

 Allora il sommo sacerdote aveva spostato l’interrogatorio su un altro tema. Si poteva accusare quel uomo di essersi  proclamato il Messia. Dato che le sacre scritture avevano previsto che il Messia sarebbe stato il liberatore di Israele, dichiararsi Messia era come dichiarare guerra ai Romani

“Sei tu il Messia?” gli aveva  chiesto il sacerdote.

“Anche se lo dico voi non mi credete,” aveva risposto Jeshù. “Se invece vi facessi io delle domande non mi rispondereste.”

Risposte difficili da capire e comunque insufficienti come testimonianze per condannare a morte un uomo. Per riuscire ad incastrarlo allora il sommo sacerdote l’aveva portato sul tema che, sapeva, costituiva l’elemento centrale della sua predicazione.

“Ma insomma,” gli aveva chiesto seccato, “sei proprio il figlio di Dio?”

“Voi stessi lo dite. Io lo sono.” Aveva risposto Jeshù.

Allora i  sacerdoti avevano concluso: “Ormai non abbiamo più bisogno di prove. Noi stessi lo abbiamo udito direttamente dalla sua bocca.”

A quelle parole il sommo sacerdote, si era anche strappato il mantello, scandalizzato, dicendo:

“Ha bestemmiato! Non c’è più bisogno di testimoni, ormai adesso avete sentito le sue bestemmie. Quale è il vostro parere?”

“Deve essere condannato a morte!” Avevano risposto  in coro i presenti, ed alcuni lo avevano anche preso a pugni e a schiaffi e gli avevano sputato  addosso.

Mentre lo riportavano a Pilato, per chiederne la condanna a morte, si erano resi conto tuttavia  che per il governatore romano, anche la bestemmia non era certo un elemento sufficiente per una sentenza capitale. Davanti a lui avevano preso allora ad accusarlo dicendo:

“Quest’uomo noi lo abbiamo trovato mentre metteva in agitazione la nostra gente, non vuole che si paghino le tasse all’Imperatore romano, e pretende di essere il Messia re promesso da Dio.”

A Pilato il discorso sul Messia non interessava proprio, mentre non poteva sorvolare sul tema delle tasse, e infatti a Jeshù aveva posto subito la domanda cruciale, che aveva fatto anche al Nazireno.

“Ti ritieni il re dei Giudei?”

“Si, gli aveva risposto il Nazireno, confermando quanto andava dicendo ai suoi seguaci, quando faceva proseliti arruolando le bande armate, con le quali avrebbe voluto affrontare i soldati romani.

Sai bene che con questa risposta ti condanni a morte, aveva aggiunto Pilato, e poi solo per capire come aveva potuto essere così facile il suo arresto, aveva chiesto ancora:

“Ma allora perchè ti sei fatto prendere?”

Il Nazireno comportandosi veramente da re dei Giudei, aveva rivolto a Pilato uno sguardo di sfida, e non aveva risposto. Quello sguardo aveva confermato il governatore nelle sue preoccupazioni. C’era senza dubbio un piano! La facilità dell’arresto, il fatto dei due Jeshù assieme… Doveva riuscire a capire il disegno…

Chiamò il centurione e gli ordinò di flagellare il prigioniero fino a fargli dire la verità sul motivo per cui si era fatto trovare quella sera nell’orto del Getzemani. Ma pur flagellato a morte, al centurione che ad ogni colpo di frusta gli continuava a ripetere “Che ci facevi?” il Nazireno continuava a ripetere “Dio vuole che sia il re dei Giudei”

Alla medesima domanda, “ti ritieni il re dei Giudei?” Jeshù Bar Abba invece gli aveva risposto:

“Hai pensato tu questa domanda, o qualcuno ti ha detto questo di me?”

“Non sono Ebreo, io”, aveva risposto lui. Il tuo popolo e i capi dei sacerdoti ti hanno riportato a me perchè ti condanni. Che cosa hai fatto?

“Il mio Regno” Jeshù gli aveva risposto, “non appartiene a questo mondo. Se il mio regno appartenesse a questo mondo, i miei servi avrebbero combattuto per non farmi arrestare. Ma il mio regno non appartiene a questo mondo.”

“Ma quindi ti ritieni un re?”

“Sei tu che dici che sono un re. Io sono nato e venuto al mondo per essere un testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce”.

Era a questo punto che gli era uscita la domanda:

“Ma che cos’è la verità?”

Uno che si proclama testimone della verità e re d’un regno non di questo mondo, più che condannato a morte, va ricoverato come pazzo, aveva pensato. Ma non era questo il problema! Un giudeo, o galileo che fosse, in più sulla croce, non avrebbe cambiato la storia, il problema era capire perché i due si erano fatti trovare assieme nell’orto degli ulivi...

Se c’era un piano, Pilato aveva tuttavia la sensazione che questo secondo Jeshù vi fosse stato coinvolto senza neppure rendersene conto. Era plausibile che il Sinedrio ne chiedesse la condanna a morte. L’originale predicatore infatti quando la settimana prima era entrato in città a dorso di una asina, aveva poi messo a soqquadro il loro Tempio. Era entrato nel cortile e aveva  buttato all’aria le bancarelle dei mercanti, e li aveva anche accusati di aver trasformato in un covo di briganti, il Tempio  che avrebbe dovuto essere una casa di preghiera per tutti i popoli.

 Era sospetto invece il comportamento della folla.  Una settimana prima l’avevano osannato ed ora, assiepati sulla gradinata antistante il palazzo, ne chiedevano la condanna a morte.

“A morte! A morte! Crocifiggilo!”

Pilato sentiva l’urlo ritmato della folla salire dalla gradinata, e si chiedeva quale fosse il bandolo di quella matassa.

“Perché?” si chiedeva, e si rispondeva con l’altra  domanda “Che cosa è la verità”.

Con Giovanni d’Arimatea s’era ripromesso di approfondire i contenuti della predicazione di quel predicatore così strano da sembrare  pazzo. Ma non era questo il momento per lasciarsi andare a disquisizioni filosofiche, o avrebbe finito per dare i numero anche lui.

“Riportatelo in cella!” ordinò ai soldati che lo accompagnavano. Voleva provare a restar solo, per cercare di mettere un po’ di ordine nei suoi pensieri.