Cap. 4.
Maria la Svualda.
Da quando ragazzo era partito per il collegio, Luciano aveva abbandonato definitivamente il paese della propria infanzia. I suoi si erano trasferiti ed erano andati ad abitare in città. Non aveva avuto più alcun motivo per tornare tra quelle quattro case, abbarbicate a mezza costa in mezzo alle montagne. Aveva passato tutta la vita senza mai tornarvi. Solo lanno prima, aveva accettato linvito duna cugina, che si era più volte offerta di ospitarlo per dargli lopportunità, diceva lei, di rivivere i luoghi dellinfanzia. Era stato così che aveva avuto modo di incontrare nuovamente Maria da Mede, dopo tanti anni, e di sentire la lei il racconto del suo strano sogno.
Ma era poi veramente un sogno? Come Maria, anche lui aveva cominciato a porsi la domanda, ogni volta che ripensava alla stranezza del racconto, sia per i contenuti che per il modo di presentarlo. Ripetendo un sogno si sorvolano i particolari, invece Maria si era soffermata sui minimi dettagli. Ed anche la premessa del racconto della costruzione della "mede", reso con un insistenza puntigliosa sui particolari più insignificanti, era stata raccontata come un sogno
Dopo quella prima volta aveva ripreso a frequentare il paese. Non erano stati i pochi giorni in casa della cugina, quanto forse proprio quel racconto, a fargli rinascere linteresse per i luoghi nei quali aveva trascorso i primi anni della sua vita. Non era solo una curiosità superficiale, ma un vero e proprio bisogno che gli era scoppiato dentro, come per una sorta di maleficio. Nel racconto così dettagliato che Maria gli aveva fatto della scena della «mede» aveva preso a rivivere, assieme a quella scena, tante altre scene della propria infanzia. Le immagini, dopo lincertezza iniziale, avevano preso a fluirgli nella memoria con una nitidezza impressionante, come se le scene riprendessero a vivere, ripetendosi identiche nella sua mente.
E assieme al richiamo di quelle immagini, in un certo modo aveva sentito anche lui, come Maria, il richiamo del cimitero. Tra quelle lapidi rivedeva la storia recente del paese, ma in quella terra, come per i due grandi cipressi di guardia al portale dingresso, sentiva che cerano le sue radici, cera il senso della propria continuità con il passato, e quindi il senso della propria esistenza.
La sua vita era stata come una espressione algebrica, a forza di operazioni e di semplificazioni, sera annullato tutto quello che era allinterno della parentesi, ed ora capiva che per risolvere lespressione, doveva mettere in relazione i dati finali, quelli che venivano dopo la parentesi, con quelli iniziali, che aveva incontrato prima della parentesi.
Aveva deciso così di rimettere a posto la casa dei suoi. Dopo tanti anni, era ridotta a poco più che un rudere. Ledera laveva avvolta, sera insinuata tra le fessure del muro, era penetrata negli interstizi tra le finestre e il muro, laveva invasa dallalto, strisciando tra le travi, infilandosi tra le tegole rotte e sconnesse. Ledera, come le circostanze nella sua vita, aveva preso il sopravvento, ed ora si aveva quasi limpressione che fosse ledera a reggere la casa e non viceversa.
«Non vale la pena» gli aveva detto limpresario a cui si era rivolto per avere un preventivo.
«Ne vale sì» aveva replicato, convinto. Anche se non riusciva bene a capire i motivi di quella improvvisa convinzione, di quella decisione, tanto imprevista quanto profonda, di riprendere il rapporto con quel paese al quale ora sentiva di nuovo di appartenere. E il suo paese, perché egli sentiva di essere del paese.
