Cap. 14

Vivere da Celta.

 

Li univa l’interesse comune per i Celti ma li divideva il diverso modo di affrontare e di intendere l’argomento. Era come se stessero studiando qualcosa in comune, ma in due lingue diverse senza possibilità di comunicare e di capirsi. Il motivo del contrasto era forse anche più profondo, ai Celti in verità ambedue erano finiti per rivolgersi non con l’obiettivo di migliorare le proprie conoscenze, ma di capire il proprio modo di vivere, e in qualche modo di dare un senso alla propria vita..

Per l’architetto l’obiettivo esistenziale era evidente, tant’è che si era lasciato determinare ad un radicale mutamento del proprio modo di vivere. Per Luciano la scelta forse era stata meno cosciente: dopotutto era finito nel mondo dei Celti per puro caso. Ma il caso aveva anche voluto che vi fosse rimasto coinvolto e finisse per coinvolgersi sempre più. A questo punto, avrebbe dovuto ammettere, il suo interesse andava ben oltre il piano d’una semplice curiosità culturale. Anche per lui capire i Celti diventava un modo per capirsi, per capire il suo rapporto con l’ambiente con la storia dei luoghi nei quali era nato.

Ma se le cose stavano così, allora anche il confronto tra loro due non poteva fermarsi a capire i Celti, avrebbero dovuto cercare di capirsi a vicenda, di approfondire la conoscenza reciproca. Per capirsi però è necessario conoscersi, rivelarsi l’un l’altro, e invece tra loro neppure sull’argomento dei Celti c’era stata sincerità, s’erano raccontati tutto ciò che veramente sapevano.

Stavano facendo ambedue la stessa riflessione, arrivando alla medesima conclusione che se avessero voluto continuare il loro rapporto, almeno sui Celti, avrebbero dovuto raccontarsi tutto, senza segreti.

Luciano stava appunto per dirgli che avrebbe dovuto raccontargli di tutti quei sogni, ma fu anticipato dall’architetto:

«Devo confidarti che sono un celta!» gli disse, così, a bruaciapelo.

Luciano lo guardò con esitazione e preoccupazione, come se gli avesse svelato d’essere un lupo mannaro. Che rivelazione era mai quella? Trovava finalmente conferma il dubbio (che in effetti non era mai riuscito ad allontanare del tutto) che l’architetto fosse uscito di senno...

«Cosa vuoi dire?» chiese infine, più per la convinzione che un pazzo va sempre assecondato, che per un reale desiderio di sapere che cosa avesse voluto intendere con quella uscita assolutamente a sproposito.

«Lo so che mi prendi per un pazzo. Ma vieni, che si fa buio. Se vuoi continuiamo a parlare a casa mia.»

Il sole in effetti era già tramontato da molto. La notte avanzava come una nebbia che si infila mescolandosi all’ultima luce del giorno. Era la nebbia che di solito entrava dentro, facendo rivivere gli spiriti della paura. Ma qualcosa era cambiato in lui, da quella prima volta quando era fuggito al calar della notte. Quella sera infatti la nebbia entrava soffice e delicata come il sonno nella mente d’un bimbo, come la rassegnazione nel cuore d’un vecchio. Senza paura questa volta, rassegnato come un vecchio e sereno come un bambino, avrebbe subito l’arrivo della notte sull’altopiano in compagnia soltanto dell’architetto pazzo.

S’incamminò con lui, dietro al gregge, determinato a subire il corso degli avvenimenti, lasciandosi trasportare nella corrente, regolata da chi teneva la regia di quella strana sceneggiatura con i Celti nella quale era stato coinvolto per recitare una parte che non aveva ancora capito quale potesse essere.

