Cap. 5.

Vinadia.

Quello della terza delle Marie, s’era subito detto, non era il racconto d’un sogno. Sugli altri ci potevano essere dei dubbi, ma questo era una leggenda e non un sogno. E’ vero che anche lei aveva precisato di rivivere da un certo punto la scena come ne fosse fuori, ma il sogno è qualcosa che si vive da protagonisti, non è possibile ricordarlo ed allo stesso tempo ricordare di esserne stati fuori. Non si possono riportare scene e dialoghi come se fossero vissuti da altri e non dalla protagonista del sogno. I suoi genitori che parlano con il frate, sono elementi d’un racconto, non d’un sogno.

I personaggi del sogno sono riconoscibili soltanto all’interno del sogno stesso. Non si può dire del frate d’un sogno che "si chiamava Rodolfo il Glabro" e riportare elementi esterni alla vicenda del sogno. E poi, ciò che più era straordinario, era il fatto che avendoglielo fatto ripetere più volte, l’aveva raccontato con le stesse parole, le stesse battute, come una favola imparata a memoria. Diceva di raccontare un sogno ma in effetti, come anche lei aveva notato, era come se avesse raccontato un film nel quale si riconosceva come attore protagonista, ma del quale riportava anche le scene nelle quali non compariva. La sua era evidentemente una leggenda, raccontata come sogno.

Probabilmente nella sua solitudine la donna riviveva il sogno da sveglia e ne aveva fatto un racconto che ripeteva a se stessa, mescolando elementi del sogno con reminiscenze di racconti che aveva sentito. Il frate con quel nome così strano era certamente importato da un altro racconto. Non a caso anche lei aveva lo stesso soprannome della protagonista d’una leggenda popolare ambientata proprio sul torrente Vinadia, ove moriva suicidandosi anche la protagonista del suo racconto.

Anche Luciano ricordava d’aver ascoltato da bambino la storia di Maria Svualda. Il soprannome "svualda" in friulano vuol dire ragazza leggera sia nel senso di facili costumi che soltanto amante di cose futili, dedita al ballo piuttosto che al lavoro. Per Maria la sua coetanea, il soprannome non aveva nulla a che vedere con i suoi comportamenti, era quello della famiglia, e le era derivato probabilmente dal fatto che qualche sua antenata s’era meritata questo soprannome, come l’altra Maria si chiamava "da Mede", a causa di Rinaldo.

Maria poteva aver letto o sentito la leggenda di questa sua omonima, e la sua immaginazione poteva aver ricostruito nel sogno una vicenda che finiva nel Vinadia. Lì d’altra parte, in quell’orrido, vicino al paese, finivano quasi tutte anche le altre storie di streghe e dannati…

Ma ciò che più lo sorprendeva del racconto era il fatto che quello della Svualda, era in un certo modo la continuazione del racconto di Mede. Poiché ambedue dicevano che capitava loro di fare quel sogno in continuazione, sembrava quasi che la stessa vicenda tornasse a rivivere ripetendosi nel sogno, sdoppiata in due persone. Ma l’enfasi con la quale, in quella della Svualda, si viveva il tema dell’inquisizione, che collegamento poteva avere con l’altra, che riferimento con il mondo dei Celti, al quale sembravano in qualche modo richiamarsi gli altri sogni?…

Stava pensando a queste cose, ponendosi queste domande un giorno dopo che Maria se n’era andata, avendogli ripetuto per l’ennesima volta lo stesso racconto, quando gli venne l’idea di rileggere la leggenda di Maria Svualda, per vedere se riusciva o ricostruire una qualche relazione con il racconto del sogno.