Già quandera ragazzo la piccola frazione non aveva molti abitanti. Ora erano rimaste solo poche famiglie di gente anziana. Alla sera quando quei quattro vecchi si ritiravano nelle loro case, girando per le strade deserte, si capiva che cosa fosse veramente la voce del silenzio. Nel fruscio duna foglia, nel cigolare dun ferro, nello scricchiolare dun legno, il silenzio prendeva la voce di loro: di quelli che erano già stati, di quelli che avevano lucidato con i loro piedi i sassi del selciato, di quelli che avevano costruito con le loro mani, pietra su pietra, i muri che chiudevano ai lati le strade. Corridoi stretti che sfociavano nel buio senza fine della campagna circostante, oltre la fioca luce dei pochi lampioni.
Non era un paese di case, ma di vicoli stretti, segnati dalle ombre rotte da chiazze di luce. Il dondolio dei lampioni, al respiro della notte portato dalla brezza, muoveva le ombre, e tornavano le persone di allora, i vecchi che pareva venissero dalla notte dei tempi e che sarebbero dovuti restare per leternità. Eternamente vecchi ed eternamente saggi nei loro nomi così strani come usciti da antiche leggende: Miàn da Midèse, Pièri di Bài, Sciulìn di Cròdie...
Per esorcizzare quelle presenze, forse erano nate le leggende, per dare la dimensione della favola a ciò che faceva paura nella realtà. E quei rumori che rompevano lopprimente silenzio delle calli dalla luce incerta, degli androni bui, era lincespicare dei folletti della notte, nelle cose degli uomini.
Sbilfs li chiamavano i vecchi. Ed ogni rumore aveva un nome. Era Licj che si divertiva a far saltare le cuciture, Braulin ad aggrovigliare le corde, Bèrgul a far inciampare la gente. Ed assieme agli sbilfs burloni che giravano per le strade cerano anche quelli cattivi che si muovevano impazziti, come il vento di marzo, cercando di entrare nelle case degli uomini.
Cascugnìt che faceva perdere la testa alle donne facendole invaghire senza ragione delle persone più sbagliate, e le costringeva poi a girare per le strade, anche di notte, come trasognate, e Cialcjùt che riusciva ad entrare nelle case, filtrando persino tra le fessure tra sasso e sasso, per divertirsi, sadico, a trasformare in incubi i sogni nei quali gli umani cercavano di dimenticare la vita grama che si viveva su quelle montagne.
Allinizio dellestate, aveva appena preso ad abitare la casa, nei fine settimana, anche se i lavori erano ancora in corso, quando una sera era venuta da lui Maria La Svualda. Era anche lei una sua coetanea. A differenza dellaltra Maria, era stata sposata, aveva avuto due figli che avevano messo su famiglia in Germania. Erano anni ormai, che non venivano però a trovarla. Da anni le era morto il marito, ed anche lei era sola. Anche per lei sera chiusa la parentesi, ed era rimasta soltanto la solitudine che cercava di riempire con i sogni di quando era bambina, per dimenticarsi della vita che aveva inutilmente sprecato..
Le dispiaceva soprattutto per i figli: il non sapere dove fossero. Lindirizzo lo conosceva con quei nomi così strani fatti di «h» e di «k», ma non era mai stata a vedere dove abitavano. Non riuscendo ad immaginarsi il paesaggio nel quale vivevano, le pareva che fossero finiti nel vuoto o nel nulla, e quando pensava a loro le prendeva appunto una sensazione di vuoto. Per il marito invece, non le dispiaceva certo che fosse finito il tormento duna convivenza con un ubriacone volgare e violento...
Perché laveva sposato allora? Ma!... Nella vita sono più le cose che ti accadono di quelle che scegli, per cui alla fine, non sai se anche che ciò che credi di aver scelto, ti è stato invece in qualche modo imposto dagli eventi... Non era però venuta da lui per parlagli della sua vita e del suo passato. No, laveva scelto per confidarsi con lui dun sogno che aveva cominciato a fare con molta frequenza, dopo la morte del marito.
Si ripeteva sempre uguale...
