Cap. 6

                    Pitagora.

Quando Maria di Raveo aveva pensato a Luciano come persona ideale alla quale confidare il proprio sogno sulle Laurisce non si sarebbe certamente aspettata di avere di rimando tutto quello che l’amico gli aveva raccontato del suo rapporto con i Celti, attraverso i sogni o racconti suoi e delle sue amiche ed i suoi sogni. Aveva sentito il bisogno di raccontare per avere in cambio parole di assicurazione, qualche spiegazione che le consentisse di superare la preoccupazione che le era rimasta a seguito di quel sogno così strano. Invece di rincuorarla e di convincerla a dimenticare Lauriscia, Luciano, gli aveva in qualche modo posto il problema analogo, del suo rapporto con Vinadia, con le varianti dei sogni delle altre due Marie. Il tutto pareva potersi intrecciare e ricomporre in qualche modo all’interno dello stesso mosaico. Mancavano però troppi tasselli perchè fosse possibile leggere con chiarezza, il disegno complessivo, il messaggio che il mosaico avrebbe dovuto comunicare.

S’erano lasciati su queste considerazioni, dandosi appuntamento a presto, per "chiarirsi le idee" a vicenda. Ma Luciano non immaginava certo di dover tornare in fretta al paese di lei già la mattina del giorno dopo.

Si stava precipitando in macchina perché gli aveva appena telefonato che c’era stato un incendio al "monastero". Era già stato spento. Non c’erano molti danni. Ma sembrava comunque fosse stato appiccato da qualcuno.

L’ansia con la quale Maria gli aveva comunicato queste cose, era diventata la sua ansia di raggiungerla il più presto possibile. Non era solito correre in macchina. Preferiva partire sempre cinque minuti prima, per arrivare senza dover correre. La macchina è un piacere senza lo stress della fretta del dover arrivare. Quel giorno però voleva correre, perché gli sembrava cortese verso l’amica arrivare rapidamente, o forse anche per la curiosità di vedere con i suoi occhi il mistero quell’incendio, probabilmente doloso, come gli aveva detto Maria, spento subito appena scoppiato.

No, non poteva essere solo la curiosità per un incendio o la cortesia a spingerlo a correre. Sentiva dentro la necessità di correre, perchè sentiva dentro l’urgenza d’arrivare. Era come un richiamo profondo non definibile, come se il suo essere avesse intuito l’esistenza d’un rapporto con quell’incendio, e sentisse il bisogno urgente di capirne la relazione.

Come poteva apparire inspiegabile l’ansia di Maria nel raccontargli d’un fatto già concluso, così era inspiegabile la sua urgenza d’arrivare, ove la sua presenza non sarebbe stata necessaria.

Ma vuoi perché quando vogliamo correre ci sembra che tutti gli altri vadano piano, vuoi perché in effetti quella mattina il traffico era particolarmente lento e pesante, malgrado qualche sorpasso azzardato, non gli era mai riuscito di lanciare la macchina a piena velocità.

Mentre armeggiava nervosamente tra freno e frizione, scalando e rimettendo le marce, pensava a chi mai poteva essere stato ad appiccare il fuoco al monastero...

Fra le cose originali che caratterizzavano il paese di Raveo, la più notevole é senza dubbio il convento. Di solito un monastero è proprietà di un ente o di una istituzione religiosa. Quello di Raveo era invece privato, di proprietà d’una famiglia di amici di Maria. Lei aveva avuto così la possibilità di visitarlo spesso, ci aveva lavorato anche, aiutando gli amici a rimetterlo a posto, quando era stato danneggiato dal terremoto.

Non era evidentemente abitato né da frati né da suore. Era ormai inutilizzato da diverso tempo. Era stato costruito nel Cinquecento e rifatto ed ampliato successivamente. Nel Settecento si aveva notizia che fosse diventato il centro culturale e scolastico per gli studi superiori di tutta la Carnia. Lupieri, un medico del tempo, nei suoi diari ricorda le giornate passate a studiare latino tra quelle mura.

E’ una piccola costruzione a due piani, situata a mezza costa sul declivio ai piedi del quale sorge il paese. A metà strada tra l’abitato e il monte Sorantri, sia percorrendo l’attuale carrareccia asfaltata che dal paese porta agli altipiani di Valdie, sia seguendo la vecchia carrareccia lastricata che in passato veniva usata per portare in paese, con le slitte, il fieno dei prati di alta montagna. La nuova strada delimita la proprietà del monastero verso nord, mentre la vecchia lo delimita a sud. Alla parte residenziale si affianca una piccola cappella dedicata a S. Rocco.