Cercò nei pochi libri che aveva cominciato a portare nella libreria con la quale aveva arredato un’intera parete del salotto. La dimensione degli scaffali testimoniava del suo desiderio di fare di quella casa un rifugio per potersi dedicare alla lettura e allo studio. C’erano ancora però soltanto pochi libri. Alcuni accatastati alla rinfusa, altri già affiancati con un certo ordine. Soprattutto quelli sulla storia dei Celti: Il mistero dei celti di Gerhard Herm, l’Impero dei Celti di Peter Berresford Ellis, I Celti di Powell e tanti altri.

Non fece fatica a rintracciare la raccolta di leggende locali. Era una dei primi che aveva portato. Aveva riletto molte parti anche in relazione agli studi che aveva preso a fare sui Celti, pensando che alcune di quelle leggende potessero risalire ancora al periodo pre-romano..

Lesse di nuovo che Maria Svualda era una ragazza alla quale piaceva sopra ogni cosa ballare. Un giorno mentre attraversava il bosco del Bant sopra il Vinadia, fu sorpresa da una strana musica, dal ritmo vibrante che spingeva alla danza, ma dalla melodia lugubre e lamentosa. Si mosse nella direzione dalla quale arrivavano i suoni e sbucò in una radura piena di sole in mezzo alla quale in un cerchio d’erba falciata di fresco, danzavano scatenati un gruppo di Sbilfs.

Come quando nelle feste del paese si ballava sulla piazza, non riuscì a trattenersi ed entrò anche lei a ballare. Le si avvicinò un giovane bellissimo per farle da cavaliere. Assieme danzarono freneticamente, senza un attimo di sosta al ritmo della musica che sembrava uscire dalla terra, scendere dagli alberi, filtrare con l’aria dentro di loro.

Mentre si lasciava trasportare dal suono, accompagnata dal giovane con il quale aveva trovato un’intesa perfetta, sentì qualcosa pungerle un piede. Si chinò per vedere che cosa fosse stato e vide un grosso chiodo arrugginito. Lo raccolse per gettarlo lontano e... si ritrovò sola in una radura piena di erbacce, nel bosco che lasciava trasudare una fitta nebbia, sotto una pioggia battente e fredda.

Tutto era così diverso ed anche lei si sentiva diversa. Si sentiva vecchia, sempre più vecchia come se la nebbia l’avesse penetrata e facesse marcire le sue membra. E gli aghi di pioggia che la colpivano presero a scioglierla, come fosse un pupazzo di neve, trasformandola in un rivolo d’acqua biancastra che precipitò di balza in balza fino a perdersi nelle profondità del torrente Vinadia. "Di lei non rimase che la voce implorante, e ancor oggi c’è qualcuno che giura di sentirla, quella voce lamentosa, che si perde nelle gole del Vinadia".

Anche lui aveva provato per un attimo la sensazione di sciogliersi in quell’acqua biancastra e, nel sogno, si era ritrovato sulla spalletta del ponte sul Vinadia a guardare l’acqua che scendeva scagliandosi con forza contro una parete per rimbalzare su quella opposta e perdersi nel labirinto scavato attimo per attimo nei secoli e nei millenni...

E lo sguardo che inseguiva l’acqua mentre spariva tra le rocce incontrò Maria Svualda che lo chiamava. Era su un costone appena lambito dagli spruzzi che scintillavano in un vorticare di luce al riflesso della luna. Nuda come una ninfa, appena uscita dall’acqua ad asciugarsi nei riflessi di luce.

Davanti a quella apparizione aveva subito pensato a Maria, della quale s’erano ritrovati solo i vestiti più a valle. Non era la donna anziana che gli aveva fatto il racconto, ma la giovane che aveva subito le violenze del frate, con il volto di Maria come lo ricordava da bambina.

Nel frastuono fatto dall’acqua, non s’udiva chiaramente cosa dicesse la sua voce, ma gli pareva comunque che stesse ripetendo il suo nome. Con ampi gesti delle mani lo invitava ad andare, a raggiungerla. Ma come poteva scendere fin laggiù? Si guardava attorno esitando senza trovare traccia d’un sentiero, ma quando invece, superando ogni paura, si decise a seguirla, per quelle soluzioni che avvengono soltanto nei sogni, riuscì a scendere leggero come una foglia che d’autunno si lascia cadere dall’albero.