Iniziava con il cimitero. Non cera limmagine delle tombe, ma come la sensazione di averle appena viste. Era (venne subito in mente a Luciano), come se il sogno che le veniva raccontato partisse da dove finiva quella di Maria da Mede, come si trattasse dun altro capitolo della stessa storia.
Si vedeva nel sogno ancora giovane ragazza, con limpressione dessere appena rientrata dal cimitero dove si era recata, malgrado fosse notte. E lei di notte non avrebbe certo avuto il coraggio di entrare in un cimitero. Si vedeva, incapace di riprendere sonno, a guardare dalla finestra della sua camera, le rare luci che giù nella valle segnalavano i vari paesi. Nel profondo della notte vedeva muoversi delle luci sulle strade e sui sentieri della montagna opposta. Anche ad ore impossibili cera qualcuno che si muoveva, che pensava...
Ed anche lei pensava a quegli uomini chiusi ognuno in un proprio mondo di angosce, e chiedendosi quale fosse il senso della loro esistenza, cercava di dare un senso alla propria: tanti lumi in attesa di spegnersi, come lucciole impazzite nella preoccupazione di non venir meno al proprio compito, senza riuscire a comprendere il disegno complessivo nel quale la casualità della nascita, le aveva collocate.
Poi, alla mattina prima dellalba, la montagna di fronte si animava di tante piccole luci, che si spostavano lentamente, seguendo i sentieri per raggiungere i vari stavoli disseminati su quei prati.
Erano le donne che con sulla schiena una gerla carica derba, sulle spalle larconcello alle cui estremità erano appesi i recipienti per portare il latte, facendosi luce con il lampione a petrolio che portavano in mano, raggiungevano i rispettivi stavoli, per accudire alle mucche.
Pensava a quelle donne e si chiedeva perché anche la sua vita aveva dovuto svilupparsi con quei gesti, con quei riti, guadagnando la sopravvivenza a prezzo di fatiche senza senso.
Guardando a quelle luci, le vedeva moltiplicarsi, come se le donne che avevano percorso quei sentieri negli anni e nei secoli precedenti, uscissero assieme dal cimitero per ripercorrere unite nelleternità quei percorsi nei quali si erano succedute, in vita, di generazione in generazione, e si sentiva sgomenta di fronte a quella miriade di fuochi fatui in movimento, per i quali stava così poco a finire lolio della lampada, o sarebbe bastata una folata improvvisa di vento.
Poi nel sogno uno di quei fuochi si staccava dagli altri per venire verso di lei. Avvicinandosi si ingrandiva, diventava un fiamma sempre più grande e quindi un incendio che la avvolgeva. E nel fuoco era come se cambiasse scena. Era sempre lei che guardava al buio della montagna di fronte, ma lei era unaltra ragazza, vestita in modo diverso, la casa era costruita in modo più rustico, si vedevano i sassi della muratura, non cera lintonaco.
Sentiva che la ragazza era ancora lei, come la sua immagine riflessa in uno specchio, ma allo stesso tempo la sentiva come diversa, come se fosse diventata unaltra persona. Di fronte alle scena lei si sentiva come uno spettatore che guarda ad un film. Pur rivivendolo con una completa immedesimazione nei personaggi, pur partecipandovi con una grande intensità, come se veramente fosse stata la protagonista, tuttavia intuiva chiaramente che si trattava duna scena, che si svolgeva al di fuori di lei, in unaltra dimensione.
E la ragazza alla finestra, con le sue sembianze, ma vestita in modo strano, ora era preoccupata perché aveva ceduto al bisogno di sfogarsi, di raccontare della sensazione che provava nel recarsi di notte in visita al cimitero, ed a parlare con i morti. Si era confidata con il ragazzo che aveva preso a frequentarla. Perché laveva fatto? Un segreto così preoccupante lavrebbe potuto confidare forse alla madre, ma non certo ad un ragazzo che conosceva appena. Eppure gliene aveva parlato...
