Cap. 9
Un sepolcro.
Nel suo appartamento allinterno del grande condominio in città non aveva più paura, tuttavia non gli riusciva di prendere sonno. Ripensava ai discorsi dellarchitetto. Nelle sue parole avevano trovato soluzione molte delle sue domande. Il puzzle formato dalle tante cose che aveva letto e da quello che aveva sentito negli strani racconti che si richiamavano in qualche modo ai Celti, ora sembrava ricomporsi in un quadro che aveva una sua logica.
Era però la logica dun quadro astratto che un pittore aveva dipinto in preda ad un raptus, ad unallucinazione. Ci voleva la logica della pazzia per ammettere che tutti quei racconti che gli erano stati fatti (e quante altre persone allora avevano vissuto esperienze analoghe!) fossero riconducibili al fatto che su quelle montagne si poteva vivere la facoltà di mettersi in relazione con i morti e di risalire attraverso di loro nella storia, per ritrovarsi nel mondo dei primi abitanti del luogo.
E il fatto che tutti i racconti risalissero ai Celti, si giustificava proprio perchè che erano stati loro, i loro druidi-sciamani a sviluppare questa facoltà, ed a trasmetterla come gene ereditario ai loro discendenti. In questa prospettiva anche il sogno su Rodolfo il Glabro che sembrava non aver nulla a che vedere con i Celti, poteva voler significare, nella ripugnanza che suscitava il frate, lesecrazione verso lazione cruenta condotta dallInquisizione per eliminare i benandanti: Eliminando loro, eliminando i loro viaggi dellanima, si era in qualche modo eliminata anche la possibilità del ritorno dei Celti.
Con lInquisizione il mondo delle fate benefiche, delle Agàne, del misterioso rapporto delluomo con il mistero della vita nella natura, del positivo rapporto con linvisibile, era diventato il mondo delle streghe malefiche da bruciare, il rapporto perverso da maledire, da sconfessare come peccato.
Ripensava alla originale concezione della vita e della morte dei Celti, così come credeva dessere riuscito a ricostruirla. Era la sua, una ipotesi come quella di tanti altri storici, perché i Celti con la regola che si erano imposta di non tramandare se non oralmente la loro cultura, avevano posto le condizioni più favorevoli perché tutto di loro andasse perduto, facendo sì che a loro non si possa risalire se non per ipotesi.
Forse tutti quei sogni così uguali in persone così diverse erano proprio il modo che i Celti avevano scelto per continuare a trasmettere oralmente la loro cultura. I sogni come fonte storica! Rise della sua conclusione immaginando come si sarebbe arrabbiato il suo professore di storia al liceo se durante uninterrogazione, si fosse permesso di aggiungere alle fonti tradizionalmente riconosciute, anche i sogni. Eppure...
Eppure loriginalità di quella cultura, come gli era riuscito di ricostruire, stava appunto nelloriginalità con la quale veniva concepito il rapporto tra la vita terrena e quella ultraterrena. Nella nostra cultura, si parlerebbe del rapporto tra la vita e la morte, ma già nei termini usati il problema viene falsato.
Ripensava a come tutto fosse diverso rifacendosi allidea della morte come azione e non come stato. I modi di essere contrapposti sono visibile ed invisibile, vivo con il corpo e vivo senza corpo, la morte è solo il momento del trapasso
Volendo riassumere in una immagine quello che pensava davere capito, gli veniva in testa lidea duna partita di calcio con una panchina infinita. Lallenatore secondo un suo disegno, fa entrare un nuovo giocatore, e richiama in panchina a caso, uno alla volta, quelli che stanno giocando. Il nuovo entrato viene accolto con un applauso dai compagni già in campo, con un applauso viene accompagnato anche quello che esce. Nel breve spazio di tempo nel quale gli viene consentito di giocare, ogni giocatore contribuisce positivamente o negativamente allo sviluppo della partita. Alle volte è assolutamente ininfluente, altre addirittura non riesce neppure a toccare la palla. Ma la cosa è irrilevante, di fatto ha giocato! Ciò che conta, non è il giocatore ma la partita.
Andava però anche scoprendo che, al di là della partita, cè una relazione stretta tra chi ha giocato, tra chi gioca e chi deve ancora giocare, una relazione che va al di fuori ed al di là della partita, che non si risolve nel gioco, ma vive oltre il tempo passato in campo a giocare...