Arrivandole vicino s’accorse che non era più lei... Maria aveva i capelli neri, mentre la ragazza che l’aveva chiamato dalle forre del Vinadia, invece li aveva biondi, lunghi che le ricoprivano il petto... Come avrebbe fatto Maria, quando giocavano bambini, mentre stava per raggiungerla, anche la nuova ragazza che aveva preso il posto di lei, fuggì costringendolo a seguirla.

Scese fino ad un piccolo specchio d’acqua che stagnava tranquilla, su un’ansa nascosta, sulla quale non riusciva a riversarsi la furia della corrente. Come un raggio di sole lei si perse nel riflesso dell’acqua, e come un riflesso anch’egli si sentì sciogliere nei giochi di luce che la luna riusciva a disegnare fin nelle profondità più recondite del torrente.

Vinadia! chiamò. Nessuno glielo aveva detto, eppure sentiva e sapeva che Vinadia era il nome della ragazza che l’aveva chiamato.

Vinadia! E il richiamo si perse attutito nell’acqua nella quale gli pareva stesse filtrando per sciogliersi anche il suo corpo.

Oltre l’acqua lei c’era ancora. Era in un oceano di luce. Ma l’oceano è vuoto nel suo essere infinito, è piatto sulla linea uguale dell’orizzonte, uniforme nella monotona distesa d’acque. Quella luce invece aveva gli orizzonti che Giuliano si portava dentro nel pensiero, e l’alternarsi dei monti e del piano, del bosco e del prato, dei fiori e dell’erba in una varietà infinita di sensazioni e di emozioni rivissute nello stesso momento.

Lei non era più nuda, ma non era neppure era vestita, non aveva i capelli ed il viso, non aveva nulla. Era soltanto…

"Chi sei?" le chiese.

"Già lo sai!" rispose, "Vinadia, l’anima del torrente."

Come avrebbe potuto già saperlo? E come avrebbe poi potuto sapere che era l’anima del torrente? Certo, aveva letto di come i Celti sentissero la poesia dell’acqua, delle sorgenti e dei fiumi. L’acqua che sgorga dal sasso, è la vita che nasce dal seme, è l’alba che nasce dalla notte, l’acqua è l’immagine d’una natura che si trasforma in movimento e diviene. Per questo ogni fonte per i Celti aveva un nome, e un nome aveva il torrente... il nome d’una ninfa, d’una divinità del luogo che segnalava come anche quel luogo fosse manifestazione dell’unica divinità dell’Essere Assoluto.

Pensò che gli sarebbe stato più facile capirla se fosse riuscito ad inquadrare l’ambiente nel quale si trovavano:

"Dove siamo?" le chiese.

"Finalmente vivi!" gli rispose.

Non era evidentemente una risposta coerente. S’era addormentato pensando a Maria sciolta nel Vinadia, ora si ritrovava con qualcuno che si definiva l’anima del torrente Vinadia. Ma vivo era già prima, non aveva alcun motivo per dirsi "finalmente vivo".

"Se ti dicessi che Vinadia è il nome d’una ragazza celtica", riprese lei, "torneresti con il pensiero a quello che hai letto sui Celti, e capiresti anche il senso delle mie parole".

Aveva in effetti anche letto della necessità, per capire i Celti, di spogliarsi degli schemi mentali che ci derivano dalla tradizione greca e latina. Il visibile e l’invisibile, l’al di qua e l’al di là non devono essere intesi materialisticamente come luoghi e quindi come dati inconciliabili.