«E solo una sensazione» aveva sottolineato come a ridimensionare la gravità del racconto. Ma chissà cosa aveva invece pensato laltro. Ed ora non si rendeva neppure conto del perché lavesse fatto, del perché aveva spaventato lamico mettendo a rischio una relazione alla quale teneva molto, con la possibilità poi, che il ragazzo ne parlasse con altri, chissà con quali conseguenze...Forse aveva immaginato di poterlo legare a sé nella condivisione di quel segreto. Poteva essere una spiegazione per il proprio comportamento, ma restava il fatto che non erano cose da raccontarsi al primo venuto...
In effetti il ragazzo (sembrava suo marito da giovane, commentava Maria, ma pure lui era vestito in modo strano) ne aveva voluto parlare con il parroco. Questi laveva subito convinto che aveva lobbligo, se non voleva finire tra le fiamme dellinferno, di ripetere il racconto al frate inquisitore che stava in città.
Dai particolari avuti dal giovane, il frate sera subito convinto davere a che fare finalmente con un vero caso di possessione demoniaca e non con i soliti bestemmiatori, denunciati dai vicini, per farsi delle vendette a buon mercato.
Si chiamava Rodolfo il Glabro il frate inquisitore. Anche lei ne aveva forse già sentito parlare nei racconti del parroco. Veniva da Venezia da dove era stato mandato a fare penitenza tra quelle montagne. Non si sapeva di che cosa dovesse fare penitenza, ma comunque non era certo una persona che ispirasse fiducia. Era piccolo, grasso e sudaticcio.
Dava limpressione dessere affaticato dal peso della tonaca, come se lo strato di grasso che ricopriva il suo corpo si fosse attaccato alla tonaca e si muovesse con quella. Come al maiale, quando è pronto per essere ucciso, il grasso cola dalla gola in sacche flaccide, così avresti pensato che il frate avesse tutto il corpo coperto di sacche del genere, piene di grasso, flaccido e molliccio.
Un po costretto dalla necessità di strascinarsi dietro la bardatura di grasso, un po per un vizio congenito, camminava strisciando avanti i piedi lun dopo laltro, quasi senza muovere le ginocchia, Così facendo, dimenava il sedere, facendo ondeggiare la tonaca, assieme al grasso che si poteva immaginare penzolasse dalle natiche.
Il soprannome di Glabro gli derivava dal fatto che la testa fuoriusciva dalla tonaca, come fosse un unico blocco di carne, senza collo e senza mento, e finiva in una completa pelata. Anche la pelle sul cranio, era morbida e flaccida, come quella delle guance.
Immaginando di poter risolvere finalmente un caso importante, forse anche guadagnandosi la possibilità di rientrare in città, aveva quindi lasciato ogni cosa, ed era salito in fretta al paese per affrontare immediatamente la situazione. Dal vecchio prete del paese, si era fatto accompagnare al casolare.
«Guardi» gli diceva il prete, già pentito di aver avviato uno scandalo della dimensione che intravedeva nelle parole dellinquisitore.
«Ho detto io al giovane di venire a parlarle».
«Come era suo dovere!».
«Certo!», replicava il vecchio ansimando, seguendo a fatica il frate che quasi correva, nella foga di arrivare ad assumere un caso dal quale si attendeva la fama che aveva inutilmente cercato fino a quel momento. «Ma conosco bene la ragazza. E una brava giovane, che frequenta la Chiesa, i sacramenti... è devota».
«Lei non sa!..»
«Certo! non ho i suoi studi. Ma la mia esperienza...»
«Ma che esperienza ha lei del diavolo?»
«Fortunatamente nessuna! Dicevo dellesperienza di vita!»
«Lasci giudicare a me! Che qui ci vuol altro che esperienza di vita».
E intanto era toccato a lui, mormorava tra sé il vecchio parroco, presentare linquisitore ai genitori e cercare di far capire loro che la figlia..., poteva essere...