Il fabbricato è ora completamente immerso nel bosco. In passato però quando ci abitavano i frati, probabilmente non c’erano gli alberi davanti, e dal cortile l’occhio poteva spaziare su tutta la valle nella quale il Tagliamento scorre insinuandosi tra le quinte di montagne che segnano le vallate degli affluenti. Ogni volta aveva pensato che gli sarebbe piaciuto tagliare quegli alberi, riaprire al convento quegli orizzonti…

Quando, con questi pensieri, finalmente arrivò a Raveo, a casa di Maria non trovò nessuno. Pensò che fosse andata a tener compagnia agli amici proprietari del convento. Nel cortile di questi trovò infatti che s’era radunato tutto il paese. Gli uni erano già stati su al convento a vedere, e raccontavano, gli altri ascoltavano e commentavano. Tutti erano presi da una sorta di frenesia, coinvolti da quella novità che finalmente aveva rotto la monotonia del ripetersi di giorni sempre uguali. Nei paesi è sempre così. Lo ricordava dall’infanzia, qualsiasi fatto nuovo viene vissuto come una sorta di liberazione dal grigiore della quotidianità. Sembra quasi si viva nella speranza e nell’attesa che avvenga qualcosa di nuovo. E quando avviene, si diffonde l’eccitazione di chi ha avuto qualcosa da sempre desiderato.

Vedendolo entrare in casa, Maria lasciò di colpo le donne con le quali stava parlando.

"Finalmente!" gli disse a mo’ di saluto, venendo verso di lui, e nel tono con il quale aveva pronunciato la parola, lasciava intendere l’ansia con la quale lo stava attendendo.

Non ne capiva il motivo! Che cosa avrebbe potuto portare lui con la sua presenza? E poi, se si fosse trattato d’un incendio scoppiato a casa sua, ma si trattava d’una casa d’amici, d’un convento disabitato. Per giunta l’incendio era già stato spento, ed al massimo restava da fare la denuncia ai carabinieri di Villa Santina perché aprissero una inchiesta, nell’improbabile speranza di trovare l’incendiario.

"Ho corso come un matto. Sono venuto il più presto possibile", rispose un po’ risentito per l’implicito rimprovero che c’era nelle parole di lei. Anche se fosse arrivato in ritardo, cosa sarebbe cambiato? Certo, la sollecitudine è in relazione con la simpatia che proviamo nei confronti della persona che richiede il nostro intervento. E lui per quella donna sentiva un sentimento di profonda amicizia. Come se alla morte del primario, per successione, avesse dovuto prendere il suo posto non solo all’interno dell’ospedale, ma anche nei rapporti all’interno della famiglia.

Ma la sollecitudine deve essere anche in relazione con il bisogno! E in questo caso non aveva senso tanta fretta, dal momento che si trattava d’un problema che riguardava altri, e peraltro per il momento già risolto. Non si aspettava un rimprovero, anche perché in verità aveva corso, era venuto con la massima fretta possibile. Come non si spiegava la sua fretta così ancora meno si spiegava l’apprensione ed il rimprovero racchiuso in quel brusco "finalmente!". A meno che non ci fosse una relazione tra la fretta di lei e la fretta con la quale egli era venuto, tra l’apprensione di lei e l’inspiegabile urgenza che anche lui s’era sentito dentro.

"Andiamo su a vedere" proseguì lei, più come ordine che come invito, prendendolo anche per mano per costringerlo a seguirla.

"Ma aspetta almeno che saluti," obiettò.

"Avrai tempo al ritorno."

Certo che avrebbe avuto tempo al ritorno, ma andarsene così senza neppure salutare quelle persone che pur conosceva, senza neppure usare la cortesia di informarsi su come fossero andate le cose…

"Aspetta. Non c’è nessuna fretta," replicò, ed avrebbe voluto insistere. Maria però lo costrinse a mettere da parte ogni esitazione o problema di cortesia ed a seguirlo, strattonandolo con decisione. Che diavolo stava succedendo! La sua inutile ansia, l’agitazione di Maria e la sua prepotenza nell’obbligarlo a seguirla...Che giornata era mai quella!

Appena fuori, in macchina, capì il motivo di tanta fretta, almeno da parte di lei. Gli disse subito, infatti, appena chiusa la portiera, come liberandosi d’un peso già troppo a lungo portato:

"Mentre andiamo ti devo raccontare un sogno..."