Visibile ed invisibile sono modi di essere dello stesso soggetto mortale. L’uomo può vivere nello stato di mortalità o di immortalità, e da mortale può vivere nello stato di visibile o di invisibile. Ne discende quindi che deve esistere anche un mondo invisibile, che non è tuttavia fuori o diverso rispetto a quello visibile, ma si compenetra e si fonde con questo. Diventa quindi possibile pensare che ognuno di noi possa trasferirsi dal mondo visibile a quello invisibile, se soltanto riesce a liberarsi delle maschere e delle scenografie con le quali ci ha ricoperto la storia e la cultura.

Vinadia sorrise compiaciuta come se avesse potuto ascoltare le sue riflessioni.

"Vieni! Andiamo!" gli disse, prendendolo per mano.

"Dove?" chiese con un filo di voce, sentendosi mancare come se stesse per svenire.

"Nel Sidh, nel mondo dell’invisibile."

S’incamminarono per un prato d’erba fresca. Era primavera. All’erba appena spuntata s’alternavano a macchie i bucaneve e le primule, e il luogo gli era familiare...

Ecco infatti, il prato era attraversato dal ruscello al quale giocava bambino assieme a Maria. Costruiva con il fango piccole dighe per arrestare l’acqua. Ma questa saliva lentamente nel piccolo invaso, per poi tracimare travolgendo alla fine anche l’argine. E c’era ancora, che stava divertendosi con l’acqua, Maria l’amica d’infanzia con la quale passava le ore giocando al ruscello. In un primo momento sembrava ci fosse! Dall’altra parte del ruscello dove sempre si metteva lei, c’era in effetti l’immagine di qualcuno... Ma non era l’amica, era lui, era la sua immagine, come riflessa in uno specchio…

"Che ci fai lì?" chiese come quando scherzando alla mattina, facendosi la barba, si parlava allo specchio.

"Che ci fai tu piuttosto?" domandò l’altro, per risposta.

"Dovrei chiederlo a lei," replicò Luciano, accennando a Vinadia. Lei e l’immagine si fecero un cenno d’intesa. Gli fece scavalcare il ruscello, e l’immagine prese la sua mano, che intanto lei aveva lasciato. Camminavano assieme, identici, come in un negozio di abbigliamento quando ci si mette a fianco dello specchio, per controllare meglio come ti sta il vestito.

Si sentiva attratto dalla immagine nello specchio, fino a fondersi in lei ed a credere che quella fosse la realtà che generava l’immagine e non viceversa. Attratto dal riflesso di sé, si sentiva trasportare nel vuoto, come se stesse precipitando. Preso da un senso di vertigine, chiuse gli occhi. Quando li riaprì era in un deserto. Solo. Non c’era più la sua immagine. O si era fuso lui nell’immagine?...

Ricomparve Vinadia e si sentì rassicurato. Ma fu un attimo. Il tempo di avvertirne la presenza come in un lampo, e la vide sciogliersi per riformarsi nelle sembianze d’una orribile vecchia.

S’era appena riavuto dallo spavento, che la vecchia prese a incalzarlo spintonandolo, urtando la spalla contro la sua. Provava un senso di ribrezzo, ma non riusciva a staccarsi. Come nell’autobus affollato quando ti si incolla addosso una presenza sgradita, ma non riesci a spostarti, per liberarti.

"Che vuoi?" chiese infine facendo il seccato, cercando di darsi un tono.

"Se vuoi queste pietre le facciamo diventare soldi, le facciamo diventare pane?"

Non capiva il senso di quella proposta, non capiva che analogia ci poteva essere tra quella scena e quella del Vangelo, alla quale pure quelle parole gli sembrava che in qualche modo dovessero riferirsi. Pensò si trattasse d’una formula magica, a cui era tenuto a contrapporne un’altra. Per fortuna si ricordava bene la risposta:

"Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che viene da Dio".

Aveva pensato giusto! A quelle parole la vecchia si era sciolta come aveva fatto prima Vinadia. Al suo posto era comparso un uomo vestito come un romano, o meglio come un apostolo. Forse gli faceva tornare in mente una figura vista in qualche quadro in qualche chiesa. Senza sapere bene perché, finì col pensare si trattasse di Giuda. Con la nuova figura era cambiata anche la scena. Si trovavano ora sulle rive d’un lago.