«Era!» laveva corretto perentorio linquisitore.
«Si! Certo! Era... come dire... forse poteva aver incontrato il diavolo».
La madre sera sentita mancare. Il padre invece, aveva cominciato ad imprecare e a dire che a casa sua non voleva preti e tantomeno inquisitori, che la sua non era la casa del diavolo. A sentire quegli spropositi sulla figlia, luomo sera lasciato andare a tanti altri spropositi ed imprecazioni che, se non fosse stato lì per un caso ben più importante, frate Rodolfo lavrebbe fatto arrestare subito per bestemmia ed eresia.
Per fortuna, sera ripresa sua madre. Si rendeva conto della situazione e pur non riuscendo ad immaginare che cosa fosse allorigine di quellequivoco, tuttavia capiva che era meglio assecondare quegli uomini di chiesa, e soprattutto quello che veniva dalla città, con quella testa tutta lucida da far impressione.
«Scusatelo!» intervenne. E fatto così, si lascia trasportare dal discorso e non sa quello che dice. E così, che cosa avrebbe fatto nostra figlia?...»
«Nulla! Dobbiamo solo accertare» disse il frate. «La Chiesa deve accertare!» Messa così la cosa sul piano dellufficialità della Chiesa che doveva accertare, anche suo padre aveva capito che la cosa era seria, che non poteva opporsi.
«Cosa dovremmo fare?» chiese.
«Dovè vostra figlia?» domandò il frate.
«Al pascolo.»
«Quando ritorna vorrei star sola con lei»
«Va bene! Se è la Chiesa che lo vuole. E per quanto?»
«Tutta la notte»
«E noi?»
«Cercate ospitalità da qualcuno in paese!»
Ma come avrebbero potuto? Che spiegazioni avrebbero dato per chiedere ospitalità? Che cè un frate che vuol passare la notte solo con la figlia?. La cosa non aveva proprio senso! Mai gli era venuta prima al povero uomo, una voglia così intensa di sfogarsi bestemmiando!
E cera poi da fidarsi a lasciare una ragazza sola con quel mostricciattolo informe? Si fa peccato solo a dubitare dun frate... La tonaca deve valere a garanzia della serietà delluomo...
Tuttavia non si fidava. Non afferrava il senso di quella strana situazione, eppure capiva di essere costretto ad assecondare quel frate. Pensò infine che suo fratello, in paese, avrebbe in qualche modo capito, e un posto per passare la notte lavrebbero trovato... se questo poteva servire alla figlia
«Dobbiamo andare a chiamarla?»
«No! Attendiamola qui. E meglio che non sospetti nulla.»
Era già buio fitto quando lei era tornata dalla stalla nella quale aveva rinchiuso le mucche riportate dal pascolo. Dovette arrivare proprio vicino alle persone che stavano parlando nel cortile per rendersi conto di chi fossero. Quando saccorse che cera il parroco, accompagnato da un frate si sentì mancare.
«Come?» le era venuto di pensare «ha già parlato?» Si augurò comunque che i due fossero lì per qualche altro motivo
Salutò imbarazzata, avvertendo anche limbarazzo dei suoi. ..
«Il padre cappuccino, qui,» le disse la madre, vuole farti delle domande. Vuole sentirti da sola. Noi andiamo in paese. Poi, per non preoccuparla, aggiunse: «Torneremo più tardi!». Lei aveva capito che serano già accordati, che era stato già tutto deciso, che non le restava se non di obbedire.
«Si accomodi!» aveva detto allora al frate, invitandolo ad entrare in casa, e lo aveva seguito, dopo aver salutato gli altri tre che partivano per andare in paese.
Nelle relazioni tra gli uomini ci sono momenti magici nei quali, dincanto nasce un rapporto. Può trattarsi dun rapporto positivo o negativo, può nascere un sentimento damore o un sentimento di odio, unattrazione o una repulsione. Appena la intravide, al fioco lume delle lampada ad olio che rompeva loscurità del casolare, il frate aveva provato un brivido di desiderio.