Allalba decise di riprendere la macchina per tornare sul S.Simeone a parlare con larchitetto. Capiva che sarebbe tornato in pace con se stesso soltanto quando avesse trovato pace con i Celti, esaurendo il desiderio di conoscenza nei loro confronti. Fino a quel momento li avrebbe vissuti come un incubo. Solo quando li avesse ritrovati, li avrebbe vissuti con la serenità del figlio adottivo che è finalmente riuscito a ritrovare il padre naturale...
Rise in macchina con se stesso pensando a come lambiente politico locale avrebbe preso lidea balzana duno che si sente adottato dallItalia, e vuole ritrovare nella cultura celtica la sua origine naturale. Ma in effetti, lidea dun figlio che vuole ad ogni costo ritrovare il proprio padre naturale, dava bene lidea dellansia che lo accompagnava nella ricerca, dellimpegno che metteva per arrivare ad un risultato.
Giunse sullaltopiano che stava sorgendo il sole. Non si vedeva ancora, nascosto dietro alle prealpi giulie ed al massiccio del Canin, ma tra una montagna e laltra era entrata una lama di luce che percorreva come un faro la pianura oltre il forte di Osoppo. La lama si fondeva nella nebbia per sciogliersi ed arretrare come un onda che risale verso le montagna e ritornare al sole che finalmente spuntava dietro al Plauris, facendo emergere lombra del S.Simeone dalle opposte montagne di Peonis. Non era la prima volta che vedeva sorgere il sole, ma era la prima volta che sera fermato a notare i particolari della scena, forse perché mai prima aveva visto la scena da un punto così importante dosservazione.
Trovò larchitetto già al lavoro, impegnato a fare il formaggio nella stanza tra la biblioteca e il recinto degli animali. Le pecore belavano accalcandosi alla porta del "tàmar" a controllare larrivo del forestiero. Tàmar, si sarebbe appunto chiamato il recinto se ci si fosse trovati in malga. Parola celtica? Poteva essere. In effetti poteva avere senso pensare che si fossero mantenute soltanto le parole che si riferivano alle cose che il tempo non aveva cambiato.
"Sono passati quasi tremila anni, ma ciò che sto facendo è identico a quello che in questi luoghi, si faceva tremila anni fa," sottolineò larchitetto.
Laveva salutato senza alcuna sorpresa, come se fosse stato sicuro di vederlo e anzi si aspettasse la visita.
"Già qui" gli aveva detto vedendolo arrivare, ma avrebbe anche potuto dire "Così tardi? Ti aspettavo allalba!" Non aveva premesso alcuna parola di commento alla scena della sera prima quando se nera andato così in fretta. Certamente non aveva creduto allimpegno del quale aveva detto dessersi ricordato allultimo momento. Forse aveva capito il vero motivo di quella fretta improvvisa. Forse anche per lui il percorso di avvicinamento ai Celti non era stato facile e quindi poteva capire le difficoltà e le perplessità degli altri.
In effetti, il celta di tremila anni prima al suo posto per certi versi poteva essere diverso: aveva diverso il colore della barba e dei capelli, diversa aveva forse la foggia dei vestiti. Ma non troppo, perché larchitetto con quella grande vestaglia colore verde muschio dalla quale uscivano appena i calzoni alla zuava, forse era meno diverso di quanto si potesse immaginare. Le "dalmine" ad esempio, che aveva ai piedi, con le suola scavate nel legno, chiuse sopra da un pezzo di cuoio, potevano ben essere le stesse calzature del celti. Forse a quel tempo erano completamente incavate nel legno, come susa ancora in Olanda
E sotto, quei due pezzi di ferro attaccati alla suola come ramponi, a evitare pericolose scivolate, anche nel nome "glacìns" facevano pensare a strumenti venuti dalla notte dei tempi
In un angolo, a terra, cera il fuoco acceso e sopra la "cjaldèrie", il grande paiolo appeso alla "cjàre", il trespolo di legno che ruotava consentendo di allontanare senza fatica il latte dal fuoco, quando avesse raggiunto la giusta temperatura. Il latte si era rappreso, la cagliata era pronta per essere rotta e lavorata con la "glòve".
"Hai letto di Menocchio?" gli chiese larchitetto.
Sorrise. Anche a lui era venuto in mente il mugnaio Menocchio, guardando il latte addensarsi e diventare una massa consistente.