L’architetto pareva avesse dimenticato anche l’argomento ed il motivo per cui Luciano aveva accettato di essere suo ospite. Sembrava tutto preso dal problema di accudire al gregge. Prima, sulla strada, per far in modo che le bestie procedessero speditamente, richiamava quelle che s’attardavano ai bordi a brucare un ultimo ciuffo d’erba, incitava quelle che rallentavano, le minacciava tutte facendo vibrare nell’aria il bastone. Poi anche nel cortile davanti alla casa, impegnato a farle entrare nei loro alloggiamenti. Si spingevano, si urtavano, le une resistevano alle pressioni delle altre per passare davanti. Qualcuna sembrava rinunciare a quella gara a chi riusciva ad entrare per prima, e tornava indietro, e lui doveva risospingerla dentro...

In città, pensava Luciano, mentre seguiva quelle manovre, prestava attenzione a quei gesti e sentiva quei richiami, la scena non ha un collegamento tra storia e vita. Anche in una città antica come Roma, i monumenti sono sullo sfondo della scena, come ruderi, avanzi di qualcosa, scenari di cartapesta. La scena che vive è quella del traffico impazzito, della folla che si agita, degli individui che corrono per infiniti percorsi diversi, che casualmente si sono incrociati sull’angusto spazio di un marciapiede. Sul fondale, si alternano palazzi recenti ad altri più o meno antichi, ma non c’è relazione tra il fondale e la scena. A Parigi o a Londra, la scena sarebbe la stessa, pur con uno scenario diverso, una scena nata in quel momento, per l’occasione, mutevole al mutare dell’occasione. Basta che sia domenica, invece che un giorno feriale, e la scena assume sviluppi completamente diversi.

Lì invece, sull’altopiano, anche la scena aveva dietro una storia ed una vita che si perdeva nella notte dei tempi. Il gregge, il pastore, i gesti, e, in fondo, anche il fondale... tutto era come tremila anni prima, e per tremila anni si era ripetuta identica. Forse anche i nomi erano rimasti gli stessi nella parlata locale, le «lòges» per i ricoveri degli animali e il «tàmar» il cortile-recinto tipico delle malghe, fra le casere dei pastori e gli alloggiamenti delle bestie.

Ma stava ripetendo riflessioni già fatte. Lo continuava a colpire l’idea di qualcosa di immutabile nel tempo, sì da apparire eterno...

Entrati in casa, l’architetto s’era messo ad accendere il fuoco, mettendo sullo «spolèrt» il paiolo per la polenta. Sistemata ogni cosa s’era infine seduto sull’impiantito a fianco, per poter controllare quando l’acqua avesse preso a bollire.

«Non ne ho parlato mai con nessuno,» prese infine a dire, «per non essere preso per pazzo, ma con te mi pare sia diverso. Forse perchè t’interessi allo stesso argomento o forse perchè mi hai ispirato istintivamente fiducia, ho pensato che te ne avrei potuto finalmente parlare. Finalmente, perchè un segreto diventa opprimente se non lo si può condividere con qualcuno.

L’altra volta, quando sei quasi scappato, ti avevo cominciato a dire che sono un benandante, con il potere di risalire nella storia attraverso i miei viaggi dell’anima fino ad incrociarmi con i viaggi dell’anima dei Druidi, i sacerdoti dei Celti. Forse era così all’inizio, ma oggi non lo è più...

Oggi io sento di non essere più me stesso. Sento di essere diventato uno di loro, come se avessi venduto la mia anima, a qualcuno che vive al mio posto.»

«Anch’io ho letto di tanti racconti popolari nei quali c’è qualcuno che vende l’anima al Diavolo, ma quella di vendere l’anima ai Celti penso sia una originalità assoluta..»

«Lo so che non è facile credere a quello che racconto, ma lascia comunque che io dica. Ho bisogno di parlare.»

Facendo il medico gli era capitato una infinità di volte di incontrare persone che avevano bisogno di sfogarsi a parlare. L’avrebbe lasciato continuare, assecondandolo.