"Un altro ancora?" sbottò tra il rassegnato e lo spazientito.

"Ti secca?"

"No. Ma, te l’ho già detto ieri, è un po’ di tempo, che tutti mi vogliono raccontare dei sogni, come se fossi uno psicologo. Sai bene che sono un chirurgo e che non ho alcuna dimestichezza con i sogni e le loro possibili interpretazioni. Anche ieri, con il sogno del rogo di quella ragazza, non ti sono stata certo d’aiuto."

"Sento la necessità di raccontarlo ad un amico, non ad un medico" ribatté risentita. "E tu sei l’unico amico con il quale posso confidarmi".

"Grazie per la fiducia! Ma non capisco tanta urgenza per raccontare un sogno. Potevamo aspettare un momento. Siamo anche spariti senza dire niente, senza neppure salutare."

"Non c’è problema, i proprietari del convento li ritroveremo al ritorno ancora lì. Ma io avevo l’urgenza di confidarmi con qualcuno, perché...non so come dirtelo, ma il mio, questa volta ne sono sicura, non e’ certamente un sogno."

"Ci risiamo," pensò lui. Anche il giorno prima aveva tenuto a precisare che il suo racconto si riferiva ad un sogno che in effetti non era un sogno, e anche le altre Marie, per i loro racconti, avevano detto la stessa cosa.

"Ma cosa dovrebbe essere dunque, se non un sogno?"

Lei prese allora a raccontare che la sera prima in verità non era neppure andata a dormire. Si era fermata in salotto a finire un lavoro a maglia. Si ricordava ancora perfettamente di come, seduta sul divano, stesse calcolando i punti per risolvere un passaggio complesso del suo lavoro. Per verificare che l’angolo fosse retto, misurava sei su un lato, otto sull’altro, controllando poi se l’ipotenusa corrispondeva a dieci.

Aveva saputo che si faceva così. Lo faceva allo stesso modo il muratore misurando l’angolo della casa, e il falegname l’angolo del tavolo. Suo fratello gli aveva spiegato una volta che si trattava di un modo elementare di applicazione del teorema di Pitagora, ma lei non s’era neppure fatta premura di capire che relazione ci potesse essere tra il teorema e il suo sistema pratico di misurare sei ed otto e controllare che la distanza tra i punti così individuati fosse dieci, per essere sicura di costruire una forma ad angolo retto.

Si ricordava perfettamente di come stava misurando con il metro delle sarte sei da una parte e otto dall’altra, quando qualcuno aveva interferito nel suo ragionamento dicendo: "Trentasei, il quadrato di sei, più sessantaquattro il quadrato di otto, fanno cento, la cui radice quadrata è dieci. Appunto perché il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti".

S’era addormentata mentre misurava, e il sogno si era innestato, senza soluzione di continuità, con quel che stava facendo prima di addormentarsi? O si trattava invece d’una visione?

Chi aveva parlato comunque, era senza dubbio un uomo uscito da un film ambientato al tempo dei romani. Portava una corta tunica bianca e sopra un largo mantello verde. Ai piedi calzava una sorta di sandali, allacciati alla caviglia. Aveva i capelli neri e corti e un viso bruciato dal sole come quello dei contadini alla fine dell’estate. Ma ciò che l’aveva impressionata maggiormente, e le restava ancora vivo nel ricordo, era lo sguardo di quella persona. Gli occhi erano... come non ne aveva visti mai! Vivaci ed attenti, ed allo stesso tempo remoti, profondi e sfuggenti. Come l’acqua del rio Chiantone, quando si raccoglie negli incavi nella roccia levigata, e si intravede tra il folto del bosco, mentre riflette un raggio di sole filtrato tra le foglie degli alberi .

In un primo momento aveva avuto l’impressione che quella presenza gli fosse comparsa in casa, nel salotto ove stava sferruzzando. Ma quando la sorpresa per lo sconosciuto e per le sue parole erano venuti meno e la sua attenzione aveva potuto spostarsi sul contesto, si era accorta di essere in un altro locale, che pure le sembrava familiare, ma che non riusciva a riconoscere, anche per la stranezza delle persone che lo occupavano.

La stanza era lunga e stretta e lei si trovava su uno dei lati minori. Sulla parete dietro a lei, s’apriva una porta, su quella di fronte invece c’erano tre finestre strette ed alte, chiuse sopra da una volta ad arco. Quella centrale era più alta, le altre due la affiancavano simmetriche. Non c’erano altari od altri segni particolari, ma forse proprio e soltanto la disposizione delle finestre, creava l’impressione che ci si trovasse in una chiesa, o comunque in un luogo di culto.