"Attraverso la sua storia puoi risalire a quella dei benandanti." Su quel riferimento, anche Luciano era venuto in mente daver letto che si discuteva tra gli storici locali se il mugnaio doveva essere considerato un benandante. "Non so anchio se lo sia stato, ma certamente è morto nella stessa azione di repressione gestita dallInquisizione, che ha portato alleliminazione del fenomeno dei benandanti."
Menocchio era stato una originale figura di eretico in Friuli, giustiziato per non aver voluto rinunciare alle proprie convinzioni e soprattutto per il desiderio di credere soltanto a ciò di cui era convinto. Considerava "mercanzie" le sovrastrutture imposte dalla Chiesa ai credenti, per complicare inutilmente un Vangelo che, a suo dire, si poteva riassumere in quattro parole.
Muore con il corpo anche lanima sosteneva, ma resta lo spirito, e gli spiriti possono essere in relazione tra loro. Per questa convinzione il mugnaio poteva essere ricollegato ai benandanti, e attraverso questi ai Celti. Anche se la sua eresia andava ben oltre, fino a ritenere che Cristo fosse solo uno dei figli di Dio, "perchè anche noi, (tutti gli uomini) siamo figli di Dio, della stessa natura di quello che è morto in croce".
Il motivo però per il quale, ad ambedue, guardando formarsi il formaggio, era venuto in mente Menocchio, era un altro: era la sua originale cosmogonia. Allinizio, aveva cercato di spiegare agli inquisitori, cera il caos. Ma poi quel volume era diventato una massa, appunto come si rapprende il formaggio nel latte. E infine aggiungeva, con una immagine ancora più ardita: "Come nel formaggio si formano i vermi, così si sono formati gli angeli."
"Con limmagine del latte che si trasforma in formaggio e del formaggio che si trasforma in vermi, cambiando natura," aveva ripreso a dire larchitetto, mentre continuava a tagliare la cagliata, "Menocchio cercava di spiegarsi e di ammettere lesistenza duna natura diversa che nasce da una precedente e può esistere senza di questa. Come i vermi si sono sostituiti al formaggio, così la materia si è trasformata nella dimensione spirituale degli angeli, così luomo può trasformarsi in una dimensione extraterrena ed extracorporale.
Allo stesso modo, qualche migliaio danni prima i Celti, forse anche loro guardando al formarsi del formaggio, erano arrivati allidea dellunicità del mondo in due diverse dimensioni, che convivono assieme. Non esiste quindi un al di qua e un al di la. Sullo stesso campo cè chi gioca, chi ha già giocato e chi in panchina aspetta di giocare. Ma lo stadio e lo stesso...
Vivono assieme quelli che hanno il corpo, con quelli che non lo hanno più, ma i secondi sono come avvolti in una membrana, che li rende invisibili. Molti ne avvertono la presenza, ma pochi possono raccontare dessere riusciti a stabilire un contatto. Forse nel nascere con la membrana amniotica, si acquisisce una particolare capacità di superare la barriera che impedisce ai vivi col corpo, di vedere i vivi senza corpo.
Forse la "camicia" è solo una allusione, e questa capacità è propria di alcuni, medium e sensitivi, senza alcuna relazione alla modalità con la quale si è nati. Forse invece il riferimento è più concreto, perché in effetti la modalità del nascere influisce sulla modalità del vivere, modificando le capacità sensoriali e di relazione proprie dei singoli individui.
Forse. Una cosa però è certa, che i nostri antenati Celti erano tuttaltro che barbari, come li definirono i conquistatori romani. Se ti fermi, voglio farti vedere una cosa. Sono convinto di potermi fidare e che tu sappia mantenere un segreto."
Laveva lasciato parlare senza mai interromperlo. Al suo invito aveva solo annuito, chiedendosi quale altra sorpresa lo attendeva dopo la sorpresa dei discorsi appena ascoltati.
Il sole era già alto quando, finiti i lavori nella rudimentale latteria larchitetto aveva aperto il recinto per portare al pascolo il piccolo gregge. Si mise davanti e le pecore presero a seguirlo. Dietro venivano le capre e infine Luciano che chiudeva il corteo camminando in silenzio e rimuginando su quale poteva essere il nuovo segreto che gli avrebbe rivelato lo strano pastore alla guida del gregge.
Presero nella direzione della cima del S.Simeone.