Era sudata ed accaldata per la corsa che aveva fatto per radunare le mucche. Era vestita con una corta vestaglia che al frate poteva sembrare fatta più per mostrare che per coprire... Poteva dare limpressione duno straccio posato a caso, a rendere più viva la sorpresa dun corpo che sembrava preso dal desiderio di darsi..
Lei non la pensava evidentemente allo stesso modo, ma capita spesso che si vedano gli altri come proiezione di sé stessi immaginando che la realtà debba conformarsi ai propri desideri...
Le spalle scoperte per far aria al viso, lasciavano intravedere i seni. Le gambe allargate sulla sedia nella quale sia era buttata a prendere fiato, avevano fatto scivolare in alto la vestaglia, lasciando ben poco allimmaginazione del frate.
Rodolfo cercava di ricordarsi quel che significava la veste che portava, del suo dovere di resistere al demonio, visto che era entrato in quella casa proprio per controllare che il demonio non si fosse impossessato di quella ragazza. Si sforzò anche di concentrarsi sui suoi obblighi di inquisitore e sulla prassi che doveva seguire per fare il suo dovere, tentando di riprendere con la ragione una situazione che per i sensi era già precipitata.
Tossì per cercare le parole con le quali iniziare lindagine per la quale era venuto. Lei avvertì in quel colpo di tosse un richiamo a stare più composta. Si scusò di non aver avuto il tempo per vestirsi come si conveniva. Raccolse e abbottonò la vestaglia sul petto, e si cinse, (come forse era solita fare), con un drappo di canapa con il quale aveva formato una sorta di gonna lunga lasciando la vestaglia a fare da sottoveste.
Si scusò di nuovo perché non ci aveva pensato prima. «Sa, la fretta, il caldo...»
«Si, capisco...» aveva detto lui, e la sua voce tremava. «Sai perché sono qui?»
«Perché ho parlato con un ragazzo che facevo meno stupido di quanto si è rivelato». Avrebbe dovuto dire, se fosse stata sincera, pensò tuttavia che era il caso di non dir nulla senza sapere che cosa volesse veramente il frate. Forse era un altro il motivo per il quale era venuto.... «No, non lo so» aveva detto infine, esitando.
«Che cosa sono i riti satanici ai quali hai partecipato in cimitero?» aveva chiesto allora lui. Lei non capiva perché nel fare la domanda gli tremasse la voce. Di fronte a quella richiesta comunque, non ebbe più dubbi sul motivo della visita. Nelle parole «riti satanici» avvertì però anche tutta la gravità della situazione. Pensava tuttavia di non doversi preoccupare più i tanto, in qualche modo sarebbe riuscita a spiegarsi. Era dispiaciuta più che preoccupata. Era dispiaciuta per il ragazzo: se aveva parlato, allora voleva dire che laveva tradita, e che quindi laveva perduto.. e questo le dispiaceva, più delle complicazioni che le sarebbero potute derivare dal frate....
«No! No!» rispose, senza forza, come rassegnata a spiegare tutto il resto senza importanza, ora che sapeva daver perso lunica cosa che, in quella vicenda, aveva importanza per lei. «Non so che cosa vi abbiano detto, ma non cè stato nessun rito satanico»
«E vero,» aggiunse, «che alle volte mi pare di sentire la voce di qualcuno che mi chiama, che ho limpressione di andare al cimitero, ma in effetti io non faccio nulla, non prendo nessuna iniziativa. Ne avrei voluto parlare con il parroco, ma non ho mai trovato il coraggio...»
Ma lui non laveva sentita. I gesti di lei per nascondere il suo corpo avevano soltanto reso più vivo in lui il desiderio. Si era sentito dentro unonda di fuoco che lo riempiva e che voleva tracimare. La subiva, inarrestabile, mentre lo spingeva contro quella carne giovane e sudata.