L’uomo che aveva parlato, stava a ridosso della finestra di destra, sulla parete di fronte. Al suo fianco c’era un vecchio con i capelli bianchi ed incredibilmente lunghi, che scendevano fino al petto, come quelli d’una donna. Bianca era anche la barba che pure scendeva lunga, fino alla cintola. Portava anche lui una tunica bianca e corta, ma sotto aveva dei calzoni bianchi che si chiudevano al malleolo sui piedi nudi. La sala era piena di gente vestita come il vecchio. Alcuni avevano come lui i capelli bianchi, altri, i più giovani, erano invece biondi.

Se anche lei fosse vestita nel sogno come loro, se gli altri si fossero accorti della sua presenza, ed avessero notato la sua diversità, non ricordava. Si era sentita presente, nella sala, senza vedersi presente, e si era infine anche resa conto di trovarsi proprio nella sala grande del convento. Le tre finestre erano una invenzione del sogno perché nella realtà non ci sono, eppure, pur nella diversità dei particolari, aveva la netta sensazione e la certezza di trovarsi al convento.

Il personaggio vestito alla romana che era entrato nel suo ragionamento ripetendole il teorema di Pitagora, si riprese, come se avesse fatto una divagazione fuori luogo, e volesse tornare a quanto stava dicendo prima. Sembrava stesse tenendo un conferenza, affiancato dal vecchio, che lo assisteva e lo presentava.

"Scusate la divagazione," riprese infatti, "come vi stavo dicendo, sono un uomo, un filosofo direbbero i miei concittadini abitanti della Grecia, che sta studiando per ricercare il senso della vita. Quando ho saputo dai mercanti cercatori d’ambra, che sulle montagne al nord, dove finisce il mare Adriatico, c’erano popoli tutt’altro che barbari che avevano sviluppato una teoria molto interessante sul senso della vita, non ho resistito ed ho voluto venire a cercarvi, e da Crotone nella Magna Grecia, dove nel frattempo mi sono trasferito, mi sono imbarcato con la prima spedizione che risaliva nuovamente l’Adriatico. Ma di me vi ho già detto troppo, vi ho già raccontato di come si vive sulle sponde del Mediterraneo. Se sono venuto fin quassù è per imparare, non per raccontare."

Allora aveva preso a parlare il vecchio, con una voce che sembrava esile e stanca. Ma le sue parole si sentivano distintamente, risuonavano dentro al cervello, come se stesse parlando vicino all’orecchio, o si sentisse in cuffia. I lineamenti del suo volto si confondevano nel bianco dei capelli e della barba. Sembrava che fosse la macchia di bianco a parlare e non un uomo, e il bianco dei capelli, della barba e del vestito, fondendosi con il bianco della parete, dava l’idea che le parole venissero dall’infinito, come dall’infinito del cielo dovevano essere venute a Mosè le parole della legge sul Sinai, riflettendosi nelle vibrazioni del fuoco del roveto ardente.

"La nostra non è una teoria" prese a dire, "ma la verità. Come il tuo teorema non è una teoria ma è una verità, scoperta da te, ma che esisteva indipendentemente da te e prima di te.

Così prima del mondo c’era la legge che ha fatto il mondo e la legge è Dio che noi chiamiamo Lug. Non c’era la luce ma solo la sua mancanza, e c’era il dio Ogmios lo spirito che vede senza la luce. Si formò allora il suo contrario Dàgda la luce, il mondo. Con la morte di Dàgda, Ogmios può ricomporsi nell’unità con Lug. Come nel cosmo così nel microcosmo d’ogni uomo, c’è lo spirito che pensa e vede senza bisogno della luce e il corpo che vede nella luce, l’unità si realizza nella morte del corpo, che consente allo spirito di riunirsi a Lug.

Il nostro ragionamento si sviluppa dalla parte del corpo e quindi pensiamo che la luce sia bene e le tenebre male. Basterebbe pensare che il nostro pensiero, la parte più nobile di noi, si sviluppa meglio nelle tenebre che nella luce...

"Ora capisco," aveva commentato il greco, "perché da noi si dica che siete discendenti della Notte e che non calcolate il tempo contando i giorni ma le notti e che anche le date natalizie e il principio dei mesi e degli anni le contiate facendo incominciare le giornate con le notti…"

Luciano e Maria erano intanto arrivati al convento. Dovevano lasciare la macchina e scendere a piedi per un centinaio di metri attraverso uno stretto sentiero.