Lasciata però la mulattiera che porta alla vetta, deviarono subito per un sentiero che attraversa il monte a mezza costa, ed arrivarono in una radura circondata da querce. Attorno il bosco era di faggi e colpiva la stranezza di quella macchia di vegetazione diversa attorno alla radura. Non potè non pensare ai Celti ed al culto che avevano per le querce che consideravano alberi sacri. Forse erano stati loro a piantare quegli alberi diversi, portando le piantine come reliquie dai loro paesi dorigine.
Qualche centinaio di metri più avanti, sapriva un altro avvallamento con un'altra radura, segnata da grandi massi. Da lì il terreno cominciava a salire con una pendenza maggiore e fra gli alberi cerano sparsi dei grandi sassi. "Il cimitero dei celti, la loro necropoli," pensò tra sè, senza che larchitetto gli avesse detto ancora niente.
Era stata una intuizione. Dei massi su un terreno in pendenza non sono evidentemente sufficienti per dire che si tratta dun cimitero dei Celti. In verità, leggendo la storia dei ritrovamenti sui Celti, era rimasto sorpreso dal fatto che le necropoli spesso erano poste su terreni in forte pendenza. La nostra idea del cimitero richiama terreni pianeggianti, chissà perché loro usavano anche quelli in salita? Forse solo perché cerano i massi che venivano utilizzati come delle lapidi naturali, aveva pensato Luciano: invece che costruire la lapide sopra la fossa, scavavano la fossa sotto alla lapide. Ma anche questa era una sua interpretazione personale della quale non aveva trovato nessuna conferma.
Ai piedi di quello che aveva immaginato fosse il pendio cimiteriale, cera un gruppo di enormi massi. Erano simili a quelli che lavevano colpito sul Sorantri. Forse attorno a quelle pietre che le forze della natura aveva staccato e fatto emergere a dare il senso di qualcosa deterno, i Celti celebravano i propri riti. Accanto, cera una montagnola duna decina di metri di diametro e tre o quattro daltezza. E una conformazione naturale abbastanza frequente nel suolo in montagna, ma per la posizione al margine inferiore di quello che aveva immaginato fosse un cimitero, era logico sospettare che potesse essere una rialzo artificiale, un tumulo.
Così aveva infatti pensato anche larchitetto e sera messo a scavare un cunicolo alla base duna delle pareti laterali. Ci aveva messo mesi di lavoro perché voleva evitare il rischio di far franare tutto. Ma i pastori hanno tanto tempo. Mentre il gregge pascola, possono dedicarsi ad altre cose, e lui aveva preso a scavare attrezzandosi con una paletta militare che poteva essere utilizzata sia come vanga che come zappa. Procedendo nello scavo aveva rinforzato il cunicolo come si usa fare nelle miniere, e finalmente, un giorno la piccola vanga che usava per lo scavo, gli era quasi sfuggita di mano non trovando più resistenza nel vano che si era aperto improvvisamente.
Gli stava raccontando queste cose mentre spostava un sistema di frasche intrecciate con il quale aveva chiuso lapertura. In effetti sotto quel cumulo di stecchi secchi, come se ne trovano tanti nel bosco, era impossibile immaginare che saprisse un passaggio secreto. Tolte le frasche, era apparso alla vista un cunicolo di quasi un metro daltezza e cinquanta centimetri di larghezza.
"Seguimi!" gli disse larchitetto, iniziando a strisciare carponi nella stretta galleria, facendosi luce con una torcia elettrica.
Cerano tre metri circa di cunicolo. Larchitetto ormai pratico laveva attraversato velocemente. Luciano, avanzando, lo intravedeva in fondo. Sera già seduto dopo aver raggiunto il vano al quale portava il cunicolo. Quando anche lui riuscì a sbucare ed a mettersi seduto, come aveva visto fare larchitetto, non riuscì a trattenere una esclamazione di stupore.
"Visto, che meraviglia!" commentò larchitetto. Poi prese a spiegargli, come un esperto cicerone, accompagnando con le parole il fascio di luce della torcia elettrica che indirizzava sui particolari che gli andava indicando. Commentava con le deduzioni ed interpretazioni che si era dato, analizzando i reperti.
"Il tumulo," prese a dire, "contiene una doppia camera lignea fatta di mezzi tronchi. Allinterno misura quattro metri per quattro, per uno di altezza, (era in effetti appena sufficiente per consentire loro di stare seduti). Come si intuisce dai resti, il pavimento era coperto da tessuti, ed altre stoffe pendevano alle pareti, tenute insieme da fibule di bronzo." Continuò la spiegazione evidenziando che lungo una parete della camera si trovava un sofà di bronzo sul quale giaceva il morto, la cui testa era sostenuta da un guanciale riempito di erbe.