Le si avvicinò posandole una mano sul petto.
Lei sentì il sudore di quella mano tremare contro il sudore del suo petto, vide gli occhi del frate stralunati ed ebbe paura.
«Che sta facendo?» gli chiese, prendendo con tutte e due le mani la mano del frate, e spingendola lontano.
«Non ti faccio niente.» biascicò lui «lascia soltanto che ti accarezzi».
«Non voglio!» gridò lei.
Il suo grido fu come il tuono che rompe largine, e limpeto del torrente si rovesciò su di lei con una furia incontenibile, travolgendola.
Lei urlò, pianse, si dibattè come una vera indemoniata. Certamente sua madre, che non era ancora arrivata in paese, laveva sentita. Ma aveva sempre saputo, la donna, che il demonio prima di rinunciare alle sue vittime, urla e si ribella. Quelle grida purtroppo, avrà pensato certamente, erano la conferma che il frate inquisitore aveva trovato il diavolo, come aveva sospettato, ed ora lo stava scacciando.
Quando il Glabro fu stanco di palparla, di leccarla e di possederla, giacque esausto sulla panca che circondava il focolare e lei si lasciò cadere sulle pietre levigate del pavimento.
Si sentiva sporca. Altre volte era caduta nel fango, anche nel letame le era capitato di cadere, ma mai sera sentita così lurida. Il sudore del frate era entrato nella sua pelle e si guardava le mani e le braccia con lo stesso schifo con il quale guardava al frate. Doveva far qualcosa per pulirsi, non avrebbe potuto più vivere con quella sporcizia addosso. Immaginò il sangue uscire da quel corpo flaccido e obeso, disteso sulla panca e capì che neppure quel sangue lavrebbe pulita. Anche se lavesse ucciso, nulla sarebbe cambiato per lei.
Uscì allora nella notte e prese a camminare sul sentiero che portava verso la montagna.
Il cielo era terso, splendeva la luna, brillavano le stelle. Tutto era così bello, così pulito e puro. Laria sfiorava lerba come se la volesse pulire dalla polvere del giorno, filtrava tra i rami degli alberi a pulire anche le foglie, ma non riusciva a pulire la sua pelle. Al contatto provava un brivido, ma non di freddo: era la sua pelle che si irrigidiva che non riusciva a lasciarsi pulire. La luna che in tante storie sentite nelle stalle, inseguiva nella notte con il rimorso gli assassini, ora inseguiva anche lei. Non era rimorso il suo, non era vergogna, (colpe non ne aveva!), era un senso di nausea e di ripugnanza nei confronti del proprio corpo.
Il sentiero entrava nel bosco fitto di faggi. Aveva sempre avuto paura anche di giorno ad attraversarlo. Ma ormai non cera nulla che le potesse fare paura. Che cosa avrebbe dovuto temere? E poi non si sentiva sola. Come in una processione sentiva che cera tanta gente dietro di lei che la seguiva, incitandola ad andare.
«Ma sai dove?» le mormoravano tra le fronde.
«Certo che so!» rispondeva.
Le tornava in mente la parabola degli indemoniati di Gadara. Erano in due, usciti da un cimitero, ed erano venuti contro Cristo urlando infuriati. Avevano capito, i demoni, che il Signore li voleva mandare via dal corpo degli uomini di cui si erano impossessati e ributtarli allinferno. Domandarono allora un favore.
Cera lì accanto dei maiali che pascolavano, e loro chiesero: «Se ci vuoi scacciare, mandaci nel branco dei maiali!»
Gesù disse loro:
«Andate!»
Essi uscirono ed entrarono nei maiali. Subito tutto il branco si mise a correre giù per la discesa, si precipitò nel lago e gli animali morirono annegati.
Ecco lei ora era più sudicia dei maiali. Lo schifo di quella carne flaccida sudata e maleodorante era entrato in lei. Il demonio che aveva preso il frate, ora si era trasferito in lei, e toccava a lei compiere lopera del Signore.