"Continua!" le disse, facendo per scendere dalla macchina, e confermandole il suo interesse per ciò che gli stava raccontando.

"No!" disse lei "prima che tu vada giù, devo dirti l’ultima parte del sogno. Ti finirò un altra volta il racconto di che cosa si sono detti il vecchio e il giovane vestito alla romana. Ma ciò che non posso rimandare di dirti è la parte conclusiva del sogno."

Dopo aver finito di discutere, il vecchio era uscito seguito da tutti gli altri in processione. Si erano quindi recati nel cortile davanti al convento, disponendosi a semicerchio. Avevano di fronte la parete dell’edificio, nella quale campeggiava una grande meridiana. In terra, al centro del semicerchio, c’era una sorta di ruota fatta con stecchi, raccolti in piccole fascine accostate e legate in modo da simulare appunto il cerchio esterno e i quattro raggi di una ruota. Il vecchio, con una torcia, aveva poi appiccato il fuoco in più parti, e la ruota s’era trasformata in un falò.

Le fiamme lambivano la parete con la clessidra, e il ferro centrale che segnava le ore con l’ombra del sole, al riflesso delle fiamme sviluppava delle ombre che si muovevano come impazzite, come a significare, aveva pensato, che il tempo dell’uomo fosse impazzito.

Fu allora che fu risvegliata dalle grida dei vicini di casa che davano l’allarme perché s’era visto del fuoco, a mezza costa sulla montagna, probabilmente in corrispondenza del convento. Era corsa anche lei, con i primi, per spegnere l’incendio. Ma al loro arrivo avevano trovato che il fuoco si era già spento da solo. Avevano solo potuto constatare che c’erano veramente in terra i segni d’un falò con le ultime braci, e il muro di fronte era annerito dalle fiamme.

"Ecco", concluse "per questo sentivo il bisogno di raccontarti, per questo ti dicevo che non sapevo se si fosse trattato d’un sogno, o non so di che altro. Il fuoco del sogno c’è stato davvero!..."

"Come il fuoco del sogno?"

"Vai avanti, che ti faccio vedere..."

Scesero al convento, lui davanti e lei dietro, come l’assassino che ha paura a tornare sul luogo del delitto nel timore si possano trovare le prove della sua colpevolezza. Arrivato nel cortile, anche Luciano rimase sbalordito e sconcertato allo stesso tempo. In effetti c’erano i segni d’un fuoco, d’un falò o di qualcosa del genere. Guardando attentamente si vedeva che i carboni erano disposti come a formare una ruota con quattro raggi. Il falò era stato acceso quasi a ridosso della parete. L’intonaco era infatti sporco di fumo. Si avvicinò al muro, per guardarlo attentamente, come si guarda ad un quadro per vedere la composizione delle pennellate, e gli parve d’intravedere dei segni, sotto all’ultima mano di calce, con la quale era stata imbiancata la facciata. Credette anche di riuscire a ricostruire il simbolo d’un numero romano, forse quel che restava d’una meridiana, ma non disse niente a Maria.

Lei lo stava a guardare con l’ansia con la quale il paziente guarda al medico che con le mani percorre il suo corpo, tastando, battendo e premendo alla ricerca dei sintomi d’un qualche male.

"Cosa mi dici?" chiese infine.

Cosa avrebbe potuto rispondergli? Che non ci capiva nulla? Che comunque il suo scetticismo innato lo portava a ritenere che da qualche parte ci dovesse essere una soluzione al presunto mistero?

Al limite poteva essere stata proprio lei, da sonnambula...Ma come aveva poi fatto a rientrare se le grida dei vicini l’avevano svegliata sul divano di casa? Ma se anche l’avesse fatto da sonnambula, per quale strano impulso avrebbe dovuto fare un falò a forma di ruota?

Rientrati in paese trovarono la casa degli amici proprietari del convento ancora occupata dagli ultimi curiosi.

"Dove siete finiti, senza dire niente?" chiese qualcuno.

"Maria ha voluto farmi vedere," rispose Luciano più che altro per scusare il comportamento di lei nei loro confronti.

"Cosa le è parso?"

"Mah! Non saprei...Sono già stati avvertiti i carabinieri?"

"Non ancora!"

"Direi di non farlo. E’ senz’altro opera di un balordo che ha voluto fare uno scherzo. Non andrei a fare ulteriore confusione..."