"Hai cambiato l’acqua in vino?" gli chiese, ma la domanda era retorica, "hai sfamato cinquemila persone?" continuò, "hai guarito ogni sorta di malati?...

"Guarda che ti sbagli," lo interruppe Luciano, "non sono io..."

Ma l’altro continuò come se non avesse sentito l’interruzione:

"Puoi anche resuscitare i morti. Ma cosa credi di ottenere se anche lo facessi, oltre all’ingratitudine ed all’invidia? Più darai agli altri e più gli altri ti odieranno, offesi dalla provocazione del tuo comportamento, offesi dalla tua disponibilità..."

Pensò a quale potesse essere la formula per farlo smettere. Gli pareva d’essere finito in una sorta di gioco a quiz...

"Ama il prossimo tuo come te stesso!" si provò a dire. Esatto! Giuda infatti scomparve (se poi era veramente Giuda).

Cambiò di nuovo la scena e si trovò in una prigione. Una di quelle dove i primi cristiani venivano raccolti, per essere dati in pasto ai leoni. Accanto a lui invece di Giuda c’era un angelo. Bianche e luminose le vesti e le ali (anche questa scena l’aveva forse già vista in qualche quadro). E lui era condannato a morte, lo sapeva, sarebbe stato crocefisso. L’angelo però aveva in mano una spada fiammeggiante e si offriva di salvarlo. Avrebbero ucciso, diceva, tutti gli ingrati e gli invidiosi e avrebbero fondato il regno dell’amore.

Non aveva l’idea di quale potesse essere la formula.

"Con la spada non si fonda l’amore!" mormorò, ed era soltanto una riflessione tra sé e sé.

La frase fece comunque l’effetto d’una formula magica, oppure intervenne qualcosa di estraneo che determinò lo sviluppo della scena, si trovò infatti di nuovo ai bordi del ruscello, e c’era di nuovo Vinadia, al posto di Maria l’amica d’infanzia.

"Che strano sogno!" ed era ancora soltanto una riflessione.

Ma forse senza accorgersene aveva parlato e lei l’aveva sentito: "Non è un sogno," replicò.

"Che altro può essere stato se non un sogno! E poi la stranezza di mescolare con i Celti il Vangelo!"

"Non c’è nulla di strano, siamo nel mondo dell’invisibile dove il tempo e lo spazio si fondono nei simboli. I simboli sono gli stessi, dovunque ed in ogni tempo, sono gli strumenti con i quali il mondo invisibile interagisce con quello visibile. Non ti ho portato in un luogo o in un tempo, ma nell’Invisibile nel Nostro Oriente che non è un paese o una entità geografica, ma la patria e la giovinezza dell’anima, il Dappertutto e l’In-Nessun luogo, l’unificazione di tutti i tempi.

"E’ una citazione da Hesse," la interruppe, "Il pellegrinaggio in oriente."

Sorrise. "L’ho fatta, per aiutarti a capire. Hai incontrato il tuo essere quale avrebbe potuto diventare, ma non è diventato. Avresti potuto fermarti a giocare al ruscello per continuare a vivere la vita come un gioco..."

"Ma la vita non è un gioco!"

"E che altro può essere se non un gioco? Per noi, che voi chiamate "barbari", era un gioco, per voi è diventata una finzione e quindi una farsa, e questa la chiamate civiltà. Ingenuo è colui che non si mette la maschera, che si presenta così com’è, ma per la vostra civiltà, l’ingenuità è il più grande dei difetti...

Tante altre cose gli aveva detto Vinadia che però non riusciva a mettere a fuoco nel ricordo. S’era svegliato sorpreso d’avere sognato e di ricordare per la prima volta se non tutto, buona parte del sogno.

Anche lui, non sognava mai.