Il bollore aveva cominciato a muovere l’acqua nel paiolo, l’architetto s’era interrotto un momento, per versarvi la scatola di farina gialla che aveva preparato. Anche la scatola era rudimentale e sembrava uscita dal mondo dei Celti. Per fondo aveva una ruota sottile di legno, mentre i fianchi erano costituiti da una striscia sottile pure di legno incurvata sino a prendere la forma rotonda del fondo.

La farina aveva formato una sorta di montagnola gialla che galleggiava, circondata dalle bolle dell’acqua in ebollizione. Sulla vetta tracciò con il mestolo di legno il segno d’una croce e facendo poi pressione sul segno, divise la montagnola in quattro parti, e quindi fece sciogliere le parti nell’acqua per far amalgamare in modo uniforme l’impasto.

«Secondo la tradizione!» aveva commentato Luciano.

«Secondo la tradizione,» aveva ripetuto l’architetto e poi aveva ripreso a parlare del suo rapporto con i Celti, ripetendo d’essere diventato uno di loro e d’aver preso a vivere la loro spiritualità»

«Ma quale spiritualità se non sappiamo quasi niente della loro cultura?»

«Io so, ciò che sa chi ha preso la mia anima! Ma anche senza questa voce, ciò che ci è rimasto nella ricostruzione della loro cultura e’ sufficiente a farci capire l’originalità della loro visione della vita. Il concetto di trinità ad esempio come chiave per conoscere ogni cosa nella natura e nel mondo. La contraddizione di due elementi opposti che viene assorbita nella sintesi dei due elementi. Tesi antitesi sintesi, come Figlio, Spirito e Dio, come notte luce e giorno, come mortale, immortale e uomo.

«Ma se nel Panteon dei Celti sono state ricostruite almeno cento divinità?».

«I romani hanno letto la teologia dei Celti con i loro schemi mentali, ma l’Essere è unico, anche se infinite sono le sue manifestazioni e quindi le possibili raffigurazioni. L’Essere è uno, in perfetta sintonia con la natura da lui generata, nella quale l’uomo può vedere e sentire le sue manifestazioni, negli animali come nelle piante. Sentire Dio nei luoghi e nella loro capacità di parlare attraverso l’atmosfera che sanno suscitare, attraverso la loro storia, sentire Dio nelle piante e nelle loro capacità di parlare attraverso la loro vita, non è trasformare in Dio i luoghi e le piante. Solo la stupidità dei romani ha potuto arrivare a questo volgare travisamento.

La maestosità del bosco di querce è il luogo ove meglio l’uomo sente Dio, ma non e’ che Dio sia nel bosco di querce o addirittura sia il bosco di querce. E’ una barbarie che i Celti non conoscono quella di pensare che Dio possa essere in un luogo o addirittura in un cosa.»

«Ma e sul rapporto dell’uomo con Dio, che è poi ciò che in verità conta per l’uomo, cosa hai potuto ricostruire ."

«Che Dio va cercato nell’uomo e si può trovare soltanto migliorando il rapporto dell’uomo con se stesso, e con la natura che lo circonda. Secondo la concezione dei Veda, se hai letto qualcosa al riguardo, a cui si ispira la religione dei Celti.»

«Ma trovo una conferma indiretta di questa concezione nell’epistola di S. Paolo ai Galati,» aggiunse quasi in una esclamazione, mentre rovesciava sul tagliere di legno la polenta ormai cotta.

«Cosa c’entra adesso S. Paolo con i Celti?»

«Come saprai Galati è un altro nome dato dai greci ai Kèltoi,» riprese a dire, mentre con un filo tagliava a spicchi la polenta fumante, «e il nome è rimasto ad un popolo dell’Asia Minore che si è sviluppato attorno ad una immigrazione e ad un insediamento di Celti mercenari. Ciò che sorprende nella lettera di Paolo è che i Galati, da poco tempo convertiti, stanno già mettendo in discussione il cristianesimo, anticipando le osservazioni di Lutero.