Al limitare del bosco gli alberi diventavano più radi e cominciò a sentire il rumore dellacqua. Il sentiero deviava in basso verso il torrente e lei prese a correre, come rispondendo ad un richiamo improvviso.
Non era un grande torrente. Nasceva poco più sopra, ma subito si gonfiava raccogliendo tutta lacqua della montagna e precipitava in un orrido che sera scavato nei millenni, stretto e profondo. Per attraversarlo sarebbe stato necessario risalire fino alla sorgente, ma gli abitanti di Vàs, il paese al di là del torrente, per abbreviare il percorso, avevano realizzato un ponte di corde nel punto più stretto. Le due rive in quel punto, sembrava volessero toccarsi, e non era stato difficile congiungerle con il ponte. Ma quel che non aveva potuto in larghezza lacqua laveva guadagnato in profondità. Scorreva tanto nel profondo che non la si vedeva. Sudiva soltanto rimbombare il frastuono della corrente che si scagliava contro le rocce.
Era il Vinadia. Le storie di dannati che aveva sentito da bambina raccontare nella stalle finivano tutte in quel posto, e lì sapeva che sarebbe finita anche la sua.
Lavevano cercata per giorni non riuscendo a capire per quale sortilegio avesse potuto finire nel nulla.
Allalba suo padre tornando al casolare, aveva trovato un frate distrutto dalla fatica duna nottata passata a scacciare demoni.
«E Maria ?», gli aveva chiesto.
«Ma!» aveva borbottato il frate tirandosi su dal bancone dietro al focolare, sul quale aveva dormito. «Lultima volta che lho vista, prima di addormentarmi, era seduta lì, a terra».
«E come era?»
«Stanca... Anche lei...» aveva precisato il frate, poi, a scanso dequivoci aveva aggiunto, «ma finalmente serena!».
Luomo non sapeva cosa pensare, perché veramente, sua figlia serena lo era sempre stata. Anzi! Anche troppo. Grilli per la testa? Certo! Ma diavoli no...
Mentre la cercavano aveva sentito la testimonianza del ragazzo che cominciava a farle la corte. Ma anche lui era sempre più incerto nel ricordo. Non riusciva più a precisare ciò che veramente le aveva raccontato Maria sui suoi rapporti con i morti, con il cimitero.
Anche il frate inquisitore, con la profonda conoscenza che gli veniva dai suoi studi, escludeva si fosse volatilizzata...
«Anche» diceva, «nella peggiore delle ipotesi che il diavolo sia rientrato in lei mentre dormivo, la casistica non riporta di indemoniati che siano spariti nel nulla. Il diavolo sa che il corpo deve essere reso alla terra!».
Il corpo se lo tenne il Vinadia. Lacqua alcuni giorni dopo, più a valle, dove il torrente sapre prima di confluire nel Tagliamento, depose sulla sabbia i vestiti stracciati. Rodolfo il Glabro sentenzio che, come purtroppo aveva sospettato, il diavolo se lera ripresa mentre lui dormiva, e laveva portata a suicidarsi.
Non finiva di dispiacersi, per non aver avuto più fisico e resistenza. Si sentiva colpevole, e aggiungeva anche che avrebbe portato sulla coscienza per tutta la vita il peso di quella morte:
«Se non mi fossi lasciato prendere dal sonno,» mormorava, «lei non sarebbe morta».
Con quelle parole del frate nelle orecchie, lei finalmente si svegliava. Ogni volta stanca e vuota, come uno straccio, come i vestiti della donna del sogno abbandonati sul greto del torrente.
"Lei non sarebbe morta!" Sentiva rintronare nella mente, anche da sveglia le parole del frate. Ogni volta lo stesso sogno, sempre uguale, con le stesse parole. Ogni volta lo stesso risveglio, con quelle parole e con un profondo senso di nausea