Erano ancora ben visibili parti dellabito oltre a tessuti e pelli che lo coprivano. Portava un cappello conico di corteccia di betulla che certamente segnalava il suo ruolo nella società. Il rango del defunto però, senza dubbio un "principe celta", era rivelato dal tipico torquis doro. In una borsa, portava anche oggetti da toeletta e tre ami da pesca. Una faretra con frecce pendeva al di sopra di lui. Portava anche un pugnale il cui lato rivolto verso lalto era ricoperto doro, anche questo indubbiamente un segno del suo potere. Doro erano rivestiti anche la cintura e le "dalmines" con la punta molto rostrata come le pantofole dei principi orientali. Cerano poi sparsi anche altri bracciali e altre fibule sempre in oro.
In un angolo cera un servizio da banchetto e da simposio: nove corni potori erano appesi alla parete della camera, e su un tavolino stavano nove piatti in bronzo, con tre vassoi dello stesso metallo di notevoli dimensioni. Si poteva immaginare quindi che fosse stato allestito un banchetto funebre per nove persone. La bevanda invece (che se si fosse potuta analizzare certamente sarebbe risultato trattarsi di idromele) , era contenuta in un calderone di bronzo di fattura greca, sul cui orlo erano raffigurati tre leoni. Accanto al bacile si trovava anche una tazza doro ed una situla carnica.
"Usciamo!" disse infine larchitetto, conclusa la sua presentazione.
In effetti pur non essendo così piccolo lo spazio, che comunque prendeva aria a sufficienza dal cunicolo, ci si sentiva mancare il respiro. Non era un problema di carenza daria. Era per la prima volta che si trovava allinterno duna tomba. Di quasi tremila anni prima, certamente. Ma sempre duna tomba si trattava. Nel buio squarciato dal fascio di luce della torcia elettrica, la presenza del principe che era stato inumato in quel luogo si sentiva ancora. Il vano sembrava pieno della sua presenza, non cera posto per gli intrusi. E chissà quali maledizioni erano state poste a proteggere il sonno eterno del principe...
Certo, anche senza credere alle maledizioni, la suggestione duna tomba è sempre forte e respirò con gioia una boccata daria a pieni polmoni quando, uscendo dal cunicolo, riuscì a rimettersi in piedi.
"Se hai studiato qualcosa al riguardo..." riprese la lezione larchitetto appena fuori, "dovresti sapere che una tomba quasi identica a questa è stata trovata a Eberdingen-Hochdorf in Germania nel Wurtemberg settentrionale. Lì cè anche un carro, ma evidentemente da queste parti, su queste montagne, non aveva senso andare con il carro, e quindi nel corredo funerario manca lattrezzo".
Aveva letto infatti sul monumentale volume "I Celti" pubblicato in occasione della grande mostra allestita a Palazzo Grassi a Venezia nel 1991, di questa tomba. Mentre larchitetto continuava nella sue interpretazioni ricordava che gli studiosi per la tomba in Germania sostenevano che dimostrava lesistenza duna forte corrente di scambi commerciali con gli Etruschi dellItalia centrale. In una posizione geograficamente molto più avanzata, come quella delle alpi carniche, a ridosso del mare adriatico, era quindi possibile immaginare scambi commerciali e culturali ancora più intensi con gli abitanti della Magna Grecia. Non cera quindi nulla di strano nel pensare che su quelle montagne fossero arrivati dei mercanti greci, seicento anni prima di Cristo.
Era salito sullaltopiano per confrontarsi con larchitetto e trovare pace con i Celti. Ora si ritrovava invece con in testa una strana teoria sui benandanti, un teorema ancora più originale sulla storia dei Celti e nel cuore il vuoto che gli aveva lasciato quella tomba, e la paura per aver violato il riposo di quellantico guerriero...
Rientrando in paese, in macchina, stava pensando che forse lidea di liberarsi dei Celti approfondendo la loro conoscenza non era stata poi così intelligente. Non si spezza un amore continuando ad inseguire lamante. Forse era preferibile smettere di inseguire i Celti, se non voleva finire coinvolto e travolto in un incubo. La decisione estrema alla quale era arrivato larchitetto, era un segnale da non trascurare...O forse lapproccio doveva essere diverso