Siamo salvati per la morte di Cristo o per le opere? Per la morte di Cristo, evidentemente, risponde Paolo, perchè in caso contrario, «Cristo sarebbe morto per niente, Abramo ebbe fiducia in Dio e per questo Dio lo considerò giusto».

Mi pare di sentirli invece i Druidi Galati, diventati sacerdoti cristiani a dire: «Ma è una barbarie pensare che l’uomo si salva attraverso un sacrificio umano, tanto più se è quello del figlio di Dio.» L’uomo può salvarsi solo attraverso una personale conquista della salvezza, una personale ricerca di identificazione con la divinità. Da qui, la deduzione che l’uomo si salva per mezzo della legge e delle opere e non per mezzo della fede. La legge, sulla base del percorso già fatto da tanti uomini, codifica un percorso ideale dell’uomo verso Dio, e costituisce quindi uno schema all’interno del quale, l’uomo può sviluppare il proprio percorso individuale.»

«Ad essere sincero,» lo interruppe Luciano, «mi pare che tu abbia ricostruito un tuo schema sui Celti, ed ora vuoi ricondurre obbligatoriamente ogni cosa a questo schema. Ti sei innamorato dei Celti ed hai messo al centro del mondo e della storia l’oggetto del tuo amore.»

«Non è un problema di sentimenti. Io sono razionalmente convinto del ruolo chiave che i Celti hanno avuto nella storia dell’umanità.

Sono convinto con Karl Jaspers della teoria dell’"epoca asse", cioè del fatto che nel VI° secolo a. C., ci sia stata una svolta cruciale nella storia culturale dell’umanità. Quasi in contemporanea in cinque parti della terra cinque illuminati, superando il concetto di un rapporto collettivo ed istituzionale dell’uomo con la realtà ultima, pervengono alla concezione d’un rapporto individuale e personale con la divinità. Come ricorda Toynbee, Pitagora, Isaia, Zarathustra, Buddha e Confucio intuiscono la possibilità che il singolo essere umano ha di giungere ad un rapporto personale e diretto con la realtà spirituale ultima, che sta nel e dietro l’universo, in cui l’uomo si trova.

Forse i cinque non hanno avuto alcun contatto, e fu casuale la contemporaneità dell’intuizione, o forse invece, come io sostengo, i cinque vennero a contatto con lo stesso ambiente culturale, quello dei Celti, che nei secoli precedenti, partendo dalle zone di origine nell’India del nord e quindi da un ambito a cultura vedica, si erano distribuiti su una fascia di territorio che occupava le pianure centrali dell’Eurasia, dall’India fino alla Francia, passando per il Kazakistan l’Ucraina e l’Ungheria, influenzando con la propria cultura le civiltà allora sviluppate, da quella cinese a quella indiana, da quella persiana a quella ebraica, per finire a quella greca.»

Avrebbe dovuto raccontargli, a commento il sogno che aveva fatto Maria di Raveo su Pitagora, ma ritenne ancora di non poter venire meno alla riservatezza alla quale si era impegnato con la sorella del suo primario. Avevano da tempo finito di cenare, e continuavano a parlare seduti sulle panche di legno attorno allo «spolèrt».

«Tu prendi alcuni brandelli di verità, si limitò a commentare Luciano, e li metti assieme in una trama fantastica, il risultato può anche risultare credibile. Ma è il procedimento che non è accettabile.»

«Perchè?...» chiese l’altro, svuotando la pipa ormai spenta, nel palmo della mano. "Se anche il procedimento non fosse accettabile," aggiunse, "è il risultato ciò che conta, ed io attraverso i Celti sono riuscito a scoprire come vivere l’esistenza nella poesia del silenzio interiore, come vivere il contatto con il trascendente che entra nella nostra vita, trasformando i valori del visibile compenetrandoli con l’invisibile…